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Referendum: sì, no, forse. Il quesito sui quesiti e le risposte del web

Un banco di raccolta firme per il referendum

La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale (qui l’abc dei quesiti referendari) che Bossi avversa da sempre, perché prefigura un bipartitismo spinto che emarginerebbe le formazioni più piccole - oltre alla Lega, l’Udc e l’Idv e la sinistra extraparlamentare (tutti contrari, infatti). Dopo una cena ad Arcore con Umberto Bossi, il presidente del Consiglio, in una nota di martedì 9 giugno afferma: “Non appare oggi più opportuno un sostegno diretto al referendum”.
Queste le parole del premier. Già, le parole.
Nessun ricatto della Lega
A chi dice, e crede (il comitato referendario e le opposizioni, Pd in primis), che il premier sia sottostato al ricatto leghista, che il leader del Pdl sia ostaggio di quello del Carroccio, che quello intercorso con il Carroccio (più vincente del Pdl alle elzioni dello scorso week end) sia un “do ut des” bello e buono (cioè, un baratto: Berlusconi si sfila dall’appoggiare la campagna del referendum del 21 giugno e in cambio Bossi garantisce il sostegno del proprio elettorato, fondamentale ai fini dell’esito finale, ai ballottaggi delle amministrative che si terranno in concomitanza con la consultazione popolare sul sistema di voto per le politiche), basti ricordare il percorso fin qui fatto dal Cavaliere sul tema.
Era il 29 aprile (qui il VIDEO di Sky Tg24), quando da Varsavia, a conclusione del vertice italo-polacco disse: “Dà il premio di maggioranza al partito più forte, qualcuno può immaginare che io voti no?”, al referendum. E poi aggiunse: “Va bene tutto, ma non si può pensare di essere masochisti”.
Concetto ribadito e ancor più chiarito il 3 giugno scorso, durante Porta a Porta: il referendum “va nella direzione e nell’interesse del Popolo della Libertà e se io dicessi non voto questo referendum gli elettori del Pdl potrebbero farmi un’azione di responsabilità, però non faremo campagna elettorale perché noi siamo contenti di governare con la Lega e abbiamo con la Lega un’alleanza di ferro”.
I mal di pancia di Fini
Non c’è nulla, da queste dichiarazioni, di dverso da quanto sostenuto martedì 9 dal premier. E però, la scelta tattica del premier ha provocato la reazione di Gianfranco Fini e dell’ala “finiana” del Pdl: “Io andrò a votare, lo farò convintamente e spero lo facciano anche gli italiani”, risponde ai cronisti alla Camera Fini, che è tra i promotori dei quesiti e voterà sì.
Nessun sostegno, nessun divieto
E allora ecco l’ultima parola di Berlusconi, costretto ancora una volta a intervenire e precisare: il no al sostegno diretto al referendum elettorale? “Ne rimango convinto, ma comunque voterò sì”: svela Berlusconi, in un colloquio con Il Giornale.
Insomma, nessun sostegno dal Pdl e nessuna indicazioni (leggi: non si farà campagna elettorale) ma nessun rifiuto al voto: “nessun divieto”, puntualizza il ministro della Difesa, Ignazio La Russa e uno dei tre coordinatori del Pdl: “Non capisco perché ci sia questa mania a vedere Fini alternativo al Pdl. Anch’io”, prosegue “a tutte le persone che me lo chiederanno dirò di andare a votare”. E poi: “Nel Pdl ci sono sempre state posizioni diverse, ad esempio, Cicchitto è sempre stato contrario. Parlando di An, i favorevoli al referendum sono il 90%”.

Eppure il dibattito, soprattutto in rete, è molto acceso. Nei temi e nei toni.

Un referendum che mette alla prova i nuovi equilibri nel PdL…

“Berlusconi ha dichiarato che “non sosterrà” il referendum sulla legge elettorale che si celebrerà il 21 giugno prossimo, in concomitanza con i ballottaggi delle Amministrative, inviso alla Lega. [...] La dichiarazione odierna è servita a sugellare l’accordo tra PdL e Lega in vista dei ballottaggi, ma chissà che le immediate reazioni di Fini e degli altri sostenitori della consultazione, unite all’alto numero di ballottaggi, non portino comunque al superamento del quorum, con conseguente scontata vittoria del “SI”. Sarebbe un colpaccio.”

Polìscor » Sembrava una carretta ma era un Carroccio

Una scelta controproducente per il PDL

Il sistema elettorale preferito dal Bossi allora anti-berlusconiano era il
modello tedesco. Proporzionale, sbarramento e mani libere. La stessa a cui il Bossi ora “berlusconiano” presto o tardi [...] intende ricondurre la politica italiana. [...] Di una cosa va dato atto al Senatur: è uno dei pochi che, nell’ultimo decennio, può dire di non avere cambiato idea sulla legge (e sui referendum) elettorali. Rimane da capire la ragione per cui un partito come il Pdl debba invece cambiarla, non a proprio vantaggio, ma contro i propri interessi.”

Libertiamo » Il Senatur sulla legge elettorale detta la linea dal 1999

Appoggiare il referendum aumenterebbe gli elettoria

“Non c’è stato un boom leghista. E provare a inseguire la Lega per recuperare quel 2% di voti che si presume si sia spostato dal Pdl alla Lega sarebbe a mio avviso un errore politico. [...] Occorre guardare ai 6 milioni di astenuti se si vuole recuperare il terreno perso, non ai 100mila elettori in più della Lega. E questo si può ottenere solo differenziandosi dal Carroccio, anziché inseguendolo. Differenziarsi significa innanzitutto dettare la linea politica e non essere
eterodiretti dal proprio partner minoritario di coalizione. [...] Significa soprattutto individuare un progetto politico nazionale (e non settentrionale) di ampio respiro che delinei una mission di lungo periodo per il paese, a cominciare dalle riforme istituzionali e dalle riforme strutturali (e non solo congiunturali) per reagire alla crisi economica.”

FareFuturo Webmagazine » La folle inutilità di inseguire la Lega

Ma forse anche gli italiani temono il bipolarismo…

“Pare che gli italiani, premiando Lega, IdV e UDC, abbiano fatto capire di volere un bipolarismo snello e semplificato che però non si tramuti almeno in tempi brevi in un bipartitismo secco. [...] L’UDC che resiste e bene, approfitta dello scetticismo non verso una
prospettiva bipartitica in sé, ma nei confronti di una contrapposizione urlata fra due partitoni contraddittori ed incapaci di modernizzare il Paese. Non è un caso che oggi Berlusconi abbia fatto un bel passo indietro circa il referendum promosso da Segni e Guzzetta.”

Conservatori-Liberali » Un campanellino d’allarme

Referendum, l’allarme del Comitato è sullo spoglio

Scrutinio per i ballottaggi del 10 e 11 giugno 2007

di Stefano Brusadelli

Il comitato referendario lancia l’allarme scrutatori. In base all’articolo 9 della stessa legge elettorale che in alcuni punti si intende abrogare (il cosiddetto Porcellum del 2005, qui la SCHEDA su come funziona), gli scrutatori non vengono più estratti a sorte fra gli iscritti a un albo, bensì designati da commissioni comunali composte dai rappresentanti dei partiti. La nuova procedura vale per tutti i tipi di consultazione, referendum compresi. “Si tratta” dice a Panorama il presidente del comitato promotore Giovanni Guzzetta “di una scelta assai grave. Oltre a nominare i parlamentari attraverso le liste bloccate, adesso i partiti si attribuiscono anche il potere di nominare coloro che debbono controllare la correttezza del voto. E se è un problema in linea generale, lo è tanto più per i referendum, visto che il comitato promotore non sarà rappresentato”.
Il timore di Guzzetta è quello di ritrovarsi una maggioranza di scrutatori espressione di partiti o aree di partito avversi al referendum, con il conseguente rischio di vedere annullate schede dubbie, o addirittura valide. “Nel Nord, per esempio” aggiunge Guzzetta “è facile immaginare che ci sarà un’alta percentuale di scrutatori leghisti, che non saranno certamente indifferenti”. Per questo i referendari si apprestano a lanciare una “campagna di attenzione” diretta al governo e ai presidenti di seggio.

LEGGI ANCHE: Quesiti, costi, favorevoli e contrari: l’abc del referendum elettorale - Elezioni: la dura vita dello scrutatore

Ddl sicurezza: dalla Camera la fiducia. Critica la Cei: “Così si ignora l’integrazione”

finibossi

L’Aula della Camera ha confermato la fiducia al governo, approvando i tre maxiemendamenti al disegno di legge in materia di sicurezza. Presente anche il ministro delle Riforme Umberto Bossi, che a proposito delle perplessità su alcuni dei passaggi del provvedimento espresse da Gianfranco Fini ha dichiarato: “A me interessa solo il voto. Mi basta che passi”.
Montecitorio dunque ha detto sì ai tre tronconi in cui è diviso il ddl, quello sull’immigrazione, su mafia e sicurezza urbana. Per il primo i voti favorevoli sono stati 316 e 258 i contrari. I voti favorevoli, per il secondo, sono stati 315, quelli contrari 247. Infine, per il terzo maxiemendamento al disegno di legge sulla sicurezza, i voti favorevoli sono stati 315, i contrari 237. Dopo l’esame degli ordini del giorno, che saranno esaminati fra oggi pomeriggio e domani mattina alle 9, le dichiarazioni di voto e la votazione finale sono in programma domani a partire dalle 11,30.
La triplice fiducia ottenuta dal governo sul disegno di legge sicurezza porta a 18, nell’arco di un anno di vita, il numero dei voti di fiducia incassati dal Berlusconi IV nelle due Camere. Tre voti di fiducia lo stesso giorno in un ramo del Parlamento non sono un record. La stessa richiesta è stata fatta negli ultimi anni da governo presieduti sia da Silvio Berlusconi che da Romano Prodi.

Il testo del Disegno di legge sulla sicurezza dopo l’approvazione dei tre maxiemendamenti del governo prevede alcune modifiche rispetto all’articolato approvato dalle commissioni. E’ stato fra l’altro riportato alla stesura originaria il comma riguardante gli appalti. Torna quindi l’obbligo da parte degli imprenditori a denunciare i tentativi di ‘racket’, pena l’esclusione dalle gare d’appalto, che scatta anche quando la richiesta del ‘pizzo’ emerga dalle risultanze di un rinvio a giudizio.
Arrivano poi le ‘ronde’ e il reato di immigrazione clandestina, passibile di multe da cinque a diecimila euro, con obbligo di denuncia da parte dei pubblici ufficiali, e passa da 60 a 180 giorni il periodo in cui un immigrato potrà essere trattenuto nei centri di identificazione ed espulsione. Costerà 200 euro chiedere la cittadinanza e da 80 a 200 euro il permesso di soggiorno. Una pena fino a tre anni di carcere è prevista per chi affitti case o locali ai clandestini e per insulti a pubblico ufficiale. Vengono inoltre ripristinati i poteri del procuratore nazionale antimafia e inasprito il “41-bis” sulla detenzione dei boss mafiosi.

Tutte norme che, secondo il direttore dell’Ufficio per la pastorale degli immigrati della Cei, padre Gianromano Gnesotto, “di fatto il grande tema che viene tenuto sotto silenzio di questo ddl è proprio l’importante tema dell’integrazione, dell’inserimento nella società per ottenere il quale - dice - sono prioritarie le strategie della tutela dell’unità familiare, dei ricongiungimenti familiari, dei minori tutelati”.
“Il grande tema - insiste Gnesotto - che viene messo a lato da questo provvedimento è quello dell’integrazione perché il pacchetto sicurezza non parla di questo e non avrà gli effetti propri di una società che vuole essere integrata”.

Ma la giornata fa registrate anche nuove tensioni tra il presidente della Camera e la Lega. Il problema dell’immigrazione clandestina esiste, ma nel dibattito politico “bisogna evitare eccessi propagandistici”, dice Fini, che, interpellato dai cronisti a Montecitorio, apre cautamente alla proposta del ministro dell’Interno di far verificare le richieste d’asilo in Libia: “Quella di Maroni è una ipotesi tra le tante, non peregrina”, afferma durante una pausa dei lavori a Montecitorio sul ddl sicurezza. Una soluzione, per il primo inquilino di Montecitorio, potrebbe essere l’istituzione, con il coinvolgimento di Onu e Ue, di centri di identificazione per gli immigrati anche nei Paesi di transito per verificare la presenza tra gli immigrati di coloro che hanno diritto all’asilo politico. Per Fini, insomma, nel dibattito in corso tra governo italiano e Onu bisognerebbe abbassare i toni ed “evitare eccessi propagandistici”. Anche perchè, chiosa la terza carica dello Stato, “non mi pare che l’Onu sia in campagna elettorale…”.
E se Bossi in Transatlantico canta vittoria (”Chi la dura la vince. Se la propaganda non la fai quando ci sono le elezioni, quando la fai?”), il leader del Carroccio tenta di spegnere le polemiche con Fini raccontando così un loro incontro di circa mezz’ora nell’ufficio del presidente della Camera: “Con Fini il rapporto è facile, se ti dà la parola la mantiene”. Il leader della Lega esclude che si sia parlato di immigrazione: “Non abbiamo parlato di questo” dice Bossi “ma di cose alte, di come ci si comporta da alleati, di come ci si comporta reciprocamente. Quando uno dà la parola, deve mantenerla” ribadisce il ministro “Fini è uno che la mantiene”.
In mezzo ai due contendenti, il Pdl. Con il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto che difende a oltranza l’importanza del provvedimento e la scelta di porre la fiducia: “Sulla questione degli immigrati clandestini e della legge sulla sicurezza il governo e la maggioranza sono impegnati a realizzare un punto decisivo del programma che ha ottenuto il voto della maggioranza degli italiani che richiedono più sicurezza e una tenuta sociale di fronte all’aumento di criminalità derivante dall’immigrazione clandestina, dalla criminalità organizzata (mafia, camorra, ndrangheta), da molteplici problemi riguardanti la sicurezza. Abbiamo posto la fiducia, il massimo di verifica parlamentare possibile, proprio per l’importanza del provvedimento”.

Ripartire dopo il terremoto: il contributo sale al 100% per i costi delle prime case

il recupero dei tesori religiosi e degli oggetti personali

Il contributo per la ricostruzione e la riparazione delle case demolite dal terremoto coprirà per intero le spese necessarie. E’ quanto stabilisce un emendamento del governo al decreto legge per l’Abruzzo. “Il contributo di cui alla presente lettera è determinato in ogni caso in modo tale” si legge nel testo “da coprire integralmente le spese occorrenti per la riparazione, la ricostruzione o l’acquisto di un alloggio equivalente”.
Il governo ha presentato, in commissione Ambiente al Senato, un pacchetto di emendamenti al decreto legge per l’emergenza del terremoto. Le proposte di modifica a firma dell’esecutivo dovrebbero essere nove. La concessione dei contributi, anche “con le modalità del credito d’imposta e di finanziamenti agevolati garantiti dallo Stato”, è prevista per “la ricostruzione o riparazione di immobili adibiti ad abitazione considerata principale” si legge nel testo dell’emendamento, che in questa parte ricalca la versione originale del decreto legge “distrutti, dichiarati inagibili o danneggiati ovvero per l’acquisto di nuove abitazioni sostitutive dell’abitazione principale distrutta”.

Sul fonte giudiziario, nel mirino della Procura della Repubblica dell’Aquila, che indaga sulle responsabilità dei crolli e delle morti per il terremoto, figurano circa 80 persone - tra costruttori, progettisti, esecutori dei lavori e pubblici funzionari - che hanno concesso le autorizzazioni a costruire. Si tratta di coloro che compaiono nelle storie dei circa 150 edifici crollati, in molti dei quali ci sono state vittime. Ma anche se - come ha sottolineato ancora una volta il procuratore della repubblica, Alfredo Rossini - le indagini vanno avanti molto speditamente, la chiusura delle indagini preliminari non ci sarà prima del prossimo settembre, a causa della sospensione delle attività che ci sarà per un mese e mezzo dal primo agosto prossimo, ma il procuratore non ha escluso che prima ci sarà qualche interrogatorio. Oggi non ci sono stati sopralluoghi né audizioni di testimoni, ma sono state esaminate le carte. In particolare, è stata approfondita la questione dell’ospedale San Salvatore, dove sono tornati magistrati e tecnici, al fine di dissequestrare altri pezzi e favorire interventi di messa a norma. Inoltre, gli uomini della polizia giudiziaria hanno sequestrato altre schede di palazzi pubblici e privati, ossia screening sulla storia, la stabilità e gli interventi da fare.

Ddl sicurezza: 3 fiducie in un colpo. L’opposizione sulle barricate

L'Aula della Camera

La maggioranza, sotto tiro dell’Onu e dell’Europa per i respingimenti dei clandestini provenienti dalle coste libiche, si blinda e pone, come annunciato, la fiducia sul pacchetto sicurezza. Un triplo voto che si terrà oggi alla Camera, dopo che il presidente Gianfranco Fini ha dichiarato oggi ammissibili i tre maxi-emendamenti nei quali è stato racchiuso il provvedimento. “La presidenza della Camera” dice Fini “non rileva profili di inammissibilità per contrasto con la Costituzione anche perché, essendo problematica o comunque opinabile l’adesione alla Costituzione delle norme in esame, lungi dalla presidenza ledere le prerogative sovrane dell’Assemblea”.
L’opposizione, però, va all’attacco criticando, nel merito e nel metodo la scelta del governo. “Queste tre fiducie” dice il presidente dei deputati del Pd Antonello Soro “disattendono le sollecitazioni del capo dello Stato e del presidente della Camera e violano la logica su cui in quest’Aula si basa il voto segreto”. Ma da parte del partito di Franceschini ce n’è anche per il primo inquilino di Montecitorio al quale il centrosinistra si era appellato per chiedere uno stralcio delle norme più contestate del provvedimento, quelle sul reato di ingresso clandestino nel nostro Paese e le ronde.

Mentre l’Idv, dopo la richiesta di fiducia fatta in Aula dal ministro Elio Vito, diserta i lavori del comitato dei nove, preparatorio alla discussione, sottolineando che il governo “impedisce il dibattito e le votazioni libere su tante parti del provvedimento che violano la Costituzione e altamente lesive della dignità della persona e della maestà dello Stato”.
Da Sinistra e Libertà arriva invece la proposta di una maratona oratoria davanti alla Camera con politici ed esponenti del mondo dello spettacolo come Dario Vergassola e Moni Ovadia, contro il ‘pacchetto sicurezzà, mentre l’Arci, sempre davanti a Montecitorio, darà il via con i suoi dirigenti e operatori, a uno sciopero della fame contro i respingimenti.
In effetti, anche dopo il richiamo dell’Onu a “riammettere i respinti”, non accenna a placarsi la polemica sul rimpatrio dei clandestini diretti dalla Libia alle nostre coste. L’opposizione è tutta schierata sulla linea espressa ieri anche da Fini: non fare entrare i clandestini ma garantire il diritto d’asilo. Mentre il presidente del Senato, Renato Schifani, rivendica “i respingimenti” come “un diritto del nostro Paese”. E il ministro della Difesa, Ignazio La Russa bolla come “chiacchiere” le polemiche sulla questione.
Sempre il numero uno di Montecitorio, durante una pausa dei lavori d’aula per il voto di fiducia, trova il modo di richiamare ancora il ministro dell’Interno Maroni: il problema esiste e si può trovare la soluzione in diversi modi, coinvolgendo anche Onu e Ue, ma “bisogna evitare eccessi propagandistici”, risponde Fini ai cronisti che gli fanno notare come siano state espresse anche dall’Onu alcune sue riflessioni sul respingimento dei migranti. “Non è un problema di punti di vista” ha spiegato Fini “ci sono le norme di diritto internazionale. Esiste il problema del respingimento dei migranti ed esiste il diritto all’asilo. Solo che va verificato. Se si verifica sul territorio nazionale esistono i Cie, se si verifica durante il trasferimento deve essere certo che sia fatto in modo esaustivo e completo. Forse bisognerebbe pensare a istituire dei centri anche nei paesi notoriamente di transito, coinvolgendo le organizzazioni internazionali come l’Onu e la Ue”. Sull’argomento, duqnue, il presidente della Camera continua a pungere la Lega, che però sembra irremovibile: “Cominciamo a respingere, poi si vede” è stata la risposta del leader del Carroccio Umberto Bossi a chi gli chiedeva dei rilievi delle Nazioni Unite.
Dall’Egitto, tra l’altro, il premier Berlusconi, va all’attacco e sottolinea che “su questi barconi, come dicono le statistiche, persone che hanno diritto d’asilo non ce n’è praticamente nessuna. Solo casi eccezionalissimi”. Non solo, il premier accusa: vi sono “persone reclutate in maniera scientifica dalle organizzazioni criminali” sui barconi. Parole alle quali replica il numero uno del Pd, Dario Franceschini. “Sui 36 mila sbarcati nel 2008″ dice carte alla mano “circa 31 mila hanno fatto richiesta di asilo politico, metà dei quali hanno avuto, in base alle procedure, riconosciuta la protezione umanitaria”. E l’intera opposizione, in Senato, chiede che il governo riferisca in Aula sulla questione.

Il VIDEO servizio:

LEGGI ANCHE: Italia quarta al mondo per richieste di asilo politico - Berlusconi con Maroni. Ma è alta tensione con l’Onu - Noi paghiamo, loro sbarcano

Ritocchi al seno: il governo dice stop per le minorenni. Arriva il registro per le protesi

Seno

È pronto e presto sarà presentato in cdm il disegno di legge che istituisce un Registro nazionale delle protesi mammarie e vieta il ritocco al seno alle minorenni. “Presto sarà presentato in Consiglio dei ministri”. L’annuncio è venuto dal sottosegretario al Welfare, Francesca Martini, a margine di un convegno organizzato oggi a Roma dal Sindacato italiani veterinari di medicina pubblica (Sivemp).
Il testo “sarà accompagnato dal registro delle protesi mammarie, per garantire la piena tracciabilità, e dal registro per i mielolesi perché c’è una specifica richiesta di aiutare chiunque ha una lesione midollare ad entrare in un centro di riferimento”.
“Il provvedimento” spiega la Martini “istituisce un registro per le protesi mammarie, a favore di tutte le donne che ricorrono alla chirurgia sia a fini ricostruttivi (per esempio a seguito di un intervento di rimozione di un carcinoma al seno), sia a fini estetici”. Perché “la tracciabilità delle protesi mammarie diventa un fattore di garanzia a tutela della salute delle donne, mentre il divieto di intervenire in piena età dello sviluppo dà anche ai medici un quadro normativo in cui lavorare meglio e con maggiore serietà”.
Qualche giorno fa l’American Society for Aesthetic Surgery, prestigiosa società internazionale di chirurgia plastica, ha pubblicato i dati sugli interventi del 2008. Per la prima volta la mastoplastica additiva (cioè l’aumento del seno) ha superato la liposuzione (aspirazione del grasso da cosce e fianchi): circa 355.600 donne si sono rifatte il seno contro le 341.1000 che hanno richiesto la liposuzione. Seguono in classifica la blefaroplastica (occhi) con 195.400casi, rinoplastica (naso) 152.400 e addominoplastica (pancia) con 147.400 casi.
Alla diffusione del seno artificiale contribuisce il successo di nuove tecniche, sempre meno invasive: iniezioni di acido ialuronico, trapianto di cellule staminali, espansori.

Circa due mesi fa fu la stessa Martini a sostenere: “Negli ultimi 10 anni vi è stata una proliferazione di interventi di chirurgia estetica e in particolare di protesi mammarie”. Per questo emerge “la necessità di dare una regolamentazione ad un settore che è un vero e proprio Far West”. E il sottosegretarioaggiungeva che “per quanto riguarda gli interventi di chirurgia estetica, sempre più spesso le adolescenti, più fragili e sensibili ai messaggi dei media, chiedono un seno nuovo. Ma considerati i rischi per la salute di interventi eseguiti quando la ghiandola mammaria non è ancora formata, stiamo pensando di escludere i ritocchi sulle minori non motivati da problemi medici. Voglio chiarire che non sono contraria alla chirurgia estetica, ma vorrei fornire a chi vuole sottoporsi a questo tipo di interventi garanzie e sicurezza”.

Ora il provvedimento annunciato dal sottosegretario Martini è scritto. E c’è da giurarci che farà emergere reazioni contrastanti: giusto scoraggiare il trend imposto da moda, tv, modelle e starlette, soprattutto fra minori. Ma alcuni contestano: in questo modo chi vorrà rifarsi il seno prima dei 18 anni lo farà comunque, attraversando il confine.

Seno rifatto, il governo vuole vietarlo alle minorenni. Siete d’accordo?

Fini scrive a Maroni: negativa la norma sui “presidi-spia”

Gianfranco Fini

Una lettera di due pagine al ministro dell’Interno, Roberto Maroni, inviata alla vigilia del ponte del primo maggio. Mittente: il presidente della Camera Gianfranco Fini. Che il 30 aprile si è rivolto al titolare del Viminale per segnalare eventuali “problemi di costituzionalità” di una norma, contenuta nel disegno di legge sulla sicurezza che di fatto impedirebbe l’iscrizione alla scuola dell’obbligo dei bambini stranieri, se figli di genitori clandestini.
Da sottolineare la tempistica: è alla vigilia del dibattito parlamentare sul ddl (che entrerà nel vivo a Montecitorio martedì 5 maggio con un esito tutt’altro che scontato visto che, sempre martedì, un vertice di maggioranza dovrà decidere se mettere o no la fiducia) che il presidente Fini torna sul tema a lui molto caro dell’immigrazione e dell’integrazione degli stranieri in Italia.
Dopo gli interventi contro i cosiddetti “medici spia”, poi stralciati dal provvedimento, la seconda carica dello Stato chiede insomma chiarimenti sui “presidi spia”. A rendere noto il contenuto della lettera è stato lo stesso Fini,  partecipando a un incontro sulla Costituzione e sul ruolo del Parlamento con alcuni studenti. “Nel disegno legge sulla sicurezza” ha detto Fini, rispondendo alla domanda di un ragazzo “c’è una norma per la quale ogni volta che ci si vuole interfacciare con la pubblica amministrazione occorre presentare un documento di identità, ma per un cittadino straniero occorre il permesso di soggiorno”. E poiché un clandestino non ha alcun tipo di documento di riconoscimento valido in Italia, Fini ragiona: “Se la norma è interpretata in un certo modo, arriviamo all’estremo che un bambino non potrebbe nemmeno frequentare la scuola dell’obbligo se i genitori non hanno il permesso di soggiorno”. “Per questo” ha rivelato Fini “ho chiesto un chiarimento a Maroni”.
Chiarimento chiesto per iscritto: “A prescindere dal giudizio su tale eventualità (a mio avviso negativo) che appartiene al dibattito politico, ti faccio presente” si legge nella lettera inviata da fini a Maroni “che si porrebbero problemi di costituzionalità e che da un attento esame della principale legislazione europea in materia di istruzione degli stranieri, non si evince alcuna normativa volta a discriminare l’esercizio del diritto allo studio da parte di minori stranieri”.
L’articolo cui Fini si riferisce nella sua lettera è quello che introduce il concetto secondo il quale lo straniero, per avere diritto a qualsiasi tipo di prestazione pubblica, compresa l’iscrizione a scuola, dovrà presentare il permesso di soggiorno. In caso contrario, scatta l’obbligo di denuncia perchè la clandestinità, con questo ddl, diventa reato. E, secondo il codice penale vigente, se non si denuncia un reato lo si commette a propria volta.
Secondo Fini, quindi, la disposizione - subordinando la fruizione di pubblici servizi alla presentazione di “documenti inerenti al soggiorno” presso gli uffici della nostra amministrazione - “impedisce che di questi servizi possano godere gli stranieri privi dei predetti documenti. Ciò fa sorgere, soprattutto a livello applicativo un problema di compatibilità” con altre norme. “Un solo esempio delle conseguenze - spiega Fini - che ne deriverebbero: ai minori stranieri verrebbe negata l’iscrizione alla scuola dell’obbligo ed il conseguente diritto all’istruzione che è attualmente tutelato, indipendentemente dalla regolarità della posizione in ordine al loro soggiorno, nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani”.

Il Senato approva, la Lega esulta: il Federalismo fiscale è legge

Lega esulta in Senato

Nel giorno in cui la Lega si preoccupa per le intenzioni di Berlusconi sul referendum per la legge elettorale, Bossi e i compagni del Carroccio incassano il sì del Senato al disegno di legge delega sul federalismo fiscale. Con l’appoggio del Pdl e dell’Italia dei valori, l’astensione del Pd e i voti dell’Udc contrari.
Ai quali si è aggiunto l’ex segretario del partito di Pierferdinando Casini, Marco Follini, ora senatore del Pd. Anche per questo il leader della Lega oggi non ha commentato l’uscita di ieri del premier. Troppo alta la posta in palio per la Lega, che insegue questo voto da mesi (la battaglia a dire il vero dura da anni ed è la vera ragione sociale della Lega dai tempi in cui il Senatur Umberto Bossi parlava di secessione) e voleva l’approvazione con il sostegno dell’opposizione.

I numeri: 154 voti a favore, 87 astensioni e soli 6 voti contrari (i tre senatori dell’Udc, e tre del Pd, Marco Follini, Claudio Molinari e Franco Bruno) al disegno di legge delega sul federalismo fiscale, la “cornice” che dà autonomia di entrata e di spesa alle autonomie locali.
Nel voto finale, il Pd conferma l’astensione della Camera. Il testo, dice la capogruppo del partito di Franceschini al Senato, Anna Finocchiaro, è migliorato rispetto all’ipotesi iniziale, al ‘modello lombardò, proprio grazie al contributo dell’ opposizione, ma “restano dei nodi irrisolti”. L’Italia dei Valori, invece sceglie di votare sì. “Votiamo a favore di questa legge” dice il capogruppo del partito di Di Pietro, Felice Belisario “non per fare un favore a una parte politica che tanto tiene a questa riforma, ma perchè riteniamo che questo Paese meriti l’innovazione e l’Idv accetta questa sfida”.
La Lega esulta e, pur sottolineando l’importanza del dialogo, che ha portato all’approvazione del ddl dopo 6 mesi di dibattito in Parlamento, rivendica anche quella che è una propria battaglia. “La della Lega” scandisce tra gli applausi il capogruppo Federico Bricolo “l’abbiamo iniziata da soli, con la stampa e i partiti della Prima Repubblica contro. L’abbiamo portata avanti fuori dai palazzi e col popolo. è stata una battaglia dal basso e per questo ringraziamo i tanti militanti che da anni con le scritte, i manifesti, i gazebo, hanno continuato a portarla avanti”. Sono gli stessi toni usati dal ministro dell’Interno Roberto Maroni (”Un giorno storico”), e dal capogruppo alla Camera, Roberto Cota: “Non si torna più indietro, è la fine del centralismo”.

Umberto Bossi fuori da Montecitorio

Tutti i ministri della Lega sono in Aula al momento del sì finale e i senatori sventolano i fazzolettoni verdi con il simbolo del Carroccio. Poi Umberto Bossi si chiude con i suoi per festeggiare. Ci sono il figlio Renzo e la moglie Manuela; alla festa federalista fa capolino anche il ministro dell’ Economia Giulio Tremonti. Non può mancare il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, colui che ha seguito passo passo tutto il ddl e che si appresta a mettere mano anche alla Carta delle Autonomie e alle riforme costituzionali, che completeranno il quadro. è felice tanto da suggerire di giocare al lotto la cinquina dei numeri dell’entrata il vigore della legge delega.
Per il resto, torna a ribadire, e suona un pò come una risposta alle ultime prese di posizione di Silvio Berlusconi, che “il dialogo è la via maestra” che ha portato, esattamente a un anno dall’insediamento della XVI legislatura, ad approvare un riforma di vasta portata, la prima del governo Berlusconi ter. “Un buon compleanno”, commenta il presidente del Senato Renato Schifani. “A un anno esatto dall’insediamento del Senato” dice la seconda carica dello Stato “il clima di collaborazione o almeno di legittimazione reciproca comincia a dare i suoi frutti”.

Al centro del federalismo, c’è l’obiettivo di garantire piena autonomia di entrata e di spesa agli enti locali in modo da sostituire, con gradualità, il criterio della spesa storica con quello dei costi standard per tutti i servizi fondamentali del paese.
Sarà quindi un fisco “su misura” nel rispetto dei principi di capacità contributiva e progressività che sono scritti nella carta costituzionale. Resta fermo il principio di non aumentare la pressione fiscale e al suo fianco quello stabilito con la clausola di salvaguardia: la riforma non può causare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Che cosa cambia per le Regioni? Le funzioni fondamentali erogate (l’assistenza, la sanità e le spese amministrative che riguardano il comparto dell’istruzione) sono assicurate: attraverso il gettito tributario valutato ad aliquota e base imponibile uniformi; addizionale regionale Irpef; compartecipazione all’Iva; quote di fondo perequativo; Irap ma soltanto in via transitoria in vista di un superamento di questa imposta.
Tra i punti più importanti anche l’istituzione di nove città metropolitane: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria, per le quali si punta a cancellare le corrispondenti province. Norme ad hoc per Roma capitale: un nuovo ente che sostituirà il Comune. Il consiglio comunale diventa assemblea capitolina e si occuperà di valorizzare beni storici, artistici, ambientali e fluviali oltre che di edilizia pubblica e privata.
Sarà una commissione Bicamerale, composta da 15 deputati e 15 senatori nominati dai presidenti dei due rami del Parlamento ad esprimere un parere sui decreti attuativi. Il governo è tenuto ad emanare al massimo in due anni i decreti attuativi il primo dei quali dovrà riguardare l’armonizzazione dei sistemi di calcolo dei bilanci pubblici.
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Spifferi dal Transatlantico
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