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Novant’anni, la gran parte dei quali ai vertici della politica italiana. È sulla scena da più tempo della regina Elisabetta. È il politico italiano più blasonato, sette volte alla guida del governo, uno dei leader democristiani più votati; ma per i suoi nemici e detrattori è stato “Belzebù”, circondato da una fama di politico cinico e machiavellico che lui stesso, in fondo, amava coltivare.
Si sta parlando di Giulio Andreotti (qui il suo profilo all’Assemblea Costituente), ovviamente. La sua vita è una lunga sequenza di date che scandiscono prima il suo cursus honorum, poi la sua odissea giudiziaria: insomma la storia politica d’Italia. Queste le principali tappe, scandite dalle sue proverbiali battute.
Un giorno del 1927, un bambino di otto anni si trovava su un tram che percorreva rumorosamente le strade di Roma. D’improvviso, un uomo zoppicante, nel tentativo di portarsi verso l’uscita, gli montò sui piedi. Il bambino fece una smorfia di dolore, e l’uomo, imbarazzato, si scusò dicendo di essere un mutilato. Il piccoletto alzò lo sguardo e replicò freddamente: “Se tutti i mutilati passassero sui miei piedi, sarei rovinato…”. Da quel lontano 1927 a oggi, Andreotti ha partorito centinaia di motti di spirito e aforismi, freddure e definizioni fulminanti: alcune sono entrate nei dizionari e nelle enciclopedie, e hanno contribuito ad alimentare la fama di politico freddo e cinico del suo autore.
Come la classicissima “il potere logora chi non ce l’ha”, pronunciata nel 1951 durante un dibattito parlamentare. Il giovane parlamentare democristiano rispose così a un avversario di De Gasperi che chiedeva al presidente del consiglio di farsi da parte, visto che aveva raggiunto gli ottant’anni ed era ormai logorato dall’esercizio del potere. Da allora la frase è restata incollata al suo autore come il motto di una nobile casata su uno stemma araldico. A volte velenose, a volte bonariamente ironiche , le battute andreottiane, che gli appassionati del genere possono consultare nel libro “Il potere logora… ma è meglio non perderlo” uscito qualche anno fa da Rizzoli, non hanno risparmiato nessuno.
Politici, magistrati, generali, uomini di Chiesa, frequentatrici di salotti “à la page”: Andreotti si è sempre divertito a gelare chi gli stava antipaco. “È vero, la signora ha due occhi bellissimi, specialmente uno”, disse l’allora sottosegretario allo Spettacolo (era il 1954) in un salotto romano, gelando una donna un po’ troppo vanitosa: Groucho Marx non avrebbe saputo fare di meglio. Autoironico all’occorrenza (”Non ho vizi minori”, ama dire per spiegare la sua avversione per il fumo), Andreotti ha sempre dato il meglio di sé quando si trattava di sfoderare un’ironia corrosiva. “De Gasperi” ha raccontato un giorno durante una conferenza sul suo antico maestro “disse un giorno a mia moglie che in vecchiaia io sarei diventato più maligno di Francesco Saverio Nitti. La presi come una lode, perché voleva dire che pensava che a trent’anni non lo fossi ancora molto”. Alcuni urticanti giudizi passati alla storia, Andreotti nega di averli mai pronunciati. Quella contro De Sica e i film neorealisti (”i panni sporchi si lavano in famiglia”), sembra che non sia mai uscite dalle sue labbra.
Mentre la celeberrima “a pensar male del prossimo si fa peccato, ma si indovina”, ha una sua storia: Andreotti la ascoltò nel 1939 sulla bocca del vicario di Roma Marchetti Selvaggiani, quando studiava Giurisprudenza all’Università Lateranense. E da allora l’ha ripetuta in varie occasioni. Il problema è che, a furia di sentirglielo dire, qualcuno cominciò ad applicarla anche a lui. E cominciarono i guai politici e giudiziari, che Andreotti ha commentato con amaro sarcasmo: “A parte le guerre puniche, mi attribuiscono di tutto”. Confidava nei giudici, ma gli tornava quello che aveva scritto molti anni prima sulla loro imparzialità : “Perché la bellissima frase ‘La Giustizia è uguale per tutti’ è scritta alle spalle dei magistrati?” Per conoscere Andreotti, dunque, vale più una sua battuta che un’intera collezione di scritti. I “due forni” della destra e della sinistra dove la Dc doveva cambiare il pane a secondo delle circostanze (altra invenzione di Andreotti) descrivono alla perfezione 50 anni di storia democristiana. A chi gli chiedeva un commento alla sua tendenza politica a “tirare a campare” senza prendere di petto le difficoltà , rispondeva sornione: “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia…”.
Anche perché Andreotti, consapevole delle sue debolezze e manchevolezze, sa che per l’aldilà dovrà affidarsi al perdono del Giudice Supremo: “Se mi salverò l’anima” ha scritto qualche anno fa “sarà solo per misericordia divina, una specie di amnistia ultraterrena”.
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È stato insieme un viceré e un “king maker”, padrone della dc di Napoli negli anni ‘70 e ‘80 e grande tessitore di alleanze tra le correnti democristiane.
Antonio Gava, scomparso oggi all’età di 78 anni dopo una lunga malattia, è stato uno dei più potenti uomini politici del dopoguerra. Sarebbe riduttivo considerarlo alla stregua di un “ras” locale, legato esclusivamente alla sua Napoli.
Il suo look esageratamente folkloristico (cappello a falde larghe, bastone con manico d’avorio, anello d’oro, sigaro tra le labbra) non doveva trarre in inganno. Quei simboli dell’uomo di potere locale nascondevano un politico dotato di grande fiuto e altrettanto grande capacità di influenzare le decisioni nazionali del suo partito.
A Napoli e in Campania Gava ha costruito il potere della sua corrente, affiancando il padre Silvio, un veneto arrivato a Castellammare di Stabia negli anni ‘20, avvocato e poi senatore e ministro democristiano, morto quasi centenario nel 1999.
Il vecchio Gava gli consegnò idealmente il testimone nel 1972, quando Antonio arrivò alla Camera. Da allora fu ministro per tredici volte, arrivando alla responsabilità del Viminale dall’88 al ‘90; ma soprattutto fu l’eminenza grigia in grado di riorganizzare il “grande centro” doroteo e di influenzare la linea politica della balena bianca lungo tutti gli anni ‘80, che a posteriori sono gli anni del declino scudocrociato.
Per essere eletto segretario Ciriaco de Mita, leader della sinistra democristiana che strizzava l’occhio al Pci, ebbe bisogno del suo appoggio. Ma quando ai dorotei sembrò arrivato il momento di cambiare, De Mita nulla potè di fronte alla decisione di Gava di sostenere Arnaldo Forlani. Sempre Gava fu tra i registi di quel patto tra Craxi, Andreotti e Forlani che fece nascere il “Caf” negli ultimi anni della prima Repubblica.
Un occhio a Roma, impegnato nelle grandi manovre che facevano nascere e morire i governi democristiani al ritmo di uno all’anno, un occhio a Napoli, dove doveva fronteggiare la concorrenza degli andreottiani guidati da Paolo Cirino Pomicino (come scrisse Giorgio Bocca, nel capoluogo campano si affrontavano “la dc del non fare e la dc del fare pur di fare”), Gava sembrava avviato a una tranquilla pensione quando su di lui si abbatté l’accusa di collusione con la camorra.
Era il 1993 quando alla villa di Gava all’Eur si presentò un maresciallo con in mano un avviso di garanzia per associazione mafiosa: un camorrista pentito lo accusava di aver protetto il boss Lorenzo Nuvoletta. Tre giorni di carcere a Forte Braschi, poi gli arresti domiciliari dal settembre del 1994 al marzo del 1995 e la sospensione cautelare dall’ordine degli avvocati. Seguirono tredici anni di udienze e sentenze, fino alla definitiva assoluzione con una sentenza irrevocabile.
Arrivata la sospirata assoluzione, Gava, difeso dal figlio Gabriele, ha chiesto un risarcimento milionario allo Stato: 38 milioni di euro, così divisi: 3 milioni per non aver potuto svolgere l’attività professionale, 10 milioni per danno fisico, altri 10 milioni per danno morale e 15 milioni per danno di immagine. La sua verità è consegnata in un libro , Il certo e il negato, con la prefazione dell’amico Arnaldo Forlani.
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Il 9 maggio di trent’anni fa la polizia trovò il cadavere del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, in una Renault 4 rossa in via Caetani a Roma, emblematicamente a metà strada tra le sedi della Dc e del Pci. Moro era stato rapito il 16 marzo 1978, giorno della presentazione del nuovo governo guidato da Giulio Andreotti e aperto all’appoggio dei comunisti di Enrico Berlinguer. L’auto sulla quale viaggiava l’ex presidente del Consiglio venne intercettata in via Mario Fani da un commando delle Brigate Rosse. In pochi secondi, i terroristi uccisero la scorta (cinque uomini) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.
Questa data è diventata un simbolo per commemorare le vittime del terrorismo. Oggi infatti, per la prima volta, si celebra al Quirinale il “Giorno della memoria”, istituito con la legge n. 56 del 4 maggio 2007 “al fine di ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice”. Per l’occasione la Presidenza della Repubblica ha realizzato il volume Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana, edito dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, con l’intento di “rendere omaggio, nel modo più solenne, a tutti coloro - fossero essi semplici cittadini, umili e fedeli servitori dello Stato, o protagonisti della storia repubblicana, come lo fu l’onorevole Aldo Moro - che in quel contesto pagarono col sacrificio della loro vita i servigi resi alle istituzioni repubblicane”, come si legge nella prefazione scritta dal Capo dello Stato.
Nel corso delle celebrazioni, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha detto che in questo giorno “Non dovrebbero esserci tribune per simili figuri”, stigmatizzando la visibilità e lo spazio che viene dato agli ex terroristi in televisione e su altri media. In particolare ha citato l’intervista dell’ex brigatista che uccise Carlo Casalegno che ha detto di provare solo “rammarico” per i familiari delle vittime. “Il rispetto della memoria purtroppo è spesso mancato proprio da parte di responsabili delle azioni terroristiche”, ha aggiunto celebrando al Quirinale con tono commosso il primo “giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi”. Lo Stato democratico non può dimenticare le vittime del terrorismo e la parola va data a chi ha subito la violenza e non a chi la perpetrata. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, parlando al Quirinale nella prima Giornata in ricordo delle vittime. Il capo dello Stato ha spiegato dettagliatamente che “chi ha regolato i propri con la giustizia ha il diritto di reinserirsi nella società ma con discrezione e misura”. E “mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali”.
Qui, nel dettaglio tutti i principali eventi organizzati per non dimenticare il presidente della Dc ucciso dalle Br e tutte le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana.
FIRENZE: Una delegazione di studenti toscani -le spese di viaggio sono pagate dalla Regione- accompagnerà l’Associazione delle vittime di via dei Georgofili all’iniziativa programmata dalla Presidenza della Repubblica.
MILANO: Riprodotta in video-installazione nelle misure reali, la cella in cui le Brigate Rosse tennero prigioniero lo statista è visibile da domani nel Museo di Storia Contemporanea di Milano, al centro della mostra “Trittico: 1978-2008. Moro, l’Italia, la coscienza”. A Milano lo statista è stato ricordato oggi in una cerimonia a cui ha partecipato Giulio Andreotti.
TORINO: Celebrazioni con la deposizione di una corona presso il Palazzetto Aldo Moro. Partecipa anche il sindaco Chiamparino. Previsto anche un convegno nel Museo Diffuso della Resistenza.
PALERMO: Il Teatro Festival ospita domani e sabato “9 maggio 1978, niente fu più come prima”, una ballata per la regia di Alfio Scuderi, che mette a confronto Aldo Moro e Peppino Impastato, entrambi uccisi in quella data.
TRIESTE: In Largo Caduti Nassirija Ferdinandeo si svolgerà la Cerimonia Giornata della memoria contro il terrorismo.
SASSARI: Per iniziativa dell’amministrazione comunale sarà posta una lapide in memoria dello statista,nella piazza omonima
SPELLO (PERUGIA): Mostra-documentario su “Gli ultimi giorni di Aldo Moro”.
BOLZANO: in occasione della tradizionale Festa dell’Europa in municipio, sarà ricordata la prima Giornata della Memoria del vittime del terrorismo.
POTENZA: Nella chiesa di S. Maria del Sepolcro celebrazione di una messa in suffragio del Presidente della Dc.
Il VIDEO servizio:
LEGGI ANCHE: Parla Cossiga: Quello che non ho mai detto su quei 55 maledeti giorni (in .pdf)
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Anche l’ultimo rischio di rinvio delle elezioni politiche e amministrative dovuto alla Dc di Giuseppe Pizza è definitivamente caduto. Il Consiglio di Stato ha dichiarato estinta l’ordinanza con la quale la Dc era stata riammessa alle elezioni dopo che Pizza ha formalizzato la rinuncia al ricorso. Sui ricorsi in materia elettorale, anche quelli relativi alle procedure pre-elettorali, l’unico organo competente a decidere sono le Giunte delle elezioni di Camera e Senato. La giustizia amministrativa non ha alcuna giurisdizione in materia. Lo hanno deciso le sezioni unite civili della Suprema Corte esaminando il ricorso dell’Avvocatura dello Stato contro la decisione con la quale il Consiglio di Stato, lo scorso 2 aprile, aveva riammesso alle elezioni la Dc di Giuseppe Pizza.
Con una nota firmata dal primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, le sezioni unite di Piazza Cavour affermano che, “a conferma della propria precedente giurisprudenza” si dichiara “il difetto assoluto di giurisdizione, spettando il giudizio esclusivamente alle Giunte delle elezioni di Camera e Senato, così come già avvenuto in passato”. “La Corte” prosegue la nota, riferita non solo alla questione della Dc di Pizza ma anche ai ricorsi della Sinistra Arcobaleno e delle altre liste “ha tenuto conto delle decisioni della Corte Costituzionale e degli orientamenti di recente manifestati dai predetti organi che potrebbero non essere condivisi dalle nuove Giunte”. “In mancanza di una legislazione specifica sul punto, le sezioni unite - conclude la nota -, per l’affidamento che il cittadino pone sull’alta funzione di garanzia dei diritti fondamentali espressi dalla Corte, come interprete del diritto vivente, hanno ritenuto di dover ribadire le precedenti posizioni”.
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È dal 1992 che non c’è più lo scudo crociato sulle cartelle elettorali. Non ci sarà nemmeno alle prossime elezioni. “Costretto, per il bene del Paese, a ritirare la lista Democrazia cristiana-Dc dalla prossima competizione elettorale, riservando ogni tutela dei relativi diritti nelle sedi competenti, salvo che quella di contestare la validità delle elezioni”, Giuseppe Pizza, segretario della Dc, ha infatti annunciato, nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Marini, con Sandro Bondi e Maurizio Gasparri, la rinuncia a partecipare alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile.
Ai giornalisti, il segretario ha illustrato il contenuto di una lettera che ha inviato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al presidente del Consiglio Romano Prodi e al ministro dell’Interno Giuliano Amato.
Nei confronti del quale Pizza lancia le maggiori critiche, e per l’esclusione del simbolo del suo partito, e per il ricorso giurisdizionale da lui promosso dopo la decisione del Consiglio di Stato di riammettere la Dc. “Tali iniziative rivelano un intento politico nelle decisioni assunte dagli Organi preposti che avrebbero dovuto rispettare le procedure elettorali; queste invece, dopo aver operato scelte dimostratesi errate, hanno persistito nell’intento, facendo trovare il Paese di fronte all’incresciosa realtà secondo cui al legittimo riconoscimento del diritto della Dc,a prescindere dalla buona volontà di questa, non avrebbe potuto che corrispondere un rinvio delle elezioni”.
Il simbolo della “sua” Dc - in coalizione al Senato con Pdl, Lega ed Mpa - non era stato ammesso dal Viminale perché troppo simile a quello dell’Udc, ma il Consiglio di Stato ha poi bocciato questa decisione, riammettendo la Dc alla competizione e causando un mezzo pasticcio istituzionale. Il ricorso davanti alla Corte di Cassazione contro la decisione del Consiglio di stato era stata prevista per l’8 aprile.
Sandro Bondi ha definito “incredibili” le affermazioni di Amato con le quali ipotizzava il rinvio delle elezioni, fatte “senza quella prudenza tipica di chi ricopre il ruolo di ministro dell’Interno”. Al titolare del Viminale il coordinatore di Forza Italia attribuisce “un pressappochismo allarmante”, e “un comportamento non limpido, non trasparente sul piano politico e formale”. Tutto ciò “ha avvantaggiato il Pd e svantaggiato il Pdl, dando all’Udc dell’onorevole Casini un indebito vantaggio”.
Gasparri “in rappresentanza di An” ha portato la solidarietà a Pizza, che ha mostrato di essere una persona “responsabile”. Alla domanda su come il Pdl ripagherà la Dc per la sua rinuncia, Gasparri ha risposto: “Non ci sono accordi segreti o protocolli segreti, però c’è la necessità di assicurare la presenza politica ad una forza il cui peso non si può misurare, perchè non ha potuto presentarsi alle elezioni. Ma queste sono decisioni che saranno prese insieme da tutti gli alleati”.

L’Avvocatura dello Stato in Cassazione contro il Consiglio di Stato; il dc Giuseppe Pizza al Tar del Lazio contro il Viminale e, come se non bastasse, l’Avvocatura dello Stato contro il Tar dell’Abruzzo, sempre in Cassazione: sulla decisione del Consiglio di Stato di riammettere la Dc di Giuseppe Pizza alle elezioni politiche del 13 e del 14 aprile è guerra di ricorsi. Che i cittadini, probabilmente, hanno difficoltà a capire, essendo giocata alla luce di tanti tecnicismi. Tanto che la paura del Palazzo è che, a una settimana dal voto, vada a infoltirsi la già abbondante serie di argomenti del partito del “vaffa”.
E comuqnue, tutto potrebbe risolversi già l’8 aprile: quel giorno si riuniranno sia le sezioni unite civili della Cassazione ed esamineranno tre ricorsi dell’Avvocatura dello Stato sia il Tar del Lazio per decidere nel merito sul ricorso del dc Pizza. Nell’attesa il Viminale è in fibrillazione: il rischio, tra l’altro, di mandare al macero oltre 32 milioni e mezzo di schede comunque si risolvano i contenziosi giudiziari.
La Dc di Pizza si è presentata al Senato in 12 regioni - Sicilia, Calabria, Puglia, Campania, Abruzzo, Molise, Lazio, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Liguria e Sardegna - dove gli elettori sono appunto circa 32 milioni e mezzo (complessivamente gli elettori al Senato sono circa 43 milioni e alla Camera circa 47 milioni). E questo sarà il numero delle schede che dovranno essere distrutte e ristampate. C’è anche il problema degli elettori all’estero, nell’insieme circa tre milioni, tra i quali i militari in missione, i diplomatici e ricercatori e professori universitari. Pizza non si è presentato nella circoscrizione estero, ma chi si trova temporaneamente fuori Italia dovrà votare con schede contenenti il simbolo riammesso.
Tra questi elettori diversi hanno già votato e rispedito il plico e dunque la soluzione si preannuncia difficile. L’Avvocatura dello Stato sostiene che è una procedura in corso e che non si può fermare, ma Pizza non molla e lancia una specie di ultimatum, appellandosi al presidente Napolitano e al ministro Amato: chiudere la vicenda entro sabato 5 aprile, pena la minaccia di uno slittamento delle elezioni con il ricorso al giudice amministrativo per una esecuzione coattiva.
D’altronde il nodo dell’intera gigantesca querelle risiede proprio nel chiarire se la giustizia amministrativa abbia competenza ad occuparsi di questioni elettorale. Finora la giurisprudenza di piazza Cavour ha sempre escluso la competenza dei giudici amministrativi non solo in relazione alle valutazioni del risultato elettorale, ma anche a tutte le fasi del procedimento preelettorale. La competenza sarebbe soltanto del Parlamento.
Replica Paolo del Mese, esponente del partito di Pizza, il quale ricorda all’Avvocatura che “la Giunta per le elezioni al Senato con due recenti decisioni, condivise dalla Giunta per le elezioni alla Camera, ha stabilito che la fase di ammissione di simboli e liste non rientra nella competenza del Parlamento, e che la stessa è riservata agli organi giurisdizionali”.
Far slittare le elezioni anche di poco, è il ragionamento dei democristiani, è l’estrema ratio: significherebbe che il Presidente della Repubblica dovrebbe firmare un atto che va contro la Costituzione di cui è il garante. Questo il complicato meccanismo tecnico che sottende a una domanda politica di per sé molto semplice: “A chi giova” è la domanda retorica degli esponenti democristiani “questo ping pong? Perché il ministro Amato non ha dato subito esecutività all’ordinanza del consiglio di Stato, scrivendo, come da noi suggerito, un decreto legge ad hoc per ammetterci alle elezioni con tempi più rapidi? Perché Amato non ha nemmeno risposto” denuncia del Mese “alle nostre comunicazioni?”. I dirigenti vicini a Pizza vanno oltre: “Se le elezioni venissero celebrate in queste condizioni” spiega “chiunque, il giorno dopo, potrebbe alzarsi e affermare che gli atti preparatori non erano validi e quindi chiedere l’invalidazione del risultato elettorale”. Una spada di Damocle non da poco: se tutto questo fosse vero, infatti, il perdente avrebbe tutto l’interesse a chiedere di rifare tutto.
A buttare acqua sul fuoco, però, ci pensa il segretario stesso della Dc, che alle scorse elezioni amministrative, ha raggiunto un risultato del 3,1% su scala nazionale: “Noi ieri abbiamo dato la disponibilità ad accettare tempi ridotti per correre alle elezioni e la manteniamo ancora oggi, ma invitiamo il ministero dell’Interno a trovare alla svelta una soluzione a questo pasticcio”.
In tempo, si spera, prima che il partito dell’antipolitica (fenomeno non solo grilliano e nato non per disinteresse ma per rabbia nei confronti della crisi del Palazzo) sbaragli ogni cosa, voto compreso.

Il 13 e 14 aprile gli elettori italiani (non quelli che votano all’estero perchè stanno già votando) troveranno sulle schede il simbolo della Democrazia Cristiana. E soprattutto, voteranno regolarmente, senza rinvii. Il segretario della Dc, Giuseppe Pizza, ha infatti rinunciato a chiedere il rinvio. Ma un rischio esiste ancora: lo spiega a Panorama.it, l’altro segretario della Democrazia Cristiana, Angelo Sandri. Sandri, ovvero l’anti-Pizza. Quello che per anni ha conteso a Pizza lo Scudocrociato. Simbolo, che una sentenza della magistratura ha consegnto a Pizza nel 2006. Ora i cane e gatto della Dc sono su sponde diverse. Pizza è nel Popolo della Libertà con Silvio Berlusconi, mentre sta Sandri con l’Udc di Pier Ferdinando Casini.
Sandri, lei e Pizza come cane e gatto?
Abbastanza. Ma prima della sentenza del 2006 andavamo d’amore e d’accordo. Da allora ci sentiamo entrambi titolati ad utilizzare lo Scudocrociato.
Non potevate stare nello stesso partito?
Siamo nello stesso partito: la Democrazia Cristiana. Ma non troviamo un punto d’incontro ragionevole sull’uso del simbolo e sulla linea politica.
In che vi differenziate?
Io sono centrista. Mentre Pizza dall’autunno del 2007 sta con Berlusconi. È apparentato al Senato con il Pdl nel Centrosud.
Lei invece sta con Casini.
Esattamente.
E tutti e due vi siete visti respingere i simboli Dc.
Sì. Una volta rimasti senza la possibilità di presentare una lista Dc, lui ha seguito la via legale del ricorso che arriva ai fatti di queste ore, mentre io ho optato per un’intesa politica con Casini e mi sono disinteressato della via legale.
Che ora riprende?
Abbiamo ripresentato il ricorso al Tar chiedendo la sospensiva delle elezioni.
Insomma, rientrato il caso della Dc di Pizza, potrebbe aprirsi quello della Dc di Sandri?
È stato aperto un varco e se hanno detto una cosa a Pizza, devono dire la stessa cosa a me.
Entro quanto lo sapremo?
Entro la settimana prossima.
Pizza, però alla fine ci ha ripensato.
La sua è stata tutta scena.
Ci spieghi.
Prima di questa storia era sparito. Ora ha rispolverato la sua presenza. E il Cavaliere gliene sarà riconoscente.
Sandri, sta dicendo che Berlusconi lo farà entrare nel governo?
Può essere… In fin dei conti si candida al Senato: dove darà apporto alla causa di Berlusconi, levando voti a Casini. Se poi diverrà ministro, sottosegretario o presidente dell’Enel lo vedremo. A breve.
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Al simbolo sulla scheda non rinuncia. Però, per “senso di responsabilità ”, è pronto ad accantonare l’idea di un ricorso, evitando di provocare così lo slittamento delle elezioni politiche del 13 e 14 aprile. Dopo l’intervento a Radio 24, che ha provocato qualche equivoco, e dopo un incontro con l’alleato Silvio Berlusconi, il segretario della Dc, Giuseppe Pizza, spiega meglio il suo pensiero: “Vogliamo che non ci sia un rinvio per evitare un trauma al Paese”. E poi spiega che gli avvocati del suo partito sono in contatto con i funzionari del ministero degli Interni per risolvere “i problemi tecnici” nati con la decisione del Consiglio di Stato di riammettere la Dc al voto di aprile.
“Sono convinto che si voterà il 13 e 14 aprile”, osserva il segretario, sottolineando che le questioni tecniche “sono superabili”. E quindi, appuntamento, per gli elettori della Dc, “alle prossime europee che si svolgeranno con un sistema completamente diverso, proporzionale e con le preferenze”. A proposito del breve incontro con il Cavaliere, il segretario della Dc si è limitato a dire: “con il presidente Berlusconi abbiamo fatto l’analisi politica; ho anche parlato a lungo con il presidente Fini perché, facendo parte di una coalizione, mi sembrava giusto coinvolgere entrambi”. Avete parlato di eventuali posti in un governo di centrodestra? “No, abbiamo parlato esclusivamente di questioni politiche e di come evitare questo trauma al Paese”.
“A Berlusconi” ha aggiunto “ho detto che dopo essermi consultato con gli organi dirigenti del partito abbiamo deciso di correre in questa situazione anche se ci penalizza gravemente”. Comunque, prosegue: “Saremo presenti solo al Senato e in quattordici regioni: Lazio, Umbria, Campania, Sicilia, Sardegna, Toscana, Puglia, Abruzzo, Molise, Lombardia, Liguria, Calabria, Emilia Romagna, Basilicata”.
Che i nodi siano facilmente superabili, non è detto. A parte il lavoro del Poligrafico dello Stato che dovrebbe ristampare in fretta e furia tutte le schede e i cartelloni con i simboli, c’è anche la questione degli italiani all’estero. Non quelli delle liste Aire che votano per sei senatori e dodici deputati (nelle loro circoscrizioni la Dc non c’è), ma per quelli temporaneamente fuori Italia che stanno votando per corrispondenza. Si tratta di diverse migliaia di persone (militari, diplomatici, ricercatori, operatori economici) che, sapendo di trovarsi all’estero il 13-14 aprile, hanno chiesto e ottenuto il voto per corrispondenza. Ciascuno di loro ha ricevuto la scheda corrispondente alla regione di appartenenza. Scheda, ovviamente, senza Pizza. C’è chi sostiene che ciascuno di loro potrebbe chiedere di invalidare le elezioni.
Pizza, in precedenza, aveva anche corretto (definendole “prive di fondamento”) le dichiarazioni che gli ha attribuito Radio24. “Nella trasmissione radiofonica ho solo dichiarato che la Democrazia Cristiana per senso di responsabilità e rispetto delle Istituzioni dello Stato potrebbe decidere di rinunciare alla legittima richiesta di rinvio del voto facendo una campagna elettorale, che in soli dieci giorni non può essere che di testimonianza”. “Il nostro diritto a partecipare con lo scudocrociato alle elezioni” argomentava “è stato riconosciuto dal Consiglio di Stato e a noi basta. L’importante è che a queste consultazioni politiche ci sia il vero simbolo della Democrazia Cristiana assente dal ‘92, quando raccolse il 29%”.
Il simbolo della Dc di Pizza - in coalizione al Senato con Pdl, Lega ed Mpa - non era stato ammesso dal Viminale alle elezioni perché troppo simile a quello dell’Udc. Poi, mercoledì, una pronuncia del Consiglio di Stato sulla riammissione aveva messo in forse lo svolgimento del voto. Lo stesso Pizza aveva dichiarato di essere pronto a una soluzione, politica, per evitare un rinvio, chiedendo però una “ammissione di errore” da parte del Viminale.
Ma adesso “che ci sono stati riconosciuti i nostri diritti, calpestati invece dal Viminale, accetteremo di fare una campagna elettorale più breve, quindi simbolica. Ma va bene lo stesso”. Una decisione sufficiente però a sgonfiare le preoccupazioni, azzerare le tante polemiche che nel frattempo si erano scatenate e a riportare di fatto il “sereno” tra i contendenti certi ormai che all’orizzonte non si profilano più le nubi di uno slittamento della data.
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E adesso è un coro di no. Da destra a sinistra, tutti in campo per scongiurare l’incubo del rinvio e difendere l’appuntamento elettorale del 13 aprile. Il governo Prodi (in carica per il disbrigo degli affari correnti) corre ai ripari, Berlusconi e Veltroni dichiarano all’unisono di non voler sentir parlare di slittamento del voto. E anche dal Quirinale si seguono con attenzione le iniziative del ministero dell’Interno, dopo che proprio il ministro Giuliano Amato, aveva parlato di possibile rinvio, in quanto la Dc di Giuseppe Pizza, ammessa alla corsa elettorale dal Consiglio di Stato, avrebbe meno di 15 giorni per fare campagna, contro i 30 previsti per legge. Ma soprattutto – sostengono al ministero – mancherebbero i tempi tecnici per completare il processo elettorale: dalla ristampa di 50 milioni di schede (che potrebbe costare 1,5 milioni di euro) all’annullamento dei voti che gli italiani all’estero stanno già inviando, ai termini previsti per la pubblicazione delle liste dei candidati (solo per citarne alcuni).
E pensare che a bloccare la Dc era stato l’ufficio elettorale del Viminale che aveva bocciato, lo scorso 4 marzo, il simbolo della Democrazia cristiana di Pizza, insieme a quello della Dc di Angelo Sandri. Tutti e due hanno però presentato ricorso in Cassazione, e l’8 marzo l’ufficio centrale elettorale li ha respinti entrambi. Pizza si è rivolto a questo punto al Tar, sostenendo l’illegittimità dell’esclusione, ricevendo un’altra bocciatura. Quindi il ricorso al Consiglio di Stato, e la decisione di ieri che ha ribaltato le precedenti. Ma la vicenda potrebbe avere ancora un altro esito. Di qui la decisione dell’esecutivo, attraverso il Viminale, di presentare un doppio ricorso affinché sia revocata l’ordinanza del Consiglio di Stato e sia chiarito una volta per tutte dalla Cassazione a chi spetta giudicare in materia elettorale. La sentenza della Corte viene data per imminente, al massimo entro lunedì.
La preoccupazione è palpabile. Berlusconi si è appellato a Pizza, suo alleato, affinché rinunci: “Sarebbe un dramma per il Paese perdere ulteriore tempo. Faccio appello alla Dc affinché abbia senso di responsabilità e rinunci alla richiesta di avere altri giorni in più per la campagna elettorale”. Più dure invece le parole del leader del Pd: “Sono assolutamente contrario al rinvio delle elezioni. Sarebbe per il nostro Paese anche un colpo di immagine gravissimo e non vorrei che il rinvio fosse un auspicio del Pdl, visto che l’aria è cambiata” ha detto Veltroni sottolineando che “è una cosa aperta nella destra, la destra la risolva”. Anche nel Pdl però avanzano sospetti: “Poco tempo fa chiedevano disperatamente di non andare alle urne” ricorda Ignazio La Russa, capogruppo di An alla Camera. “Ora temiamo che stiano manovrando per non mandarci a votare”.
In realtà di manovre dall’una o dall’altra parte non c’è traccia. Si tratta solo dell’ennesima puntata dello scontro sul simbolo che la Dc di Pizza, coalizzata con il Pdl, vuole sulla scheda elettorale nonostante sia già presente quello del partito di Pier Ferdinando Casini. Gli eredi dello scudocrociato chiedono anche che si ripeta tutto il procedimento pre elettorale: deposito del simbolo, sorteggio della collocazione nella scheda, presenza sui manifesti elettorali. E a chi ricorda il vincolo costituzionale dei 70 giorni si ribatte che quei giorni devono essere effettivi e dunque la data delle elezioni potrebbe essere fissata anche 90 giorno dopo.
Se ce ne fosse bisogno, a complicare ulteriormente le cose c’è che il provvedimento dei giudici di Palazzo Spada è solo “cautelare”. Nel merito, ovvero a decidere sulla effettiva validità delle ragioni della Dc, dovrà tornare a pronunciarsi il Tar (la sentenza è fissata per l’otto aprile). Ma tanto basta per sospendere la decisione di esclusione assunta dal ministero dell’Interno.
Cosa, quindi, potrebbe succedere? Se Pizza rientra in gioco si prospettano due diversi scenari. O le elezioni, appunto, vengono rinviate; oppure Pizza accetta di correre senza recuperare il tempo perso e le elezioni si svolgono regolarmente sempre che il ministero degli Interni sia in grado di rifare tutte le procedure e di ristampare schede, liste e manifesti. Se il ricorso del governo contro la riammissione viene accettato, le elezioni si svolgono regolarmente, ma Pizza potrebbe provare a farle annullare in seguito attraverso il giudizio di merito. Anche se da noi nessuna legge prevede un organo che possa annullare le consultazioni elettorali.

La riammissione della Dc di Giuseppe Pizza, decisa ieri dal Consiglio di Stato, potrebbe comportare un rinvio della data delle elezioni. Lo ha detto stamattina il ministro dell’Interno Giuliano Amato. “A noi stamane viene comunicata una decisione cautelare che potrebbe essere modificata dal giudizio di merito per la riammissione di un simbolo e quindi la presentazione di una lista” ha spiegato Amato “questa è una procedura non prevista dalla legge elettorale che può avere tempi indefiniti, alla quale tuttavia bisogna conformarsi, e quindi al momento non posso escludere che essa comporti un rinvio della data delle elezioni”.
Il ministro ha precisato che la decisione “spetta a chi ha fissato la data delle elezioni, quindi a Governo e Capo dello Stato”. Il ministro ha spiegato ancora che, dopo il via libera del Consiglio di Stato, “la decisione finale di merito deve essere ancora espressa dal Tar Lazio. Poi è possibile che su questo si innesti un regolamento di giurisdizione da parte della Cassazione per valutare se i tribunali amministrativi sono o no competenti a intervenire nel procedimento elettorale”.
Insomma, ha ribadito Amato, “se la cosa rimane su questi binari, io non escludo che il risultato a cui porti sia intanto il rinvio delle elezioni”.

I tempi per la fissazione dell’udienza potrebbero in realtà essere lunghi, dal momento che il ricorso in questione è stato proposto secondo le modalità ordinarie che non prevedono i tempi brevi per la fissazione dell’udienza propri dei ricorsi elettorali. Nel frattempo sono in programma nei prossimi giorni, davanti alla seconda sezione bis del Tar Lazio, altri ricorsi elettorali. Si inizia domani con i ricorsi di La Sinistra l’Arcobaleno (che chiede l’esclusione della lista Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo dalle consultazioni per il Senato) e di Forza Nuova (che contesta l’esclusione della lista dalle votazioni per la Camera nel collegio Lombardia 1).
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