
“Vengo da un paesino in provincia di Nuoro e ho fatto la gavetta in Comune”. Si presenta così la barbaricina Francesca Barracciu, 43 anni, consigliere regionale della Sardegna, in lizza per l apoltrona di segretario regionale del Pd (con gruppo di fans su Facebook) e in prima fila nella lista Semplicemente democratici a sostegno di Dario Franceschini come candidato alla segreteria nazionale del Pd, assieme alla giovane collega friulana, Debora Serracchiani; lo rivendica con una punta di orgoglio (e non poca voglia di vendetta politica).
È lei - occhi scuri e capelli corvini - che vuole contribuire a dare una spallata a D’Alema & C., sostenitori della mozione Bersani. Nata a Sorgono, sperduto paesino del Nuorese, dove è tuttora sindaco, è stata eletta nel consiglio regionale della Sardegna ed è il segretario uscente del Pd sardo. È caparbia e determinata. “Altro che veline e figurine date in pasto ai media: io e Debora facciamo sul serio e siamo parte di quella schiera di trentenni e quarantenni impegnati da anni nell’amministrazione del territorio”, ripete più volte. “Peppone” Bersani, l’emiliano? Per i suoi gusti “È antiquato”. Beppe Grillo, il genovese? “È un comico che non fa più ridere”. E Tonino Di Pietro, il molisano? “Vorrei essere cattiva, ma mi limito a dire che è emblematico”. Insomma, taglia e cuce. E al rinnovamento dal basso, ci crede davvero.
La sfida tra Bersani, Franceschini e Marino parte dalle segreterie regionali. E la conquista di queste potrebbe significare un successo in autunno al congresso nazionale. Non c’è il rischio di aumentare la litigiosità all’interno di un partito già diviso?
Credo di no, anzi si aumenta la discussione interna. Il nostro è un congresso vero dove si confronteranno idee e mozioni precise per il futuro del partito e del paese. Un congresso autentico, come dicevo, caratterizzato da una viva dialettica e questo dimostra che il Pd è un partito al plurale. E chi vincerà le primarie sarà effettivamente la guida di tutti.
Lei appoggia Franceschini. Parliamo allora degli altri due candidati: pregi e difetti di Bersani.
Ho sempre ritenuto che Bersani sia stato un ottimo uomo di governo capace di fare scelte coraggiose. Sul versante del partito, però, ha un’idea che ci porta indietro nel tempo, una visione antiquata basata sulle alleanze con altri partiti.
Ignazio Marino: un candidato bruciato dallo scoop de il Foglio? Ormai è una corsa due?
Non credo che Marino sia stato bruciato dallo scoop e bisogna vedere che cosa c’è sul serio dietro questa notizia. Per il resto Marino si pone come unico rappresentante della laicità, cosa che non è solo di suo appannaggio. La laicità è ben rappresentata anche dalla mozione Franceschini, per questo l’idea del partito di Marino è troppo particolare e ristretta, perché legata solo a questo aspetto.
Come giudica l’uscita di Beppe Grillo, che si voleva candidare alle primarie?
È stata una provocazione e la sua candidatura era inaccettabile, visto che ha trascorso gli ultimi due anni a massacrare il Pd e a non condividere nulla delle sue posizioni. Allora, perché mettersi alla testa di un partito che si detesta in pubblico? Lo trovo decisamente presuntuoso: lui che da sempre distrugge la politica, che si fa baluardo della legalità e della moralità, all’improvviso vuole diventare un politico come quelli che ha sempre criticato? È una contraddizione. Secondo me, è meglio che Grillo torni a fare il comico, sempre se riesce ancora a far ridere qualcuno.
Grillo baluardo della “legalità e della moralità”. E Di Pietro?
(Dopo la domanda, la Barracciu fa un profondo sospiro e si prende una ventina di secondi per rispondere, ndr)
Di Pietro è emblematico, non dico altro.
I pezzi grossi si sono schierati (D’Alema, Bindi, Letta con Bersani, mentre Veltroni, Rutelli e Fassino con Franceschini) poi i giovani a seguire. I candidati alla guida del Pd hanno tutti sopra i 50 anni. Anche in politica i giovani italiani sono “bamboccioni” e non sono in grado di esprimere un loro candidato?
Negli ultimi vent’anni è stato fatto pochissimo per rinnovare la classe dirigente e non è stato fatto niente per stimolare e farla rinascere in modo naturale. Gli unici rinnovamenti si sono avuti a livello locale, soprattutto da parte dei sindaci che sono a stretto contatto con la gente. C’è un’ampia spinta dal basso per togliere il tappo che è stato messo in questi anni al partito dalla vecchia classe dirigente. E Franceschini rappresenta questo movimento per rinnovare il partito, in quanto è stato l’unico a puntare sui trentenni e sui quarantenni impegnati nelle amministrazioni del territorio (400 giovani amministratori locali sono a suo favore, ndr). Il contrario di Bersani.
Pd e Pdl, per esempio alle europee e regionali di giugno, hanno puntato sui giovani ed entrambi i partiti negli ultimi mesi hanno organizzato per loro corsi di formazione “ad hoc”. Poi però nei posti che contano ci sono quasi sempre gli stessi nomi, ormai da vent’anni come diceva lei, sia al Governo sia all’opposizione. Come mai?
Purtroppo è questo il vero problema dell’Italia. C’è un gruppo dirigente che non vuole spostarsi da due decenni. Ed è duro cambiare i vertici del partito, come stiamo facendo in Sardegna da alcuni anni. A livello nazionale troviamo la resistenza di chi non vuole lasciare la poltrona e abbandonare il potere, per queste persone è difficile. Per questo faccio un appello ai trentenni, ai quarantenni e alle donne: non fatevi strumentalizzare da chi vi usa solo per scopi elettorali, ma scegliete in totale autonomia, sapendo che l’impegno politico non è a vita. Io vengo dall’amministrazione locale: sindaco di un paesino in provincia di Nuoro, eletta consigliere la prima volta a 28 anni, poi assessore per cinque. Tanta gavetta nei Ds e nel Pd. Mi sono formata così, a contatto con la gente, non vengo da esperimenti subitanei.
Giovani, impegnate e carine. Non è che lei e la Serracchiani, passate le primarie, verrete messe un po’ da parte, come è successo alla fanciulla del Pd di Veltroni, Marianna Madia, tanto declamata in campagna elettorale e poi diventata una dei “peones” a Montecitorio?
Non ho questo timore. Io e Debora militiamo da anni nelle amministrazioni del territorio e abbiamo il privilegio e la responsabilità di rappresentare con le primarie qualcosa in più. E continueremo a farlo anche al di fuori dei riflettori, sapendo che l’impegno politico non deve durare a vita.
ll Guardasigilli Angelino Alfano, il ministro per la Semplificazione legislativa Roberto Calderoli
“Se i magistrati di Salerno indagano quelli di Catanzaro e quelli di Catanzaro indagano quelli di Salerno siamo di fronte ad una patologia che va oltre ogni limite conosciuto”. Le parole del ministro della giustizia Angelino Alfano, affidate al Messaggero in un’intervista, rendono chiaramente quale sia il prossimo obiettivo del governo: la riforma della giustizia. Lo confermano molti esponenti della maggioranza che tra ieri e oggi si sono pronunciati a favore del tema definendolo “prioritario”. Ma l’attivismo sulla giustizia preoccupa la Lega. Il timore di Bossi è che una discussione su un tema così ampio e controverso passi in primo piano facendo slittare ancora il federalismo, sul quale il carroccio non vuole perdere tempo.
”Per noi la priorità è il federalismo” ha detto a Lumezzane il leader della Lega, “comunque se Berlusconi decide che la giustizia è la priorità, i voti li ha lui” ha aggiunto, “Ma mi sembra che anche la sinistra ci stia adesso, quindi, se trovano l’accordo”. Il ministro delle Riforme ha quindi aggiunto: ”il primo accordo l’abbiamo trovato noi sul federalismo, adesso se trovano anche l’accordo sulla giustizia va bene, l’importante è che si rendano più veloci i processi”.
Il governo, ha spiegato Alfano, per la giustizia ha tre questioni in agenda: “la giustizia civile, per la quale è stata già realizzata una riforma approvata dalla Camera”, il processo penale, ‘’sul quale occorrerà attuare pienamente l’articolo 111 della Costituzione e le riforme ordinamentali. Il ministro della Difesa La Russa e quello per l’Attuazione del Programma Rotondi rassicurano i leghisti: “Una non esclude l’altra”. Ma anche dall’altra parte del parlamento la prospettiva di una riforma delle regole giudiziarie agita le acque. E’ il Pd a lanciare segnali di apertura all’esecutivo, con Violante, intervistato dal Corriere: ” la politica ha omesso di affrontare seriamente il problema della magistratura come potere”. E il suo potere è cresciuto ”a dismisura” aggiunge “a volte in modo autoreferenziale”. L’ex presidente della Camera comunque si oppone alla separazione delle carriere, che “renderebbe il Pm un superpoliziotto”. Aperture condivise dalla senatrice Anna Finocchiaro: “Siamo disponibili a ragionare di riforma della giustizia e non abbiamo problemi a sederci a nessun tavolo”, dice la senatrice democratica. Che, però, mette il veto su alcuni punti della riforma: no a un intervento sulla Costituzione, no a una trasformazione del Csm, no alla separazione delle carriere e al superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale. Tutti punti sui quali il Pdl avrebbe invece intenzione di agire. Insomma il dialogo appare in salita, anche per la difficile mediazione del Pd con l’Idv: il partito di Di Pietro è tutt’altro che aperturista. Oggi l’ex Pm si è espresso senza giri di parole, accusando i democratici di farsi “circuire” dal governo: “Ancora una volta” ha detto “si intravede all’orizzonte il tentativo di inciucio sui temi della giustizia. Ancora una volta il diavolo tentatore Silvio Berlusconi cerca di coinvolgere i partiti dell’opposizione nella proposta di una pseudo riforma che ha soltanto l’amaro sapore di una resa dei conti con la magistratura. L’obiettivo è sempre lo stesso: togliere l’indipendenza ai giudici e sottoporli al potere politico. Un disegno che viene da lontano e che affonda le sue radici nel progetto della P2″.
Un regalo a Berlusconi. Questo è stata la manifestazione di ieri “No Cav” a piazza Navona convocata dall’Idv. E l’opinione è di Walter Veltroni. Il leader del Pd non risparmia le critiche all’ (ex?) alleato, a Sabina Guzzanti e Beppe Grillo, rei di aver criticato il Papa e il presidente Napolitano. “Una sinistra riformista che vuole essere alternativa di governo non va in una piazza dove si ascoltano follie fatte da persone che, prima di fare lezioni, dovrebbero mostrare il proprio curriculum di impegno civile” dice Veltroni nella registrazione della puntata di Matrix di stasera.
E sembra che il suo giudizio sia condiviso dal “principale esponente dello schieramento avverso”. “Di spazzatura mi occupo a Napoli”, ha detto infatti Silvio Berlusconi il giorno dopo la manifestazione contro di lui a piazza Navona. Il premier, lontano migliaia di chilometri, a Toyako con gli altri leader del G8, non vuole parlare delle proteste contro le leggi sulla giustizia o delle invettive della Guzzanti contro il Papa e la ministra Carfagna. “Spesso” dice il presidente del Consiglio “siamo colti da questo sentimento di autoflagellazione e invece abbiamo bisogno di tutto meno che continuare nel masochismo”.
La Diocesi di Roma invece non ha gradito affatto le battute della comica su Benedetto XVI all’inferno “pungolato dai frocioni”: in una nota “esprime il suo profondo dispiacere per le parole offensive riferite al Santo Padre”. ”Mai caduti cosi’ in basso”, è il titolo di un corsivo di Avvenire che ha bollato ”le volgari espressioni” rivolte dalla comica Guzzanti al Papa come ‘’squallida spazzatura” in merito alla quale ”non vale neppure l’alibi della satira”.
Critiche dure alla comica e a Grillo anche dal presidente della Camera Gianfranco Fini, che parla di “espressioni oscene nei confronti del Papa e insulti osceni al capo dello Stato” (ma il comico genovese ha chiamato “Morfeo” Napolitano) “comportamenti che nulla hanno a che vedere con la satira: chi se ne rende responsabile non è un comico, ma un esibizionista che va trattato come tale”.
Antonio Di Pietro, che già ieri si era prontamente dissociato dalle frasi “ingiustificate” cerca di portare l’attenzione su quelli che erano gli obiettivi della manifestazione: “guardare soltanto le sbavature e non vedere il lago di immoralità e di illegalità che all’interno delle istituzioni commettono coloro che devono governare, vuol dire ancora una volta “guardare il dito perché si ha vergogna di guardare la luna di cui si fa parte”. Eppure anche tra coloro che erano in piazza serpeggia il malumore: ”I motivi per fare una manifestazione c’erano ma è stata completamente snaturata. Mi auguro che gli organizzatori abbiano imparato la lezione anche perché altrimenti si finisce per parlare d’altro. Che cosa c’entra, ad esempio, il Papa con il lodo Alfano?” si lamenta il deputato ulivista del Pd Giovanni Bachelet, che ha abbandonato la piazza dopo l’intervento di Grillo.
E se a Montecitorio e Palazzo Madama è un continuo fiorire di dichiarazioni a sostegno del Papa e di Napolitano da esponenti di maggioranza, Udc e Pd, l’unica voce fuori dal coro è quella di Rosi Bindi, che pure in piazza non è andata: “Ora basta demonizzare la manifestazione” dice l’ex ministra “gli avversari non sono quelli che erano in piazza Navona, non scordiamolo”. Ma nel suo partito non sono in molti a essere d’accordo.
Il tema delle intercettazioni infuoca il dibattito politico, per un banale errore di stampa. I provvedimenti del governo passano da disegno di legge a decreto e poi di nuovo disegno di legge. Nel giro di due ore.
La prima agenzia è delle 15:47, “Nella nota di convocazione del Consiglio dei Ministri di venerdì all’ordine del giorno c’è il decreto legge sulle intercettazioni”. Decreto, quindi una misura urgente e immediatamente effettiva, e non disegno di legge. Subito si scatenano le reazioni, dall’opposizione così come all’ interno della maggioranza. Un crescendo di indignazione e protesta da un lato e di perplessità dall’altro: l’ex ministro leghista Castelli: “Per me è un’assoluta novità. Sono curioso”. il ministro-ombra Tenaglia, del Pd: “Non è una materia da decreto, non c’è l’urgenza”. Il presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida: “bisogna stare attenti ai presupposti di necessità e urgenza”. Anche Casini ci tiene a commentare: “è un’idea malsana”. Sfodera l’artiglieria l’Italia dei Valori, dal capogruppo Massimo Donadi “Scelta sciagurata”, al leader Antonio Di Pietro: “Quale processo devono stoppare?”. Fino ad arrivare a un passo dallo scontro istituzionale, col presidente Giorgio Napolitano che ricorda di aver detto appena ieri di aspettarsi “un disegno di legge su cui discutere in parlamento”.
Ma alle 17.40 è Silvio Berlusconi stesso a spegnere l’incendio. Che si rivela un fuoco di paglia: “C’è stato un refuso: non è dl ma ddl”. Con due “d”: disegno di legge. ”Si tratta di un disegno atteso dai cittadini perchè la democrazia non e’ tale se non e’ rispettata la privacy” aggiunge il premier, in conferenza stampa a Napoli. Berlusconi va anche nei dettagli: ”Le intercettazioni non possono essere prolungate indefinitamente, ma possono essere effettuate nell’ambito di un periodo di tre mesi”. Si faranno solo ”per pene edittali da 10 anni in su. Seguiamo la regola europea di altri Paesi come la vicina Austria” e dovranno essere autorizzate “da un organo non monocratico ma composto da tre magistrati”.
Alle 17.51 arriva la nota ufficiale di Palazzo Chigi che conferma il “mero errore materiale” di trascrizione. Ma c’è chi non crede comunque alla buona fede del governo e pensa si tratti di un dietrofront mascherato, come Di Pietro che dichiara: ”Ci hanno provato ma sono stati colti con le mani nella marmellata”.
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