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Con oltre il 99% delle sezioni scrutinate in Italia (63.541 su 64.328) e il 68,75% di quelle estere (1.994 su 2.900) si delinea in maniera ormai definitiva il risultato delle elezioni europee del 6 e 7 giugno.
Il Pdl, con il 35,26 % (10.756.623 voti) si conferma il primo partito italiano.
Il Pd, con il 26,1% (7.975.716 voti) è la seconda forza politica del Paese, seguito dalla Lega Nord con il 10,2% (3.124.917 voti).
Le uniche altre due forze politiche che hanno superato lo sbarramento del 4% sono quindi l’Italia dei valori con il 7,99% (2.436.545 voti) e l’Udc con il 6,51% (1.985.528 voti).
In calo l’affluenza, al 65,04% rispetto al 72,88% delle precedenti consultazioni europee.
Ripartizioni in seggi
Stando a queste percentuali, quindi, il Pdl potrebbe contare su 29-30 eurodeputati, il Pd su 22. Ecco la ripartizione dei 72 seggi assegnati all’Italia nella nuova assemblea di Strasburgo, sulla base delle ultime proiezioni effettuate nella notte. Alla Lega Nord andrebbero 8 seggi. Sette quelli assegnati all’Italia dei valori e cinque all’Udc. Alle altre liste, sotto il 4%, nessun eurodeputato.
In Europa vince la diserzione al voto
Sull’Europa che conosce il suo record di diserzione del voto, con meno di un elettore su due alle urne, soffia vento da destra, ma si rivedono anche i Verdi. Nel complesso, guardando ai risultati nei singoli Paesi europei, il Ppe si conferma come gruppo più consistente, mentre segna un netto arretramento il partito socialista con risultati deludenti in Francia, Spagna e Gran Bretagna. Forte, invece, l’affermazione della destra estrema e, a sorpresa, decisa affermazione dei Verdi e delle liste ambientaliste.
Pdl è il primo partito italiano, il Pd perde 6 punti
Il Pdl, che sperava di raggiungere e superare la quota-simbolo del 40%, resta comunque il primo partito italiano. Il risultato non convince appieno il premier Silvio Berlusconi: “Ho dovuto fare tutto da me, come al solito ho tirato la carretta da solo”, si sfoga nel quartier generale del Pdl, come riporta il quotidiano Libero. E rivendica la scelta di candidarsi in prima persona al parlamento di Strasburgo: “Se non fossi sceso in campo io l’affluenza sarebbe stata ancora più bassa. È anche per mio merito che l’Italia si conferma il primo Paese per percentuale di votanti: con il record di elettori e di consensi il mio governo si conferma il più forte d’Europa”. Mentre è più semplice la ricostruzione del portavoce Paolo Bonaiuti: “Il Pdl non supera i livelli che erano stati pronosticati da tutti i sondaggisti, solo perché c’è un forte livello di astensione”.
Di fronte ai circa sei i punti persi dal Pd rispetto alle politiche, Piero Fassino commenta, ai microfoni del Tg5: “Non c’è stato lo ’sfondamento’ del Pdl, e anzi non c’è nemmeno la conferma del voto dell’anno scorso”. Pare che “i dati definiscano” ha poi continuato l’esponente del Pd “un giudizio severo degli elettori nei confronti del governo e di Berlusconi”.
E ora i democratici devono guardarsi dalla cerscita (quasi) raddoppiata (in un solo anno) dell’Idv di Antonio Di Pietro che sfiora l’8%, partendo dal 4,4% dell’aprile 2008. L’euforia è il sentimento che regna in casa dipietrista. Da dove parte anche il monito agli alleati Democrats: “Il Pd ha davanti a sé responsabilità importanti” sottolinea “scegliere con chi fare un’alleanza contro il modello di governo berlusconiano”. L’ex pm non rinuncia a togliersi qualche sassolino dalla scarpa: “Noi non siamo il brutto anatroccolo da usare per le elezioni e poi buttar via. Finora ci hanno mal sopportato ora si devono rendere conto che c’è un partito che punta alla alternativa”.
Fuori da Strasburgo: sinistra, Radicali, Mpa e Storace
La tagliola della quota di sbarramento del 4%, come da molti pronosticato, fa strage dei partiti più piccoli: dopo essere rimasti esclusi dal Parlamento italiano, bissano l’insuccesso a livello europeo sia la lista anticapitalista promossa da Prc e Pdci, sia Sinistra e Libertà, poichè entrambe si fermano a qualche decimale nei dintorni del 3%.
Supera appena il 2% l’Autonomia, ossia l’aleanza tra il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo, La Destra di Francesco Storace, i Pensionati di Carlo Fatuzzo (europarlamentare uscente) e l’Alleanza di Centro di Francesco Pionati.
Alla Lista Bonino-Pannella non basta il 2,5%. “In condizioni di regime abbiamo raggiunto un risultato stra-or-di-na-rio, uni-co!”, dicono. Ma di fatto i radicali restano fuori dal Parlamento, per la prima volta dal 1979 a oggi.
Affluenza in picchiata, all’Aquila vota uno su 4
I dati europei fermano la percentuale dei votanti al 43,09: un record per l’astensionismo, fenomeno che in Italia inchioda al 66,5% l’affluenza alle urne (nel 2004 era del 72,9%). All’Aquila, dove ad urne aperte c’è stata una nuova scossa di terremoto, ha votato il 27,9%, contro il 73,1 del 2004. In Italia però la percentuale di votanti è stata più alta rispetto a tutti gli altri paesi europei, ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni, aggiungendo che “le operazioni di voto si sono svolte regolarmente, senza incidenti rilevanti di nessun tipo”.

Al seggio anche Noemi, tra le polemiche
Tra gli episodi e le curiosità il voto a Portici di Noemi Letizia, la ragazza al centro del caso scoppiato per l’amicizia con il premier. È stata polemica sulle procedure: e per la scorta dei vigili e per le porte chiuse per il tempo del voto. Occhiali scuri, capelli sciolti, abito nero elegante, Noemi è arrivata al seggio 62 di Portici a bordo di una Mercedes. I flash sono stati tutti per lei. Che non ha rilasciato nessuna dichiarazione alla stampa.
In provincia di Latina, invece, un’elettrice ha sbagliato a votare, ha chiesto di poter ripetere il voto e di fronte al no del presidente lo ha aggredito. A Potenza e a Tarsia (Cosenza) due elettori sono stati sorpresi a fotografare la scheda col cellulare: il rumore del telefonino li ha traditi e sono stati denunciati.
L’estrema destra si ritrova a Milano. Ma vola basso. “Non ho visto alcun saluto romano” dice il segretario di Forza Nuova, Roberto Fiore, replicando alle notizie apparse sul fatto che alcune persone lo abbiano salutato, al suo arrivo all’hotel dei Cavalieri di Milano, con il braccio teso. “Forse erano all’altra manifestazione e hanno visto ex partigiani”, commenta Fiore. Secondo l’eurodeputato, parlare di saluti romani è “follia” e dimostra “che non c’è nessuna intenzione di ascoltare le tesi ma solo di cercare lo scoop che in questo caso non c’è”. Eppure al convegno “Popoli e tradizione contro banche e poteri forti” sono arrivati leader dell’ultradestra da tutta Europa, noti per l’antieuropeismo e dichiarazioni xenofobe: il francese Bruno Gollnish, il cipriota Stratos Karanikolaou e l’inglese Simon Darby. “Noi ci rivolgiamo anche a quelle fasce della sinistra scontente che non si sentono rappresentate dai partiti della sinistra e sindacati” ha detto durante la conferenza Fiore.
Contro il convegno dei partiti di estrema destra si sono ritrovati in piazza della Scala i centri sociali, le associazioni, l’Anpi e i partiti della sinistra radicale.
Questa mattina intanto l’Anpi provinciale ha deposto due corone di fiori in ricordo delle vittime del nazifascismo. In circa 200 si sono presentati prima in piazza della Scala per deporre la nuova corona sulla stele della facciata di Palazzo Marino per poi spostarsi alla vicina Loggia dei Mercanti per deporre un’altra corona alla lapide in ricordo dei caduti. Profondo lo sdegno espresso dall’associazione dei partigiani per “lo sfregio di un raduno di partiti che si richiamano alle idee razziste e xenofobe del fascismo e del nazismo”, ha detto in un breve intervento Tino Casali, presidente nazionale dell’Anpi.

“Teniamocela stretta”. Cosa? La Costituzione. Visto che, dice il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano inaugurando lo Spazio Europa nella sede italiana della Commissione Europea: “In Italia per fortuna l’abbiamo”.
Tirato un po’ per la giacca, in questi ultimi giorni, con questo intervento il custode della Carta, il garante della Legge delle leggi, entra nel dibattito sulla Carta che sta infiammando la politica negli ultimi giorni. Napolitano lo ha detto rispondendo alle domande di alcuni studenti, che chiedevano in particolare se l’Europa ha una Costituzione e come si collega con quella italiana. Il capo dello Stato ha ricordato che il parlamento europeo dal 2001 al 2004, quando lui era presidente della commissione Affari costituzionali a Strasburgo, esaminò un progetto di Costituzione europea che fu anche ratificato dai capi di governo dei paesi membri, ma poi non superò la ratifica da parte di due parlamenti nazionali, quello francese e quello olandese, mentre altri tardavano a pronunciarsi.
E sulla Costituzione e le polemiche dell’ultima settimana, interviene anche Berlusconi, parlando della manifestazione di ieri del Pd: “Questa è l’ulteriore prova” dice il premier, “della spudoratezza di questa sinistra che ha cambiato interi capitoli della Costituzione solo con i suoi voti, tra l’altro una modifica fatta male e con solo 4 voti di vantaggio”. Si riferisce Berlusconi alla riforma del Titolo V approvata nel 2001 e confermata poi dal referendum. “Non si può considerare un sacrilegio la volontà di cambiare la Carta” ha detto Berlusconi, “se c’è la volontà generale di farlo”. E su Scalfaro, protagonista della manifestazione del Pd, afferma: ”Veltroni dice che io vengo in Sardegna per un candidato che si presenta con una lista che porta il mio nome ma mi domando, se la sinistra avesse un suo simbolo chi ci avrebbero messo? Scalfaro? Un uomo che sappiamo il passato che ha”.
Le polemiche comunque sembrano destinate a ricomporsi: il premier ha infatti accolto positivamente le parole di questa mattina di Napolitano. Mentre il presidente della Repubblica veniva “interrogato” dagli studenti sulle regole europee: il problema della Costituzione europea, ha detto, resta aperto. Fu posto proprio 25 anni fa da un padre dell’Europa, Altiero Spinelli, il cui progetto aprì la strada all’Unione Europea, indicando un cammino “tuttora incompiuto, che spetta alle giovani generazioni completare, portando a compimento la costituzionalizzazione dell’Ue”. “Quando vedremo gli Stati Uniti d’Europa?” ha chiesto un ragazzo. Napolitano ha risposto che già 50 anni fa alcuni pensavano che fosse a portata di mano. “Erano gli ottimisti. Ci furono e ci sono ancora imprevisti e resistenze da superare, ma” ha aggiunto “certamente voi giovani vedrete gli Stati Uniti d’Europa. Datevi da fare perchè l’Europa soddisfi le vostre aspettative”. Un’altra domanda ha riguardato il ruolo del parlamento europeo. “Fa assai più cose del passato. I governi nazionali non possono decidere quasi nulla senza il suo parere. Il parlamento europeo indica la strada al governo dell’Europa che” ha concluso “non sappiamo bene se sia quello della Commissione europea o quello del Consiglio europeo (che riunisce i capi di Stato e di governo dei paesi membri). Ma questa è una questione più complicata”.
Questione meno complicata invece quella con protagonisti lo stesso Napolitano e l’ex pm Antonio Di Pietro. La procura di Roma ha chiesto l’archiviazione per il leader dell’Idv, che era stato iscritto sul registro degli indagati per “offesa all’onore o al prestigio del presidente della Repubblica” in relazione all’intervento pronunciato durante la manifestazione a piazza Farnese. “Una lettura attenta del complessivo intervento dell’onorevole Di Pietro” si legge nella richiesta di archiviazione, “peraltro, consente di escludere che i riferimenti al ’silenzio mafioso’ abbiano avuto quale destinatario non lo stesso oratore ma proprio il presidente della Repubblica”.
“Legittimo diritto di cronaca” Quanto alle espressioni che certamente sono state rivolte al capo dello Stato, sostengono il procuratore Giovanni Ferrara e il pm Giancarlo Amato, “dovendosi esse inquadrare nell’esercizio di un legittimo diritto di critica che è consentito anche nei confronti delle più alte cariche dello Stato se espresso in forme continenti (qui senz’altro ravvisabili), nessuna offesa all’onore ovvero al prestigio del capo dello Stato potrebbe essere ipotizzata. Da qui la ritenuta impossibilità di configurare la fattispecie prevista dall’articolo 278 c.p. e la conseguente decisione di non richiedere l’apposita autorizzazione prevista dall’art.313 primo comma c.p. nei confronti dell’indagato”.
Fin qui i giudici: e ora Di Pietro vuole le scuse. Ha tuonato poi il leader Idv: “Sono stato esposto a pubblico ludibrio in base ad una montatura fatta ad arte da alcuni organi di stampa e cavalcata da tutto il mondo politico” ha spiegato Di Pietro “ma l’umiltà e l’amor per la verità non appartengono evidentemente a queste categorie”. L’ex pm fa sapere che continuerà “a difendere la Costituzione, senza se e senza ma”, e si appellerà al Capo dello Stato, “quale garante della Carta, ogni qualvolta ce ne sarà bisogno”.

Dire che ci siano dei contrasti, sarebbe un’esagerazione. Meglio parlare di differenze e prese di posizione. E certo non sono le prime. E quelle che ha voluto assumere Umberto Bossi si associano a quelle che da un pò di tempo caratterizzano il ruolo di Gianfranco Fini come presidente della Camera. Tant’è: a difendere, e non senza una certa sorpresa, Napolitano e a bocciare il progetto di cambiare la Costituzione per dare più poteri al premier, tocca sta volta al ministro per il Federalismo e leader Lumbard: “Il presidente della Repubblica” dice il leader del Carroccio “è una figura di garanzia, ed è giusto che ci sia un equilibrio dei poteri”. Anche se, assicura il Senatur: “non ho mai sentito Berlusconi dire che voleva cambiare la Costituzione”.
Concetto ribadito dallo stesso premier: “Non c’è stato nessun contrasto”. “Con Napolitano ho sempre avuto una cordialità di rapporti che sono sicuro rimarrà tale e non ho nessun interesse, il presidente del Consiglio non ha nessun interesse, a non avere buoni rapporti con il capo dello Stato” ha detto stamattina durante un’intervista a Maurizio Belpietro nel corso del programma Panorama del giorno su Canale 5.
Cotrasti? Appunto non ce ne sono. Anzi, assicura il Cavaliere, i rapporti sono distesi anche con il presidente Fini. Tanto che alla fine di venti minuti di colloquio a Montecitorio, durante la celebrazione di Pinuccio Tatarella alla Camera per i dieci anni dalla morte, con la terza carica dello Stato, ieri il premier ha detto: “Benissimo, è andata benissimo: con lui non c’era nulla da ricomporre, almeno da parte mia”.
Eppure le tensioni istituzionali ancor più che politiche che hanno seguito lo scontro governo-Colle sul caso Englaro continuano a tenere banco e a chiamare in causa direttamente il tema della Costituzione e delle riforme.
Non è sicuramente un caso se Gianfranco Fini, che negli ultimi giorni si è apertamente schierato in difesa del capo dello Stato, approfitti del ricordo di Tatarella per rinnovare l’invito alla ricerca di una “responsabilità corale” per fare le riforme.
Ma un altolà è arrivato anche dal leader della Lega, Umberto Bossi che da una parte, è vero, dice di non aver mai sentito parlare Berlusconi dell’intenzione di modificare la Costituzione per intervenire sul capitolo decreti, dall’altra però si spende a favore di Napolitano che ha sbagliato a inviare la lettera in Consiglio dei ministri, ma è “figura di garanzia”, che deve giustamente essere “argine verso l’Esecutivo e il potere di decretazione”. E poi l’avvertimento: la Carta non si cambia. Parole sintomatiche della preoccupazione degli uomini del Carroccio per l’acuirsi di uno scontro istituzionale che potrebbe mettere a rischio la trama del dialogo sinora tessuto sul federalismo.
Difesa del Colle e condivisione per le riforme: stesse parole d’ordine, dunque, per il Senatùr e per Fini: il binomio non è usuale e anche per questo fa scalpore. Di fatto il leader di An, ricordando il “ministro dell’armonia”, ha invitato la destra italiana a “rispettare gli avversari e le istituzioni”. “Oggi” sottolinea “il Paese ha bisogno di una corale assunzione di responsabilità da parte delle forze politiche, nel rispetto della distinzione tra maggioranza e opposizione, per realizzare le riforme che sono necessarie e, per certi aspetti, indispensabili per un miglior funzionamento della nostra democrazia”.
Parole subito cavalcate dall’opposizione. Il Pd, pur apprezzando, i concetti espressi dal presidente della Camera e dal ministro per le Riforme, si prepara comunque a scendere in piazza - unico oratore in Piazza Santi Apostoli, il senatore a vita Oscar Luigi Scalfaro - in difesa della Carta Costituzionale e del capo dello Stato: “La Carta” ha detto il leader democratico Veltroni “può essere innovata, ma ricordando sempre che è un documento straordinario, che va rispettato, di fronte al quale bisogna inchinarsi”.
Ma “io” conclude il premier, “ho una cordialiatà di rapporti con Napolitano e il presidente del Consiglio non ha alcun interesse” che questo rapporto con “il Capo dello stato” si incrini. Inoltre, il premier sottolinea di non aver mai attaccato la Costituzione, in cui difesa oggi pomeriggio il Partito democratico scenderà in piazza: “Io non ho mai attaccato la Costituzione, anzi semmai l’ho difesa”. Berlusconi, come già detto nei giorni scorsi, ribadisce che “la Costituzione non è un Moloch” e che “i cassetti del Parlmento sono pieno di progetti per cambiarla fatti dalla stessa sinistra che ora mi accusa di voler attentare alla Costituzione. Insomma, è la solita mistificazione, il solito ribaltamento della realtà” ha affermato “operato da questa sinistra che nasconde le sue divisioni interne e la sua mancanza di progetti credibili”.
Dopo aver chiarito i rapporti con il Colle, il presidente del Consiglio ha fatto anche sapere che la politica si impegnerà per varare “a breve” una legge sul testamento biologico. “Il Parlamento varerà in breve una legge” ha spiegato il premier “che, oltre a vietare qualsiasi forma di eutanasia, introdurrà norme di civiltà come il testamento biologico e il divieto di non somministrare alimentazione e idratazione per chi non sa provvedere a se stesso”.

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Guarda la GALLERY degli scontri a Roma
Fuori dal Senato, più che la “vita” - come indicava il capogruppo del Pd Anna Finocchiaro al minsitro Gelmini, prima del voto che ha convertito in legge il testo di riforma della scuola - è andato in scena il caos.
Prima un’aggressione isolata partita dagli studenti di destra per guadagnare la testa del presidio. Poi veri scontri, con tanto di lancio di tavolini, in piazza Navona, a pochi passi dal Senato, tra studenti di estrema destra e di sinistra, davanti ai turisti impauriti e l’immediata serrata dei negozi.
Gli scontri si sono scatenati all’arrivo degli studenti del corteo degli universitari, tra cui alcuni esponenti anche dei centri sociali, arrivati nella piazza, dopo una tappa sotto al ministero. Prima dell’ingresso in piazza c’erano stati momenti di tensione perché le forze dell’ordine, avevano creato una barriera. Poi dopo una trattativa il cordone delle forze dell’ordine ha permesso il passaggio degli universitari, circa 400, che hanno sfilato con le mani alzate. Subito dopo gli studenti si sono avvicinati al camioncino attorno al quale erano radunati i ragazzi di Blocco Studentesco, di destra, e sono nati gli scontri. Per picchiarsi hanno usato anche tavolini e sedie dei bar circostanti. Poi la polizia ha formato un cordone per dividere le due fazioni. Alcuni studenti di Blocco Studentesco sono stati portati in Questura. Il bilancio, parziale, è stato di tre feriti lievi.
Ma lo scambio di accuse è stato pesante. “A seguito della carica da parte del gruppo di estrema destra” spiegano esponenti dell’Uds “due studenti a piazza Navona riportano gravi traumi alla testa e un ragazzo riporta un orecchio lacerato. È scandaloso il comportamento delle forze dell’ordine che non intervengono per ripristinare una situazione pacifica”. “Ero a terra mi hanno colpito con bottiglie, cinte e caschi” ha detto uno dei due feriti. “Ci hanno caricato con violenza, alcuni avevano anche dei moschettoni che hanno utilizzato come arma contundente”. E un altro: “Mi sono saltati addosso, colpivano con violenza, molti utilizzando il casco”. “Noi stavamo davanti” aggiunge una studentessa, “ma loro con forza volevamo guadagnare la prima fila”.
Completamente diversa la versione del gruppo di destra: “I ragazzi del Blocco Studentesco sono stati caricati dagli antifascisti che volevano escluderli dalla manifestazione. Rifiutiamo questo tentativo di spaccare il fronte unito degli studenti da parte di alcuni idioti antifascisti”.
Da piazza Navona, il corteo si è mosso per raggiungere la Sapienza. Gli studenti dell’ateneo di Roma hanno invitato tutti gli studenti, anche quelli dei licei, a partecipare all’assemblea che si terrà all’università.
Perché, soprattutto dopo che Palazzo Madama ha dato il suo sì definitivo al decreto sulla scuola, la protesta degli studenti continua: “Tutti gli studenti, uniti nella battaglia comune per la difesa del sistema formativo pubblico, proseguiranno nelle loro proteste, come sempre pacifiche e non violente, contro lo smantellamento del sistema formativo pubblico italiano”. È quanto afferma l’Unione degli Universitari ricordando che le proteste continueranno in tutta Italia, oltre al sit-in sotto Palazzo Madama.
Traffico bloccato in centro, manifestazioni “spontanee” e occupazione della stazione Lambrate invece a Milano. Questa mattina un corteo partito da largo Cairoli, procedendo a zig-zag per le strade della città, ha raggiunto l’Accademia di Brera dove è stato lanciato un petardo e sono state lanciate delle uova. Gli studenti si sono poi mossi verso Palazzo Marino per proseguire verso “non si sa dove”, hanno spiegato: “questa è una manifestazione libera che nasce spontanea”.
L’intento degli studenti delle superiori, ha detto Gianmarco del Coordinamento, è “andare in giro per Milano per bloccare tutta la città ed iniziare l’occupazione a raffica degli istituti”. Superata la sede di Mediobanca un gruppo di ragazzi ha iniziato a scappare gridando: “Aiuto, aiuto ci sono i manganelli”. Due studenti hanno denunciato di essere stati “caricati a colpi di manganelli dagli agenti della polizia” all’angolo di piazza Meda e via San Paolo. Ivan, 19 anni dell’istituto Vespucci, sarebbe stato colpito alla spalla sinistra; Paolo, 20 anni, dell’istituto Fusi, al braccio destro. A detta degli studenti lo scontro sarebbe avvenuto perché un piccolo gruppetto di ragazzi si era staccato per tagliare per via San Paolo mentre le forze dell’ordine, che avevano formato un cordone, facevano andare il corteo da piazza Meda verso San Babila.
Gravi i disagi al traffico nel centro cittadino. Secondo le cifre fornite dalla Questura di Milano, un corteo partito da piazza XXIV Maggio sarebbe stato alimentato da circa 200 partecipanti, mentre a Cairoli si sarebbero radunati un migliaio di studenti. Nel frattempo alla Statale di Milano oltre mille studenti affollavano l’aula magna, dove il premio Nobel Dario Fo ha tenuto una lezione su “La scienza della rappresentazione”.
La notizia che il decreto Gelmini era stato approvato ha interrotto l’intervento di Fo e la decisione delle migliaia di studenti riuniti ad ascoltare il premio Nobel è stata spontanea e immediata, affidata a un portavoce: “Le altre scuole sono già in strada, andiamo a raggiungerli”. Il corteo - ha spiegato il portavoce degli studenti che aveva introdotto l’intervento di Fo - “deve essere pacifico e determinato”. In pochi minuti, in modo ordinato, l’aula magna si è svuotata e gli studenti si sono riversati in strada, per confluire nel corteo delle superiori.
Dopo aver tentato un presidio in corso Monforte, dove ha sede la Prefettura, gli studenti, bloccati dalle forze dell’ordine, hanno paralizzato il traffico lungo viale Bianca Maria, nella seconda circonvallazione. Il corteo si è poi diviso in due tronconi: mentre gli studenti delle medie superiori hanno fatto ritorno verso la sede di Scienze Politiche, un centinaio e oltre di universitari della Statale hanno proseguito lungo la circonvallazione. Nel frattempo questi ultimi hanno raggiunto il migliaio e si sono diretti alla stazione ferroviaria di Lambrate, dove hanno deciso di fermarsi e di sedersi sui binari per bloccare il traffico ferroviario. Bloccato un treno Eurostar Milano-Roma. Dopo un tentativo scoraggiato dalle forze dell’ordine in tenuta antisommossa di arrivare alla tangenziale, la manifestazione ha di nuovo preso la direzione del centro. Il movimento quindi non si ferma.
Ecco l’elenco delle iniziative odierne. Ancona, dove l’”Assemblea No 133″ continua la pacifica occupazione dela Facoltà di Ingegneria; Brescia, dove è previsto un sit-in con volantinaggio in piazza S. Faustino da parte del “Comitato universitaglia: 133 passi indietro nessuno avanti”; Cagliari, in cui nella Facoltà di Lettere a Piazza del Carmine ci sarà un Laboratorio di approfondimento, sul futuro dell’università italiana; Lecce, nelle cui Facoltà di Lettere e di Economia sono previste Assemblee studentesche; Pavia, dove hanno luogo le proteste alternative di lezioni di Geometri e Fisica in piazza; Padova, dove una fiaccolata di protesta contro la Legge 133, sfilerà per le vie della città; A Macerata gli studenti, che hanno ieri occupato il Rettorato improvvisando un corteo nella città, oggi si sono nuovamente organizzati per ulteriori forme di protesta; Urbino, Ateneo in cui gli studenti, dopo la partecipazione di circa 1000 persone all’Assemblea d’Ateneo di ieri, si sono dati appuntamento per oggi pomeriggio per una nuova mobilitazione. Infine, nell’Ateneo di Chieti-Pescara il Movimento studentesco Chieti-Pescara ha organizzato un’Assemblea d’Ateneo a Pescara e delle lezioni all’aperto a Chieti.
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Ex governatore della Regione Lazio, ex ministro della Sanità nel terzo governo Berlusconi. E ora anche ex di An: l’annunciata rottura tra il partito di Fini e Francesco Storace si è infine consumata e il senatore ha preso la decisione di lasciare Alleanza nazionale, comunicando le sue ragioni in una lettera, pubblicata sul sito www.storace.it e inviata lunedì sera al presidente del circolo di An della Balduina, Daniele Marin.
“Credo che questa non sia più la mia casa politica - si legge sul sito web dell’ex ministro della Salute - ed è facilmente immaginabile quale possa essere il mio stato d’animo nel prenderne atto. Ma vedo praticamente esaurita la funzione di Alleanza Nazionale nella rappresentanza dei valori della destra, con il suo leader molto impegnato nel tentare a tutti i costi, attraverso formule che si modificano quotidianamente e incomprensibilmente, nel liberarsi di quello che appare sempre più un fardello ingombrante per i suoi disegni politici”.
Storace fa sapere di aver comunicato le proprie dimissioni anche al presidente del gruppo di An al Senato, Altero Matteoli. “Seguirò - informa - come indipendente di destra, le direttive del gruppo parlamentare ogni volta che saranno formalizzate dalla maggioranza dei senatori nelle riunioni del gruppo medesimo. Altrimenti mi regolerò con la mia coscienza”. Tradotto: è pronto a fondare un suo movimento?
L’addio di Storace era in realtà nell’aria da tempo. Almeno da quando era entrato in rotta di collisione con Gianfranco Fini e dalle colonne di Panorama il 12 aprile scorso aveva lanciato il suo ultimatum. E proprio quella del presidente di An è la prima reazione che arriva. E non sono toni concilianti: “Motivazioni politiche inconsistenti, nessuno in Italia pensa che An non sia più un partito di destra. Ovviamente si tratta di capire cosa si intende per valori e programma di destra”.
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LEGGI ANCHE i principali duelli, dopo la batosta dell’Unione in Sicilia: a Genova, Super Vincenzi contro il giovane Musso e le battute di Beppe Grillo; in Piemonte la Cdl sogna la spallatina; a Gorizia e Verona il diavolo e l’acqua santa; sotto l’Arena prove generali di Polo unito; a Civitavecchia, il porto e il fantasma dell’opera; a Taranto il ciclone Cito, a Lecce per raccogliere l’eredità della signora di An, Poli Bortone; e ad Ancona, dove comunque vada sarà femmina.
Parte dalla Sicilia, domenica 13 maggio e lunedì 14 maggio 2007 (ballottaggi domenica 27 maggio e lunedì 28 maggio 2007), la tornata elettorale delle amministrative 2007. Che interessa circa 12 milioni di cittadini.
Il resto del Paese (ad esclusione della Val d’Aosta che voterà il 20 maggio 2007) va alle urne domenica 27 e lunedì 28 maggio 2007 (eventuali ballottaggi il 10-11 giugno).
Si vota per rinnovare 958 consigli comunali, di cui 29 capoluoghi, e 8 amministrazioni provinciali (qui l’elenco completo in .pdf).
Tra i principali consigli comunali (scheda azzurra) spiccano: Palermo, Como, Cuneo, Genova, Lecce, Agrigento, Lucca, Modica, Gorizia, Piacenza, Parma, Verona, Reggio Calabria, La Spezia, Civitavecchia, Taranto. Le province (scheda gialla) sono: Ragusa, Vercelli, Como, Varese, Vicenza, Genova, La Spezia e Ancona.
Per esprimere il proprio voto (qui la guida del Viminale), ogni cittadino deve presentarsi presso la propria sezione elettorale, esibendo la tessera elettorale e un documento di riconoscimento valido (patente, passaporto, libretto di pensione, tessera di riconoscimento rilasciata da un ordine professionale).
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Politica, ovvero “l’arte del possibile”. E fare il possibile, significa a volte, anzi spesso, scendere (o venire) a patti. Di patti il panorama politico italiano ne ha visti tanti (quello della sardina tra D’Alema e Bossi, quello della crostata tra D’Alema e Berlusconi). Siglati, cotti e mangiati.
Da oggi, 26 aprile, è possibile che di patto da digerire ce ne sia un altro: quello tra il premier Romano Prodi e il leader del Carroccio, Umberto Bossi.
Tra i due, che non si incontravano da prima della malattia che l’11 marzo 2004 colpì il Senatùr, c’è stato un vero e proprio vertice. Con tanto di colazione (o pranzo). Seduti al tavolo, nella sede della Prefettura del capoluogo lombardo, da un lato il presidente del Consiglio e il deputato prodiano della Margherita Sandro Gozi, dall’altro Umberto Bossi e Roberto Maroni e Roberto Calderoli. Davanti a loro, come lo stesso Professore ha confidato, tre questioni: “federalismo, legge elettorale e fiume Po”. Da discutere mangiando risotto giallo con grana padano, cotolette alla milanese e un buon bonarda dell’Oltrepo Pavese.
Come sia andata è il capogruppo del Carroccio alla Camera a dirlo, usando una metafora calcistica: “Contro il Manchester il Milan può farcela, siamo ottimisti”. Tradotto: clima positivo e non solo per la riunione di oggi.
Sì, perché Prodi ha capito l’insofferenza crescente nella Lega per l’atteggiamento degli alleati della Casa delle Libertà. Grazie anche al dialogo intessuto dal ministro Vannino Chiti, proprio con lo sherpa della Lega, Maroni. Il piano del Professore è di proporsi come spalla per il Carroccio, che sia sul nodo Verona sia per quello della riforma elettorale, si trova ai ferri corti con gli alleati del centrodestra.
La questione del referendum, in particolare, per la Lega è una questione di vita o di morte. Il quesito posto da Guzzetta e Segni (nonché da Fini e da molti esponenti di Forza Italia) potrebbe decretare la fine politica del movimento padano, che con il bipartitismo perderebbe ogni capacità di influenza. Ed è per questo che Prodi e Bossi hanno lungamente discusso (90 minuti, dicono i ben informati) di quello che potrebbe essere un accordo tattico tra il premier e il Carroccio. Oltre alla riforma della legge elettorale, i temi su cui è possibile trovare un’intesa sono il federalismo fiscale e il Senato regionale. Sul primo punto Chiti ha preso un impegno solenne: approvare il ddl entro la pausa estiva, con la possibilità di devolvere capacità impositiva e competenze a Lombardia e Veneto.
E proprio qui, in Veneto, sorge l’altro motivo di freddezza tra il Carroccio e la Cdl: la scelta di Silvio Berlusconi di sostenere come candidato sindaco di Verona l’Udc Alfredo Meocci anziché il leghista Flavio Tosi, che avrà i voti anche di An, rischia seriamente di incrinare i rapporti tra il Cav. e il Senatùr. Il mal di pancia alla Lega viene dalla considerazione che i padani sono stati sempre al fianco di Berlusconi, difendendolo anche mentre Pier Ferdinando Casini e Lorenzo Cesa ne mettevano in discussione la leadership. E ora l’ex premier sceglie l’Udc e non il Carroccio proprio in una delle città simbolo per i leghisti. Un boccone molto amaro da digerire. Troppo amaro, considerando che il sodalizio tra Lega e Forza Italia dura da sette anni.
Tempo classico, si dice, delle crisi matrimoniali: quando uno dei due partner, con la scusa di ritrovare spazio e autonomia, di tornare a contare, di volersi sentire più libero, sceglie di pranzare con gli avversari…
