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Cristiano Di Pietro (Ansa/Nicola Lanese)
Il Carroccio nel 2010 aveva candidato il figlio di Umberto Bossi, Renzo detto il Trota, alle regionali. Venne eletto legittimamente a Brescia e con una vagonata di voti, ma il suo nome finì lo stesso su tutti i giornali: era pur sempre il figlio del fondatore del partito. Continua


Come viene generato un libro? Solitamente per un’intuizione, un desiderio, una passione. Tengo famiglia di Carlo Puca, giornalista di Panorama, è invece nato per reazione al 2 giugno 2010, festa della Repubblica italiana. Quel giorno i titoli dei giornali erano tutti dedicati a favori e prebende elargite a figli, cognati e mogli piombati nell’inchiesta sulla «cricca» del terremoto dell’Aquila. Ma il familismo è proprio di ogni settore, dal giornalismo alla musica, dalle arti alla finanza. Il volume (edizioni Aliberti, 230 pagine, 15 euro) è in libreria dal 9 dicembre. In scaletta: il familismo leghista, il «cognatismo» finiano, i clan dello spettacolo, dell’università, del calcio e di tutte le onorevoli famiglie italiane. Compresa quella di Antonio Di Pietro, sulla quale Panorama anticipa un brano del libro.
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Renzo Bossi con il padre Umberto
Nel nome del padre. O del fratello, dello zio, del cognato. Qualsiasi grado di parentela va bene, se può indirizzare sulla strada della “cosa pubblica”.
Renzo Bossi, per ora, ha avuto dal padre Umberto solo un soprannome, “la trota” (in grado di stroncare qualsiasi carriera) e un ruolo da team manager della “nazionale” padana. Ma adesso, da candidato della Lega alle regionali a Brescia, il giovane Renzo ha dovuto fare i conti con un ostracismo malcelato dei suoi potenziali elettori locali, che fanno un po’ di fatica a digerire il nome del rampollo sulla scheda elettorale. Continua

Antonio Di Pietro con la figlia Anna, studentessa alla Bocconi
Ma sì, cancelliamo per sempre quell’orrenda battutaccia sull’”Italia dei favori”. E chiudiamo la polemica sui presunti aiutini, politici e giudiziari, forniti al rampollo molisano. Che sia stoppata definitivamente, insomma, l’idea malfidata di un Antonio Di Pietro nepotista, teso a sostenere la carriera e l’onore del primogenito Cristiano. Non è così: da sostenere c’è pure Annina, la figlia femmina. Continua

Una lunga gornata per i Di Pietro. Padre e figlio: Antonio e Cristiano. E tutto gira intorno a Napoli. All’inchiesta “madre” della procura che riguarda, stando all’accusa, il malaffare nella gestione degli appalti, pilotati dall’imprenditore Alfredo Romeo.
Di Pietro padre, l’ex temibilissimo pm di Mani pulite, sfoggia grande sicurezza e serenità all’uscita dalla Procura, dove è rimasto per quasi quattro ore, interrogato come persona informata sui fatti: in primo luogo la questione della fuga di notizie che ha caratterizzato la prima fase delle indagini e, indirettamente, la vicenda emersa dalle intercettazioni telefoniche dei rapporti tra il figlio Cristiano, consigliere provinciale dell’Idv di Campobasso, e l’ex provveditore alle opere pubbliche della Campania e del Molise Mario Mautone (qui l’intervista di Mautone a Panroama).
In serata poi l’Ansa batte la notizia che invece Cristiano Di Pietro è iscritto sul registro degli indagati, anche se le fonti giudiziarie hanno precisato che si è trattato di un “atto dovuto”. Tutti i giornali e i siti la riportano (qui, qui, qui, qui, qui e qui). E la prima reazione del leader di Italia dei Valori è di rabbia: “è falso. L’inchiesta non riguarda mio figlio, ma vicende molto più grandi”, dice il senatore in un colloquio con la Stampa: “Davvero qualcuno può pensare che Mario Mautone fosse il io uomo? Voi che conoscete gli atti avete mai letto un’intercettazione tra Mautone e il sottoscritto?, prosegue. “Ho messo a verbale che la Procura deve indagare senza alcun riguardo per nessuno. E siccome conosco la procedura, sono consapevole che i pm devono portare avanti le indagini anche a tutela degli indagati”.
E infatti dagli stessi ambienti degli inquirenti emerge la soddisfazione per l’esito della testimonianza dell’ex pm di Mani Pulite: Di Pietro avrebbe convinto i pm, documenti alla mano, che non fu una fuga di notizie sulle indagini in corso a determinare il trasferimento a Roma, all’epoca in cui Di Pietro era ministro alle Infrastrutture, di Mautone. Lo spiega lo stesso Di Pietro all’uscita della procura dove è atteso da una folla di giornalisti, fotografi e operatori televisivi. “Ho messo in condizione la Procura della Repubblica, carte e documenti alla mano, di ricostruire le ragioni per cui responsabilmente e doverosamente, nell’ estate 2007, l’ ingegner Mautone insieme con altre decine di persone in un grappolo di provvedimenti unitari sono stati trasferiti dalle loro sedi in altre sedi”. “Sono fatti” ha aggiunto “che devo dire, e sono anche rimasto molto orgoglioso del lavoro che ho fatto, hanno trovato un riscontro formidabile dalla lettura incrociata dei documenti da me presentati e dalla lettura delle intercettazioni telefoniche”.
Di Pietro non elude poi le domande sul coinvolgimento del figlio nell’inchiesta. “Ho chiesto alla procura di indagare, e la procura doverosamente dovrà indagare, senza alcun riguardo per nessuno. Non vogliamo che ci sia alcuna riserva nei confronti di parenti e figli compresi ed esponenti di partito”, afferma in linea con l’atteggiamento assunto sin da quando furono diffuse le intercettazioni telefoniche delle conversazioni tra Cristiano e Mautone. Tuttavia la vicenda, a suo giudizio, va valutata nella esatta dimensione: “L’indagine a Napoli non riguarda mio figlio. Riguarda una vicenda grossissima: vi prego di non trasformare uno stuzzicadenti in una trave e la trave in una pagliuzza”.
Ma da ex pm che idea si è fatto sul cosiddetto “sistema Romeo” ipotizzato dai magistrati? Dopo aver precisato che “c’è il segreto istruttorio”, ha affermato: “Credo che sia limitativo pensare che ci sia un solo sistema Romeo. La procura sta indagando su mille questioni e alla fine si tireranno le somme”.

Il 17 dicembre è stato arrestato su ordine del tribunale di Napoli con l’accusa di far parte di una presunta banda di pubblici amministratori infedeli che avrebbe favorito amici imprenditori, aggiudicando loro appalti euromilionari o confezionando gare su misura. I quotidiani hanno parlato di “sistema Mautone“, ma lui, che di nome fa Mario ed è stato provveditore ai lavori pubblici delle regioni Campania e Molise, non ci sta. Spiega l’avvocato Salvatore Maria Lepre, che con la collega Marcella Laura Angiulli lo difende: “Quel sistema non è mai esistito, come non c’è mai stato alcun “bacino clientelare” a lui collegabile e di cui parlano i magistrati”.
Mautone, però, non nega i rapporti con Cristiano Di Pietro. All’epoca il padre Antonio era ministro delle Infrastrutture, proprio quello da cui dipendeva l’ufficio di Mautone.
“I favori richiesti da Cristiano Di Pietro, per nulla illeciti, si inquadravano in quel rapporto di subordinazione tra lo stesso Mautone e il ministro” conclude Lepre. Il suo assistito si toglie però qualche sassolino dalle scarpe e liquida l’ex ministro come “arrogante e presuntuoso” in questa intervista esclusiva, condotta attraverso i suoi legali.
Ingegner Mautone, un’informativa della Direzione investigativa antimafia (Dia) parla dei rapporti tra lei e Cristiano Di Pietro. Di che cosa si tratta?
Rapporti di natura istituzionale, ma non so dire se dietro si nascondessero motivi di interesse personale.
Quali sono gli interessi di Di Pietro jr negli appalti e sui fornitori di cui parla la Dia?
Da quanto mi risulta, pur interrompendo i rapporti con me, sollecitava continuamente l’ex mio dirigente di Campobasso affinché fosse affidato un incarico a persona di sua fiducia per la sorveglianza della sicurezza dei lavori in corso nella caserma dei carabinieri di Termoli. In particolare era interessato a sapere quali fossero le imprese impiantistiche che lavoravano in zona, per indirizzarle, eventualmente, presso qualche fornitore di sua conoscenza.
Quali sono gli impegni che lei aveva preso con Cristiano Di Pietro per cui non poteva lasciare Napoli?
Erano impegni istituzionali, quali la realizzazione della nuova prefettura di Isernia, altre caserme dei carabinieri e della Polizia di Stato, il restauro della Torre di Montebello, per i quali già mi ero attivato e che, a tutt’oggi, non sono stati eseguiti, perché il mio allontanamento mi ha impedito di continuare.
Gli interventi di “cortesia” che le chiedeva Cristiano Di Pietro riguardavano anche ambiti al di fuori delle sue competenze, per esempio le raccomandò un ingegnere di Bologna. Può fare qualche altro esempio?
L’episodio a cui si fa riferimento è relativo a un ingegnere meccanico del Molise, trasferitosi a Bologna per motivi di lavoro, per il quale il mio intervento, nel rispetto della legittimità delle mie funzioni, non andò a buon fine. Non ricordo altri episodi simili.
Nelle carte si parla soprattutto di chiese, impianti elettrici e caserme. Sembrano piccoli affari. Un suo collega liquida Cristiano Di Pietro come una persona di “basso profilo”. Si accontentava di poco?
Non so se per lui fosse poco o molto, ma queste sono le richieste che mi ha fatto.
Chi sono gli architetti che le vengono raccomandati da Di Pietro junior?
Erano architetti o ingegneri molisani, che avevano lui come referente e quindi si cercava di accontentarli.
È vero che in loro favore è intervenuto anche Nello Di Nardo, all’epoca segretario di Di Pietro al ministero?
Sì.
Cristiano le ha chiesto altri favori che non risultano nell’inchiesta?
Non ricordo.
Perché è stato trasferito a Roma? Di Pietro ha detto che non si fidava più di lei. L’aveva messa in un angolo?
No, tanto che mi fu affidata una delle direzioni più importanti del ministero, ovvero quella dell’edilizia statale e degli interventi speciali.
Sua moglie, per evitare il trasferimento a Roma, le avrebbe detto di “buttarla sul ricatto del figlio” di Di Pietro.
Mia moglie intendeva dire che, data la massima disponibilità dimostrata nell’assecondare le richieste del giovane Di Pietro, anche con continui sopralluoghi e incontri con enti locali, non era giusto subire un torto del genere.
Di Pietro ha preso le distanze da lei e dal figlio, anche se dice che non c’era niente di illegale nelle richieste di Cristiano. È d’accordo?
Ricordo che a un incontro con il ministro mi fu detto che Cristiano doveva «stare buono, si agita troppo». Comunque, se ci fossero state, a mio avviso, delle richieste illegali, non mi sarei adoperato per soddisfarle.
Veniamo ad Antonio Di Pietro: che rapporti aveva con lui?
Quelli di un dirigente con il proprio ministro.
Che genere di politico è?
Non essendo dello stesso partito, non esprimo giudizi.
E a livello umano?
Arrogante e presuntuoso.
Le risulta che Di Pietro la volesse far nominare assessore in regione, come hanno scritto alcuni giornali?
Non mi risulta. Anzi mi sono molto seccato, in quella circostanza, per essere stato inserito tra i candidati per la regione, dato che non ho mai espresso alcun interesse per l’attività politica.
Lei in un’intercettazione definisce l’ex ministro «un mezzo pazzo».
Ribadisco quello che ho detto in merito al carattere dell’uomo.
Quando era con lui, raccomandava qualcuno?
Eventuali segnalazioni mi arrivarono attraverso la sua segreteria.
Di Pietro ha mai chiesto personalmente favori?
Non mi risulta.
I suoi comportamenti sono in linea con i valori del suo partito?
In base alla mia esperienza, posso dire che i rapporti anche con altri esponenti del partito non sono sempre trasparenti.
E gli altri dipietristi campani hanno mai fatto pressioni?
Il responsabile regionale Nicola Marrazzo talvolta sottolineava che la mia permanenza a Napoli dipendeva dalla mia disponibilità.
L’ingegnere Donato Carlea, l’uomo con cui Di Pietro l’ha sostituita al provveditorato, ha rapporti con l’Italia dei valori?
Ritengo che sia un uomo di sinistra, vicino all’Idv.
Nei suoi interrogatori che cosa le hanno chiesto i pm su Di Pietro?
Non mi è stata fatta alcuna domanda sull’argomento.
Secondo lei perché?
Non so rispondere.

Alla fine ha mollato. Ha salutato il partito di papà Antonio, l’Idv di Di Pietro. Cristiano, chiamato in causa nell’ambito dell’inchiesta “Global Service”, lascia l’Italia dei Valori. Lo ha comunicato in una lettera che il padre ha pubblicato sul suo blog. “Cristiano Di Pietro, mio figlio” scrive l’ex pm a commento della lettera “uscirà dall’Italia dei Valori. Lo trovo un gesto corretto e per certi versi forse eccessivo visto che non é nemmeno indagato, ma lo rispetto e ne prendo atto”.
La lettera, che reca la data di oggi, è indirizzata all’onorevole Giuseppe Astore, presidente dell’ufficio politico regionale dell’Idv di Campobasso, a Giuseppe Caterina, segretario regionale di Campobasso e ai componenti dell’ufficio di presidenza nazionale dell’Idv. “Gentili amici” scrive Cristiano Di Pietro “ho fatto e faccio il mio dovere di consigliere comunale e provinciale senza mai aver infranto la legge (ed infatti nessuna autorità giudiziaria mi ha mai mosso alcun rilievo). Eppure mi ritrovo tutti i giorni sbattuto in prima pagina come se fossi un ‘appestato’”.
“La mia unica colpa” aggiunge il figlio del leader Idv “è quella di essere ‘figlio di mio padre’: per colpire lui stanno colpendo me, mia moglie ed i miei tre figli, dimenticando che anche noi abbiamo la nostra dignità ed abbiamo il diritto di esistere”. Quindi: “Lascio l’Italia dei Valori” prosegue la lettera “e conseguentemente ogni incarico di partito ed anche il mio ruolo di capogruppo al Consiglio provinciale di Campobasso, ove mi iscriverò al gruppo misto. Lo faccio con sofferenza e dispiacere (soprattutto per la disumana ingiustizia che sto patendo) ma non voglio creare imbarazzo alcuno al partito”.
“Attenderò serenamente” conclude il figlio dell’ex pm “che la procura di Napoli completi le indagini preliminari in corso (che peraltro nemmeno riguardano la mia persona) in esito alle quali ogni singola posizione personale potrà essere chiara a tutti. Poi, quando tutto sarà chiarito, ne riparleremo”.
Si chiude così una vicenda che, fin dalla sua origine, aveva scatenato scalpore, sorpresa e aspre polemiche politiche. Troppo, sopratutto per chi, scegliendo l’Idv, pensava di aver scelto la parte più pulita, ferma e irreprensibile della politica italiana.
Si tratta “di un gesto corretto e per certi versi forse eccessivo visto che non è nemmeno indagato”, ha commentato il leader dell’Idv nel blog, “ma lo rispetto e ne prendo atto”. Ma l’atteggiamento di papà Tonino, nei confronti del figlio, era stato alterno: all’indomani dell’uscita delle intercettazioni aveva ripreso il figlio (”Ha sbagliato, e dico buon lavoro ai magistrati”), poi lo aveva difeso, poi ancora, in un’intervista a Repubblica di ieri, gli ha tirato le orecchie: “Che gli serva da lezione”. A Cagliari nel pomeriggio ha assicurato: “Nessun complotto contro di me”.
E adesso la base può dirsi accontentati: erano stati tanti gli iscritti Idv a chiedere all’ex pm di “sacrificare il figlio” sull’altare “della coerenza”. Scriveva Carlo Cipriani da Firenze: “Occorre mettere ordine nella propria casa prima di cercare il colpevole fuori. Al direttivo provinciale di domani sera, 29 dic., ci sarò con le dimissioni pronte, se Cristiano non lascerà l’Idv prima”.
Dallo stesso blog del padre, era salita, nelle ore, la protesta. Basta leggere Clara, che il 29.12.08 alle 02:32 fa un augurio molto particolare al “suo” leader: “è nostro dovere aiutare i figli a crescere, e dove sbagliano tirar le orecchie. Questo nel personale.
Ma l’IDV nel suo complesso non è la SUA famiglia. E’ la famiglia di TUTTI NOI ELETTORI che seppur nata dietro sua iniziativa ha alle fondamenta un codice etico che non si può distorcere a proprio piacimento e che tutti devono rispettare. Cosa si evince dalle intercettazioni? Che suo figlio chiede di raccomandare alcuni suoi conoscenti ad un funzionario pubblico. Anche assodando non ci sia alcuna rilevanza penale, il comportamento di Cristiano è moralmente e Politicamente (il maiuscolo è voluto) INACCETTABILE per un partito come il nostro che si prefigge di combattere il clientelismo e il vecchio modo di far politica. Le DIMISSIONI di suo figlio non sono consigliate, sono auspicate e richieste da chi crede fermamente nei principi di correttezza e rigore morale che l’IDV persegue.
Nella speranza che la pausa dovuta alle festività natalizie vi faccia riflettere e vi faccia prendere coscienza che non potete comportarvi come i padroni del partito, vi auguro un buon 2009.
Questo è invece il messaggio gian bologna, sempre lunedì 29 alle 12:51: “Attendo con ansia che suo figlia si allontani dalla vita politica o che venga invitato a farlo perchè altrimenti tutte le sue/nostre battaglie perderebbero di credibilità”.
Alla fine, ecco le dimissioni di Cristiano, da “ogni incarico di partito” e anche dal suo “ruolo di capogruppo al Consiglio provinciale di Campobasso”. E i commenti non nascondono la soddisfazione della base dipietrista: biagio raimo, pochi minuti dopo la pubblicazione della lettera di Cristiano, scrive: “Giusto così…. cristiano si doveva dimettere”. E ancora Sebastiano di Terlizzi: “Hai comnmesso una leggerezza, ma hai saputo rimediare. Complimenti!”.
“L’unica cosa che posso dire è: buon lavoro ai magistrati! Quando non si ha nulla da temere non si ha paura delle indagini. Anzi. E confermo che le intercettazioni sono un utilissimo strumento di indagine”.
Un po’ a denti stretti, Antonio Di Pietro commenta il contenuto delle intercettazioni che riguardano suo figlio Cristiano. Doveva essere una conferenza stampa per la presentazione di tre new entry nella struttura del partito (tre personaggi di rilievo, “sottratti” - proprio come i voti - dalle fila del Pd): Pino Arlacchi (sociologo, già alto dirigente dell’Onu per la lotta alla droga e candidato alle Europee con l’Idv nel 2004) a guidare il Dipartimento sicurezza Internazionale; Stefano Passigli (costituzionalista, origine politica repubblicana e poi diessina, eletto senatore con l’Ulivo, professore che collabora con la fondazione Astrid, di Franco Bassanini) a dirigere il Dipartimento delle Riforme; Paolo Brutti (senatore ulivista nella scorsa legislatura poi passato per SD) a gestire l’area sociale e del lavoro.
E invece… invece ha dovuto difendersi, l’ex magistrato. E affrontare subito la spinosa questione del figlio: “Quello che abbiamo letto sui giornali è un telefilm senza capo né coda, una non-notizia” aggiunge l’ex magistrato di Mani pulite “ma siccome non ho nulla da temere non mi unirò, come in molti speravano, alla politica paludata che se la prende con i magistrati e chiede la riforma delle intercettazioni”. “Anzi” conclude Di Pietro “io dico ai magistrati di fare tutte le indagini che vogliono perché né io né mio figlio abbiamo niente da nascondere”. E ancora: “Non c’è figlio che tenga e che possa condizionare le politiche” aggiunge Di Pietro. “Qualcuno” prosegue anticipando quelle che sarebbero poi state le domande dei cronisti “potrebbe chiedermi se sia un caso il fatto che queste intercettazioni escano fuori proprio all’indomani del voto in Abruzzo e nel giorno stesso in cui vado in Campania e confermo l’uscita degli esponenti dell’Idv dalle giunte provocando possibili elezioni. E sempre nello stesso giorno in cui indico la responsabilità politica del sindaco, del presidente della Regione e della provincia su quello che sta accadendo. Vero, potrebbe essere una spiegazione interessante e potrebbe giustificare quello che succede…”.
“Ma siccome io non ho nulla da temere” sottolinea sorridendo ” sapete che vi dico: Che mi importa se lo hanno fatto per delegittimare o meno? Sarebbe solo una dietrologia e a me non interessa. E siccome, ripeto, non ho niente da temere, auguro buon lavoro ai magistrati che fanno il loro lavoro. Vadano pure avanti e si facciano tutte le indagini che si devono fare”. Di Pietro poi precisa che lui non si unirà mai al coro di chi se la prende, prima con i magistrati, e poi con i giornali, quando si pubblica il contenuto di intercettazioni.
“È vero, come dite voi, che alcuni quotidiani hanno dato un taglio alla notizia diverso rispetto ad altri, ma mai e poi mai” afferma con forza “mi lamenterei dei giornali che riferiscono di informazioni che riguardano personaggi pubblici”. “Da cittadino” prosegue il leader dell’Idv “esprimo dunque solidarietà e incoraggiamento all’azione dei magistrati. Da politico affermo che non c’è figlio che tenga e che possa condizionare le politiche e che sono ben contento che si indaghi così si distinguerà il grano dal loglio..”.
“Da ministro infine” spiega ai cronisti ” difendo la mia azione perché ritengo che sia giusto che ci sia una rotazione degli incarichi soprattutto quando su qualche personaggio si fa del chiacchiericcio…”
Il “chiacchiericcio” a cui si riferisce l’ex ministro è quello intorno alla figura di Mauro Mautone, a capo del Provveditorato regionale (Campania e Molise) alle Opere pubbliche. Mautone viene defenestrato quando l’allora ministro alle Infrastrutture “sente” che Mautone è sotto inchiesta.
Di fatto, per ora, c’è un’informativa della Dia trasmessa alla procura di Napoli nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti che coinvolge, stando all’Ansa e al Corriere della Sera, Cristiano Di Pietro, il figlio dell leader dell’Idv. I contatti tra Cristiano e Mautone, si legge, “hanno assunto un contenuto ambiguo”.
E tra le intercettazioni spunta anche un ricatto nei confronti di Di Pietro jr. Mautone, una volta ricevuta notizia del suo trasferimento - scrivono gli investigatori - “esterna tutta la sua amarezza per l’inaspettato provvedimento ai suoi amici più intimi e tutti sono concordi sulla linea da adottare: ‘ricattare il figlio del Ministro’”. Tentativo, osserva la Dia “che risulterà vano nonostante l’intervento di alte cariche istituzionali scese in campo per verificare la possibilità di dare un interim a Mautone, e poi sostituirlo con persone da loro indicate per ‘dare continuità’, Mautone sarà ugualmente trasferito”.
Il provveditore alle opere pubbliche della Campania e del Molise è ritenuto al centro “di un sistema di potere molto forte” costituendo altresì “il volano di una serie di raccomandazioni in tutti i settori pubblici ed, in particolare, quello degli appalti”.
Per gli investigatori, Mautone, “in maniera sistematica smista l’enorme potere di cui dispone per favorire in maniera trasversale qualunque componente politica e istituzionale ne faccia richiesta accogliendo tutte quelle istanze che gli vengono rivolte per favorire imprese e professionisti vicine al potere”. In tal modo “il provveditore finisce di sovente per amministrare la cosa pubblica a proprio piacimento”.