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Ecco le zone dei crolli (Credits: ANSA/CESARE ABBATE)
Mentre si discute ancora su modi e tempi di una rimessa in sicurezza del sito archeologico, Pompeii cade a pezzi. L’ennesimo crollo meno di 24 ore fa, quando la sovrintendenza ha accertato che uno dei pilastri della casa di Tiburtino ha ceduto.
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Quello che resta della Casa dei Gladiatori a Pompei ANSA/CESARE ABBATE
Un nuovo crollo è stato segnalato oggi a Pompei questa volta nella Domus di Diomede sulla via Consolare, la stessa lungo la quale nei giorni scorsi erano crollati due muri moderni. Lo denuncia la Uil. Sul posto ci sono i carabinieri. Guarda le foto Continua
- biker
- Giovedì 27 Ottobre 2011
- Tags: aiuti, angeli, avviso, crolli, dovere, Guido-Bertolaso, Igv, LAquila, magnitudo, medici, Protezione-civile, sciame, sisma, solidarietà, terremoto in Abruzzo
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Guai a chiamarli eroi. Dicono che hanno fatto solo il loro dovere. Ma due cose vanno dette. La prima è che tutti i medici e gli infermieri dell’ospedale Nuovo hanno vissuto la terribile scossa occupandosi subito di se stessi, dei propri cari, degli amici del piano di sotto; la seconda è che, senza alcuna chiamata, si sono riversati sul proprio posto di lavoro.
Storie di gente che ha visto morire il figlio e subito dopo è andata a salvare un anonimo ragazzo, con i camici chiusi con il cerotto, con il filo di sutura che non c’era più, con le garze esaurite. Le barelle sistemate sull’asfalto, e dai a ridurre una frattura, a praticare un massaggio cardiaco, a tamponare una ferita che sembrava una fontana. La vita contro la morte: un pediatra ha perso moglie e due figlie, un medico di base e sua moglie ematologa hanno visto andarsene Filippo, il loro ragazzo di 16 anni, un cardiologo non ha più né moglie né figlia, un anestesista ha perso la moglie e il figlio è in rianimazione. Ma tutti, prima ancora di capire e di piangere, sono tornati lì dove forse qualcosa, forse moltissimo, si poteva ancora fare.
Guido Liris è un giovane di 29 anni, specializzando in igiene: “Dormivo, con i miei genitori e i miei fratelli. La nostra casa, seppur lesionata, ha retto ma quella dello zio Armando, che è accanto alla nostra, è implosa, tutto crollato. Ho preso le medicine che potevano servire, adrenalina, ossigeno, filo di sutura, e ci siamo messi a scavare con le mani o con una pala. Era una lotta impossibile. Lì sotto c’erano lo zio e mia cugina Barbara di 35 anni. Noi abitiamo a Pianola, un piccolo centro vicino all’Aquila, e stavamo tutti lì a scavare. Barbara l’abbiamo tirata fuori abbastanza presto, stava bene, un armadio le era crollato addosso e così i calcinacci non l’avevano seppellita. Ma dello zio nessuna notizia. Dopo un’ora e mezzo dalla scossa un amico mi urla: “Corri Guido, c’è lo zio, è vivo, è caldo”. Sono arrivato con tutto quello che poteva servire. Lo vedo con gli occhi chiusi ma caldo, effettivamente. Vicino a lui una maschera per l’ossigeno che usava per un problema respiratorio. L’ossigeno deve avergli allungato un po’ la vita ma poi non ce l’ha fatta. Fossimo arrivati poco prima…”.
Estratto il corpo dello zio e assicuratosi che tutto era in sicurezza, Liris è montato in macchina ed è corso in ospedale. Lui è delegato sindacale dei 450 specializzandi, una specie di sindacalista di destra, visto che fino allo scioglimento di An è stato il coordinatore provinciale di Azione giovani. “La prima immagine è stata la grande nuvola di polvere scura sopra il centro storico della mia città. Era ancora buio, ma si vedeva questa cappa nera sopra i miei campanili medioevali. Arrivo in ospedale e quello che vedo non si può raccontare. Altro che Er, altro che i film apocalittici. C’erano già quasi tutti i malati portati fuori, i feriti che arrivavano in continuazione, ma non potevamo metterli dentro perché dentro era tutto sfasciato. Primari e infermieri, specializzandi e portantini, tutti insieme. Un caos pazzesco, poco coordinamento, come è logico, ma una grande pagina di solidarietà. La cosa bella in questi momenti è che si muove uno e si muovono tutti. Decidiamo di tirare fuori i malati dell’ultimo reparto: rianimazione. Li abbiamo portati fuori con le flebo e i respiratori attaccati, intanto i nostri primari chiamavano i loro colleghi di altri ospedali: “Ho uno in coma oncologico, te lo puoi prendere? L’ambulanza è già pronta”. Poi è successo il peggio: arrivavano, scaricati da macchine, centinaia di feriti e lì riconoscevi l’amico, il figlio del barista, il lontano parente. E più passava il tempo, più i morti erano superiori ai vivi”.
Va bene, niente eroi, però dopo aver lavorato 18 ore consecutive andando a prendere nei reparti lesionati e abbandonati garze, pinze e filo di sutura il nostro Guido è tornato a Pianola e con un’infermiera amica sua ha messo su in quattro e quattr’otto un presidio medico nel campo sportivo del paese: “Rifacciamo le medicazioni fatte in tutta fretta quella notte, diamo pasti caldi a 300 persone. Ho staccato solo mezz’ora e purtroppo quando riaccendo il cellulare è quasi sempre qualcuno che mi dice: “Hai saputo di Tizio? È morto”.
L’ospedale da fuori sembra pure bello e nuovo, come il suo nome. Ci sono voluti 26 anni per costruirlo e consegnarlo in pompa magna appena nove anni fa. Cemento armato e struttura antisismica, tanti reparti uno separato dall’altro come un aeroporto con tanti terminal. Ma ha retto solo il cemento armato, mentre i tramezzi, i controsoffitti, i cornicioni e molte pareti laterali si sono sfarinati sotto le scosse.
“Siamo in zona sismica ma non abbiamo mai fatto alcuna esercitazione” dice il primario di neurologia, così tutti i 500 malati sono stati evacuati in tempi record grazie al lavoro del personale e della Protezione civile. Ora è stato allestito nel prato dietro questo monumento all’inutilità un ospedale da campo. C’è naturalmente la tenda del pronto soccorso, quella per il deposito dei medicinali, quella per la pediatria, quella per le prescrizioni dei farmaci, quella per l’ostetricia. Sandra Moro è un altro dei tanti medici non eroi: “Vivo a Paganica, uno dei paesi più colpiti. Noi tutti bene, mio marito e i miei due figli. Dopo le prime ore sono scesa quaggiù a vedere cosa c’era da fare. Non immaginavo di trovare l’inferno. Sono ginecologa e la prima cosa è stata mettere in sicurezza le nostre pazienti. Una donna era arrivata alla massima dilatazione e ha partorito in ambulanza. Ma poi c’erano da curare i feriti, cucire, fasciare, rianimare. Ho detto: io so far nascere i bambini ma voi utilizzatemi per qualsiasi cosa. No, non c’era tempo per pregare”.
Oppure Vincenzo Corridore, otorino: “Ovvio, prima abbiamo scavato per tirare fuori i nostri vicini di casa e poi in ospedale. Sono arrivato alle 6 e ho visto cose che non avrei mai pensato di vedere. “Trovatemi un paio di forbici” diceva uno, e io a correre in un reparto a prendere dagli armadietti tutto quello che poteva servire”.
Per carità, nessun eroe, hanno solo fatto il proprio dovere. Mariapia Lepidi è una giovane infermiera oncologica: era qui di turno e dopo aver trascinato insieme a una collega i 14 suoi malati si è messa a disinfettare e pulire, a fare iniezioni e prelievi per altre 18 ore, senza mangiare e bevendo solo 12 ore dopo, quando è arrivata un po’ d’acqua. O ti raccontano di quanto è stata brava Benita Capannolo, anestesista che si è fatta in 12 per alleviare le sofferenze dei moribondi che transitavano nel pronto soccorso all’aperto. O di Marina Tobia, primaria di ginecologia ospedaliera che sembrava la più giovane delle infermiere per quanta forza e umiltà metteva nel suo soccorrere chiunque. “Felice il Paese che non ha bisogno di eroi” fa dire Bertold Brecht al suo Galileo Galilei. Vero, però che consolazione il Paese che ogni tanto trova tanta gente che sa fare così bene il proprio dovere.

Come John Travolta in Pulp fiction, anche Silvio Berlusconi ha il suo Mr Wolf: “Sono Wolf, risolvo problemi” si presenta Harvey Keitel nel celebre film di Quentin Tarantino. Il Wolf italiano si chiama Guido Bertolaso, medico romano 59enne (con master a Liverpool in malattie tropicali ed esperienza sul campo in Africa e Cambogia), dal 1996 capo della Protezione civile (fra interruzioni e vicissitudini sotto i governi di centrosinistra) e dal 2008 anche sottosegretario a Palazzo Chigi per l’emergenza rifiuti in Campania e, di fatto, per tutte le altre emergenze nazionali. Che come è noto in Italia non mancano mai. Berlusconi lo ha voluto al proprio fianco nel primo consiglio dei ministri, a Napoli, come simbolo di due cose che al premier piacciono parecchio: la politica del fare contrapposta a quella delle chiacchiere; la rapidità di decisione aggirando gelosie politiche, pastoie burocratiche e, possibilmente, anche economiche.
Oggi Bertolaso si occupa dei terremotati dell’Abruzzo, ma il Cavaliere l’aveva subito rimesso in sella come commissario straordinario ai rifiuti: carica da cui durante il governo dell’Unione era stato costretto a dimettersi per le pressioni congiunte dei Verdi di Alfonso Pecoraro Scanio, dei sindaci antidiscariche e, pare, degli interessi della camorra abituata a dettare le regole, non a farsele dettare da qualche plenipotenziario di Roma.
Romano Prodi allora non lo difese e Bertolaso non ha dimenticato. Così come non ha mai dimenticato come era stato scaricato dal precedente esecutivo di centrosinistra: nominato nel 1996 capo del dipartimento Protezione civile di Palazzo Chigi, Bertolaso venne esautorato da Franco Barberi, vulcanologo e sottosegretario, per il quale l’Ulivo mise in piedi un’agenzia ad hoc “per garantire l’indipendenza dal governo”. Barberi fu a sua volta travolto dalla gestione del terremoto in Umbria nel 1997 e soprattutto, nel 2000, dallo scandalo della missione Arcobaleno in Kosovo rivelato da Panorama. Allora a Palazzo Chigi c’era Massimo D’Alema, mentre al dipartimento per la Protezione civile era stata promossa Anna Maria D’Ascenso, prefetto di lungo corso gradito alla sinistra (oggi è capodipartimento dei Vigili del fuoco).
Fu poi Berlusconi, nel 2001, a restituire a Bertolaso la poltrona della Protezione civile e a dotarlo per la prima volta di mezzi e poteri, il tutto fra le proteste dei Ds e della Cgil, potente tra i ministeriali. Poteri definitivamente rafforzati e moltiplicati da una direttiva firmata dal premier il 3 dicembre 2008 che assegna alla Protezione civile, e dunque a Bertolaso, “il coordinamento dell’intera gestione delle emergenze con l’istituzione presso il dipartimento, 24 ore su 24, di un sistema che in configurazione ordinaria è presente presso i Vigili del fuoco, le forze armate, la Polizia di Stato, i Carabinieri, la Guardia di finanza, il Corpo forestale e le capitanerie di porto; al quale si aggiungono in situazione di configurazione straordinaria, in caso di emergenza nazionale, le aziende del sistema Italia componenti della Protezione civile”.
È grazie a questo atto che Bertolaso comanda direttamente su 55 tra direzioni, servizi e uffici e, ogni volta che viene dichiarato uno stato di emergenza, coordina un imponente apparato militare e civile. Può disporre di flussi di denaro trasmessi direttamente da Palazzo Chigi.
Eppure, tanto potere nelle mani di un uomo solo non ha mai prodotto uno scandalo, un’interrogazione parlamentare, un’indagine seria da parte della giustizia amministrativa e penale. Nulla, se si eccettua a febbraio 2009 l’inchiesta scagliatagli contro dalla magistratura di Napoli per la gestione dei rifiuti, e simpaticamente denominata “Rompiballe”: dove le balle sarebbero quelle della spazzatura. Indagine spalleggiata dall’Italia dei valori di Antonio Di Pietro (anche oggi, assieme all’ex no global Vittorio Agnoletto e qualche ex ds, tra i pochi ad attaccare Bertolaso per il terremoto in Abruzzo), e che allora, per non colpire lui, investì Marta Di Gennaro, uno dei suoi due vice.
Questo civil servant che ha sempre rifiutato la grisaglia ministeriale a favore del maglioncino con bordi e scudetto tricolore (anche quello assai apprezzato da Berlusconi), mutuato dalla divisa dei piloti militari e dal ricordo del padre, primo collaudatore nel 1963 dell’F-104, sa benissimo da che parte gli vengono insidie e invidie. Però si è sempre professato rigorosamente bipartisan, “un cattolico praticante che ha come mito Albert Schweitzer e il suo ospedale in Gabon”.
Ma che tuttavia non nasconde i politici ai quali si sente più affine: un tragitto che parte da Giulio Andreotti, che nel 1982 lo chiamò alla Farnesina come responsabile dell’assistenza sanitaria ai paesi poveri; che sfiora Francesco Rutelli (per il quale organizza la logistica del Giubileo), e approda forse definitivamente a Gianni Letta. Il suo grande e vero sponsor a Palazzo Chigi.
Il potere e le responsabilità attuali li deve a lui e a Berlusconi. Mentre la fama di risolviproblemi gli procura cariche di commissario a ripetizione.
Gianni Alemanno gli ha assegnato quella per la piena del Tevere nell’inverno scorso e pochi giorni fa un’altra al patrimonio archeologico. È stato fra l’altro commissario per l’emergenza Sars nel 2003 e nel 2004, per i mondiali di ciclismo di Varese del 2008 e per la frana di Cavallerizzo di Cerzeto nel 2005.
Incarichi che hanno fatto lievitare la lista delle onorificenze (ultima, la legion d’onore) e la dichiarazione dei redditi: 1.013.822 euro nel 2007, di cui 236 mila come capo della Protezione civile.
Ma che hanno anche aumentato antipatizzanti e polemiche anche nel centrodestra: con l’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu, che difendeva il potere dei prefetti, non si è mai preso. Ha polemizzato con Gianfranco Fini sugli aiuti umanitari per l’estero, e con La Repubblica per l’organizzazione del prossimo G8 della Maddalena, di cui è commissario.
Ha incrociato il fioretto con Mariastella Gelmini denunciando, dopo il crollo di Rivoli, l’incuria degli edifici scolastici. E quando nel pacchetto sicurezza sono spuntate le ronde ha inviato a tutte le regioni, province, prefetture, organizzazioni di volontariato e al Viminale una lettera di tre pagine diffidando dall’utilizzare “personale e mezzi della Protezione civile”. Umberto Bossi e Roberto Maroni non hanno fatto una piega. Men che meno Berlusconi.
Inchiesta contro ignoti. Non hanno nome, per ora, i responsabili degli edifici che avrebbero dovuto resistere al terremoto a L’Aquila e invece sono venuti giu` come cartapesta.
La Procura della citta` ha reso noto oggi di aver aperto un’inchiesta. Il procuratore Alfredo Rossini non ha pero` precisato le ipotesi di reato formulate dagli inquirenti. L’ipotesi piu` accreditata e` che l’indagine si occupera` delle modalita` costruttive e dei materiali utilizzati in alcuni edifici costruiti recentemente. “Dobbiamo capire” ha detto il sindaco de L’Aquila Massimo Cialente, “perche` nelle stesse vie alcune case non hanno retto e altre si`”
Il tema e` stato trattato anche in Parlamento: l’ex sottosegretario Daniela Melchiorre dei Democratici Liberali ha presentato due interrogazioni parlamentari rivolte al premier e al ministro dell’Interno, relative ai crolli dell’Ospedale e della Casa dello studente che ha causato almeno sette vittime. “Dobbiamo conoscere quali siano le omissioni e le violazioni che stanno alla base del disastro” ha commentato la deputata “nel caso della Casa dello studente la tragedia si sarebbe potuta evitare, c’erano state delle avvisaglie”.
- Tags: avviso, Beni-culturali, chiese, crolli, Guido-Bertolaso, Igv, LAquila, magnitudo, Protezione-civile, Sandro-Bondi, sciame, sisma, terremoto in Abruzzo
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Era la città delle 99 Cannelle, famosa per le 55 Chiese, bella come un presepe: L’Aquila. Già, era…
Ora è un ammasso di macerie, con pochi monumenti in piedi e la maggior parte delle chiese distrutte. La mano infernale che nel buio della notte ha stritolato l’Abruzzo, ha prodotto lesioni gravi alla totalità del patrimonio artistico e culturale dell’Aquila e della zona del cratere. E a essere a rischio è la memoria storica, culturale, della città.
Non si è salvato praticamente nulla, conferma l’architetto Augusto Ciciotti del Dipartimento dei Beni Culturali d’Abruzzo.
Anzi, qualcosa che si è salvato c’è: la teca che contiene le spoglie di Papa Celestino V (il “Papa del gran rifiuto” che già si salvò nel terremoto del 1703, quando venne giù il soffitto dell’edificio costruito nel 1287). L’operazione di recupero è stata condotta da Vigili del Fuoco, Protezione Civile, con la collaborazione della Guardia di Finanza e sotto la supervisione del rettore della Basilica di Collemaggio, don Nunzio Spinelli. La teca è stata trasferita dal complesso di Collemaggio, gravemente danneggiato dal terremoto: “Si tratta di un altro grande miracolo di papa Celestino V - ha commentato Fabio Carapezza Guttuso, responsabile Commissione Sicurezza Beni Culturali -. Le spoglie di Celestino sono state conservate in perfetta sicurezza”. La volta della Basilica di Santa Maria di Collemaggio è infatti crollata proprio nel punto in cui si trovava la teca, che era rimasta quindi sotto un cumulo di macerie.
Il sisma di lunedì scorso ha fatto precipitare la volta della chiesa romanica. E non solo di quella, visto che per Daniel Noviello, responsabile nazionale di Legambiente Protezione Civile, raggiunto telefonicamente dall’Adnkronos: “Il 70% dei beni culturali de L’Aquila è andato distrutto”. E il resto “ancora non lo abbiamo visto” perché i lavori di recupero “si stanno concentrando soprattutto sul centro storico del capoluogo, che è andato giù tutto”.
Insomma, è gravissima la situazione delle chiese del capoluogo, da Collemaggio alle Anime Sante, drammatica quella dell’Archivio di Stato che aveva sede nel Palazzo del Governo totalmente crollato. “Non sappiamo in che condizioni sono i documenti medioevali, libri e quant’altro riguarda la storia dell’Aquila” racconta Ciciotti “ma la stima dei danni complessivi è al momento incalcolabile. E ci vorranno anni per ricostruire”.
Il danno non riguarda solo monumenti o palazzi storici - non è rimasto in piedi neanche un campanile del cratere - ma anche l’indotto turistico che ha sempre portato un notevole introito all’Aquila e all’aquilano. “Ora non possiamo fare nessun intervento. Ci vorranno mesi per fare un inventario, puntellare gli edifici, fare una lista dei danni, evacuare biblioteche, quadri, statue, cioè i beni mobili culturali e poi mettere in depositi, da individuare perchè non sappiamo ancora dove metterli - riprende affranto Ciciotti - Prima va messo tutto in sicurezza per provare a salvare il salvabile. Ci sono riflessi sul tutto il territorio incalcolabilì’.
L’Aquila ferita, tutto l’aquilano e parte delle provincie limitrofe violentate dalle scosse che continuano a scuotere la terra. Distrutta la torre medicea di S.Stefano di Sessanio, gioiello architettonico del Gran Sasso - in cui sono crollate molte case ricostruite di recente - crollato in pezzi il bellissimo castello-rocca di Ocre, lesionata la chiesa sul tratturale di S.Stefano a S.Pio delle Camere, capolavoro romanico, lesionati o inagibili altri conventi e chiese in Val Peligna e nel pescarese, campanili sbriciolati a Rovere sull’Altopiano delle Rocche.
Pochi i miracoli, poche le strutture che hanno resistito alla furia del terremoto. Proprio a S.Pio delle Camere, paese natale dell’ex presidente del Senato Franco Marini, nessun danno al triangolare castello fortezza abbarbicato, mentre a pochi chilometri nella frazione di Castelnuovo ci sono stati crolli e vittime.
E salva anche la Rocca di Calascio, splendido baluardo mediceo che fu abbandonato assieme al borgo nei secoli scorsi proprio a causa di un sisma.

Aspettando anche gli aiuti americani (concordati telefonicamente tra il premier Berlusconi e il presidente Usa Obama), per cominciare a mettere “fondi in cascina”, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha attivato il conto corrente postale “Salviamo l’arte in Abruzzo”, contando di raccogliere le donazioni di contributi dall’Italia e da tutto il mondo. “Di fronte a questa immane tragedia” ha dichiarato il Ministro Sandro Bondi nel corso del Consiglio dei Ministri svoltosi oggi a Palazzo Chigi “che rischia di cancellare intere comunità locali, credo sia particolarmente importante l’impegno del Governo per assicurare che anche il patrimonio artistico distrutto o danneggiato possa essere al più presto restituito agli abitanti delle zone colpite. Le chiese, le piazze, i palazzi antichi esprimono infatti in modo simbolico la memoria e l’identità più profonda di questi luoghi. In tutto il mondo, oltre il cordoglio per i numerosi lutti, non a caso c’è preoccupazione soprattutto per lo stato del patrimonio artistico, che anche all’estero viene percepito come vera essenza del nostro paese”. In campo anche una task force di esperti, già intervenuti sui monumenti danneggiati dal sisma del 1997 in Umbria e Marche, in supporto ai funzionari locali.

Come è brutto farsi gli affari degli altri, rovistare con gli occhi nelle loro case. Via Roma: di quel palazzo la facciata è ormai inesistente, ma dentro tutto è rimasto com’era alle 3,32 della notte tra la Domenica delle Palme e il lunedì, primo giorno delle vacanze di Pasqua. Sulla parete del terzo piano un poster di Brad Pitt e uno di Zlatan Ibrahimovic, poi un lenzuolo a fiorellini che penzola e arriva quasi al secondo piano. Qui un’altra camera da letto, un altro sonno interrotto dal grande boato: una riproduzione di un Canaletto e una carta da parati a strisce.
Al primo una scrivania, forse un ufficio, una sedia a rotelle sbilenca, tre ruote sul pavimento, due nel vuoto. L’Aquila è come quelle due gambe della sedia, sospesa sul nulla.
Come all’uscita di un gigantesco aeroporto, sono tutti con il trolley e le buste di plastica ripiene di qualcosa. Un bagaglio per la notte e per lasciare la vita di tutti i giorni, destinazione ignota. Vanno via in fila, educati, silenziosi, civili ma disperati. Una città si è svuotata in poche ore e l’unico rumore nel centro storico sono le sirene delle ambulanze, le pale delle ruspe, le voci concitate dei soccorritori che ogni tanto dicono: “Correte, ce n’è uno vivo!”, ma purtroppo sono poche urla di gioia. Per il resto le lacrime di chi ha già avuto la certificazione del lutto e di quelli in attesa davanti alle macerie dove nemmeno le tante scosse di assestamento li fanno allontanare.
Uno, almeno uno di quelli che sono là sotto ce la deve fare. Ma chi sarà il fortunato? E per tutti gli altri? Prendete via XX Settembre, uno stradone che è l’accesso alla città. Al civico 125 c’era una palazzina di quattro piani dove abitavano otto famiglie. I testimoni dicono che sono usciti solo in 4 o 5. Lunedì mattina hanno tirato fuori Maria, a ora di pranzo hanno trovato Francesca che respirava ancora. E gli altri? Sali di 300 metri e sul lato opposto c’è la Casa dello studente composta da due edifici identici. Uno è integro, l’altro è ripiegato su sé stesso come se il piano terra e il primo piano si fossero polverizzati. Gli studenti che si sono salvati stazionano lì davanti con gli occhi rossi e una bottiglia d’acqua per cancellare un po’ di polvere dalla gola. I loro amici sono qui sotto. Quanti ne tireranno fuori vivi?
Altri studenti, tanti, stanno ormai al riparo in piazza d’Armi, al campo sportivo dove è stata allestita una tendopoli e un centro di accoglienza per gli sfollati. Salvatore Fumarola, 20 anni, da Taranto, studia fisioterapia: “Sto aspettando che mio padre venga a prendermi e purtroppo non tornerò più perché qui l’università non riaprirà per molto tempo. È da dicembre che ci sono scosse continue e ora è arrivata quella decisiva”. “Vivevo con lo zaino pronto, ce lo aspettavamo” dice Valeria Franco, 21 anni, di Pordenone, iscritta a scienza dell’investigazione, “C’è stata uno scossa una settimana fa molto forte, poi un’altra domenica sera verso le 23 e infine quella pazzesca della notte scorsa”. Anche Valeria andrà via. Anche Francesca Reffa e Antonio Barone, di Venezia, lasceranno L’Aquila, anche per loro la città degli studi è venuta giù insieme alle loro speranze di diventare come quegli investigatori di Csi o di Cold Case, i maghi della Polizia scientifica o del Ros. Sogni crollati con le case di metà città. L’ altra metà sono lesionate e quindi l’intera popolazione andrà via, 100 mila persone, in tenda o in macchina per le prime notti, in roulotte o in container per i prossimi anni, come tutti i terremoti dall’Irpinia all’Umbria ci hanno purtroppo insegnato.
Ma per la straordinaria normalità del dopo sisma c’è ancora tempo. Ora conta l’emergenza: dove metto il papà disabile? Dove andrà a scuola il piccolino? Che ne sarà del mio ufficio ? Come e quando potrò tornare a prendere il portafogli con tutto quel poco che ho?

Una città in ginocchio, che non ha più la prefettura, che non ha più le chiese e i monumenti, che dal Mille o poco più erano fioriti come gioielli. Non ha più nemmeno gli alberghi, tutti danneggiati se non crollati. Via Duca degli Abruzzi, corso Principe Umberto, piazza Duomo, via Andrea Bafile, piazza del Palazzo, piazza San Pietro Coppito, via Vincenzo Rivera, via Roma. Da un buco nella parete si vede il cielo: tetto e solai sono crollati, non c’è rimasto altro che la facciata. All’angolo del corso c’era una casa. Intorno, solo i soccorritori della Guardia forestale: “Avevamo un nostro collega là sotto con moglie e figlio: tutti morti”. Niente lacrime per i Vigili del fuoco, per quelli della Protezione civile, per i Carabinieri, per quelli della Polizia, Guardia di finanza, Esercito e volontari di mille gruppi e gruppetti. I primi ad arrivare sono prorio le squadre di abruzzesi, quelli che avevano un amico o un parente là sotto. Alle 12 di lunedì una manciata di scosse fa sospendere lo scavo di un palazzo di via Roma dove sono intrappolate due donne. Altri muri vengono giù: “Spostatevi, state al centro della strada”. Giusto un attimo e poi si ricomincia perché forse quelle due donne appartengono alla categoria dei fortunati che ce la potranno fare.
Suor Lidia è la superiora del convento delle Zelatrici del Sacro Cuore: “Siamo in 29 suore e per fortuna una sola si è fatta male. Ma dentro il convento è tutto distrutto e siamo in pigiama. In verità è venuto un frate cappuccino che aveva più coraggio di noi ed è entrato a prenderci qualcosa per mangiare. Ma nessuna di noi vuole rientrare. Siamo accampate qui fuori e domani ci penserà il Signore”.
Giovanni Coccia, 43 anni, ha lasciato la casa di Pettino, un quartiere nuovo alal periferia ovest. Ha con sé moglie e due bambine: “Quella è la zona nuova, ma le case all’interno sono tutte devastate. Io sono direttore di un’aziendas che si occupa di lavori stradali e per fortuna so come in questi casi bisogna mettersi al sicuro. Ci siamo sistemati sotto un trave portante con tutta la famiglia e ci siamo salvati ma, mi creda, non si riusciva nemmeno a stare in piedi. Cadeva tutto: il televisore, i quadri, i lampadari. Siamo usciti in pantofole quando le scale stavano piano piano cedendo. Ce l’abbiamo fatta e adesso penseremo al futuro, ma almeno noi siamo qui, tutti insieme. So di tanti che sono là sotto, è terribile”.
E così Pietro Musumeci, sottufficiale dell’Esercito in pensione. “Ho fatto il soccorritore in Irpinia e mi trovo oggi a essere soccorso. Penso andrò via dall’Aquila anche se la mia terra d’origine è Messina che quanto a terremoti non scherza”.
Si svuota la città, poco a poco ma inesorabilmente. Sette campi di raccolta, tendopoli e si trovano posti negli alberghi del circondario. Tutti aiutano tutti ma c’è poco da fare. La paura di nuove scosse, la paura degli sciacalli, la paura del presente, la paura del lavoro. Tutti fuggono via, e si inseguono le storie tramandate di bocca in bocca: “Hai saputo di quella mamma che ha fatto da scudo alla sua piccola che si è salvata ma lei è morta?”. “Ha saputo di quel medico che si chiama Guido Laris e che si è messo a scavare con le mani per salvare sua cugina e poi è corso al suo ospedale a fare pronto soccorso?”.
Hai saputo di una città che nonostante tutto non vuole arrendersi e non si arrenderà perché gli abruzzesi sono gente tosta, con la testa dura, che sa usare le mani per lavorare la terra e che saprà usarle per ricostruire?

La paura non passa. Trascorsa la prima notte, dopo quella terribile del terremoto, proseguono le scosse di assestamento. Un altra violenta scossa di terremoto si è verificata alle 11:27 di martedì 7, con magnitudo 4.3 della scala Richter. L’epicentro è stato rilevato tra l’Aquila, Collimento e Villa Grande.
A una prima scossa ne è seguita una seconda, a distanza di circa un minuto. Sono caduti alcuni muri pericolanti e calcinacci e cornicioni dai palazzi. Ci sono state scene di panico tra le persone che hanno trascorso la notte nelle auto sotto le proprie abitazioni. Due edifici sono crollati a Pettino, poco distante dalla scuola della guardia di finanza che è la sede del centro di coordinamento soccorsi per l’emergenza. Il crollo è avvenuto con la scossa più forte. Da quanto riferiscono fonti dei vigili del fuoco non risulta al momento che vi fossero persone nelle due palazzine crollate.
Dopo la scossa del 6 aprile sono state registrate finora 280 repliche. E questo non semplifica i lavori, ma i soccorsi continuano ininterrottamente, anche se, dopo il sole di questa mattina, si prevede maltempo a partire dal pomeriggio.
“Sono passate meno di 36 ore dal terremoto e, anche sulla base di altri avvenimenti recenti simili, c’è ancora speranza per le persone che eventualmente sono rimaste intrappolate sotto le macerie” ha detto Natale Mazzei, dell’ufficio Emergenze del dipartimento della Protezione Civile, ai giornalisti presenti al quartier generale della Protezione civile di Roma.
È tornato all’Aquila il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Il premier già ieri in elicottero aveva fatto un primo giro sulle zone più danneggiate. Ed è proprio il premier a fare l’ultimo ufficiale bilancio delle vittime: “190 vittime identificate, 17 da identificare, in totale, 207 vittime e 15 dispersi”. “L’operazione di risposta” aggiunge il presidente del Consiglio “prosegue in modo assolutamente soddisfacente”. Oltre 1.000, prosegue, sono i feriti.
A Onna, alle porte dell’Aquila, uno dei centri più colpiti del terremoto, sono estratti dalle macerie questa mattina altri due corpi senza vita e i cani segnalano altre persone sotto le macerie.
Gli sfollati a cui la Protezione Civile, i vigili del fuoco e le forze dell’ordine hanno prestato soccorso, sono 17 mila. La Protezione Civile spera di riuscire a dare assistenza entro oggi a tutti montando le 7 mila tende previste e portando all’interno delle tendopoli anche luce e acqua. Sono centinaia le persone provenienti dall’Aquila che dalla scorsa notte si stanno riversando negli hotel della costa pescarese.
In oltre 400 sono giunte a bordo di pullman e auto private nei grandi alberghi di Montesilvano. Tra loro intere famiglie e anche disabili. La macchina della Protezione civile, che conta sul posto 7 mila unità, comprese anche le forze armate e le forze dell’ordine, va avanti a pieno ritmo: “Entro oggi” ha affermato il vice capo dipartimento Marta Di Gennaro “saranno piantate 7 mila tende e nei prossimi giorni saranno garantiti 40 mila posti letto, mentre 234 squadre sono sul campo per verificare l’agibilità degli edifici colpiti. “Agli sfollati” ha spiegato Di Gennaro “sono stati distribuiti 18.000 pasti caldi e la possibilità di essere ricoverati in tende o negli alberghi lungo la costa adriatica. Anche chi ha preferito rimanere nelle vicinanze” ha concluso “dormendo nelle proprie automobili, ha ricevuto assistenza”. La Protezione civile sconsiglia l’invio di materiale solidale dal momento che le squadre di assistenza usano del materiale collaudato e consiglia invece di far riferimento ad altri canali di aiuto, già avviati.
È sotto il sole che l’Abruzzo si è svegliato. Tutto esattamente come ieri, compresa la previsione di un peggioramento pomeridiano nell’aquilano, con piogge localizzate, che si spera non interessino direttamente il capoluogo di regione e le zone limitrofe, e temperature tra i 5 ed i 19 gradi.
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