I pm hanno chiesto il rinvio a giudizio di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi e la detenzione di materiale pedopornografico. L’intervento di Rosa Muscio e Claudio Michelucci, cominciato ricordando la telefonata di allarme di Alberto Stasi al 118 quel 13 agosto 2007, è durato oltre quattro ore. I pm sono arrivati a una conclusione abbastanza scontata: la richiesta di giudizio davanti alla Corte d’assise per il fidanzato di Chiara Poggi, che considerano responsabile dell’omicidio. L’udienza preliminare riprenderà sabato 28 marzo con l’intervento della parte civile per la famiglia Poggi e dei difensori di Alberto Stasi. Subito dopo la conclusione dell’udienza, sia i Poggi sia Stasi, con i rispettivi legali, hanno lasciato il Palazzo di giustizia di Vigevano.
Il gup di Vigevano, Stefano Vitelli, si è riservato la possibilità di disporre una nuova perizia sul pc di Alberto Stasi nel contraddittorio tra le parti. L’eventualità è stata riportata nell’ordinanza con cui il giudice ha respinto tutte le eccezioni presentate dalla difesa tranne quella sulle intercettazioni telefoniche. Nel respingere la questione che riguarda il pc, da quanto si è saputo, il giudice ha comunque rilevato che ci potrebbero essere state alterazioni nel suo contenuto dovute al fatto che gli investigatori lo hanno aperto ancor prima che iniziassero gli accertamenti tecnici disposti dalla procura. Il giudice ha inoltre respinto il dissequestro, richiesto dai legali di Stasi, del pc, delle scarpe e della bicicletta, ritenendo siano ancora utili ai fini del processo.
Oltre a respingere con riserva l’eccezione sul computer, il giudice ha rigettato la questione sulla nullità del capo di imputazione.
Quanto al materiale fotografico che riguarda la scena del crimine e che per i legali di Stasi è incompleto, il gup ha ritenuto invece che sia sufficiente ai fini dell’elaborazione della tesi difensiva. Da quanto si è saputo, inoltre, l’esame autoptico per il giudice, a differenza di quanto hanno sostenuto i legali dell’imputato, non doveva svolgersi nel contraddittorio delle parti in quanto il 16 agosto, giorno in cui venne effettuato, Stasi non era ancora iscritto nel registro degli indagati. Infine l’esame sperimentale del docente del Politecnico di Torino non va inquadrato in un accertamento irripetibile in quanto la scena del crimine può essere ricostruita in base al materiale fotografico.
Dopo l’udienza preliminare di tre giorni fa davanti al gup di Perugia, per il New York Times il caso di Amanda Knox, la studentessa americana accusata di aver ucciso un anno fa a Perugia la sua compagna di stanza Meredith Kercher (oltre all’italiano Raffaele Sollecito e l’ivoriano Rudy Guede), è diventato “ancora di più” un caso complicato, un “puzzle case”, anche perché le indagini sono state condotte in modo poco rigoroso.
In questi termini il quotidiano americano torna sul caso, sottolineando come i nuovi dettagli emersi e la nuova ondata di attenzione riservata al caso dalla stampa, invece che aiutare a chiarire hanno al contrario aggiunto ulteriori tasselli a un “enigma” che col passar del tempo anziché chiarirsi si è complicato ulteriormente.
Il quotidiano di New York paragona il caso di Amanda Knox a quello di Madeleine McCann, la bambina inglese di 3 anni scomparsa in Portogallo durante una vacanza con i genitori, e critica il modo in cui sono state condotte le indagini.
“Agli occhi americani, il caso può apparire sconcertante”, scrive l’autorevole testata, in una corrispondenza da Perugia, firmata da Rachel Donadio, “con i magistrati, le forze dell’ordine e gli avvocati che diffondono informazioni coperte da segreto”, e la detenzione preventiva di imputati che non sono ancora stati formalmente condannati.
Nell’articolo si cita anche l’opinione di Joseph Tacopina, un avvocato statunitense, arruolato dall’Abc per studiare il caso. “Non sono favorevolmente impressionato”, dice Tacopina. Per Tacopina - scrive il NYT - le autorità italiane “hanno alterato la scena del crimine”, “hanno camminato in lungo e in largo in quel posto e tutto ciò ha reso inaffidabili le prove dal punto di vista processuale”.
Sul caso - scrive ancora il quotidiano newyorkese - sono stati scritti libri, sono stati aperti blog, si sono scatenati i tabloid di mezzo mondo, “ma ad un anno dal delitto non è vi è stato (nell’inchiesta) alcuno sviluppo decisivo”.
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Nei primi resoconti giornalistici la “mantide della Riviera” era bionda, fatale e spietata. Per questo i lettori avevano immaginato una Jeanne Moreau in Ascensore per il patibolo o magari una Barbara Stanwyck nella Fiamma del peccato. Qualcuno aveva fantasticato un’infarinata Jessica Lange nel Postino suona sempre due volte. Poi i quotidiani hanno pubblicato i nomi dei protagonisti e tutti hanno capito che la storia, a osservarla da vicino, era un po’ diversa e più che a un noir bollente assomigliava a un film di Totò e Peppino.
Alle 13 di un venerdì qualsiasi la piccola “ciassa” (piazza) di Riva Ligure, provincia di Imperia, sei palazzi e una trentina di finestre, è ferma per il pranzo. Sulla bacheca lo slogan promozionale della Protezione civile ora suona beffardo: “Io ho una doppia vita”. Nel bar del corso un cliente dice: “Se in zona si trasferisse un sicario, farebbe affari d’oro”. È questo il palcoscenico del giallo più comico dell’estate: la via Aurelia, tra Arma e Riva Ligure, a due passi dalla mondana San Remo. Protagonisti: Giuseppina, casalinga di Badalucco (Imperia), 57 anni; Davide, marito e coetaneo, idraulico originario di Teramo; Pasquale, il presunto amante di Giuseppina, 52 anni, giardiniere di Rosarno (Reggio Calabria). La trama: lei odia il marito e chiede all’amante di ucciderlo; lui sbaglia e ingaggia un brigadiere della Polizia penitenziaria che li denuncia.
La vicenda della presunta mantide finisce su quotidiani e tv. Lei si rifugia dalle suore per timore della vendetta. Il coniuge, incredulo, le invia un sms: “Mi manchi, io ai giornalisti non credo”. E lei torna a casa, mentre il paese tira un sospiro di sollievo. Un sentire comune ben riassunto nella vignetta del settimanale locale: “Finalmente hanno svelato il nome della donna che voleva uccidere il marito… È stato angosciante: a ogni indizio pensavo sempre più fosse mia moglie…”.
Parlano marito e moglie. I tre protagonisti appena incrociano il cronista lo scambiano per un medico ed elencano i loro acciacchi: dall’osteoporosi alla pressione alta, dalla protesi al ginocchio ai denti da rifare. Proprio come il miglior Totò quando si ficca nei guai. E anche se per gli inquirenti la storia andrebbe presa sul serio (i due presunti amanti sono sotto inchiesta in base all’articolo 115 del Codice penale, quello sull’”accordo per commettere un reato”), l’impresa appare ardua. Nella sua casa al primo piano di una palazzina gialla a due passi dall’Aurelia, lei, pantaloni della tuta rosa, capelli “red-blond”, spiazza il cronista: “Io una mantide? Non conoscevo neppure il significato della parola, per fortuna ho l’enciclopedia”. Il marito, maglia grigia da lavoro, la guarda: “Ah, e che cosa è? Io l’ho già chiesto al vigile”. “Una specie di cicala che mangia i maschi” lo informa lei.
Quindi per convincere il cronista della serena vita coniugale, la signora spalanca armadi pieni di vestiti eccentrici e stole che hanno visto giorni migliori: “Adoro i miei spazi liberi” dice con voce infantile. “Le mie bambole, le collezioni di dvd e i giornalini di Paperino”. E il giardinetto con il mandarino cinese, il limone e le statue di Biancaneve e i sette nani. Il marito ascolta soddisfatto (i due stanno insieme perché Davide ha promesso ai carabinieri di mantenere il controllo): “Io violento? Ma se do da mangiare ai piccioni che mi beccano l’insalata. Certo, da ragazzo ho fatto qualche scazzottata, come tutti”. Attimo di riflessione: “Più recentemente ho preso a pugni mio cognato e in quell’occasione ho dato una spinta pure a Giuseppina… Ma le vede le braccia che ho, se volessi far del male…”.
Per Davide il problema è un altro: “La verità è che mi sento lo scemo del villaggio. Sono troppo buono, aiuto sempre tutti. Per esempio adesso lavora con me un ragazzo che in passato è stato accusato di spaccio. I carabinieri mi hanno chiesto spiegazioni”. Poi l’idraulico offre la sua interpretazione dei fatti: “Questa storia è venuta fuori perché qualcuno è invidioso del mio lavoro, dei preventivi che faccio per le caldaie”. Il volto stupito del cronista lo costringe ad approfondire: “Se io chiedo 1.700 euro e un altro 1.500 e il lavoro arriva a me, qualcuno si può arrabbiare, no?”. Ragionevole. Ma perché, per danneggiarla, avrebbero dovuto mettere in piedi una storia così strampalata? “Non lo so. Comunque in tutta questa vicenda mia moglie non c’entra, è solo una vittima”.
A questo punto la domanda è inevitabile: Giuseppina l’ha mai tradita? “Con tutti gli acciacchi che ha, neanche noi due riusciamo a fare granché, figuriamoci con quello lì, il presunto amante. Ma l’ha visto?”. Insomma nessun dubbio sulla moglie? “Beh, una volta mi ha fatto arrabbiare: ha detto che andava qualche ora in Francia con un’amica ed è tornata dopo una settimana. Non si fa così”. “Ho i miei spazi liberi” ribadisce lei “vado in palestra, a prendere il caffè con le amiche, a fare la spesa”. E Pasquale? “Sa, sono un’igienista io, dunque quel tipo non fa proprio per me”.
La versione del giardiniere. Ed eccolo qui il presunto amante tanto bistrattato, l’uomo che avrebbe ingaggiato il killer: tuta da giardiniere (lavora in una cooperativa sociale legata alla curia), falciatrice in mano, faccia scura e scavata, sorriso irregolare. è sorpreso dagli ultimi aggiornamenti: “Se quei due sono ritornati insieme meglio così, io quella storia dell’omicidio l’ho portata avanti solo per fare sesso con la signora. Quando stavamo insieme mica mi trovava brutto e sporco, sa? La nostra alcova era dentro un capannone: io ci mettevo il materasso, lei portava la coperta da casa”. Vabbè, ma le prove? “I carabinieri hanno i messaggini che mi inviava, sms molto espliciti”. Come vi siete conosciuti? “Ad aprile o maggio, io stavo potando le rose, lei mi ha chiesto dei rametti da piantare in giardino, abbiamo iniziato a parlare…”. Giuseppina scendeva tutti i giorni a prendere il caffè in paese. “Mi ha confidato subito i problemi con il marito. Diceva che la picchiava, la legava al tavolo… Quindi mi ha chiesto di ucciderlo”. L’offerta era di 20mila euro. Ma l’obiettivo di Pasquale era un altro: “Io le ho detto che mi andava bene, ma doveva diventare la mia donna”. Sarebbero finiti così nel capannone. “E visto che lei insisteva con quella storia dell’omicidio, io per continuare la relazione mi sono messo a cercare qualcuno. Ma per me non era una cosa seria altrimenti non avrei contattato uno sconosciuto in stazione”.
Purtroppo per lui fa la proposta indecente a un brigadiere della Polizia penitenziaria: “Io non ci credo, con quella faccia… comunque mi ha chiesto un anticipo, io ho preso tempo e gli ho detto che Giuseppina era finita in ospedale. Mica volevo farlo ammazzare per davvero”. Fatto sta che il brigadiere denuncia tutto e i due presunti amanti finiscono nei guai. Conclude Pasquale: “Mia moglie ora sta malissimo, i miei tre figli non so se abbiano capito che il protagonista sono io. Una cosa è certa: al processo dirò tutta la verità . Gli inquirenti possono mandare il Ris a esaminare il materasso nel capannone e allora scopriranno chi ha ragione tra me e Giuseppina”.
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