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Italiani e Islam: vade retro minareto

Vade retro minareto

(Bruno Ehrs/Corbis)

“Sai che bello svegliarsi con il canto del muezzin!” scrive Bobo su un blog. “No alla moscheizzazione territoriale” gli risponde un altro. Corrono sulla rete i commenti al referendum che domenica 29 novembre ha sancito il divieto “costituzionale” di costruire nuovi minareti in Svizzera.
La scelta è stata condannata con forza nelle sedi ufficiali, dall’Unione Europea all’Onu, dai giornali agli intellettuali di tutto il mondo. Ma, a giudicare dai risultati del sondaggio (sotto i grafici) che Panorama ha commissionato alla Euromedia Research, ancora una volta la “pancia” degli italiani ragiona in modo diverso dal cervello delle élite culturali, che peraltro avevano pronosticato un fallimento del referendum svizzero. Continua

Mattoni per la religione: l’invasione delle moschee

Islam in preghiera per l'inizio del Ramadan

All’indomani del fallito attentato kamikaze alla caserma Santa Barbara di Milano, a metà ottobre, la Lega nord è tornata a chiedere  uno stop alla costruzione di nuove moschee. Ed è appena tornata all’attacco contro l’ipotesi che ne venga edificata una proprio a Milano.
Oggi, secondo una ricerca appena pubblicata da Stefano Allievi, docente di sociologia all’Università di Padova ed esperto di Islam, le sale, gli scantinati e i capannoni dove si prega Allah in Italia sono 661, su un totale di oltre 9 mila luoghi di culto islamici in tutta Europa: quasi quante sono le chiese cristiane dei paesi europei o le moschee nel mondo islamico.Continua

“E il numero aumenterà, anche se in misura minore rispetto al passato” calcola Allievi. “Insomma, non siamo di fronte a un problema di libertà religiosa, però nei paesi di nuova immigrazione la carenza di spazi per la preghiera resta forte”.

Il punto nevralgico è, piuttosto, la difficoltà di rapporto con gli oltre 16 milioni di musulmani che vivono nelle città europee. Per questo le moschee sono diventate il simbolo del conflitto, perfino nei più tolleranti paesi nordici; oppure al contrario, come dimostrano alcuni esempi in Francia e Germania, una possibile strada verso il dialogo.

In estate il consiglio comunale di Copenaghen ha dato via libera alla costruzione di due grandi moschee, una sciita e una sunnita. La decisione è stata lunga e sofferta e ha incassato il fragoroso no del Partito popolare danese.
La formazione di destra, alleata dei Conservatori al potere in Danimarca, ha lanciato una dura campagna mediatica per sottolineare che i due centri di culto saranno realizzati con i fondi del “regime terrorista iraniano” e con quelli dei “dittatori sauditi”. Una mossa che, cavalcando la difficile convivenza tra danesi e immigrati, il 17 novembre ha regalato ai popolari un aumento di quasi il 2 per cento dei voti alle elezioni municipali di Copenaghen.
Il paese conta 250 mila musulmani su una popolazione di 5,5 milioni di abitanti e l’integrazione non è semplice, come ha mostrato la vicenda delle vignette su Maometto, pubblicate nel 2005. Del resto, nota Allievi, “la Danimarca ha il doppio dei luoghi di preghiera islamici rispetto alla vicina Svezia, ma la metà dei fedeli musulmani”.

Anche in Svizzera c’è chi ha dichiarato guerra ai minareti, “simbolo della conquista e del potere dell’Islam”. Lo Schweizerische Volkspartei ha raccolto 150 mila firme per un referendum che il 29 novembre chiederà ai cittadini se vogliono inserire nella costituzione il divieto di erigere le torri con la mezzaluna.
La maggioranza dei partiti si è schierata contro l’iniziativa. Ma Oskar Freysiger, un dirigente dello Svp, obietta: “I musulmani desiderosi d’integrarsi di sicuro non vogliono i nuovi minareti pagati dai wahabiti”. A dispetto delle tesi di Freysiger, la maggior parte delle moschee in Europa e realizzata con collette tra i musulmani locali: “Quella dei finanziamenti stranieri è una suggestione” afferma Allievi, che pero riconosce: “Ogni anno, in vista del Ramadan, ci sono delegazioni che vanno nei ricchi paesi mediorientali a caccia di contributi”.

In Francia, dove la comunita musulmana è la piu numerosa d’Europa, il 30 per cento dei fondi per la costruzione delle nuove moschee arriva, invece, dalle casse statali. A sorpresa, perché una legge vieta il finanziamento pubblico dei luoghi di culto. Nei prossimi anni piu di 200 centri di preghiera islamici sorgeranno nelle citta francesi con la benedizione dello stato. Uno degli esempi piu recenti e quello di Creteil, un centro alle porte di Parigi. Nel dicembre 2008 è stata inaugurata una moschea che può accogliere 2 mila persone.
È costata 4,5 milioni, e uno l’ha pagato il comune aggirando la legge con uno stratagemma ormai consolidato: i soldi pubblici non coprono le spese della sala di preghiera, ma contribuiscono a quelle dei locali annessi: il centro culturale, il ristorante o il parcheggio. Il primo cittadino socialista di Creteil, Laurent Cathala, è convinto che così si favoriscano la coesione sociale e un maggiore controllo sul finanziamento dei lavori: “Spesso chi esige la trasparenza dei fondi e si oppone al denaro degli stati stranieri contesta anche l’aiuto finanziario delle municipalita. È un po’ contraddittorio” rileva. Cathala non lo vuole ammettere, ma a dettare la sua scelta (e quella di molti altri sindaci francesi) è stato il peso elettorale della comunita musulmana.

Del resto anche in Gran Bretagna, dove la presenza islamica e diffusa e radicata, ci sono sette musulmani alla Camera dei lord, e sei alla Camera dei comuni. Decine sono quelli selezionati per le prossime elezioni politiche, centinaia quelli con un posto nelle amministrazioni locali.
Dopo gli attentati del 2005, Londra ha avviato un esteso reclutamento di imam inglesi o anglofoni per arginare l’influenza di quelli più radicali e non in linea con i valori occidentali.

“Scontato che i luoghi di culto possano essere punto di riferimento per gli estremisti” osserva Allievi. “Tuttavia nei casi più noti di terrorismo in Francia, Gran Bretagna e Italia gli arrestati frequentavano soprattutto associazioni legate a network radicali. Un motivo in più per sostituire i luoghi di preghiera nascosti con moschee visibili e con imam in contatto con le autorità”.
È quanto e accaduto a Duisburg, in Germania, dove il quartiere e le comunita religiose sono stati coinvolti nella realizzazione della grande moschea Merkez. L’edifico, in stile bizantino, ha un’enorme cupola, due minareti alti 34 metri e ampie vetrate panoramiche, inusuali nell’architettura islamica, a suggerire l’impegno per la trasparenza. A Colonia, invece, il progetto della moschea con minareti da 55 metri è finito nella bufera per la sfida estetica e ideologica che lanciava al duomo.

La strada più ardita per sanare i possibili conflitti l’ha imboccata comunque il governo della Catalogna.
A Barcellona attualmente sono registrati 169 luoghi di culto, alcuni dei quali frequentati in passato anche da estremisti. Il problema più impellente, però, e l’opposizione di moltissimi quartieri della citta contro l’edificazione di nuove moschee: per questo nel 2007 la giunta di sinistra ha approvato una legge, unica in Europa, che introduce l’obbligo per i comuni di riservare entro dieci anni una porzione di suolo pubblico per edilizia a uso religioso: Islam compreso.

La mappa europea dell'Islam e degli oltre 9mila luoghi di culto

La mappa europea dell'Islam e degli oltre 9mila luoghi di culto

(hanno collaborato: Fausto Biloslavo, Emanuela Mastropietro, Gian Antonio Orighi, Walter Rauhe e William Ward)

La direttiva Maroni: “Basta manifestazioni davanti ai luoghi di culto”

Musulmani davanti al duomo di Milano
“Mai più moschee a cielo aperto davanti alle cattedrali”. Questa la parola d’ordine di Roberto Maroni, dopo i casi delle manifestazioni pro-Palestina concluse a Milano e Bologna con una preghiera islamica nelle piazze principali delle città. Pensiero che lo ha guidato, lo ammette lui stesso, all’emanazione di una direttiva, inviata ai prefetti, per regolamentare la concessione degli spazi per le manifestazioni.
I prefetti dovranno tenere conto della “salvaguardia” di alcune aree “di particolare importanza dal punto di vista sociale, simbolico e religioso”. Se il principio è chiaro, meno chiara rischia di essere la sua applicazione: un’interpretazione restrittiva può di fatto vietare qualsiasi manifestazione nei centri storici delle città italiane, dove monumenti e chiese abbondano. “L’obiettivo” ha spiegato Maroni, “è una migliore gestione delle manifestazioni e garantire il diritto dei cittadini a fruire pacificamente degli spazi della propria città”. Altra novità: si chiederà agli organizzatori dei cortei una sorta di “caparra” per tutelarsi in caso di danni agli edifici o all’arredo urbano.
Molto misurate le reazioni dei responsabili dei centri islamici milanesi, che del resto per l’episodio della preghiera-occupazione davanti al Duomo dello scorso 3 gennaio si erano già scusati pubblicamente con la Curia milanese. ”Sono totalmente d’accordo con la direttiva del ministro”, ha commentato il ministro per le Politiche comunitarie Andrea Ronchi “ciò non significa impedire l’espressione libera del culto. Significa soltanto evitare le profanazioni come quelle che ci sono state a Milano, a Bologna e a Roma davanti al Colosseo”. Lo ha detto a Milano a margine di un convegno della Comunità religiosa islamica (Coreis) riferendosi alla direttiva per vietare le cosiddette ‘preghiere in piazza’. Ma un plauso a Maroni arriva anche da alcuni avversari politici: per Antonio Di Pietro “Maroni non intende criminalizzare chi vuole pregare. Chiede solo che si sappia prima dove si svolgeranno le manifestazioni; già oggi in alcuni luoghi come le sedi diplomatiche e le sedi dei partiti ci sino regole simili. Dunque non ci prestiamo alla strumentalizzazione preventiva antileghista”. Critico invece il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza:”Secondo la nuova normativa le manifestazioni potranno essere sostituite da gite bucoliche e pic-nic in aperta campagna” commenta ironicamente “A quali possibili percorsi pensava il ministro nel proporre i nuovi divieti? Con queste indicazioni tutto il territorio urbanizzato risulta interdetto. La grande fortuna dell’Italia è di essere il Paese più ricco di monumenti storici. Ogni piazza ha la sua chiesa e il suo supermercato, in ogni borgo e frazione: come dovranno regolarsi i Prefetti per autorizzare le manifestazioni? E soprattutto” conclude Cogliati Dezza “perché criminalizzare una democratica espressione di partecipazione?”.

Dopo il caso delle preghiere islamiche in piazza Duomo a Milano, il ministro dell’Interno scrive ai prefetti chiedendo lo “Stop alle manifestazioni davanti ai luoghi di culto”. Siete d’accordo?
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