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Sandri, l’anti Pizza: adesso chiediamo noi di sospendere il voto


Il 13 e 14 aprile gli elettori italiani (non quelli che votano all’estero perchè stanno già votando) troveranno sulle schede il simbolo della Democrazia Cristiana. E soprattutto, voteranno regolarmente, senza rinvii. Il segretario della Dc, Giuseppe Pizza, ha infatti rinunciato a chiedere il rinvio. Ma un rischio esiste ancora: lo spiega a Panorama.it, l’altro segretario della Democrazia Cristiana, Angelo Sandri. Sandri, ovvero l’anti-Pizza. Quello che per anni ha conteso a Pizza lo Scudocrociato. Simbolo, che una sentenza della magistratura ha consegnto a Pizza nel 2006. Ora i cane e gatto della Dc sono su sponde diverse. Pizza è nel Popolo della Libertà con Silvio Berlusconi, mentre sta Sandri con l’Udc di Pier Ferdinando Casini.
Sandri, lei e Pizza come cane e gatto?
Abbastanza. Ma prima della sentenza del 2006 andavamo d’amore e d’accordo. Da allora ci sentiamo entrambi titolati ad utilizzare lo Scudocrociato.
Non potevate stare nello stesso partito?
Siamo nello stesso partito: la Democrazia Cristiana. Ma non troviamo un punto d’incontro ragionevole sull’uso del simbolo e sulla linea politica.
In che vi differenziate?
Io sono centrista. Mentre Pizza dall’autunno del 2007 sta con Berlusconi. È apparentato al Senato con il Pdl nel Centrosud.
Lei invece sta con Casini.
Esattamente.
E tutti e due vi siete visti respingere i simboli Dc.
Sì. Una volta rimasti senza la possibilità di presentare una lista Dc, lui ha seguito la via legale del ricorso che arriva ai fatti di queste ore, mentre io ho optato per un’intesa politica con Casini e mi sono disinteressato della via legale.
Che ora riprende?
Abbiamo ripresentato il ricorso al Tar chiedendo la sospensiva delle elezioni.
Insomma, rientrato il caso della Dc di Pizza, potrebbe aprirsi quello della Dc di Sandri?
È stato aperto un varco e se hanno detto una cosa a Pizza, devono dire la stessa cosa a me.
Entro quanto lo sapremo?
Entro la settimana prossima.
Pizza, però alla fine ci ha ripensato.
La sua è stata tutta scena.
Ci spieghi.
Prima di questa storia era sparito. Ora ha rispolverato la sua presenza. E il Cavaliere gliene sarà riconoscente.
Sandri, sta dicendo che Berlusconi lo farà entrare nel governo?
Può essere… In fin dei conti si candida al Senato: dove darà apporto alla causa di Berlusconi, levando voti a Casini. Se poi diverrà ministro, sottosegretario o presidente dell’Enel lo vedremo. A breve.

Il VIDEO servizio:

Retromarcia di Pizza: rinuncia al ricorso, non al simbolo. E il voto non slitta

Il segretario nazionale della Democrazia Cristiana, Giuseppe Pizza | ANsa
Al simbolo sulla scheda non rinuncia. Però, per “senso di responsabilità”, è pronto ad accantonare l’idea di un ricorso, evitando di provocare così lo slittamento delle elezioni politiche del 13 e 14 aprile. Dopo l’intervento a Radio 24, che ha provocato qualche equivoco, e dopo un incontro con l’alleato Silvio Berlusconi, il segretario della Dc, Giuseppe Pizza, spiega meglio il suo pensiero: “Vogliamo che non ci sia un rinvio per evitare un trauma al Paese”. E poi spiega che gli avvocati del suo partito sono in contatto con i funzionari del ministero degli Interni per risolvere “i problemi tecnici” nati con la decisione del Consiglio di Stato di riammettere la Dc al voto di aprile.
“Sono convinto che si voterà il 13 e 14 aprile”, osserva il segretario, sottolineando che le questioni tecniche “sono superabili”. E quindi, appuntamento, per gli elettori della Dc, “alle prossime europee che si svolgeranno con un sistema completamente diverso, proporzionale e con le preferenze”. A proposito del breve incontro con il Cavaliere, il segretario della Dc si è limitato a dire: “con il presidente Berlusconi abbiamo fatto l’analisi politica; ho anche parlato a lungo con il presidente Fini perché, facendo parte di una coalizione, mi sembrava giusto coinvolgere entrambi”. Avete parlato di eventuali posti in un governo di centrodestra? “No, abbiamo parlato esclusivamente di questioni politiche e di come evitare questo trauma al Paese”.
“A Berlusconi” ha aggiunto “ho detto che dopo essermi consultato con gli organi dirigenti del partito abbiamo deciso di correre in questa situazione anche se ci penalizza gravemente”. Comunque, prosegue: “Saremo presenti solo al Senato e in quattordici regioni: Lazio, Umbria, Campania, Sicilia, Sardegna, Toscana, Puglia, Abruzzo, Molise, Lombardia, Liguria, Calabria, Emilia Romagna, Basilicata”.

Che i nodi siano facilmente superabili, non è detto. A parte il lavoro del Poligrafico dello Stato che dovrebbe ristampare in fretta e furia tutte le schede e i cartelloni con i simboli, c’è anche la questione degli italiani all’estero. Non quelli delle liste Aire che votano per sei senatori e dodici deputati (nelle loro circoscrizioni la Dc non c’è), ma per quelli temporaneamente fuori Italia che stanno votando per corrispondenza. Si tratta di diverse migliaia di persone (militari, diplomatici, ricercatori, operatori economici) che, sapendo di trovarsi all’estero il 13-14 aprile, hanno chiesto e ottenuto il voto per corrispondenza. Ciascuno di loro ha ricevuto la scheda corrispondente alla regione di appartenenza. Scheda, ovviamente, senza Pizza. C’è chi sostiene che ciascuno di loro potrebbe chiedere di invalidare le elezioni.

Pizza, in precedenza, aveva anche corretto (definendole “prive di fondamento”) le dichiarazioni che gli ha attribuito Radio24. “Nella trasmissione radiofonica ho solo dichiarato che la Democrazia Cristiana per senso di responsabilità e rispetto delle Istituzioni dello Stato potrebbe decidere di rinunciare alla legittima richiesta di rinvio del voto facendo una campagna elettorale, che in soli dieci giorni non può essere che di testimonianza”. “Il nostro diritto a partecipare con lo scudocrociato alle elezioni” argomentava “è stato riconosciuto dal Consiglio di Stato e a noi basta. L’importante è che a queste consultazioni politiche ci sia il vero simbolo della Democrazia Cristiana assente dal ‘92, quando raccolse il 29%”.
Il simbolo della Dc di Pizza - in coalizione al Senato con Pdl, Lega ed Mpa - non era stato ammesso dal Viminale alle elezioni perché troppo simile a quello dell’Udc. Poi, mercoledì, una pronuncia del Consiglio di Stato sulla riammissione aveva messo in forse lo svolgimento del voto. Lo stesso Pizza aveva dichiarato di essere pronto a una soluzione, politica, per evitare un rinvio, chiedendo però una “ammissione di errore” da parte del Viminale.
Ma adesso “che ci sono stati riconosciuti i nostri diritti, calpestati invece dal Viminale, accetteremo di fare una campagna elettorale più breve, quindi simbolica. Ma va bene lo stesso”. Una decisione sufficiente però a sgonfiare le preoccupazioni, azzerare le tante polemiche che nel frattempo si erano scatenate e a riportare di fatto il “sereno” tra i contendenti certi ormai che all’orizzonte non si profilano più le nubi di uno slittamento della data.

Ciclone Pizza mette a rischio il voto. Con queste conseguenze

Il segretario nazionale della Democrazia Cristiana, Giuseppe Pizza, accanto al simbolo con lo scudocrociato | Ansa
E adesso è un coro di no. Da destra a sinistra, tutti in campo per scongiurare l’incubo del rinvio e difendere l’appuntamento elettorale del 13 aprile. Il governo Prodi (in carica per il disbrigo degli affari correnti) corre ai ripari, Berlusconi e Veltroni dichiarano all’unisono di non voler sentir parlare di slittamento del voto. E anche dal Quirinale si seguono con attenzione le iniziative del ministero dell’Interno, dopo che proprio il ministro Giuliano Amato, aveva parlato di possibile rinvio, in quanto la Dc di Giuseppe Pizza, ammessa alla corsa elettorale dal Consiglio di Stato, avrebbe meno di 15 giorni per fare campagna, contro i 30 previsti per legge. Ma soprattutto – sostengono al ministero – mancherebbero i tempi tecnici per completare il processo elettorale: dalla ristampa di 50 milioni di schede (che potrebbe costare 1,5 milioni di euro) all’annullamento dei voti che gli italiani all’estero stanno già inviando, ai termini previsti per la pubblicazione delle liste dei candidati (solo per citarne alcuni).
E pensare che a bloccare la Dc era stato l’ufficio elettorale del Viminale che aveva bocciato, lo scorso 4 marzo, il simbolo della Democrazia cristiana di Pizza, insieme a quello della Dc di Angelo Sandri. Tutti e due hanno però presentato ricorso in Cassazione, e l’8 marzo l’ufficio centrale elettorale li ha respinti entrambi. Pizza si è rivolto a questo punto al Tar, sostenendo l’illegittimità dell’esclusione, ricevendo un’altra bocciatura. Quindi il ricorso al Consiglio di Stato, e la decisione di ieri che ha ribaltato le precedenti. Ma la vicenda potrebbe avere ancora un altro esito. Di qui la decisione dell’esecutivo, attraverso il Viminale, di presentare un doppio ricorso affinché sia revocata l’ordinanza del Consiglio di Stato e sia chiarito una volta per tutte dalla Cassazione a chi spetta giudicare in materia elettorale. La sentenza della Corte viene data per imminente, al massimo entro lunedì.
La preoccupazione è palpabile. Berlusconi si è appellato a Pizza, suo alleato, affinché rinunci: “Sarebbe un dramma per il Paese perdere ulteriore tempo. Faccio appello alla Dc affinché abbia senso di responsabilità e rinunci alla richiesta di avere altri giorni in più per la campagna elettorale”. Più dure invece le parole del leader del Pd: “Sono assolutamente contrario al rinvio delle elezioni. Sarebbe per il nostro Paese anche un colpo di immagine gravissimo e non vorrei che il rinvio fosse un auspicio del Pdl, visto che l’aria è cambiata” ha detto Veltroni sottolineando che “è una cosa aperta nella destra, la destra la risolva”. Anche nel Pdl però avanzano sospetti: “Poco tempo fa chiedevano disperatamente di non andare alle urne” ricorda Ignazio La Russa, capogruppo di An alla Camera. “Ora temiamo che stiano manovrando per non mandarci a votare”.
In realtà di manovre dall’una o dall’altra parte non c’è traccia. Si tratta solo dell’ennesima puntata dello scontro sul simbolo che la Dc di Pizza, coalizzata con il Pdl, vuole sulla scheda elettorale nonostante sia già presente quello del partito di Pier Ferdinando Casini. Gli eredi dello scudocrociato chiedono anche che si ripeta tutto il procedimento pre elettorale: deposito del simbolo, sorteggio della collocazione nella scheda, presenza sui manifesti elettorali. E a chi ricorda il vincolo costituzionale dei 70 giorni si ribatte che quei giorni devono essere effettivi e dunque la data delle elezioni potrebbe essere fissata anche 90 giorno dopo.
Se ce ne fosse bisogno, a complicare ulteriormente le cose c’è che il provvedimento dei giudici di Palazzo Spada è solo “cautelare”. Nel merito, ovvero a decidere sulla effettiva validità delle ragioni della Dc, dovrà tornare a pronunciarsi il Tar (la sentenza è fissata per l’otto aprile). Ma tanto basta per sospendere la decisione di esclusione assunta dal ministero dell’Interno.
Cosa, quindi, potrebbe succedere? Se Pizza rientra in gioco si prospettano due diversi scenari. O le elezioni, appunto, vengono rinviate; oppure Pizza accetta di correre senza recuperare il tempo perso e le elezioni si svolgono regolarmente sempre che il ministero degli Interni sia in grado di rifare tutte le procedure e di ristampare schede, liste e manifesti. Se il ricorso del governo contro la riammissione viene accettato, le elezioni si svolgono regolarmente, ma Pizza potrebbe provare a farle annullare in seguito attraverso il giudizio di merito. Anche se da noi nessuna legge prevede un organo che possa annullare le consultazioni elettorali.

Amato: “Non escludo il rinvio delle elezioni dopo l’ammissione della Dc”

Il fac-simile della scheda elettorale del collegio Lombardia 2 fotografata oggi al ministero dell'Interno | Ansa
La riammissione della Dc di Giuseppe Pizza, decisa ieri dal Consiglio di Stato, potrebbe comportare un rinvio della data delle elezioni. Lo ha detto stamattina il ministro dell’Interno Giuliano Amato. “A noi stamane viene comunicata una decisione cautelare che potrebbe essere modificata dal giudizio di merito per la riammissione di un simbolo e quindi la presentazione di una lista” ha spiegato Amato “questa è una procedura non prevista dalla legge elettorale che può avere tempi indefiniti, alla quale tuttavia bisogna conformarsi, e quindi al momento non posso escludere che essa comporti un rinvio della data delle elezioni”.
Il ministro ha precisato che la decisione “spetta a chi ha fissato la data delle elezioni, quindi a Governo e Capo dello Stato”. Il ministro ha spiegato ancora che, dopo il via libera del Consiglio di Stato, “la decisione finale di merito deve essere ancora espressa dal Tar Lazio. Poi è possibile che su questo si innesti un regolamento di giurisdizione da parte della Cassazione per valutare se i tribunali amministrativi sono o no competenti a intervenire nel procedimento elettorale”.
Insomma, ha ribadito Amato, “se la cosa rimane su questi binari, io non escludo che il risultato a cui porti sia intanto il rinvio delle elezioni”.

I tempi per la fissazione dell’udienza potrebbero in realtà essere lunghi, dal momento che il ricorso in questione è stato proposto secondo le modalità ordinarie che non prevedono i tempi brevi per la fissazione dell’udienza propri dei ricorsi elettorali. Nel frattempo sono in programma nei prossimi giorni, davanti alla seconda sezione bis del Tar Lazio, altri ricorsi elettorali. Si inizia domani con i ricorsi di La Sinistra l’Arcobaleno (che chiede l’esclusione della lista Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo dalle consultazioni per il Senato) e di Forza Nuova (che contesta l’esclusione della lista dalle votazioni per la Camera nel collegio Lombardia 1).

Torna la Dc di Pizza: schede da correggere, elezioni a rischio?

Il logo della Democrazia Cristiana di Giuseppe Pizza. La Dc deve partecipare alle prossime consultazioni elettorali | Ansa
Era già notevolmente affollata la scheda elettorale del 13 aprile. Eppure si dovrà trovare altro spazio per fare posto a un ulteriore simbolo: la Dc di Giuseppe Pizza. Che una decisione a sorpresa del Consiglio di Stato ha riammesso nella competizione elettorale. Il simbolo era stato inizialmente escluso dal Viminale (lo scorso 4 marzo) perché giudicato troppo simile, con lo scudocrociato in campo blu invece che in campo bianco, a quello di un altro piccolo partito della galassia democristiana, la Dc di Angelo Sandri.
Poche righe quelle del Consiglio di Stato, ma dal contenuto fondamentale: le controversie relative alla fase antecedente le elezioni “devono ritenersi rientranti nella giurisdizione del giudice amministrativo”, mentre la cosiddetta giurisdizione domestica, di cui sono competenti le Camere, riguarda solo la verifica dei titoli di ammissione dei componenti.
E ora, al di là dell’angolino da ricavare sul lenzuolo elettorale, che cosa accadrà? Il segretario Pizza, non ha dubbi: “Adesso, spetta al governo ed al ministro Amato rimetterci in condizione di svolgere la campagna elettorale, al pari di tutti gli altri partiti. Restiamo convinti” ha aggiunto Pizza “che molto non funzioni nel sistema politico-istituzionale”.
Già, perché per effetto dell’ordinanza dei giudici di Palazzo Spada, la Dc di Pizza pur riammessa, avrà tuttavia meno di 15 giorni (contro i 30 previsti per legge) per fare campagna elettorale con i suoi candidati al Senato in 15 Regioni e le schede elettorali già pronte per la stampa. Senza contare che lo scudocrociato si aggiunge alla nutrita schiera di simboli disposti in linee orizzontali (senza distinzione tra forze di destra e di sinistra ma secondo l’ordine dettato dai sorteggi) e con i loghi dei partiti collegati che vengono inglobati in un unico contenitore: è il modo in cui si presentano le schede per le elezioni di Camera e Senato del 13 e 14 aprile. Un “lay out” già visto nel 2006 (da allora la legge elettorale è rimasta la stessa) ma che è finita al centro di polemiche.
A bocciare per la prima volta era stato l’ufficio elettorale del Viminale il simbolo della Democrazia Cristiana di Giuseppe Pizza, insieme a quello della Dc di Sandri. Tutti e due presentavano ricorso in cassazione, e l’8 marzo all’ufficio centrale elettorale, presieduto da Giovanni Pristipino, li respingeva entrambi. Pizza si è allora rivolto al Tar, sostenendo la illegittimità dell’esclusione. Il tribunale Amministrativo, però, a sua volta respingeva il ricorso. Quindi il ricorso al consiglio di Stato e la conseguente decisione.

Il segretario della Dc, Giuseppe Pizza | Ansa

Un nodo, quella del simbolo della Democrazia Cristiana, che si trascina da tempo (anche in sede legale), e non solo tra Pizza e Sandri, ma anche contro l’Udc di Casini, visto che lo stesso Piazza, la settimana scorsa ha chiesto agli ufficiali giudiziari di sequestrare il simbolo dello scudo crociato utilizzato dall’Udc.
Grande questione tra piccoli partiti, dunque, che ora però potrebbe rimettere in gioco addirittura la data del voto: alla faccia di chi pensava che non sarebbero più stati determinanti.

Nuovi partiti, vecchi simboli: si apre la caccia alla balena bianca

Lo scudo crociato, storico simbolo della Dc
Partito di popolo. Aperto a tutti. Di centro ma capace di fare breccia tra i moderati delle formazioni alleate. In grado di andare oltre il 35 per cento.
Un partito così, più di vent’anni fa, c’era: la Dc. In realtà potrebbe esserci ancora. Il nuovo Pdl lanciato dal Cavaliere. Il quale sa bene che colpo sarebbe avere nelle proprie mani non solo i voti e i riferimenti della vecchia Balena Bianca, ma anche il simbolo: lo scudo crociato.

Anche perché nell’attimo stesso in cui il Cav ha lanciato il nuovo partito, invitando gli elettori a esprimersi sul nome (il sito di Forza Italia ha già lanciato un gazebo on line) si è levato Raffaello Morelli, Presidente della Federazione dei Liberali, partito membro dell’Internazionale Liberale, che rivendica a sé e alla propria formazione il dominio e il nome del “Partito della Libertà”, con tanto di registrazione avvenuta nel 2004. Un problema in più per il neo nato partito di Berlusconi-Brambilla, visto che, nella diaspora liberale del ‘94, la formazione di Morelli si è attestata su posizioni alternative all’ex premier.
Così il Cavaliere potrebbe non accontentarsi del logo e del simbolo dei Circoli della Libertà di Michela Vittoria Brambilla, ritoccati per la bisogna, e potrebbe avere in animo di conquistare il marchio dello scudo crociato.
Fantapolitica? Non proprio. Perché la guerra dei simboli (giocata nei tribunali e iniziata nel ‘94, subito dopo dallo scioglimento della Balena Bianca) oggi ha un vincitore, il Professor Giuseppe Pizza, che con il nuovo gruppo dirigente nato nell’ultimo congresso di inizio 2007, è per ora (la querelle giudiziaria non è ancora finita) l’unico detentore dello scudo crociato. Una tradizione ideale, politica e culturale che fa gola a entrambi gli schieramenti.

E infatti Prodi ha tentato più volte l’approccio con Pizza per tentare di portare nell’alveo dell’Unione il piccolo rivolo dei reduci della democristiani. L’intento del premier è quello di creare una nuova formazione che raccolga l’area a destra del Partito democratico: gli ex dc come Gerardo Bianco o protagonisti del Family day come Savino Pezzotta che non hanno seguito Walter Veltroni nel Pd e neppure l’inquieto ministro Antonio Di Pietro. Si è poi fatto avanti Mastella, disposto a sciogliere l’Udeur e prendersi il timone a lui caro dello Scudo crociato. Rovinando i sogni del segretario della Nuova Dc per le autonomie Gianfranco Rotondi, schierato con la Cdl, e ovviamente quelli dell’Udc di Casini. Nel frattempo la Dc di Pizza è cresciuta in tutta Italia, è in corso la campagna congressuale, come testimoniava il 9 novembre scorso una paginata intera sul Corriere della sera.

Il corteggiamento del Cavaliere a Pizza risale invece all’estate scorsa. Allora non se ne fece niente, ma adesso che Berlusconi ha scompaginato i giochi nella Cdl, si torna a parlare di un riavvicinamento. Non sembra un caso che il 20 novembre, a Pdl appena lanciato, Pizza abbia convocato l’ufficio politico che ha “valutato positivamente le dichiarazioni rese dall’On.le Silvio Berlusconi, in relazione alla fine del bipolarismo, al ritorno al proporzionale puro e al riferimento ai valori fondanti del Partito Popolare Europeo”. Rinnovando anche l’intenzione di “stabilire eventuali modi di collaborazione tra il nascente Partito e la Democrazia Cristiana, nell’esaltazione dei valori e dei programmi che rappresentano i principi racchiusi nello storico simbolo dello scudo crociato”.

Mastella, Cesa e quelli che si mettono in mezzo. Come sardine bianche

Pier Ferdinando Casini, Clemente Mastella e Lorenzo Cesa: il loro<br /> progetto di rifondare la Dc spaventa i Poli
Non è un colpo di sole? Cioè: è un piano vero quello che porta in calce la firma di due centristi di peso come Clemente Mastella e Lorenzo Cesa e che vorrebbe rimettere in piedi la Dc (o come da tempo lo chiamano loro il “grande centro”)? O è una boutade, un bluff, un giochino ferragostano?
Fosse un giochino, va detto che i due l’hanno bene orchestrato: con due interviste parallele, e non alle Iene ma a due quotidiani nazionali. Il Guardasigilli, dalle pagine di Repubblica, annuncia di voler dar vita a un “nuovo” partito chiamando a raccolta Casini, personalità del mondo dell’impresa (Montezemolo), Savino Pezzotta, la star del Family Day e, guarda un po’ le stranezze della politica, quell’Antonio Di Pietro, il ripudiato dal Pd, che della Dc aveva fatto un boccone negli anni di Tangentopoli e con il quale fino a ieri Mastella si dava battaglia e spettacolo, tanto via blog e quanto nei consigli dei ministri.

“Una forza di questo tipo non scenderebbe sotto il 10%. Probabilmente sarebbe il terzo partito in ampie zone del Paese, a cominciare dal Mezzogiorno, supereremmo An”, pronostica il ministro, che sogna di riunire tutte le “sardine bianche” in vista delle europee del 2009 o anche in caso che il governo Prodi cadesse e si votasse il prossimo anno.
“Proviamo ad aggregare quell’area moderata, cattolica e riformista che al momento non si sente rappresentata da nessun partito”, (cioè gli scontenti del Partito democratico e gli orfani del Cavaliere) fa eco il segretario Udc dalle pagine del Messaggero. “Ne discuteremo a Chianciano alla nostra festa, alla quale abbiamo invitato molti personaggi del riformismo moderato, a cominciare dal presidente del Senato Marini, ma abbiamo un dialogo aperto anche con i teodem Carra, Binetti, Baio Dossi, che hanno vita dura nella Margherita”.
Fanno sul serio? Dalle critiche degli alleati, piovute unanimi da destra e da sinistra, verrebbe da dire sì. Anche se l’Udc si affretta a precisare che l’intenzione non è quella di “entrare nel centrosinistra”, come molti accusano, “ma essere un’alternativa al nascente Pd”. E allora il sogno sarebbe quello di poter mettere in piedi un soggetto in grado di parlare (e condizionare) sia a destra che a sinistra (dipende da chi sarà al governo): un ago della bilancia.

Ma sono anche i contenuti del piano Mastella-Cesa che portano a pensare che il “grande centro” non sia solo frutto di immaginazione o del solleone agostano. I nomi citati dal leader Udeur sono quelli di Luca Cordero di Montezemolo (che nei mesi scorsi aveva messo sotto accusa questo bipolarismo, ricattato dalle estreme), cioè il rappresentante di un ceto industriale deluso dai due poli e che da mesi si interroga su un eventuale ruolo di supplenza. E poi di Pezzotta, ex leader della Cisl, ma soprattutto animatore della giornata dell’orgoglio delle famiglie cattoliche e gran collettore di quelle anime, di quei credenti (e forse di quei voti) che mal sopportano il supposto laicismo del governo Prodi, sempre sotto scacco da parte della sinistra radicale.
E c’è un altro elemento importante che il piano centrista porta in dote. Finora ciò che ha trattenuto queste forze dal rifondersi è stato l’attuale sistema elettorale che rende velleitaria qualunque avventura fuori dai due schieramenti. Ora, assediati dai sostenitori del referendum, tra i partiti va molto di moda il modello tedesco: proporzionale con sbarramento del 5%. Un sistema che piace un po’ a tutti: a Prc, Verdi, Lega (e si capisce), ma anche ai grandi partiti come Ds, Margherita e Forza Italia perché ognuno farebbe pesare i voti che ha preso e in Parlamento e nei futuri partiti unici (non è un caso che Walter Veltroni e Silvio Berlusconi si siano mostrati tiepidi sul referendum). Un sistema che costringerebbe i nanetti da zero-virgola-per cento a fondersi per non morire: a sinistra del Pd nascerebbe la “cosa Rossa” e al centro, mettendo insieme i loro voti (6,8% dell’Udc più l’1,4% dell’Udeur fa già più dell’otto per cento), troverebbero casa tutti gli eredi della Dc, che infatti sono eccitatissimi all’idea.

Dunque fanno sul serio: approfittando delle falle interne al modello tedesco, le ambizioni di Mastella e dei neocentristi diventerebbero molto più d’un sogno di mezza estate. Altro che “oggetto inesistente” citato da Maurizio Gasparri, altro che “mostro di Lochness, usato per ravvivare le cronache” estive. A ricomparire sarebbe la “Balena Bianca”

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