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In Calabria lo scandalo degli ospedali ad personam

Lo scandalo degli ospedali ad personam

Anche la scorsa settimana non è stata troppo disagevole per i chirurghi dell’ospedale di Oppido Mamertina, 5.484 abitanti alle pendici dell’Aspromonte. Una banale operazione per rimuovere un’ernia, il martedì. Poi normale amministrazione: un buffetto sulla guancia ai malati, due chiacchiere con i colleghi nei lunghi e deserti corridoi, qualche controllo di routine. Dopo mesi di duro lavoro, una settimana per tirare il fiato? Non esattamente: qui l’inattività è ormai endemica. Nel 2008, per dirne una, gli interventi con un ricovero di mezza giornata sono stati 53. A fare due calcoli, la media è sconcertante: un’operazione a settimana, weekend esclusi. Perfettamente in linea con le medie di questa stagione.
L’ospedale di Oppido Mamertina compendia perfettamente lo sfascio della sanità calabra. Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, qualche giorno fa ha ragguagliato: “Due miliardi di debiti”, “servizi inadeguati”, “pessima gestione”. Lo spauracchio imminente, ha aggiunto, è il commissariamento.
Decisione già presa nell’azienda sanitaria della provincia di Reggio Calabria, l’Asp 5, sciolta per infiltrazioni mafiosa meno di un anno fa. Adesso è guidata da Massimo Cetola, 61 anni, un passato da vicecomandante generale dell’Arma dei carabinieri. “Bisogna mettere mano a tutto: abbiamo trovato una situazione disastrosa” spiega con risolutezza militare. “Un debito mastodontico che ancora non riusciamo a quantificare con precisione, ma che si aggira attorno al mezzo miliardo di euro”.
Come si è arrivati a questa situazione? Semplice, trasformando la sanità in un ricettacolo di sprechi di ogni genere, fomentati da interessi personali e politici. Un sistema in cui la cosa pubblica è diventata cosa privata. L’elenco è lungo: gestione contabile truffaldina e scriteriata, bustarelle per avere una pensione di invalidità, fannullonismo dilagante, guardie mediche inutili. E ospedali fantasma.
Come alcuni tra quelli che affollano la piana di Gioia Tauro. Poco distanti l’uno dall’altro, hanno in apparenza forte penuria di posti letto: 18 a Taurianova, 20 a Palmi, altrettanti a Oppido Mamertina. Ma hanno una media strabiliante di dipendenti per degente: sei. A cui si contrappongono servizi eufemisticamente approssimativi. Come testimonia la storia, successa lo scorso anno, di Flavio Scutellà, 12 anni: cade dall’altalena, batte la testa sul selciato e comincia a girare in ambulanza per tutte e sette le strutture della piana. Nessuno riesce a intervenire sul suo ematoma, che intanto si allarga. Nove ore dopo l’incidente Scutellà muore a Reggio Calabria, ottava tappa del vergognoso pellegrinaggio.

Ospedali fantasma: potrebbe sembrare un titolo a effetto. Invece in questo caso vale il contrario: la realtà supera l’immaginazione. Basta fare un giro nello scrostato casermone color crema di Oppido Mamertina in un giorno infrasettimanale, poco prima dell’ora di pranzo, quando dovrebbe pullulare di persone. Nel semideserto corridoio al primo piano c’è la chirurgia. Vicino a una finestra, due uomini in camice bianco parlottano annoiati: “In effetti non c’è molto da fare” si lascia andare il medico. “L’anestesista c’è solo per sei ore a settimana. Si fa qualche interventino: una fistola, una cisti, poco altro”.
Anche negli altri reparti non si lavora come dannati. I laboratori totalizzano 90 mila esami all’anno. Sono pochi? Peggio: sono pochissimi. Il Lazio, per esempio, ha stabilito che quelli che ne eseguono meno di 750 mila dovranno chiudere.
Le conclusioni le tira il direttore sanitario dell’Asp 5, Enzo Rupeni, un garbato trevigiano mandato in Calabria con l’arduo compito di frantumare clientele e sperperi: “Tenere aperto un ospedale del genere è ridicolo. Abbiamo proposto di riconvertirlo, ma le popolazioni locali si sono opposte fermamente, spalleggiate da politici di ogni parte”.
Del resto si tratta di battaglie elettorali molto remunerative: tutti vogliono il reparto sotto casa e per questo sono pronti a dare voti al capopopolo di turno. “Bisogna uscire dalla logica per cui chiudere equivale a ledere il diritto alla salute” dice Rupeni. “Strutture così piccole sono pericolose, ancor prima che inefficienti”.
A 15 chilometri da Oppido c’è un altro ospedale piccolissimo: quello di Taurianova. Anche qui una visita è chiarificatrice. Primo pomeriggio: stanze chiuse, silenzio irreale, nessuno in giro. Il giovane infermiere della guardia medica distoglie per un attimo gli occhi dal televisore: “Gli uffici chiudono alle 2″ informa. “E di pomeriggio restano non più di tre medici”. Eppure, ci sono 107 dipendenti: 6 per potenziale ricoverato.
Il record del rapporto tra dipendenti e posti letto va però a Palmi: 20 per 143 lavoratori, tra cui 32 dirigenti. Anche qui serpeggia desolazione: tutte le poltroncine marroni per le attese sono vuote. Ma a sentire parlare di inefficienza Vincenzo Rondanini, primario di nefrologia, si accalora: “In vent’anni hanno chiuso 13 reparti. Ci hanno affossato i politici, avvantaggiando i paesi vicini. A Palmi gente influente non ce n’è mai stata”. I soldi però si sono continuati a spendere: gli ultimi 20 mila euro in due sale operatorie mai utilizzate.
Di chiudere i piccoli ospedali della piana si discute da tempo. A dicembre del 2007 fu l’allora ministro della Salute, Livia Turco, ad annunciare austerità. Non è cambiato niente. Anche i tentativi della commissione incontrano pervicaci resistenze: “E purtroppo i nostri poteri sono straordinari solo a parole” sostiene il generale Cetola. “La sensazione è che molti aspettino la scadenza del mandato per riprendere la solita piega”.
A perpetrare cioè quegli sprechi ben sintetizzati dalla proliferazione delle guardie mediche. Nella piana ci sono un dottore ogni 1.700 abitanti, il triplo della media nazionale, e 23 ambulatori, il doppio di quanti ne servano. Per la commissione non ne occorrono più di 11. Cinque presidi sono stati soppressi lo scorso giugno: ad Anoia, Melicuccà, Feroleto della Chiesa e Terranova. Chiuso anche quello di Serrata, 928 abitanti, che distava solo 2 chilometri da Maropati, 1.737 residenti.
Moltissimo però resta da fare. Nella guardia medica di Cosoleto, 951 abitanti, lavorano a rotazione quattro medici. E Varapodio, poco più di 2 mila anime, è una struttura fondamentale per la sanità della zona? Non proprio: l’ospedale di Oppido Mamertina dista solo 3 chilometri.
A Roccaforte del Greco, 666 abitanti, gli ispettori hanno voluto controllare di persona la produttività. Aperto il registro, hanno trasecolato: i medici avevano fatto due misurazioni della pressione in mezza giornata.
Gente infaticabile come gli infermieri della chirurgia di Gioia Tauro. Negli ultimi due mesi 11 su 22 hanno presentato certificati medici che li impossibilitavano al lavoro, per un totale di 251 giorni di infermità.
A Melito Porto Salvo, invece, le malattie colpiscono durevolmente e senza guardare in faccia nessuno: il 35 per cento dei dipendenti ha cicliche inidoneità fisiche: mal di schiena, allergie al sangue, depressione. Stati clinici che li costringono a lavori d’uffico invece che a turni di notte o in sala operatoria.
In una parola: situazione sconfortante. Così come lo sguardo del bracciante Salvatore Maurici, 58 anni, seduto nella sala d’attesa al secondo piano dell’ospedale di Palmi. Fuori è buio, il corridoio è tetro e, come sempre, non c’è nessuno con cui parlare. Capita sempre così. Lui lo sa bene, dato che per tre giorni alla settimana accompagna il padre a fare la dialisi: “Se qui non c’è mai nessuno, un motivo ci sarà. Del resto, lo sanno tutti qual è il miglior reparto della zona: l’aereo che parte da Reggio Calabria e atterra a Roma”.

Ospedali fantasma, Loiero: “Li chiuderemo entro il 2010″

Il governatore della Calabria è a Roma, reduce dall’incontro con il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. La sanità della regione che guida da quasi quattro anni rischia il commissariamento. È ormai un’idrovora che ha accumulato 2 miliardi di deficit.
La situazione è allarmante.
Difficilissima, davvero. Non possiamo più nasconderci. È uno sconquasso.
Cosa le ha detto il ministro Sacconi?
Che bisogna incidere sul personale: organizzare meglio i manager e bloccare le assunzioni.
E voi le bloccherete?
Questo è sicuro. Il personale è decisamente ipertrofico. Ma del resto in Calabria le imprese stentano, le infrastrutture mancano, la criminalità è fortissima…
Quindi?
La sanità è il settore che dà più lavoro. Siamo sottoposti a pressioni drammatiche per assunzioni inutili e il mantenimento dei privilegi: io, i politici, i dirigenti. Ma non c’è scelta: interverremo con coraggio.
Qualcuno remerà contro.
Senza dubbio. Ma il rischio di saltare all’aria, alla fine, convincerà anche i più riottosi. Tutti capiranno che la situazione è insostenibile. E un commissario calato dall’alto può solo peggiorare la situazione. La falce manzoniana “che pareggia tutte le erbe” non la vuole nessuno. Anche chi punta a mantenere i privilegi.
Il piano di rientro è pronto?
Lo sarà tra due settimane. Ridurremo sprechi e personale, costruiremo nuovi ospedali.
Basterà a risanare?
Fra le tante misure, stiamo studiando l’ipotesi di ripristinare il ticket. La gente spesso da noi tende a fare incetta di medicinali e ricoveri. Tanto tutto, o quasi, è gratuito.
Del disastro della sanità calabrese si parla da anni.
Ho ereditato una situazione drammatica: il deficit si è accumulato dal 2001, all’epoca del centrodestra.
Durante la sua presidenza però è raddoppiato.
È l’effetto anche degli interessi passivi sul debito. Noi stiamo andando spediti, ma a Roma devono capire che qui intervenire non è difficile solo a parole. Ci sono distorsioni, sprechi, collusioni. Le cose più torbide.
Come si ridimensiona l’influenza della ‘ndrangheta?
Ci vorrà tempo. Intanto abbiamo istituito la stazione unica appaltante per le gare sopra i 150 mila euro. La guida Salvatore Boemi, un ex procuratore aggiunto di Reggio Calabria esperto di criminalità.
Chiuderete i piccoli ospedali come quelli di Oppido Mamertina, Taurianova, Palmi?
Sono diventati strumenti di morte, non di vita. Un rischio per i pazienti.
Le sembrano più pericolosi o diseconomici?
Entrambe le cose: avere 20 posti letto non è solo uno sperpero. Se manca la tac, come si fanno certe diagnosi?
Quando verranno chiusi?
Entro un anno e mezzo. Prima costruiremo gli altri: siamo già nella fase dei progetti preliminari. In alcuni ospedali soppressi allestiremo case della salute, per le prime diagnosi. Così da scoraggiare ricoveri inappropriati.
Supererete la logica di un politico per ogni reparto?
Dobbiamo: questi piccoli ospedali ormai sono diventati una palla al piede.

Referendum sul testamento biologico? Così Marino divide il Pd

Ignazio Marino
Il referendum come arma, se non si riuscisse in Parlamento a modificare il disegno di legge della maggioranza sul testamento biologico, rischia di far male soprattutto al Pd.
L’affondo contro il ddl arriva da Ignazio Marino, senatore-medico del Pd che ha guidato fino a pochi giorni fa i democratici in commissione Sanità. Ma la prospettiva di una consultazione popolare, dalla quale gli esponenti della maggioranza dicono di ”non essere spaventati”, spacca i democratici, con la nuova capogruppo in commissione Dorina Bianchi che bolla l’uscita di Marino come ”grave errore”.
Ospite di un convegno organizzato dai Radicali per ‘’smascherare tutte le menzogne raccontate su Eluana”, Marino ha fatto un intervento lungo e appassionato, ricevendo più volte l’ovazione di una platea gremita da oltre mille persone. Dopo aver smontato pezzo per pezzo il testo al vaglio della commissione Sanità di Palazzo Madama e chiarito che si tratta di ”una battaglia per la difesa della nostra libertà di scelta sancita dalla Costituzione”, Marino ha garantito di essere pronto a fare di tutto per ”cancellare” il provvedimento qualora diventasse legge. Fino a spingersi a prevedere la necessita’ ”di un referendum abrogativo” se il disegno di legge passasse cosi’ com’è. Allora ‘’si vedrà se valgono di più le parole di 400 parlamentari o del 90% degli italiani. Credo che per molti sarà un brusco risveglio”.
Se la proposta ha trovato subito l’approvazione dei Radicali, che il senatore aveva indicato come ”trasparenti e leali molto più di altri”, non si è fatta troppo attendere una nuova spaccatura all’interno dello stesso Partito Democratico. In serata infatti Dorina Bianchi, che guida ora la compagine del Pd in commissione, ha fatto sapere di non condividere affatto la posizione del collega di partito: ”Spostare lo scontro dalle aule delle Camere e portarlo nelle piazze” ha detto “significa alimentare uno scontro sbagliato fra due radicalismi. Dovremmo impegnarci tutti per approvare una buona legge”. E aggiunge la vicepresidente della Camera Rosy Bindi: ”Parlare ora di referendum è un regalo a chi non vuole fare la fatica di definire una buona legge sul fine vita”.
Pronta la replica di Marino: gli sforzi per ”lavorare su tutti gli emendamenti possibili si dovranno moltiplicare in questi giorni”, ha assicurato, mantenendo però’ il punto: ”Se ci fosse veramente la volontà del Pdl di non recepire gli emendamenti, bisognerà utilizzare tutti gli strumenti che la Carta costituzionale mette a disposizione perché siano tutelati i principi in essa contenuti”.
La maggioranza, intanto, non si sente per niente scalfita dalla minaccia di una consultazione popolare: gli italiani, èil pensiero di Raffaele Calabrò, relatore del ddl in commissione, boccerebbero un eventuale referendum, perché il testo ”ricalca i valori più profondi della nostra civiltà”.
Anzi, per il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella, il referendum si trasformerebbe in ”un’altra grande sconfitta” proprio per il Pd. ”La questione legata a nutrizione e idratazione artificiale” ha rilevato Roccella “è divenuta piuttosto la ‘guerra’ del senatore Marino, ma non credo sia una questione così dirimente per gli italiani”.
Il referendum, insomma, sarebbe una debacle per il Pd come accadde per ”il referendum sulla legge 40”. E proprio perché non si ripeta ”lo schema della legge sulla procreazione assistita”, Emma Bonino lancia un appello ”a tutti i liberali e i laici se ancora ci sono nel Paese” perché ci sia una ”mobilitazione preventiva. Altrimenti si perde questa battaglia, che non è di destra o di sinistra, ma per la libertà”.

Non solo vacanze low cost. Dal dentista dell’Est per due soldi…

55 mila abitanti e 400 dentisti
di Alessandro Calderoni

C’è chi in bocca ha soltanto i propri denti e chi tra le labbra ha l’equivalente di un’automobile o addirittura di un monolocale, volendo convertire in beni tangibili l’esorbitante onorario riconosciuto all’odontoiatra per un sorriso restaurato. Per questa ragione oltre 20 mila italiani ogni anno scelgono di andare a curarsi in Ungheria, Romania, Serbia o Croazia, pagando in media il 60 per cento in meno rispetto alle tariffe italiane.

Su internet trovare un dentista a prezzi stracciati nell’Europa dell’Est è facile. Più difficile capire chi si ha di fronte. Primo problema: la lingua. Spesso l’italiano del sito è stentato e non ispira grande fiducia. Capita per esempio sul sito ungherese Topdentista.hu, su quello svizzero Dentaltravel.ch, sul romeno Medicaltours.ro/turismo-dentale/, sul croato Dentisti-pola-croazia.com. Tra i meglio tradotti Rosengarten.hu offre soggiorni nell’omonimo albergo con clinica annessa; Fogpotlasklinika.hu punta su sicurezza e tecnologia; Dentistainungheria.com si sofferma anche sugli aspetti turistici del viaggio.

Problema numero due: conoscere i dentisti senza affrontare un viaggio preliminare è molto difficile. La soluzione più semplice, quindi, è cercare una società italiana che organizzi direttamente le trasferte e offra garanzie su strutture e professionisti. Nel gennaio 2006 apre il sito Holident.it: specifica i curricula dei medici anche se non i nomi delle cliniche, promette controlli presso dentisti italiani convenzionati, dà accesso ai listini previa registrazione. Al sito non corrisponde una società vera e propria ma l’ideatore del servizio, l’italoungherese Attila Kiss, che ha un ufficio reale, a due passi da piazza del Duomo a Milano. Nel novembre 2006 nasce Turismodontoiatricoinserbia.it. È di Enzo Lozzi, titolare della società Erident, un gruppo che controlla studi dentistici a Brescia, Pescara, Sulmona e Roma. Prima propone una visita in Italia, poi la trasferta all’ospedale militare di Novi-Sad in Serbia. Gli impianti utilizzati sono prodotti dalla società milanese Normadent, che è promossa dallo stesso Lozzi. Approfondendo si scopre che la Erident risulta chiusa da un anno e Lozzi, ex titolare di una piccola azienda odontotecnica, non è iscritto all’albo dei medici italiani. “Mi sono specializzato in stomatologia a Bucarest e lì sono iscritto, insegno all’Università di Costanza, opero in Serbia e in Romania” racconta.

Dicembre 2007, nasce Dentista-estero.com. Nessuna società d’appoggio, nessun ufficio indicato, ma cinque studi convenzionati in Ungheria e tre in Croazia. Al cellulare risponde Cesare Cacchi, odontoiatra di Imola regolarmente iscritto all’albo. “Non ho uno studio e non esercito più, troppa concorrenza. L’estero è il business del futuro”.
Tra novembre 2007 e marzo 2008 vedono la luce quattro siti esplicitamente collegati tra loro: Dentalgroup.it, Dentista-estero.it, Dentista-estero.eu, Turismo-dentale.it. A gestirli è la società Open Mind di Virna Bertelli, 48 anni: in curriculum una carriera come organizzatrice di eventi per la rappresentanza italiana a Bruxelles e in seguito per il consolato generale canadese a Milano. Vi si trovano informazioni sui dentisti ungheresi convenzionati, tariffe, marche degli impianti usati, garanzie rilasciate. Ci sono numeri di telefono fissi e cellulari. E un indirizzo di Cologno Monzese. Manca però l’indicazione della destinazione del viaggio.

Quella la Bertelli la dice a voce. Accoglie Panorama in un piccolo e spoglio ufficio di periferia. “Dieci anni fa un dentista italiano mi ha rifatto la bocca” racconta. “Nel 2004 il lavoro era da buttare e ho provato personalmente ad andare in Ungheria. Poi ho portato mio marito. E infine anche la moglie di un mio socio. L’idea di farne un lavoro è nata in seguito”. Funziona così. Con una radiografia panoramica e un preventivo italiano, in pochi giorni Bertelli ottiene un primo preventivo di massima dai medici ungheresi, è in grado di fissare una visita preliminare gratuita e può prenotare un volo low cost per Bratislava, dove un’auto preleva i pazienti per portarli gratuitamente nella struttura. Meta finale: Sopron, 55 mila abitanti, di cui 400 dentisti, al confine tra Ungheria e Austria. Qui sorge l’hotel Rosengarten, struttura confortevole che comprende all’interno una clinica odontoiatrica con quattro medici e una receptionist-interprete.

Partenza da Orio al Serio (Bergamo) per Bratislava poco dopo le 16, volo Ryanair, un’ora e 10. Al massimo 40 euro se si prenota in tempo; 220 se si compra il biglietto un giorno prima. All’arrivo un minibus carica otto pazienti. Altri quattro sono già arrivati.
“Abbiamo una media di un cliente al giorno” puntualizza Virna Bertelli. Dopo un’ora di percorso si arriva all’hotel: 40 euro al giorno per la stanza, a scalare secondo la spesa odontoiatrica, gratis oltre i 4 mila euro di cure. Sono le 8 di sera, giusto in tempo per la cena: 20 euro per un pasto ottimo, filetto compreso. E c’è anche il menu per chi non può masticare.

La mattina successiva le visite cominciano alle 9. Ogni paziente italiano viene radiografato, poi visitato da uno dei medici di turno, con l’assistenza linguistica della receptionist. Tutto incluso. Gli studi sono modernissimi e puliti e gli strumenti sembrano di ultima generazione e di recente acquisto. I preventivi dettagliati vengono emessi senza impegno poco dopo la visita e comprendono una ripartizione temporale degli eventuali interventi; per quelli più complessi sono richiesti tre viaggi, di cinque giorni ciascuno, a tre-quattro mesi di distanza l’uno dall’altro. La garanzia sugli interventi e sui materiali impiegati è scritta. La fatturazione è regolare.

Katia, 40 anni, è partita con un preventivo milanese da 28 mila euro, torna con uno ungherese da 13 mila. Nino, 44 anni, nella vita fa il grafico e la prospettiva di spendere quasi 20 mila euro per cinque impianti e altri ritocchi non lo rendeva certo sereno: a Sopron la previsione di spesa supera di poco i 10 mila euro. Sergio e Maria, marito e moglie, hanno 47 anni, vengono da Avellino e sono già in cura. Lei è proprietaria di un salone di bellezza e ha bisogno di otto corone, tre estrazioni e quattro impianti: 24 mila euro in Italia, 10 mila al Rosengarten. Lui è un tecnico informatico e l’accompagna per farsi due ponti e due estrazioni a meno di 3 mila euro.
i dentisti italiani e quelli ungheresi

“Ti senti in vacanza, non dal dentista. Peccato solo che fuori dalla clinica nessuno parli italiano e non ci sia molto da fare in giro”. Alle 15.30 due auto caricano i pazienti e alle 20.30 tutti sono di nuovo a Milano.
“Capisco che il risparmio sia allettante” commenta Roberto Callioni, presidente dell’Associazione nazionale dentisti italiani, “ma occorre fare attenzione a quattro fattori fondamentali. Primo, il titolo di studio e gli aggiornamenti dei medici; secondo, la sterilizzazione degli strumenti; terzo, la certificazione scritta dei materiali usati; quarto, stabilire a priori chi e come si assume la responsabilità dell’intervento”.

In Ungheria la vita costa meno che in Italia e anche le cure odontoiatriche riflettono questa differenza. Tuttavia, dopo aver confrontato i prezzi, sorge il sospetto che i camici bianchi nostrani approfittino del portafoglio dei pazienti. “Il mestiere del dentista è molto costoso” replica Callioni “studio, assistenti, strumenti, materiali. Su 100 euro di ricavo 60 vanno in costi e sui rimanenti 40 si pagano le tasse. Non se ne verrà fuori finché lo Stato non concederà ai cittadini una maggiore detraibilità fiscale delle spese dentistiche”.

Sarà, però nel Nord-Est italiano i sindacati hanno trovato una soluzione diversa. Prima la Cgil di Bolzano, poi Spi e Cgil del Friuli Venezia Giulia, quindi anche il sindacato in Veneto: negli ultimi sette anni sono nate convenzioni per gli iscritti che consentono di andare dal dentista in Croazia, a prezzi convenienti. Gli odontoiatri locali hanno reagito secondo le regole del mercato: calmierando i prezzi e offrendo una controconvenzione altrettanto conveniente per far rimanere i pazienti in Italia.

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