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La giacca se l’è dovuta mettere, perché per poter entrare a Montecitorio è un obbligo. Ma il codino, no. A quello non ha rinunciato. È la domanda più frequente che gli fanno, da quando è stato eletto: “Ma perché non te lo tagli?”. Antonio Boccuzzi, operaio, superstite del rogo della ThyssenKrupp del 5 dicembre 2007 e da 19 mesi deputato del Pd, la risposta vera a quella domanda la dà raramente. Molti pensano che il codino, insieme con quel taglio curioso (capelli lunghi al centro, rasati corti sulle tempie dove sono più chiari) sia un vezzo. Leggi l’intervista

Arriva alle 10 e mezzo puntuale: capelli corti, un po’ di barba, orecchino al lobo sinistro, polo verde e jeans, scarpe da barca. Saluta come i più giovani, con la mano che si chiude a pugno sull’altra all’altezza del petto. Sale in macchina, una Volvo, accende la radio. È Radio popolare. “Sì, ascolto molto anche Radio 24, e Radio Padania naturalmente”. Si sintonizza subito sulle frequenze dell’emittente leghista. Poi preme il tasto che passa al compact disc. È Fabrizio De André. “Non vorrete mica chiedermi perché ascolto De André, spero”.
Inizia così la giornata di Panorama in compagnia di Matteo Salvini (qui il sito ufficiale). Un sabato qualunque alle calcagna di un politico non qualunque. Uno che divide come pochi: ogni volta che apre bocca, specialmente in questi ultimi tempi, viene fuori un quarantotto. Suscita simpatia, ammirazione, empatia. Ma in egual misura genera astio, biasimo, malevolenza. Come, per esempio, quando ha proposto vagoni delle metropolitane riservati ai milanesi. Oppure, da ultimo, quando su Youtube è comparso un filmato (qui il VIDEO incriminato) in cui intonava coretti da stadio contro i tifosi napoletani. Tanti hanno chiesto il suo scalpo. Lui si è dimesso dal Parlamento, ma solo perché è stato eletto a Strasburgo. Doveva scegliere e ha scelto.
Il resto è questo racconto dietro le quinte per provare a capire qualcosa di più di un uomo di 37 anni con due passioni viscerali: la politica e il Milan. Per toccare con mano, al di là del personaggio, il fenomeno Lega nord sul territorio. Un radicamento che si è cementato nel corso di questi ultimi anni e che rappresenta la vera essenza del partito. Le recenti elezioni amministrative ed europee lo hanno detto chiaro: la forza del Carroccio sta in tutti quegli amministratori locali, sindaci, consiglieri provinciali e regionali che fanno politica porta a porta. Che curano personalmente anche l’ultimo dei loro potenziali elettori.
Il Matteo Salvini che emerge da questa giornata è prevalentemente questo. Potrebbe guidare a occhi chiusi tra le vie della zona ovest di Milano. Conosce ogni angolo, ogni negozio. Indica uno per uno quelli che votano per il suo partito. In via Paravia c’è una vecchia cascina del Comune in ristrutturazione. “Mi ha chiamato un gruppo di cittadini, sono imbufaliti. Vedono entrare e uscire da lì figuri di ogni genere”. Siamo vicino a San Siro: “Zona tranquilla, anche se qui comincia l’enclave islamica. C’è una scuola con 110 bambini di cui solo tre sono italiani” dice. C’è un gruppo di donne del quartiere, raccontano di gente che va e che viene, che scavalca la sera tardi ed esce la mattina presto.
Salvini chiama la Digos e insieme a sei agenti in borghese si butta dentro. Fra macerie e spazzatura di ogni genere trova un paio di romeni e di egiziani. Alla fine saluta gli abitanti della zona: “Lunedì farò un’interrogazione al ministro Altero Matteoli. Se non butti giù e ricostruisci, hai voglia a cacciare la gente. Il progetto è bloccato a Roma. Se non ci mandano i dané c’è poco da fare”.
Si va in via Rubens, negozio di articoli sportivi. Antonio, il proprietario, lo abbraccia: “Perché ti sei dimesso? Ho parlato con tutti, la Lega ci rimette almeno 10 mila voti. Stamattina mi chiedevano: ma è vero che se ne va? Uno mi ha detto: se se ne va lui, noi ci ritroviamo gli zingari dentro casa”. Salvini gli spiega la scelta. E l’uomo: “Però hai dato l’8 per mille ai preti”. “No, allo Stato”. “Ma va’ che sei diventato culo e camicia coi preti!”.
Salvini ha bisogno di una maglietta. “Una del Milan con scritto il mio nome dietro. La devo regalare a un tizio del Napoli club”. Il proprietario chiede se non sia meglio allora mettere il nome “Bossi”. “No, lascia perdere, il capo ogni tanto dice che è interista, poi milanista, poi atalantino. Mi sa che ha un po’ le idee confuse”. Antonio, il proprietario, se lo mangia con gli occhi. “Lui è così, pane al pane, vino al vino. E noi vogliamo questo. Tranquillizza la gente”.
Si va in un’autofficina, c’è da cambiare gli anabbaglianti che non funzionano. Un uomo gli mette un giornale sotto il naso, Cronaca qui. Lo apre, c’è un pezzo dal titolo “Separati e divorziati, le colpe dei politici”, con sotto una decina di foto formato tessera. Salvini scuote la testa: “Mi hanno messo tra Bondi e Frattini, compagnia poco edificante”. Ancora: “Ci manca solo che dicano che mi drogo e picchio gli anziani. Non se ne può più”.
Eccola dunque la trincea politica del giovane Salvini: Milano. La scelta di lasciare il Parlamento italiano per Strasburgo è stata fatta perché è lì che si giocheranno partite importanti per la sua città e per la Lega. “Il no alla Turchia è grande come una casa. Andremo a fare i guastatori di un ponte che qualcuno vorrebbe costruire tra l’Europa e quella che per noi è la morte dell’Europa”.
Poi c’è la grana Malpensa: “Combatteremo la lobby delle compagnie che hanno interesse a che non cambi nulla. Alla Sea il presidente Giuseppe Bonomi è fuori dalla grazia di Dio. Lui è uno tosto, anche se forse è juventino”.
Poche ore con Salvini e si capisce come almeno 11 mila milanesi (tante sono le preferenze raccolte in città alle elezioni europee) sentano forte la presenza di questo giovane cresciuto e tutt’altro che sprovveduto. Quando non è al Parlamento europeo è qui, fra la sua gente. Probabilmente li conosce tutti (o quasi) per nome e cognome. “Tanti mi dicono che quando hanno dovuto votare Letizia Moratti si sono turati il naso. Che ha in testa quella donna? Almeno poteva circondarsi di gente che sappia dov’è piazzale Corvetto o Loreto. Ma sia chiaro, se sarà il nostro candidato sindaco la voterò”.
Salvini arriva a casa della madre. Sopra, la sua cameretta ha un lettino piccolo. Ai muri collage di foto da quando era neonato a quando aveva 10 anni. Poster del Milan, soprattutto con i tre olandesi. Uno stemma delle Brigate rossonere e uno della Fossa dei leoni. Su una mensola, un libro di Giorgio Bocca: Il provinciale. “Leggo anche Tiziano Terzani e la letteratura dialettale milanese”. C’è una enciclopedia della musica. “Nella mia sfortunata carriera universitaria, ormai al 32° anno fuori corso in scienze storiche, almeno storia della musica l’avevo data”.
Squilla il cellulare: “Pronto… ciao Mario… Sì, ieri al secondo piano di via Bellerio, sai dove ci sono tutti quegli intellettuali, eri odiato. Ma questo è titolo di merito. Poi, qui lo dico e qui lo nego, Giancarlo Giorgetti rideva. Tranquillo, ci prendiamo le nostre soddisfazioni”. Mette giù. Era Borghezio? “Sì, colloquio riservato. Scazzi interni, antipatie varie”.
La giornata prosegue così, tra amici e giri per la città. Fino a sera, quando, in compagnia della sorella e della fidanzata, Salvini fa il giro delle feste della Lega in Brianza. Migliaia di persone all’aperto che ballano il liscio, bevono birra, mangiano salamelle e costine cotte sulla brace. Sembra di essere alle vecchie feste dell’Unità. Salvini è la star. Tutti lo cercano, lo abbracciano, lo incitano, gli chiedono di fare una foto insieme. Lui non si sottrae, ha una parola per ciascuno, a cominciare dai volontari impegnati nelle cucine.

Sale sul palco e parla per una decina di minuti. Prima a Brugherio poi ad Arcore. Sa toccare i tasti giusti: lavoro, sicurezza, immigrazione. Ricorda che pure il Vaticano ha nel suo codice penale il reato di immigrazione clandestina e invita il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi ad aprire le porte dell’arcivescovado per accogliere una cinquantina di rom. La gente approva e applaude.
Una giornata con Salvini e tocchi con mano quello che si legge nei manuali di scienze politiche: istanze della popolazione che nascono dal basso, un partito che le intercetta, le fa proprie e se ne fa portavoce in tutte le sedi istituzionali. E in fondo è questo che fa la Lega.
Le dichiarazioni su zingari e immigrati, ronde e quant’altro non sono sparate; sono le richieste che il popolo leghista fa ai propri rappresentanti e che loro trasformano in proposta politica. E in fondo è questo lo schema di partito che, soprattutto dopo le ultime elezioni, anche a sinistra cercano di riscoprire.
Chissà, forse anche la “Padania libera” che Salvini invoca nel chiudere il suo discorso sul palco della festa di Arcore è un’istanza della base leghista. “Non so quando, ma arriverà. Statene certi” dice Salvini e le sue parole sfumano sulle note del Va’ pensiero: “Oh mia patria, si bella è perduta…”.

Dagli schermi Rai a sindaco (berlusconiano) di Avellino, passando per l’Udc di Pier Ferdinando Casini. È lo spericolato piano di Francesco Pionati, 50 anni, ex notista e vicedirettore del Tg1, fresco protagonista di una sanguinosa rottura con l’Udc che lo ha fatto eleggere deputato nella circoscrizione Campania 2. Da sempre simpatizzante berlusconiano, Pionati ha rotto gli indugi e, con l’occhio alle amministrative di primavera 2009, ha fondato, insieme ad altri amici dello Scudocrociato un nuovo movimento politico, Alleanza di Centro.
Il movimento, che sarà presentato giovedì prossimo nel corso di una conferenza stampa, si propone, si legge in una nota, “Come casa e riferimento dei moderati che, non condividendo l’attuale posizionamento dell’Udc, intendono collocarsi senza ambiguità all’interno del centrodestra, a sostegno di Berlusconi e del suo governo, e che guardano al Pdl come interlocutore naturale, alla ricerca delle forme di collaborazione più utili e opportune in vista delle elezioni amministrative della primavera 2009″.
I perché del divorzio da Casini e Cesa sono spiegati dallo stesso Pionati, che fa sapere di rispettare molto i due leader centristi, ma, aggiunge: “non ritengo che l’Udc possa avere un futuro al di fuori del Centrodestra. E credo che stia avendo una posizione ondivaga, con uno scivolamento verso il Partito Democratico”. Quindi, prosegue la nota del deputato: “Bisogna stabilire con il Popolo della Libertà un percorso parallelo di avvicinamento e di sostegno esplicito a Berlusconi e all’esecutivo”.
Il Pdl ne farà con ogni probabilità il proprio candidato sindaco per opporlo all’uscente Giuseppe Galasso, del Pd, considerato vicino a Nicola Mancino.
La candidatura di Pionati avrebbe anche l’effetto di spaccare il potente gruppo dei demitiani, oggi collocati nell’Udc. Per loro sarebbe impossibile appoggiare Pionati (che è in cattivi rapporti con Ciriaco De Mita), ma anche Galasso, visto che proprio per opera dei demitiani è caduta l’amministrazione provinciale targata Pd.
Quattro settimane di carcere possono bastare. Per l’ex Presidente della Regione Abruzzo Ottaviano del Turco questo potrebbe essere l’ultimo giorno di carcere. Dopo 28 giorni di reclusione, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Pescara, Maria Michela Di Fine, ha firmato l’ordinanza che dispone la fine degli arresti in carcere per lui e gli altri indagati coinvolti nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte tangenti nella sanità abruzzese.
Per del Turco, arrestato lo scorso 14 luglio per tangenti nella sanità, è stata disposta la misura degli arresti domiciliari a Collelongo, suo paese natale. L’ex governatore andrà a casa con i suoi familiari: davanti al carcere è arrivata la convivente, che gli ha portato i vestiti che indosserà per uscire. E’ l’unica ad essere entrata all’interno del carcere. Il figlio Guido è rimasto ad attenderlo fuori.
Oltre a Del Turco la misura degli arresti domiciliari è stata concessa a Lamberto Quarta (ex segretario generale presso la Presidenza della regione Abruzzo), Camillo Cesarone (ex capogruppo del Pd in Consiglio regionale), Gianluca Zelli (ex presidente della società Humangest) e Luigi Conga (ex direttore generale della Asl di Chieti).
LEGGI ANCHE: Perché l’inchiesta a paura al Pd (in .pdf)
Ottaviano Del Turco, ex ministro delle Finanze, nelle elezioni regionali del 3 e 4 aprile 2005 viene eletto presidente della Regione Abruzzo, nelle fila dell’Unione, con il 58,1% dei voti, e lascia l’incarico di Strasburgo. La sua carriera politica inizia molto presto, a Roma, con un apprendistato sindacale nella sede romana dell’Istituto nazionale confederale di assistenza (INCA).
Come sindacalista di area Psi, entra a far parte della segreteria provinciale della Fiom di Roma e quindi approfondisce la sua conoscenza del sindacato dei Metalmeccanici entrando a far parte dell’ufficio di organizzazione centrale della Fiom (Federazione operai Metalmeccanici) della Cgil (1968). Prosegue la carriera sindacale prima guidando per molto tempo la corrente socialista della Cgil e successivamente diventando segretario aggiunto durante la segreteria di Luciano Lama (1970-1986). Nel 1992 lascia il sindacato e un anno dopo diventa segretario nazionale del Psi subentrando a Giorgio Benvenuto, che aveva provvisoriamente sostituito Craxi al momento dell’uscita di quest’ultimo dalla vita politica italiana. Il partito, sconvolto dall’inchiesta Mani pulite, durante la sua segreteria si sfalda, diventando prima SI (Socialisti Italiani) e poi Sdi (Socialisti Democratici Italiani).
Con quest’ultimo movimento, nel 1994 Del Turco viene eletto alla Camera (XII legislatura) nel collegio elettorale di San Lazzaro di Savena e viene nominato vicepresidente della Commissione Affari Esteri; nella successiva legislatura viene eletto al Senato nel collegio di Grosseto per L’Ulivo. Dal 16 maggio 1996 al 6 febbraio 1997 è presidente del gruppo dei senatori di Rinnovamento Italiano. Durante il secondo governo Amato (2000) ricopre l’incarico di ministro delle Finanze. La sua attività politica è legata anche alla Commissione Antimafia, della quale è stato presidente. Nel 2004 viene eletto al Parlamento europeo nella circoscrizione sud, con 180 mila preferenze, per la lista Uniti nell’Ulivo e si iscrive al Partito Socialista Europeo. Nel 2007 fonda l’associazione Alleanza Riformista con l’obiettivo di portare lo Sdi nel Partito Democratico. Ma in seguito al congresso nazionale nel quale prevale la linea del segretario nazionale Boselli, abbandona il partito per confluire con Alleanza Riformista nel Partito Democratico.
Dal 23 maggio 2007 è uno dei 45 membri del Comitato nazionale per il Partito Democratico. Oggi viene arrestato dalla Guardia di Finanza nell’ambito di un’inchiesta sulla sanità condotta dalla Procura della Repubblica di Pescara.
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Firme false all’Assemblea regionale siciliana, deputati fantasma che incassano gettoni senza presenziare le riunioni. È questo ciò che emerge da un’indagine voluta dal presidente dell’Assemblea isolana, Gianfranco Miccichè, che ha deciso di dire basta alla proliferazione di firme false da parte degli onorevoli siciliani. Una legge regionale del 2000 prevede infatti l’obbligo di firma (e di presenza) per ottenere il gettone da 125 euro previsto per la partecipazione di ogni singolo deputato.
Fatta la norma, trovato l’inganno: i deputati, che non ne volevano sapere di restare troppo tempo in aula, si sono improvvisati abili falsificatori di firme per contraffare il registro presenze, come dei novelli studenti universitari fuori corso.
L’apice è stato raggiunto nella seduta del 5 dicembre 2006. Si votava una norma in favore del personale degli enti fieristici: i rappresentanti regionali in aula erano 47, il registro delle presenze superava quota settanta (per la cronaca, i deputati dell’Ars sicula sono 90). E la lista avrebbe potuto essere ancora più lunga, se non fosse che un decreto firmato il 29 novembre 2006 prevede che la presenza di capigruppo, assessori e membri del consiglio di presidenza non sia conteggiata nel quorum, e quindi non sia riscontrabile statisticamente.
Per evitare l’assenteismo, Miccichè ha detto (tramite comunicato stampa e un intervento sul suo blog) di voler cambiare metodo: da ora in avanti le presenze “dovranno essere attestate dalla partecipazione ad almeno due terzi delle votazioni elettroniche”. Resta da capire cosa faranno i deputati: se non convinceranno la presidenza, l’amarcord universitario, con tanto di firme false, rischierebbe persino di infrangersi. E con esso, anche una lauta parte del proprio stipendio.
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Un dipartimento che sembra quasi un’ambasciata, con stipendi tre volte superiori a quelli ordinari. Per molti di loro, doppia indennità, a cui si aggiungono diversi benefit, come ad esempio quelli per imparare le lingue. E poi: due aree, una per il partenariato locale, l’altra per gli affari generali, tre servizi, cinque dirigenti, per un totale di sedici dipendenti, retribuiti dai sette ai ventidue mila euro al mese.
Certo, chi lavora lassù, nel cuore freddo dell’Europa, vive il disagio della lontananza da casa, ma quanto a costi l’ufficio di rappresentanza della Regione Sicilia nella Bastion Tower di Bruxelles non ha nulla da invidiare ad un qualsiasi consolato, arrivando a sfiorare una quota annuale di due milioni di euro. Tanti soldi e una vasta lista di privilegi di cui si è ricominciato a discutere anche a Palermo, facendo storcere il naso a molti deputati dell’Ars, che ora hanno deciso di denunciare le spese, secondo loro spropositate.
Anche per questo, la Regione sta ora correndo ai ripari, decidendo di accorpare le due aree e valutando la “ristrutturazione integrale” degli uffici. Parola del deputato di FI Giuseppe Castiglione, che spera in una “pronta verifica dell’organizzazione amministrativa dell’ufficio”, aggiungendo che forse “sarebbe più vantaggioso affidarsi a uno studio di consulenza”.
Sempre che, in un impeto indipendentista, la Sicilia non decida davvero di aprire in quel di Bruxelles una vera e propria ambasciata di Trinacria.

Daniele Capezzone lascia il gruppo della Rosa nel Pugno per andare nel Misto, ma soprattutto si dimette dalla poltrona di presidente della commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati. Non male per un Paese, come l’Italia, dove le dimissioni di solito si annunciano e non si danno. E basti pensare a Franca Rame, la senatrice eletta nell’Italia dei Valori, che sono mesi che traballa dicendo di volersi dimettere dal gruppo Idv e, addirittura, nei momenti più tormentati anche da senatrice. Vicenda annosa, quella dell’attrice-senatrice, che pare sia conclusa dopo mesi e mesi di incredibili giravolte visto che le sue dimissioni dal gruppo dipietrista di palazzo Madama sono arrivate stavolta per davvero.
Tornando a Capezzone, oggi in una conferenza stampa a Montecitorio ha spiegato il proprio gesto: “Considero esauriti questa fase e questo assetto politico. Il governo e la maggioranza parlamentare che lo sostiene non esiste più”. Quindi ha inviato una lettera di dimissioni al presidente della Camera, Fausto Bertinotti con le motivazioni che lo hanno indotto a compiere questa scelta.
Dopo l’abbandono della casa madre radicale, alcuni mesi fa, il giovane Daniele aveva fondato decidere.net un’aggregazione nata su 13 tematiche concrete che in questi mesi ha raccolto migliaia di adesioni.
Quale futuro politico per Capezzone? Conclusa definitivamente la sua stagione nel centrosinistra, in molti sono pronti a giurare che il suo approdo naturale sia dall’altra parte. Lui, per ora non si sbilancia, ma le prime reazioni politiche della Cdl sono di apprezzamento per la scelta dell’ormai ex presidente della commissione Attività Produttive.