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Prodi e il modello giapponese del Pd: per vincere serve mezzo secolo

Romano Prodi

Guarda la GALLERY: Chi sta con chi al congresso del Pd

Solo un po’ di pazienza. Quanta? Più o meno una cinquantina di anni. Tutti da passare all’opposizione.
Quindi, che sia Dario Franceschini o Pier Luigi Bersani o Ignazio Marino a vincere congresso, primarie e guidare il Pd, la strada ce l’hanno segnata: alla fine del percorso, di circa mezzo secolo, il Pd potrà finalmente governare. Una battuta? Macchè, anzi: è in’estrema sintesi di ciò che Romano Prodi ha detto ieri sera ai microfoni del Tg3. Argomento della conversazione, la storica vittoria dei democratici giapponesi guidati da Yukio Hatoyama (amico di vecchia data del professore bolognese), dopo 54 anni di governo, quasi ininterrotto, dei liberaldemocratici.

A dirla tutta, non è la prima volta che i Democratici si esaltano per un successo altrui, sperando che il “vento nuovo” porti in alto anche loro. Basti ricordare cosa successe con la vittoria di Obama in Usa. Ora, appunto tocca, alla prima volta del Pd nipponico. Che, ormai da due giorni, ha completamente assorbito le attenzioni del Pd italiano: “il successo dei Democratici in Giappone, dopo 54 anni di successi liberali, è un bel segnale, che indica che anche in Italia ci si deve preparare al cambio di maggioranza”, die convinto il segretario del Pd, Dario Franceschini, commentando l’esito del voto in Giappone da Piacenza. “Dopo l’India, dopo gli Usa, anche in Giappone vincono i progressisti, dopo che è scoppiata la crisi”. Non basta: “Anche l’Europa deve trovare un percorso di rinnovamento delle politiche. L’insegnamento che ci viene da quel che è successo in altri continenti è che la riscossa dei riformisti può avvenire solo a partire dai grandi temi economici e sociali, abbandonando conservatorismi e subalternità a ricette altrui”, pensa invece Pier Luigi Bersani.
Ma non basta: a rivendicare con orgoglio il modello italiano, ci pensa Europa, quotidiano democrats: “L’Italia, all’estero, è ancora il paese dell’Ulivo e delle primarie. In Germania si parla di ‘Olivenbaum’, dopo l’esito del voto di domenica in Turingia, in Sassonia e soprattutto nella Saar. In Giappone la vittoria del Partito democratico fa riemergere l’epoca di Romano Prodi, che è indicato come l’antesignano e il modello di Yukio Hatoyana. In Francia, l’università estiva dei socialisti è stata dominata dal dibattito ‘primarie sì-primarie no’, e più che a quelle americane si è fatto riferimento a quelle che incoronarono Prodi. Si direbbe che il centrosinistra italiano continua a fare scuola al di là dei nostri confini. Romano Prodi è interpellato come una sorta di guru che ha il know how per guarire una sinistra in crisi e senza prospettive”.

Già, Prodi. Lui, che in Italia è ormai fuori dai giochi (più interessato a fare il nonno e “l’inviato” Onu in Africa) commenta la vittoria a Tokyo, partendo da lontano, per andare ancora più lontano. Con i giapponesi, racconta al Tg3: “Abbiamo cominciato a lavorare assieme nel ‘96 quando vennero a ispirarsi a quello che chiamavano l’Ulivo italiano”. Il Professore rivela di aver parlato al telefono con il nuovo premier giapponese già domenica: “Gli ho fatto le congratulazioni, lui ha ricordato quando nel ‘98 dopo la caduta del mio governo ci siamo visti. Gli ho detto ‘guarda che non basta vincere le elezioni, bisogna avere un margine tale per durare l’intera legislatura‘. E lui il margine oggi ce l’ha”. Anche per questo Prodi non ha dubbi: il vero insegnamento, secondo l’ex premier, è che “un’opposizione si costruisce con molta pazienza. Hanno lavorato tantissimi anni…”.
E in effetti, prima di riuscire a vincere le elezioni, i democratici giapponesi guidati da Yukio Hatoyama, ci hanno messo “solo” mezzo secolo. Non male come prospettiva. Sempre che il Pd esista ancora.
Nel caso, fra cinquant’anni, quando la battaglia di opposizione sarà finita, qualcuno avvisi il buon vecchio Prodi, l’ultimo dei giapponesi: può essere che il Pd abbia ancora bisogno di lui…

Il Pd si spacca sul Pse. I Ds entrano, la Margherita protesta, Veltroni fa l’ospite

Piero Fassino e Walter Veltroni

Fassino dentro, Veltroni fuori. L’ultimo segretario dei Ds dice sì, il primo segretario del Pd, da ospite, dice no. E mentre a Madrid i democratici si dividono sull’adesione al manifesto del partito socialista europeo (qui il documento in .pdf), Francesco Rutelli, da Barcellona, dove è intervenuto alla presentazione del libro dell’ex sindaco Pasqual Maragall, (socialista ma critico con Zapatero), parla di un “partito democratico europeo”.
Va in onda in terra spagnola il dibattito interno al maggior partito della sinistra italiana. Il segretario partecipa all’assise del Partito socialista europeo “solo in qualità di ospite” e non sottoscrive il manifesto politico comune in vista delle prossime elezioni europee in quanto il Pd non aderisce. Firmano invece l’ex ministro Piero Fassino in qualità di rappresentante dei Ds e la governatrice del Piemonte Mercedes Bresso in qualità di presidente del comitato degli amministratori regionali socialisti in Europa. Massimo D’Alema rimane più defilato, ma la sua posizione la esprime chiaramente in televisione: “Penso che in Europa dobbiamo andare insieme ai socialisti, allo scopo di fare insieme ai socialisti un raggruppamento riformista al Parlamento europeo”.
La collocazione europea del Pd, insomma, rimane una questione irrisolta, frutto di malumori e tensioni che covano sotto traccia. E potrebbero esplodere quando e se si arrivasse a un vero congresso. I socialisti europei, dal canto loro, sono interessati a non perdere il “pacchetto” di parlamentari italiani in Europa. Nell’attuale parlamento europeo il Ppe da 288 deputati su 785, contro 213 al Pse. Gli eurosocialisti sono inoltre al potere in 8 paesi Ue su 27. Per questo a Madrid si lavora a una formula che possa mettere insieme tutti, nello spirito “ma anchista” del Veltroni versione Crozza. “Noi” si legge nel documento People First. Una nuova direzione per l’Europa discusso e votato oggi, “partiti socialisti, socialdemocratici e democratici progressisti condividiamo valori comuni e una comune visione e lavoreremo insieme per un’Europa piú giusta, piú sicura e piú verde e siamo insieme la forza per il cambiamento”.
Aperture che non sono bastate a Veltroni per firmare il documento: “Io sono il segretario” ha detto durante il suo intervento “di un partito che unisce piú culture e sono qui non solo perché la mia storia personale mi fa essere fratello di molti di voi ma perché questa famiglia politica é di grande importanza e ha dentro di se le idee di libertá, promozione sociale e lotta alle disuguaglianze”.
Al Pd (e al suo dibattito interno) apre il presidente del Pse Martin Schultz: “Veltroni è venuto qui per dare un segnale, per spiegare le caratteristiche del Pd e per dire che hanno bisogno di tempo. Noi abbiamo del tempo e siamo pronti a garantire che coloro che nel Pd non vengono dal socialismo tradizionale possono trovare un posto nel nostro gruppo”. Secondo Fassino, che invece ha firmato il documento in qualitá di leader dei Ds, la soluzione può essere quella di “creare un gruppo di socialisti e dei democratici per unire tutte le forze progressiste in Europa” e questa, precisa, “non è un’omologazione del Pd al Pse ma un lavorare insieme con chi in Europa sostiene posizioni riformiste”.
Cautele necessarie per rassicurare l’altra metà dell’anima Pd: gli ex della Margherita. Anche Francesco Rutelli ieri era in Spagna, però a Barcellona, dove è intervenuto alla presentazione del libro dell’amico ed ex sindaco della capitale catalana Pasqual Maragall, con il quale condivideva il progetto di un “partito democratico europeo”. Nello stesso atto pubblico, tra i messaggi d’affetto per il politico catalano ormai ritirato e malato di Alzheimer (ha intitolato la sua autobiografia Oda inacabada, Un’ode incompleta), è stato proiettato un video messaggio del “padre” del Pd, Romano Prodi.

Pd, nel partito della fusione fredda si scaldano gli animi

Tre candidati alla leadership del Partito democratico, Enrico Letta, Walter Veltroni e Rosy Bindi
Adesso anche Enrico Letta sa che sugli elenchi delle primarie aleggia il segreto. Non di Stato, ma quasi: le liste sono top secret, chiuse “in un armadio. E nessuno, neanche Veltroni, può consultarle senza il via libera di tutte le forze della coalizione”, dice il tesoriere diessino Ugo Sposetti, rispondendo alla provocatoria ma ufficiale richiesta di Enrico Letta e Mario Adinolfi di tirare fuori le liste dei cittadini che parteciparono alle primarie dell’Ulivo, il 16 ottobre 2005.

Nell’armadio dovrebbero dunque esserci quei dischetti. Fine del mistero? E dei sospetti? Sì, ma la polemica sugli indirizzari è solo uno degli ingredienti della battaglia per le primarie. Mancano circa 65 giorni al via della corsa per la leadership del futuro partito democratico e messo così il Pd non sembra possa contare su un futuro sereno. E non solo per la corsa per la leadership ma anche per il malumore per come sta maturando il progetto che ha ormai contagiato tutti e tutte le questioni.

La contesa infatti infuria sul peso degli apparati di partito. Ieri il diessino Goffredo Bettini, grande elettore del sindaco, ha difeso Walter Veltroni: “La sua candidatura nasce proprio contro il pericolo del verticismo”. Ma perché Bettini si è sentito in dovere di intervenire? Non solo perché Walter e famiglia sono in vacanza per due settimane alla Maldive. Più probabile perché, nonostante i proclami della vigilia, il Partito Democratico si sta sempre di più caratterizzando come una sommatoria tra Ds e Margherita. A denunciarlo sono proprio i principali protagonisti di questa avventura. Sabato 4 agosto è stato il ministro dello Sviluppo Economico Pierluigi Bersani (che ha dovuto rinunciare a correre a fianco di Enrico Letta) a mettere in guardia dal rischio di un “eccessivo verticismo”. Rischio che preoccupa un altro ministro Ds, Vannino Chiti: “Un partito che ha l’ambizione di essere nuovo - ha detto in un’intervista all’Unità di domenica 5- non può essere vittima di meccanismi verticistici fatti a tavolino e calati dall’alto”. Se più o meno tutto viene deciso nelle stanze chiuse dei due partiti di maggioranza, naturale che a rimanere tagliata fuori sia la società civile, la vera sconfitta di questo avvio. Dei tre candidati alla leadership, per potenza mediatica e rilevanza politica, tre sono considerati pesi massimi (Veltroni, Bindi e Letta) e tre sono pesi piuma: Jacopo Gavazzoli Schettini (finanziere), Piergiorgio Gawronski, economista che si presenta contro la casta partitica e il giovane Mario Adinolfi, (il blogger che ha lanciato la “generazione U: “La U di Ulivo, di Unione, di U2 e di Ue”): nomi e volti, questi ultimi, che dicono poco al popolo che andrà a votare il 14 ottobre. Anche per questo Enrico Letta, un big, si è lamentato, durante la sua campagna “Sette temi per sette spiagge” (al sottosegretario sembra piacciano più gli improvvisati incontri al mare che le kermesse in stile Lingotto): “Sto facendo una campagna sui contenuti, ma è bene dire qualcosa anche sulle regole che potevano essere migliori. Sono state costruite non intorno alla società civile ma intorno all’idea del Candidato Unico” (leggi Walter Veltroni). Le primarie per lui devono essere “un’operazione che parte dalla base, dagli elettori e non dal vertice”.

Altro terreno di scontro in vista del 14 ottobre: le liste. Tutti ne vorrebbero una e gli accordi sottobanco sarebbero già in stadio avanzato. A parte il listone Ds-Margherita che appoggerà il sindaco di Roma e che dovrebbe rispecchiare l’accordo tra la Quercia e i Popolari di Fioroni e Marini, ci sono i teodem della Margherita, i “coraggiosi” di Francesco Rutelli, c’è Ciriaco De Mita, ci sono gli under 30, le donne e chi più ne ha più ne metta. Inoltre Quercia e Dl si sarebbero già equamente divisi le segreterie regionali del Pd (in particolare in Lombardia, Emilia, Toscana, Lazio), come più volte denunciato da Rosy Bindi e su cui ha ironizzato anche il prodiano Franco Monaco: il territorio, a suo dire, “è esattamente il terminale delle logiche spartitorie romane” che hanno stabilito “12 segretari regionali ai Ds e 8 ai Dl”. Ultimo caso scoppiato, quello della Lombardia, con i rutelliani irritati per l’applicazione del ticket anche in Regione (il ventinovenne segretario regionale dei Ds Maurizio Martina e la margheritina Patrizia Toia, sostenuti da Letta). Come se non bastasse le liste sono rigorosamente bloccate e senza preferenza. Esattamente quello che prevede l’attuale legge elettorale nazionale. Una “porcata” che l’Unione vorrebbe cambiare a tutti i costi.

L’ultima ferita aperta, il confronto tv. Rosy Bindi ha lanciato il guanto di sfida a Walter Veltroni mandando su tutte le furie gli altri candidati per il suo “singolare concetto di democrazia”. Marcia indietro e tutti d’accordo: bene il confronto tv. Ma Enrico Letta avanza dubbi: “Chissà se Veltroni ci starà”.

Nel tentativo di arginare il “gallinaio”, non hanno invece avuto dubbi quelli del Collegio dei Garanti del Pd che hanno pubblicato sul sito ulivo.it il “Regolamento di autodisciplina” per la campagna elettorale delle primarie, che dovrà essere “sobria, contenuta nei costi” e non ammettere “propaganda a pagamento su radio, tv e giornali” ma solo manifesti o mezzi informativi regionali e locali, dibattiti, tavole rotonde conferenze eccetera, con un tetto di spesa fino a 250mila euro per i candidati segretari nazionali, 50mila per gli aspiranti segretari regionali, 5mila per i componenti dell’Assemblea. Ci sarà un’ulteriore guerra su come e dove i candidati andranno a battere cassa?

Santanché: i maschi di An hanno le palle di lino


Dal sito dell’onorevole Santanché: “Sono nata a Cuneo, il 7 aprile 1961 sotto il segno dell’Ariete e dell’Ariete ho la caparbietà, la tenacia e la passione. Laureata in scienze politiche, un master alla Sda Bocconi. Ho iniziato il mio percorso in Alleanza nazionale con Ignazio La Russa dopo la svolta di Fiuggi del 1995. A giugno del 2001 sono stata eletta deputato nella circoscrizione elettorale Lombardia 3. Nel 2005, dopo aver ricoperto la presidenza del Comitato di controllo per la spesa pubblica presso la commissione Bilancio, sono stata nominata relatrice della Legge finanziaria 2006. Prima donna nella storia della Repubblica a ricoprire questo ruolo. Nel 2005 ho ricevuto anche l’incarico, da parte di Gianfranco Fini, di coordinatore nazionale del dipartimento pari opportunità di Alleanza nazionale”.

Se le donne nel Partito democratico non vanno di moda, in An ancora meno. Il suo segretario ne parla poco.
Gianfranco Fini resta il leader di un grande partito che ha un problema serio: perde pezzi, soprattutto fra i giovani e le donne. Una costante emorragia di persone e di risorse che non vengono rimpiazzate da nuovi ingressi, se non qualche ex socialista che si piazza nelle fondazioni.
Le fondazioni sono considerate il rifugio dove superare la vecchia forma partito. Le fanno tutti…
È vero. Oggi tutti copiano Massimo D’Alema che ha capito prima di altri come le fondazioni siano macchine perfette per coltivare il culto della personalità.
Dunque anche la sua di personalità, visto che lei si è fatta una fondazione, il Circolo D-Donna.
A differenza delle fondazioni i circoli sono formati da cittadini comuni, sono fatti per stare tra la gente e, invece di rendere, costano denaro, tempo e fatica. Non saranno in grado di elaborare raffinate teorie sul mondo, ma scaldano il cuore di chi ne fa parte.
E di cosa si discute nei suoi circoli?
Dei valori della destra, dall’identità nazionale alla sacralità della vita. Contro il Corano nelle scuole e l’ingresso della Turchia nella Ue.
Tempo fa ha dato del “palle di velluto” ai colonnelli troppo arrendevoli verso Fini. Pentita?
No, l’espressione è sempre di attualità. Solo che, vista l’emergenza caldo, la cambierei in “palle di lino”.
Anche Francesco Storace è un “palle di lino”?
Storace è cresciuto all’interno di questa classe dirigente, ma è allergico al velluto e anche al lino. Per questo chiede con forza e a ragione un congresso così da fare chiarezza sulla linea politica. Mentre il partito perde pezzi, quando lui gira l’Italia riempie i teatri e riesce a unire i cuori giovani con quelli vecchi del partito. Vorrà pur dire qualcosa.
Invece quelle di Ignazio La Russa, il suo ex mentore, come sono? Lui la critica pesantemente, si dice che le abbia tolto il saluto.
Non è vero, ci ho parlato anche mezz’ora fa. Ignazio resta un amico. E io gli amici li rispetto.
Dopo le minacce che lei ha ricevuto dagli estremisti islamici, il Corriere della sera ha scritto che se fosse stata di sinistra sarebbe già diventata un’icona femminile.
Quell’articolo mi ha fatto pensare. Soprattutto da Barbara Pollastrini e dal Vaticano ho ricevuto una solidarietà non di facciata.
Quasi quasi meglio abbandonare questa destra di “senza palle” e passare al Partito democratico…
Bella prospettiva: 8 donne su 2 mila delegati. La verità è che le donne autonome e controcorrente danno fastidio a destra come a sinistra. Solo che di là nessuna ha il coraggio di ribellarsi apertamente. Io ballo da sola e l’ho dimostrato pagando in prima persona i diktat del mio capo ma resto dove sono.
E il suo arcinemico al Viminale? Giuliano Amato è l’ispiratore della nuova politica sull’immigrazione che supera la Bossi-Fini e punta sul coinvolgimento della Consulta islamica.
A tutt’oggi chi predica odio non viene espulso, e le scuole clandestine proliferano. I bilanci delle associazioni musulmane non sono trasparenti, ma non si svolgono le inchieste per paura di turbare gli “amici islamici”. Il Dottor Sottile deve ricordarsi che è anche ministro di polizia e quindi deve fare rispettare la legge.

Pd: nel matrimonio Ds e Margherita spunta la spina del patrimonio

parla Massimo D'Alema
Una cosa è la gestione comune, un’altra la proprietà. Lo sa bene il 56 per cento degli italiani che opta per la separazione dei beni. Anche Ds e Margherita, prossimi al matrimonio nel Partito democratico, scelgono lo stesso regime. Ma i partiti sono persone giuridiche, per loro non valgono le leggi per le persone fisiche. Perciò, guidati dal tesoriere Ugo Sposetti, i diessini hanno studiato un escamotage. E lo hanno pure trovato.
Una proposta di legge “ad partitum” è stata presentata nel settembre 2006 per favorire la Südtiroler Volkspartei, in ritardo sulla presentazione della domanda per i rimborsi elettorali. Subito dopo è arrivato un emendamento del deputato Marco Boato (verdi) che permetterebbe ai partiti di costituire “fondazioni politico-culturali” utili per gestire l’attività patrimoniale (oltre che per ricevere più facilmente i finanziamenti privati).
Così la “fondazione Ds” e la “fondazione Margherita” continuerebbero a gestire i rispettivi patrimoni ognuno per proprio conto. Con cattiva pace del ministro Rosy Bindi, che vuole “dotare il Pd di nuove sedi” attraverso la vendita di tutte le proprietà attuali per acquisirne di nuove.
Piero Fassino ha detto no. Il Pci-Pds-Ds ha 60 anni di storia patrimoniale. Tra federazioni, sezioni, case del popolo e persino negozi e terreni, non c’è storia con la Margherita, che ha appena cinque anni di vita. È vero, le sezioni diessine sono 6.937 e i circoli “margheriti” 15.165, ma pochi sono di proprietà e molti sono per rappresentanza. Inoltre la Quercia ha un debito altissimo (139 milioni di euro nel 2006) rispetto ai circa 11 milioni della Margherita. Ma il debito diessino è ampiamente superato dal valore degli immobili, anche se è difficilmente quantificabile. Nei Ds vige il “federalismo proprietario”: gran parte dei beni “sono delle federazioni cittadine e delle direzioni regionali. Alcune sedi sono anche intestate a singole persone. Altre a società” (parole di Sposetti).
Fassino deve per di più affrontare la scissione del correntone di Fabio Mussi. Entrambi hanno scelto un basso profilo, difficilmente si arriverà alla guerra. Tra l’altro, sull’Unità Sposetti aveva già avvisato lo scissionista: “Se ci sarà una divisione dei beni, divideremo anche i debiti”. La possibile soluzione è che le singole (e rare) federazioni locali dove Mussi ha la maggioranza diventino di proprietà del suo schieramento, Sinistra democratica, che con i circa 2 milioni di euro l’anno provenienti dai gruppi parlamentari proverà a lanciare un nuovo quotidiano. Nome provvisorio della testata è Il progressista.
La chiusura del congresso della Margherita con i leader sul palco di CinecittÃ
Il Pd manterrà il regime del doppio quotidiano. Salvo ripensamenti, L’Unità guidata da Antonio Padellaro è destinata al ruolo di giornale di opinione, Europa di Stefano Menichini a farsi più generalista.
Quanto alle feste di partito, tutti dicono che verranno mantenute entrambe. Ma dovranno scontrarsi con la volontà di Romano Prodi, che proprio con una grande “festa democratica” intende battezzare il Pd.
E il doppio tesoriere? Fra Sposetti e il margheritino Luigi Lusi spunterà un terzo nome. Riservatamente, Rutelli ha avanzato l’idea di affidare la gestione finanziaria a un manager da individuare sul mercato, come avviene per il Pd americano. Ma è davvero presto per inviare i curriculum.

Lanzillotta e l’intervista canaglia: Margherita, sostantivo maschile

Linda Lanzillotta, esponente della Margherita, nata a Cassano Ionio, un paese della Calabria in provincia di Cosenza
Dal blog di Linda Lanzillotta, esponente della Margherita e ministro per gli Affari regionali e le autonomie locali: “Sono nata a Cassano Ionio, un paese della Calabria in provincia di Cosenza, da cui molto presto sono emigrata a Roma. Sono sposata con Franco Bassanini e ho una figlia bella e intelligente. Ho lavorato nelle istituzioni pubbliche per più di 30 anni, qui ho maturato esperienze diverse e sempre ricche che mi hanno insegnato a conoscere a fondo il funzionamento della politica e dell’amministrazione. Dal 2001 insegno programmazione e controllo delle pubbliche amministrazioni presso la facoltà di scienze politiche dell’Università Roma Tre e mi dedico alla Margherita con l’obiettivo di contribuire a costruire un partito che sia capace di affrontare le sfide del XXI secolo”.

Margherita: visto il peso delle donne, direi sostantivo singolare di genere maschile…
Numeri sconsolanti: 8 donne su 98 elette all’assemblea federale del partito. Non ho puntato i piedi giusto per chiudere il congresso in modo unitario. Però adesso basta, si apre una fase nuova. Dobbiamo pretendere che negli organismi di direzione la quota del 30 per cento sia rispettata.
Anche perché molte donne, lei in testa, si sono dannate per costruire questo benedetto Partito democratico.
Sì, si sono impegnate e hanno avuto un ruolo significativo. Perché le donne sono più capaci di elaborare idee e progetti che non di fare battaglie di potere all’interno degli apparati di partito. Però è ora di combattere per liberarsi dalle tutele dei maschi.
In effetti gli uomini si ricordano di voi giusto per circostanza, per dire quanto sono aperti e non sessisti.
In politica nessuno regala niente. Quindi nemmeno le donne possono pensare che qualcosa venga loro regalato. Se lo devono conquistare, perché la politica non è certo un luogo diverso dalla società. Ma le donne sono il 53 per cento del Paese. Se la politica non le rappresenta si inaridisce.
L’Unità maliziosamente ha sottolineato che nei Ds le donne sono più considerate.
E ha ragione. C’è stata una maggior attenzione, e non da oggi. I Ds hanno una storia più antica, con molti esempi di donne che hanno svolto ruoli di direzione. E anche stavolta bisogna riconoscere che hanno fatto meglio di noi. Mi auguro che far parte dello stesso partito abbia un effetto traino anche per le donne della Margherita.
Sì consoli, non è che nel Polo le donne finora abbiano avuto miglior fortuna. Si ricorda il pianto di Stefania Prestigiacomo?
Magra consolazione. La destra ha sempre avuto una cultura molto maschilista, pensi ad An e soprattutto alla Lega. Quindi non può essere quello il termine di paragone. Anche se all’estero ci sono esempi come quello di Angela Merkel, che non è certo una donna di sinistra. Ma io guardo dentro casa mia, non mi interessa cosa fanno dall’altra parte.
Però che brutto parlare di donne in termini di quote, come si fa con i sussidi all’agricoltura.
Per molto tempo sono stata contraria. Però a mali estremi estremi rimedi, visto che la questione della presenza femminile si sta configurando come una emergenza democratica. Quindi ben venga tutto quello che serve per cambiare questa situazione, quote rosa comprese.
Sogni che diventano realtà. Pensi che in Finlandia il governo è composto per metà di donne.
Ecco, là certo non hanno più bisogno di quote. La presenza delle donne è un normale fatto culturale.
Da uno a dieci, quante possibilità ci sono di vedere il Partito democratico guidato da una donna?
Direi sei. Perché sono ottimista: penso che alla fine il gruppo di testa del Partito democratico vedrà la presenza di molte donne.
Intanto Giancarlo Galan, il governatore del Veneto, l’ha candidata alla leadership.
Gentile, lo ringrazio. Ma il leader sarà scelto dai Democratici, tra i quali, a meno che non me ne sia accorta, non figura Galan. Però il fatto che lui mi candidi mi fa capire qualcosa.
Cosa le fa capire?
Che il centrosinistra può riprendere il dialogo interrotto con il Nord del Paese, dalle cui sensibilità e problemi in questi anni siamo rimasti lontani.

Pd: D’Alema lancia Finocchiaro, la Ségolène à l’italienne

Capogruppo dell'Ulivo. È stata Ministro della Repubblica per le Pari Opportunità .<br>  [i](©Photo by Massimo Di Vita)[/i]
Al recente congresso Ds è stata la star: l’intervento più applaudito, con standing
ovation. Non solo: Massimo D’Alema l’ha più o meno velatamente lanciata tra i leader del futuro Partito democratico, senza mai candidarla apertamente, s’intende.
Lei, Anna Finocchiaro, capogruppo a palazzo Madama del gruppo parlamentare de L’Ulivo, non si è certo tirata indietro: “Non voglio essere la sinistra del Pd, voglio essere io il Pd, voglio un partito attraente…” ha declamato.
“Non ho paura: faremo come Temistocle che decide di andare per mare a sconfiggere l’armata persiana anziché aspettare ad Atene, dietro le spesse mura che avrebbe voluto Aristide, l’arrivo degli invasori”.
Da qui a paragonarla a Ségolène Royal il passo è stato inevitabile. E D’Alema l’ha fatto sempre alla sua maniera: “Sarebbe ottimo se vincesse Ségolène, perché c’è bisogno di una donna alla guida di una grande forza di sinistra e di un grande paese”. Ma che cosa sottintende tutto questo? Convinzione genuina, simpatia personale, spirito di partito, di corrente (Finocchiaro è dalemiana), o magari altro? Prima interpretazione: D’Alema voleva lanciare un avvertimento a Romano Prodi. Che non ci provasse a considerarsi il padrone del Pd. E infatti Prodi ha subito promesso che fra quattro anni uscirà di scena. Seconda interpretazione: candidare un ds di sua fiducia per la stanza di comando democratica. Terza: ridimensionare un po’ Walter Veltroni, lanciatissimo verso la leadership.
Normale cinismo della politica? In parte sì: la candidatura Finocchiaro era già stata avanzata per il Quirinale, sia pure sotto forma del “ci vorrebbe una donna”, dopo l’uscita di corsa dello stesso D’Alema. Ma al di là della tattica, il personaggio c’è: per intenderci, Finocchiaro non è una che si fa candidare in nome delle quote rosa, che anzi un po’ detesta. Come capogruppo dell’Ulivo al Senato ha avuto il suo da fare, e con la maggioranza strettissima che si ritrova in fondo è andata sotto una sola volta di quelle davvero importanti, e fu crisi del governo Prodi. Però non si è vista vanificare una legge come il tandem Bindi-Pollastrini con i Dico, o annullare dal Tar come Livia Turco con la droga.
Tuttavia i sondaggi continuano ad assegnare a Veltroni un vantaggio quasi incolmabile: l’ultimo della Ipr, oltre a dare il Pd al 26,5%, attribuisce al sindaco di Roma al 21 per cento, contro il 14 di Piero Fassino, il 13 di Francesco Rutelli. Lei, Anna Finocchiaro, è al sette, esattamente quanto D’Alema. In compenso Prodi è accreditato di un misero 4%.
Forse la “Ségolène à l’italienne” non conquisterà i democratici, ma magari con gli ex diessini può farcela.

Fatto il Pd bisogna fare il programma. Il leader? Veltroni c’è

Walter Veltroni e Francesco Rutelli, insieme nel Pd
Sbaglia chi minimizza la portata del progetto di Partito democratico, che Ds e Margherita hanno annunciato in questo weekend dai loro ultimi congressi.
Sbaglia perché, se realmente portato avanti con convinzione, si tratta di una grande semplificazione della vita politica nell’interesse degli elettori; e, in seconda battuta, della modernizzazione di una sinistra italiana che stenta ancora a liberarsi del suo passato comunista.
Il primo punto l’ha colto molto bene il grande avversario (la parola nemico è ormai bandita), Silvio Berlusconi, che ovviamente nella unificazione dei progressisti vede l’opportunità, anzi l’obbligo di fare lo stesso per i moderati o i conservatori.
Questo è il senso della passerella del Cavaliere ai due congressi di Ds e Dl. Le incognite riguardano il secondo punto.
Post Pci e post Dc di sinistra, oltre a riunire due apparati e relativi militanti, riusciranno ad offrire agli elettori nuovi leader, nuovi programmi, e magari nuove idee? Una mano sembra averla data Romano Prodi: annunciando che nel 2011 non sarà più candidato ad alcuna carica semplifica notevolmente la scelta del futuro capo del Pd. Scelta che al momento vede come sola realistica possibilità Walter Veltroni. Ma chiamarsi fuori non significa rinunciare a porre vincoli, chiedere garanzie, insomma seminare trappole. Il cammino del sindaco di Roma, popolare nella Capitale ma non altrettanto al Nord, non sarà solo in discesa.

L’altro problema è il programma. Dopo l’infausta esperienza delle 287 pagine di Prodi, con corollario di fabbriche, seminari, monasteri, conclavi, l’opinione pubblica ha bisogno di indicazioni chiare per l’economia, la sicurezza, i diritti sociali, nonché per la politica estera. Oltre a questo servirà un messaggio che scaldi i cuori degli elettori delusi, al momento più numerosi nel campo del centrosinistra che non in quello del centrodestra. Le indicazioni che vengono dalla Francia sono ovviamente strumentalizzate da entrambi gli schieramenti, ma in effetti sembrano dire al futuro Partito democratico che c’è molto da lavorare. Ségolène Royal, per la quale tifavano i Ds, non è riuscita a trascinare la sinistra francese oltre il 25%, l’alleanza con François Bayrou, sostenuto qui dalla Margherita, non consentirebbe di vincere il ballottaggio neppure conquistando tutti gli elettori moderati, oltre a fare il pieno nella sinistra massimalista.

Insomma, oltralpe un esperimento assai simile a quello dei Democratici italiani appare minoritario.
Figuriamoci in Italia dove il Pd subirà un’inevitabile erosione alla propria sinistra, ma soprattutto dove mancano ancora nomi, programmi, idee, slogan e soprattutto modelli da proporre al Paese.

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