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Daniele-Mastrogiacomo

Trattative e misteri a Kabul: tutti i retroscena

Roma

di Giovanni Porzio

I canali aperti durante il sequestro di Daniele Mastrogiacomo erano tre.
Subito dopo il rapimento si è attivato il canale istituzionale: Unità di crisi della Farnesina, ministero della Difesa, servizi segreti, ambasciata d’Italia a Kabul. Ma il tentativo di ottenere la liberazione del giornalista di Repubblica, del suo interprete Ajmal e dell’autista Saied Agha proponendo un riscatto in denaro fallisce subito: il mullah Dadullah fa sapere di non essere interessato ai soldi.

Il secondo tentativo viene portato avanti, in modo parallelo, da un contatto di Repubblica: il misterioso freelance Claudio Franco, un italiano con passaporto inglese che da anni lavora come “ricercatore” al confine tra Pakistan e Afghanistan. Franco ottiene buoni risultati: è lui a ricevere il primo audio di Mastrogiacomo con le richieste talibane. Ed è sempre lui a trattare sul principio di uno scambio “controllato” di prigionieri che salvi la faccia al governo afghano e a quello italiano: media contro media, i due giornalisti rapiti contro i due portavoce talibani detenuti a Kabul.

Ma il governo italiano ha fretta di chiudere. E l’unico in grado di portare a casa il risultato entro i tempi previsti del voto del Parlamento sul rifinanziamento della missione in Afghanistan è Gino Strada. Il fondatore di Emergency è esplicito: condurrà la trattativa ma non vuole interferenze da parte dei servizi segreti italiani. D’Alema approva. E Dadullah alza la posta: fa uccidere l’autista e chiede la liberazione di 15 comandanti talibani. Dopo convulse trattative il numero scende a 5, che Karzai ordina di scarcerare in seguito a forti pressioni da Roma.

Qualcosa però (anzi molto) va storto. Ajmal resta in mano talibana e sarà poi decapitato. Il capo della sicurezza dell’ospedale di Emergency a Lashkargah, Rahmatullah Hanefi, l’uomo che ha condotto le trattative per conto di Strada, viene accusato dal governo afghano di collusione con i talibani e finisce in carcere. Mentre il prezzo politico pagato dal nostro governo per salvare la vita di Daniele Mastrogiacomo si rivela, col passare dei giorni, sempre più elevato.

Sequestri: perché Berlusconi dà una mano a Prodi

L'arrivo di Giuliana Sgrena a Ciampino.
Nel momento di massima debolezza, stretto tra l’uccisione per mano dei
talebani di AdiJimal Nashkabandi, collega e interprete di Daniele Mastrogiacomo, e le debordanti accuse di Gino Strada per la mancata liberazione di Rahmatullah Hanefi, prigioniero dei servizi segreti afghani, Romano Prodi riceve un aiuto inatteso, almeno per l’opinione pubblica: quello di Silvio Berlusconi, che fischia l’alt alle polemiche politiche da parte del centrodestra, dove qualcuno si era spinto a chiedere l’impeachment del premier.
Perché? Un mistero nei misteri? Si può prendere per buona la versione berlusconiana (”Le ragioni umanitarie, il prestigio e il buon nome del Paese vengono prima di tutto”), oppure, contemporaneamente vedere quale scomodo scenario politico, e non solo, questo drammatico strascico del sequestro Mastrogiacomo rischia di aprire non solo per il governo, ma anche per l’opposizione.
Prodi, nella vicenda Afghana, rapimento compreso, ha scelto il metodo suggerito dalla sinistra massimalista: delegare tutto, o quasi, a Gino Strada e ad Emergency, che di quella parte è un’icona e un modello.
Modello anche politico, se Fausto Bertinotti, dopo il rilascio del reporter di Repubblica al prezzo della liberazione di cinque capi talebani si era detto “orgoglioso di vivere in un Paese che segue comportamenti simili. E se Massimo D’Alema e Piero Fassino avevano ipotizzato di coinvolgere i “talebani buoni” in una conferenza di pace per ora proposta solo dall’Italia.
La piega presa dagli avvenimenti minaccia non solo di mandare a gambe all’aria quel modello, ma di far definitivamente franare “la diplomazia alla Gino Strada” alla quale l’Unione sembrava essersi affidata, e che era già finita pesantemente nel mirino degli americani, e poi degli inglesi, dei tedeschi.
Ma anche i governi precedenti, quelli di Berlusconi, hanno evidentemente qualche coda di paglia. Si tratta del ruolo del Sismi nella liberazione degli ostaggi, a cominciare da quello di Giuliana Sgrena in Iraq. Se si osservano le immagini dell’arrivo della Sgrena a Ciampino si nota subito chi c’è a spalancarle il portello dell’aereo di Stato: Marco Mancini, numero due del servizio e braccio operativo dell’allora capo, Nicolò Pollari.
Certo, una differenza c’è, e sostanziale: il Sismi è una branca dello Stato, Emergency no, anzi agisce spesso in antitesi dello Stato. Ma sia attraverso Emergency sia attraverso il Sismi è evidente che molto l’Italia deve aver dato, ai terroristi iracheni ed ai killer afghani, per ottenere il rilascio dei suoi cittadini. Milioni di dollari allora, rilascio di prigionieri ora. Più gli aspetti ancora oscuri che queste trattative hanno sempre con sé.
Come lo stesso Gino Strada ha rivelato, c’è anzi stato un momento nel quale il metodo del centrodestra è andato a braccetto con quello del centrosinistra: per la liberazione di Gabriele Torsello il Sismi avrebbe consegnato due milioni di dollari al mediatore di Emergency, Hanefi. È certo che non conviene né a Prodi, e neppure a Berlusconi, che se ne parli più di tanto. Men che meno in qualche commissione d’inchiesta: qualche altra imbarazzante verità potrebbe venire anche dall’estero, in aggiunta alle accuse già piovute in abbondanza dai governi Nato.

Soldati a rischio in Afghanistan. E governo in bilico al Senato


Martedì 27 marzo il Senato ha all’ordine del giorno il rifinanziamento della missione militare in Afghanistan. Ed il sì al governo è in bilico. Il sostegno del centrodestra, per non contraddire tutta la propria precedente politica estera, non appare più scontato. Ed anche nella maggioranza cominciano ad affiorare non poche perplessità. I motivi, e le domande che la vicenda pone non solo ai parlamentari, sono due. Primo: hanno torto o ragione americani, inglesi, olandesi, tedeschi, canadesi ed altri governi alleati nel protestare per come è stata condotta la trattativa per il rilascio di Daniele Mastrogiacomo? La liberazione di un gruppo di capi militari talebani costituisce – oltre ad un precedente di principio – un rischio per tutti i militari presenti in zona, compresi i nostri?
Seconda domanda: visto il peggioramento della situazione sul campo, vale la pena di rifinanziare la missione italiana così come è, anzi accentuando orgogliosamente la connotazione “pacifista” della nostra presenza come ha ripetuto anche stamani Fausto Bertinotti, oppure la sicurezza dei soldati sarebbe meglio tutelata da un invio di mezzi più pesanti (carri ed elicotteri blindati) e da diverse regole d’ingaggio?
Il ferimento due giorni fa di un incursore del Col Moschin ai limiti dell’area sotto il controllo italiano rende l’urgenza della questione sotto il profilo militare. Ma c’è anche un risvolto politico. Il centrodestra può trovarvi l’appiglio per non votare assieme al governo, proponendo una mozione che rifinanzì sì la presenza italiana in Afghanistan, dando però di più ai nostri militari. Sulla stessa linea ci sono esponenti moderati dell’Unione: alcuni radicali, il diessino Umberto Ranieri, Marco Follini. Sarebbero tre-quattro voti che potrebbero mancare al governo, ed andrebbero a sommarsi alle defezioni dall’estrema sinistra: quelle di Franco Turigliatto, Fernando Rossi e Mauro Bulgarelli. L’Unione scenderebbe a 152-153 voti, rispetto ai 158 di cui dispone. E se la Cdl fosse compatta (156 voti) potrebbe passare il rifinanziamento nella versione del centrodestra, con conseguenze catastrofiche per il governo. Che a questo punto dovrebbe incrociare le dita e puntare sul sì dell’Udc (fino a ieri propenso a votare sì, oggi più indeciso), o sui senatori a vita, Ma Francesco Cossiga ha già annunciato il suo no, Sergio Pininfarina e Giulio Andreotti sono incerti. Se tutti gli altri si presentassero in aula al centrosinistra andrebbero quattro voti: un finale decisamente con il brivido.

Trattare o non trattare, questo è il dilemma

Rapimento Mastrogiacomo

Mastrogiacomo, i titoli del Manifesto e di Libero

Ritornano, all’indomani della liberazione di Daniele Mastrogiacomo, i fantasmi di un dibattito che nel 1978 ha spaccato in due il nostro Paese: è giusto fare concessioni ai terroristi per salvare la vita di un ostaggio? Allora, erano i 55 giorni della prigionia di Aldo Moro, c’erano il partito della fermezza (Pci e Dc) e quello della trattativa (Psi e Partito radicale) che si fronteggiavano nelle piazze e in parlamento.

Oggi, a coprire il fronte del no al negoziato con i sequestratori, c’è il quotidiano diretto da Vittorio Feltri che, su questi temi, è sempre andato a nozze. Il dilemma - trattare o no?- si pone con drammatica puntualità anche ora che Mastrogiacomo è stato rilasciato. Basti pensare che nelle mani dei guerriglieri iracheni ci sono oggi due cittadini tedeschi. Per ottenerne il rilascio il premier tedesco Angela Merkel dovrà scegliere: trattare (cedendo alla richiesta di ritirarsi dall’Afghanistan o magari favorendo la liberazione di qualche detenuto iracheno) o scegliere la linea della fermezza (condannando indirettamente a morte i due cittadini tedeschi)?

Il dilemma si pone ovviamente con maggior forza, in quei Paesi come l’Iraq o l’Afghanistan, dove pagare sempre e comunque un prezzo ai sequestratori rischia di essere controproducente soprattutto nel lungo periodo. Del resto, come dichiara l’esperto di cose militari Angelo Nativi, i sequestri dei cittadini di uno Stato trattativista (come l’Italia) sono considerati più appetibili, più remunerativi, per i guerriglieri rispetto a quelli di cittadini di Stati, come gli Usa, attestati sulla linea della fermezza. I politici italiani lo sanno bene. Ed è per questo che, durante i precedenti rapimenti, hanno sempre negato che fossero state soddisfatte richieste di riscatto, anche di tipo economico. Ammetterlo significa invitare i potenziali rapitori a sequestrare altri nostri connazionali, senza contare le ricadute politiche interne di un eventuale ammissione di aver concesso soldi in cambio del rilascio di un italiano.

Sul piano interno, sembra inoltre che lo Stato utilizzi un doppio registro, a seconda che il sequestro avvenga nel nostro Paese o in un contesto internazionale. Ai tempi dei rapimenti in serie in Barbagia , lo Stato approvò un decreto d’urgenza (15/1 n.8 del 1991), successivamente convertito in legge n. 82 15/3 1991, che impose il sequestro dei beni dei familiari dei rapiti. Ne scaturirono polemiche a non finire. E’ possibile che questa legge abbia avuto l’effetto di dare un colpo mortale al business dei sequestri nell’isola (che oggi sono azzerati). Ma è chiaro che oggi, in Afghanistan e anche in Iraq, lo Stato ha scelto una linea diversa, attingendo spesso (secondo molti, tra cui l’inviato Lorenzo Cremonesi) a un fondo speciale e segreto del Sismi, per ottenere la liberazione dei nostri concittadini (da Giuliana Sgrena alle due Simone, dai bodyguard italiani in Iraq a Gabriele Torsello). I tempi cambiano, la ragion di Stato anche.

Facciamo la pace con i talebani?

(Credits: Corbis)
Anche dopo la liberazione di Daniele Mastrogiacomo, la questione Afghanistan resta al centro del dibattito politico.
Da un lato ci si chiede se è stato giusto ottenere il rilascio del giornalista di Repubblica in cambio della scarcerazione di cinque talebani. Dall’altro fa discutere la proposta del segretario dei Ds Piero Fassino che suggerisce di convocare i talebani alla conferenza di pace. Perché a quasi sei anni dall’offensiva della Nato gli “ex studenti coranici” continuano a controllare una parte rilevante del territorio afghano. E un vecchio adagio della diplomazia recita: “La pace si fa con il nemico”.

Partecipate al sondaggio:n

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Il segretario dei Ds Piero Fassino ha proposto l’idea di convocare i talebani alla conferenza di pace sull’Afghanistan. Voi come la giudicate:
Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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