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Imponente operazione antimafia questa mattina contro i presunti fiancheggiatori del boss mafioso latitante dal 1993 Matteo Messina Denaro, ritenuto il nuovo capo di Cosa Nostra (qui il VIDEO da Medianews del 12 novembre 2007). Gli agenti del Servizio centrale operativo (Sco) e delle Squadre mobili di Trapani e Palermo hanno eseguito 13 arresti nei confronti di altrettanti indagati ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, traffico di sostanze stupefacenti, trasferimento fraudolento di società e valori. I provvedimenti sono stati emessi dal gip di Palermo che ha accolto le richieste del procuratore aggiunto Teresa Principato e dei pm Roberto Scarpinato, Paolo Guido, Sara Micucci e Roberto Piscitello.
In manette anche Mario Messina Denaro, cugino del boss. Secondo gli inquirenti l’uomo, imprenditore caseario, avrebbe imposto il “pizzo” a imprenditori locali sostenendo di raccogliere i soldi delle estorsioni a nome del cugino. Avrebbe anche gestito un traffico di stupefacenti tra Roma e il territorio trapanese, sempre finalizzato a finanziare l’organizzazione criminale.
È stata, inoltre, sequestrata un’intera impresa olearia con beni immobili annessi, per un valore di circa 2 milioni di euro, fittiziamente intestata a terze persone, al fine di sottrarre il patrimonio mafioso ad eventuali aggressioni di carattere patrimoniale da parte degli inquirenti Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli arrestati hanno svolto, “primariamente, un fondamentale ruolo nel sostegno alla latitanza di Messina Denaro, assicurandogli, tra le altre cose, il mantenimento di riservati canali di comunicazione con i componenti di vertice di Cosa nostra palermitana”. L’azione di copertura si è anche sostanziata attraverso la fornitura di documenti d’identità falsi al ricercato, per consentirgli di eludere le indagini.
Nel corso dell’operazione ‘Golem’ gli inquirenti hanno contestualmente eseguito delle perquisizioni in quindici istituti penitenziari nei confronti di trentasette detenuti. I detenuti, secondo quanto accertato dagli inquirenti, avrebbero comunicato con gli indagati. Tra questi figurano ‘boss’ di primissimo piano nel panorama di Cosa Nostra, tra cui Mariano Agate, capo indiscusso del ‘mandamento’ mafioso di Mazara del Vallo, detenuto ininterrottamente da oltre 15 anni e condannato a più ergastoli per associazione mafiosa, omicidi e traffico di sostanze stupefacenti. Storicamente legato all’ala corleonese di Cosa Nostra, è da sempre considerato vicinissimo alla famiglia Messina Denaro. Ma anche Filippo Guttadauro, cognato del latitante Messina Denaro Matteo, per averne sposato la sorella. “Le perquisizioni hanno, finora, consentito” si apprende da ambienti giudiziari “di acquisire numerosa documentazione, già al vaglio degli inquirenti che stanno valutando la possibilità di disporre l’immediato trasferimento di alcuni dei soggetti perquisiti in Istituti Penitenziari diversi”.
Secondo quanto emerge dalle indagini, inoltre, nonostante sia uno dei boss latitanti più ricercati d’Italia dal 1993, il capomafia di Castelvetrano avrebbe fatto dei viaggi anche all’estero in Austria, Svizzera, Grecia, Spagna e Tunisia per mostrare “ancora una volta, la particolare ‘mobilità ’ che lo caratterizza da sempre. Per questa ragione, in collaborazione con l’Interpol, sono stati svolti diversi approfondimenti investigativi in diversi Paesi europei ed extraeuropei, “dove risultano essere presenti diversi soggetti in rapporti con Messina Denaro”. In questo stesso contesto, tra le altre cose, le indagini hanno consentito di localizzare e catturare in Venezuela, nonché di estradare in Italia, alcuni esponenti di spicco di Cosa nostra, fortemente legati a Messina Denaro: come Vincenzo Spezia, killer ed elemento di vertice della “famiglia” mafiosa di Campobello di Mazara.
Infine, agli atti dell’operazione anche il ‘pizzino’ ritrovato tempo fa nel quale Denaro rassicurava i suoi amici detenuti: “… io non andrò mai via di mia volontà , ho un codice d’onore da rispettare. Lo devo a Papà e lo devo ai miei principi, lo devo a tanti amici che sono rinchiusi e che hanno ancora bisogno, lo devo a me stesso per tutto quello in cui ho creduto e per tutto quello che sono stato”. “Ad onore del vero” scrive ancora Messina Denaro “se avessi voluto già me ne sarei andato da tempo, ne avevo la possibilità , solo che non ho mai tenuto in considerazione quest’ipotesi perché non fa parte di me ciò; io starò nella mia terra fino a quando il destino lo vorrà e sarò sempre disponibile per i miei amici, è il mio modo tacito di dire a loro che non hanno sbagliato a credere in me. …”.
Chi è Matteo Messina Denaro: il ritratto nel VIDEO di Carlo Lucarelli:

Il latitante della camorra Giuseppe Setola è stato arrestato dai carabinieri del comando provinciale di Caserta a Mignano Montelungo, nel casertano. Proprio due giorni fa il boss dei Casalesi era riuscito a sfuggire alla cattura attraverso le fogne del suo covo segreto. Anche questa volta all’arrivo dei carabinieri Setola ha tentato la fuga sui tetti di un’abitazione del piccolo comune del Casertano, ai confini con il basso Lazio, dove si era rifugiato. Il boss era in una casa attigua ad una clinica privata, Villa Floria, ma non era ricoverato. Anche se aveva un polso fratturato in seguito alla rocambolesca fuga di due giorni fa.
Il boss della camorra era armato ed era insieme ad altre due persone, che sono state fermate. Quando si è reso conto che non c’era più nulla da fare, Setola ha alzato le mani in segno di resa e ha si è rivolto ai carabinieri, ammettendo: “Avete vinto voi”.
“È un gran momento per lo Stato”. Ha commentato all’Ansa il capo della Dda di Napoli, Franco Roberti. “Eravamo certi che era in una situazione di grande difficoltà ”, ha aggiunto Roberti, “la sua cattura l’avevamo promessa a tutti i cittadini. Abbiamo mantenuto la promessa”. Roberti, di rientro da Roma, dice di aver provato, alla notizia, “una grande gioia, un grande senso di orgoglio, perché lo Stato ha funzionato, gli apparati di contrasto hanno funzionato”.
“Grandissima soddisfazione” è stata espressa anche dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Si tratta, ha spiegato Maroni, “di un colpo durissimo inferto alla camorra”. Maroni ha quindi ringraziato la magistratura e le forze dell’ordine “che hanno lavorato intensamente per il conseguimento di questo importante risultato”.
Due giorni fa il boss Giuseppe Setola era sfuggito alla cattura, sempre da parte dei carabinieri, che avevano fatto irruzione nel suo rifugio a Trentola Ducenta (Caserta). Si era calato giù per una botola, in un cunicolo che portava alle fogne, facendola franca per la terza volta. Nella fuga, aveva rapinato una donna e si era impossessato di un’Alfa 145, ritrovata poi in serata a Lago Patria. Nella serata del 12 gennaio era stata arrestata la moglie, Stefania Martinelli, in casa al momento del blitz. L’arresto era scattato dopo un lungo interrogatorio in caserma.
Giuseppe Setola al momento dell’arresto circondato dai carabinieri
Giuseppe Setola, 38 anni, era inserito tra i trenta ricercati più pericolosi d’Italia e ritenuto il capo dell’ala stragista del clan Bidognetti, affiliato alla cosca dei Casalesi. Inoltre è accusato di numerosi omicidi, tra cui l’agguato alla sartoria di Castelvolturno del 18 settembre scorso, nella quale furono uccisi sei immigrati del Ghana.
Questa mattina a Setola erano stati sequestrati beni per oltre 10 milioni di euro. Altri beni gli furono sequestrati il 29 settembre scorso. Quattro ville, tre appartamenti, un bar, una società di impiantistica, numerosi terreni in aree edificabili e appezzamenti agricoli nel comune di Casal di Principe (Caserta) sono stati inoltre sequestrati a familiari e prestanome del boss. L’operazione di polizia giudiziaria, coordinata dalla Dda di Napoli, è stata eseguita dalla Direzione investigativa antimafia di Napoli e dalla Guardia di Finanza di Marcianise (Caserta) con il supporto della polizia penitenziaria. I beni sequestrati risultano acquisiti con proventi di attività illecite, in particolare nel racket delle estorsioni e nel traffico di droga.
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“L’unica cosa che posso dire è: buon lavoro ai magistrati! Quando non si ha nulla da temere non si ha paura delle indagini. Anzi. E confermo che le intercettazioni sono un utilissimo strumento di indagine”.
Un po’ a denti stretti, Antonio Di Pietro commenta il contenuto delle intercettazioni che riguardano suo figlio Cristiano. Doveva essere una conferenza stampa per la presentazione di tre new entry nella struttura del partito (tre personaggi di rilievo, “sottratti” - proprio come i voti - dalle fila del Pd): Pino Arlacchi (sociologo, già alto dirigente dell’Onu per la lotta alla droga e candidato alle Europee con l’Idv nel 2004) a guidare il Dipartimento sicurezza Internazionale; Stefano Passigli (costituzionalista, origine politica repubblicana e poi diessina, eletto senatore con l’Ulivo, professore che collabora con la fondazione Astrid, di Franco Bassanini) a dirigere il Dipartimento delle Riforme; Paolo Brutti (senatore ulivista nella scorsa legislatura poi passato per SD) a gestire l’area sociale e del lavoro.
E invece… invece ha dovuto difendersi, l’ex magistrato. E affrontare subito la spinosa questione del figlio: “Quello che abbiamo letto sui giornali è un telefilm senza capo né coda, una non-notizia” aggiunge l’ex magistrato di Mani pulite “ma siccome non ho nulla da temere non mi unirò, come in molti speravano, alla politica paludata che se la prende con i magistrati e chiede la riforma delle intercettazioni”. “Anzi” conclude Di Pietro “io dico ai magistrati di fare tutte le indagini che vogliono perché né io né mio figlio abbiamo niente da nascondere”. E ancora: “Non c’è figlio che tenga e che possa condizionare le politiche” aggiunge Di Pietro. “Qualcuno” prosegue anticipando quelle che sarebbero poi state le domande dei cronisti “potrebbe chiedermi se sia un caso il fatto che queste intercettazioni escano fuori proprio all’indomani del voto in Abruzzo e nel giorno stesso in cui vado in Campania e confermo l’uscita degli esponenti dell’Idv dalle giunte provocando possibili elezioni. E sempre nello stesso giorno in cui indico la responsabilità politica del sindaco, del presidente della Regione e della provincia su quello che sta accadendo. Vero, potrebbe essere una spiegazione interessante e potrebbe giustificare quello che succede…”.
“Ma siccome io non ho nulla da temere” sottolinea sorridendo ” sapete che vi dico: Che mi importa se lo hanno fatto per delegittimare o meno? Sarebbe solo una dietrologia e a me non interessa. E siccome, ripeto, non ho niente da temere, auguro buon lavoro ai magistrati che fanno il loro lavoro. Vadano pure avanti e si facciano tutte le indagini che si devono fare”. Di Pietro poi precisa che lui non si unirà mai al coro di chi se la prende, prima con i magistrati, e poi con i giornali, quando si pubblica il contenuto di intercettazioni.
“È vero, come dite voi, che alcuni quotidiani hanno dato un taglio alla notizia diverso rispetto ad altri, ma mai e poi mai” afferma con forza “mi lamenterei dei giornali che riferiscono di informazioni che riguardano personaggi pubblici”. “Da cittadino” prosegue il leader dell’Idv “esprimo dunque solidarietà e incoraggiamento all’azione dei magistrati. Da politico affermo che non c’è figlio che tenga e che possa condizionare le politiche e che sono ben contento che si indaghi così si distinguerà il grano dal loglio..”.
“Da ministro infine” spiega ai cronisti ” difendo la mia azione perché ritengo che sia giusto che ci sia una rotazione degli incarichi soprattutto quando su qualche personaggio si fa del chiacchiericcio…”
Il “chiacchiericcio” a cui si riferisce l’ex ministro è quello intorno alla figura di Mauro Mautone, a capo del Provveditorato regionale (Campania e Molise) alle Opere pubbliche. Mautone viene defenestrato quando l’allora ministro alle Infrastrutture “sente” che Mautone è sotto inchiesta.
Di fatto, per ora, c’è un’informativa della Dia trasmessa alla procura di Napoli nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti che coinvolge, stando all’Ansa e al Corriere della Sera, Cristiano Di Pietro, il figlio dell leader dell’Idv. I contatti tra Cristiano e Mautone, si legge, “hanno assunto un contenuto ambiguo”.
E tra le intercettazioni spunta anche un ricatto nei confronti di Di Pietro jr. Mautone, una volta ricevuta notizia del suo trasferimento - scrivono gli investigatori - “esterna tutta la sua amarezza per l’inaspettato provvedimento ai suoi amici più intimi e tutti sono concordi sulla linea da adottare: ‘ricattare il figlio del Ministro’”. Tentativo, osserva la Dia “che risulterà vano nonostante l’intervento di alte cariche istituzionali scese in campo per verificare la possibilità di dare un interim a Mautone, e poi sostituirlo con persone da loro indicate per ‘dare continuità ’, Mautone sarà ugualmente trasferito”.
Il provveditore alle opere pubbliche della Campania e del Molise è ritenuto al centro “di un sistema di potere molto forte” costituendo altresì “il volano di una serie di raccomandazioni in tutti i settori pubblici ed, in particolare, quello degli appalti”.
Per gli investigatori, Mautone, “in maniera sistematica smista l’enorme potere di cui dispone per favorire in maniera trasversale qualunque componente politica e istituzionale ne faccia richiesta accogliendo tutte quelle istanze che gli vengono rivolte per favorire imprese e professionisti vicine al potere”. In tal modo “il provveditore finisce di sovente per amministrare la cosa pubblica a proprio piacimento”.
Operazione della Squadra mobile della questura di Reggio Calabria per l’arresto di presunti esponenti della cosca Piromalli di Gioia Tauro, una delle più potenti della ‘ndrangheta e amministratori comunali. Le ordinanze sono cinque. Sono stati arrestati il sindaco di Gioia Tauro, il vice sindaco dello stesso comune e il sindaco di Rosarno in esecuzione di provvedimenti restrittivi emessi dal Gip distrettuale della città dello Stretto.
Si tratta di Giorgio Dal Torrione, Rosario Schiavone e Carlo Martelli. Nei confronti degli amministratori viene ipotizzato dagli inquirenti il concorso esterno in associazione mafiosa.
Gli altri due arresti riguardano esponenti della cosca Piromalli, egemone nella Piana di Gioia Tauro: Gioacchino Piromalli e suo nipote omonimo.
Nel corso dell’operazione, la polizia ha eseguito anche numerose perquisizioni.
I tre amministratori di Gioia Tauro e Rosarno arrestati per concorso esterno in associazione mafiosa erano indagati da alcuni mesi perché accusati di avere dato la loro disponibilità a far lavorare per i rispettivi Comuni l’avvocato Gioacchino Piromalli, di 39 anni, anche lui arrestato stamani, dopo una condanna per associazione mafiosa, favorendo così il suo reinserimento.
In realtà , secondo i magistrati della Dda di Reggio Calabria, gli amministratori avrebbero concorso al perseguimento delle finalità della ‘ndrina dei Piromalli. Nell’inchiesta è indagato anche il sindaco di San Ferdinando, ma nei suoi confronti non risulta sia stato emesso alcun provvedimento. Era stato lo stesso Gioacchino Piromalli, nipote omonimo dell’altro arrestato di oggi ritenuto uno degli elementi di vertice della cosca, a chiedere al Tribunale di sorveglianza di poter far fronte al giudizio del Tribunale di Palmi, che lo aveva condannato a un risarcimento civile di 10 milioni di euro nei confronti dei tre Comuni, lavorando, vista la sua non disponibilità economica, per conto degli Enti.
Lo stesso Piromalli aveva fatto richiesta ai tre Enti e i sindaci avevano in qualche maniera dato la loro disponibilità . Secondo quanto si è appreso, alla base dell’arresto, eseguito dalla squadra mobile di Reggio Calabria e dal Commissariato di Gioia Tauro, vi sarebbero, però, anche altri motivi.
Dopo la notifica degli avvisi di garanzia per quella inchiesta, avvenuta alla fine del gennaio scorso, il sindaco di Gioia Tauro azzerò la giunta comunale in carica, provvedendo a nominare assessori esterni. Fu allora che il suo vice sindaco uscì dall’esecutivo. Pochi mesi dopo, il 22 aprile scorso, il Consiglio dei ministri decise lo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. La commissione di accesso per accertare eventuali infiltrazioni della criminalità organizzata nelle attività del Comune era stata insediata dal Prefetto di Reggio Calabria nel dicembre 2007. Dopo una prima fase di lavoro e una proroga di altri 60 giorni, la Commissione ha depositato alla fine di marzo, in Prefettura, la propria relazione che è stata poi inoltrata al ministro dell’Interno. Da qui, poi, la decisione del Consiglio dei ministri di sciogliere il Consiglio comunale di Gioia Tauro. Il sindaco in carica all’epoca, Giorgio Dal Torrione, dell’Udc, era stato eletto, a capo di una coalizione di centrodestra, dopo il ballottaggio svoltosi nel maggio 2006.
Cosa Nostra? In crisi. La camorra? Un’organizzazione simile a quelle dei gangster che infestavano Chicago negli anni Trenta. La ‘ndrangheta è invece ormai al vertice del traffico mondiale di droga tanto che gli Usa l’hanno inserita nell’elenco delle più pericolose organizzazioni mondiali dedite al narcotraffico, da combattere e distruggere.
Il quadro, sconvolgente, emerge dalla relazione semestrale che la Direzione investigativa antimafia ha consegnato al Parlamento. Un dossier in cui si sottolinea che la scelta di Confindustria di espellere gli imprenditori che non denunciano il pizzo può rappresentare una svolta nella battaglia per la legalità .
A mettere un freno all’attività mafiosa di Cosa Nostra è stato, scrive la Dia, l’arresto di Salvatore Lo Piccolo, che “ha provocato fibrillazioni e disorientamenti non trascurabili, non solo per l’indubbia valenza oggettiva ma anche perché ha consentito l’acquisizione di preziosissimi documenti circa gli ‘interna corporis‘ del sistema mafioso e ha favorito atteggiamenti di collaborazione”. Ma “è ipotizzabile che Cosa Nostra si farà carico di una profonda riflessione strategica per definire più sicuri moduli strutturali e operativi per assicurare maggiore impermeabilità e consenso”. Quanto agli industriali, la Dia sottolinea che “con atti concreti si sono schierati contro l’organizzazione mafiosa, assumendosi precise responsabilità e rischi personali, testimoniando così l’inizio di un percorso virtuoso nell’ambito di una graduale estensione della cultura della legalità ”. Parole apprezzate dal leader di Confindustria Sicilia Lo Bello: “Continueremo a lavorare su questo fronte in modo normale, cercando di sfruttare la complementarietà con altre organizzazioni, come le associazioni antiracket e offrendo la massima collaborazione a forze ordine e magistratura”.
Spostandosi un po’ più a Nord, in alcune aree della Campania e a Napoli è la camorra ad avere il controllo, esercitato ultimamente attraverso un “aggressivo modello gangsteristico”. I clan confermano l’attenzione verso l’estero, sfruttando la forte presenza criminale straniera in Campania. Gli interessi illegali si estendono dunque sempre più oltre i confini, sia nel traffico di droga che nella prostituzione.
Ma, sempre secondo la relazione degli investigatori antimafia, a tenere in pugno il commercio degli stupefacenti, attualmente, è la ‘ndrangheta. Un’attività tanto criminosa quanto fiorente e ramificata che ha costretto gli Usa a inserire l’organizzazione calabrese nel “Narcotics Kingpin Organizations”, ossia l’elenco delle principali organizzazioni mondiali dedite al narcotraffico.
Le ‘ndrine sono capaci di ”coniugare i tradizionali comportamenti violenti con l’abilità di intravedere progetti criminali più qualificati e ad elevato profilo mimetico, specie per quanto riguarda l’infiltrazione nel comparto imprenditoriale”.
Il quadro viene completato dall’analisi dell’ “agguerrita” attività della criminalità straniera in Italia. Parallelamente all’aumento del flusso migratorio dei romeni verso l’Italia è cresciuto infatti il numero dei delitti attribuibili a questa etnia. I furti e le rapine dei romeni, soprattutto a danno di persone anziane, mantengono un trend elevato e, sottolinea la relazione, “continuano ad essere contrassegnati dall’uso di inusitata violenza, dalla quale, talvolta, scaturiscono esiti efferati, quali omicidi e violenze sessuali”. Quanto ai cinesi, diffuso è lo sfruttamento della prostituzione, che si manifesta non in strada - come avviene per altre etnie - ma in casa. E sono spesso gli italiani a fornire gli appartamenti.
Il VIDEO servizio:
Non più case in centro, auto di grossa cilindrata, gioielli e orologi griffati. Per investire e far fruttare i soldi ricavati con le estorsioni e il traffico di droga, i boss della ‘ndrangheta ora scelgono le opere d’arte. Nell’operazione “Metallica”, che dopo due anni di indagini ha portato la Dia di Milano ad arrestare 24 persone, sei delle quale con l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso, gli inquirenti hanno seguito un filone inedito. È la prima volta infatti che un’organizzazione criminale acquista e vende in modo così massiccio quadri d’autore e di grande valore.
I capi del gruppo mafioso non erano certo raffinati intenditori di pittura fiamminga e moderna. Tenevano i quadri in condizioni pessime, alcuni sono anche rimasti danneggiati. Ma avevano fiutato l’affare, molto più redditizio di qualunque altro commercio usato in passato per investire il denaro “sporco”. I periti nominati dal magistrato e gli esperti del Nucleo tutela del patrimonio artistico dei carabinieri stanno ancora valutando l’autenticità delle opere ritrovate (64 sequestrate più altre 5 e, non è da escludere, qualcuna ancora da recuperare) tra abitazioni e gallerie di Milano e Padova. Ma, ai fini del traffico organizzato dagli arrestati, spiegano alla Dia, poco importava se il quadro fosse vero o una copia comunque di qualità . Nel secondo caso infatti il margine di guadagno al momento della vendita decuplicava.
Il meccanismo era lineare e seguiva quasi solo canali leciti di compravendita, non risulta, per ora, che le tele siano state rubate. Venivano acquistate, anche all’estero, tramite una rete di contatti consolidata, poi alcune case d’asta ne certificavano l’autenticità e ne stabilivano il prezzo. Gli acquirenti erano spesso professionisti o imprenditori in cerca di un buon investimento. I venditori dicevano sempre di navigare in cattive acque e di essere quindi costretti a cedere i quadri a cifre stracciate. In realtà , li avevano comprati anche a un decimo di quella cifra. Non è ancora chiaro se i periti delle case d’asta fossero conniventi oppure se semplicemente le loro valutazioni fossero approssimative e discutibili.
Si tratta di quadri e autori di altissimo livello. Due sono di Modigliani, Portrait de jeune fille e Portrait de Rosalie, il primo ritrovato solo cinque giorni fa e il secondo sequestrato nel febbraio 2007 a Orio al Serio: stava prendendo il volo per l’Olanda (viene così svelato quello che allora parve il mistero di un ritrovamente “casuale” in una toilette dell’aeroporto). Una sola di queste opere può valere diversi milioni di euro. Tre tele, anch’esse tra le più costose, risultano segalate dall’Interpol, perché sono state esportate illecitamente dalla Spagna. E gli autori spagnoli del ‘5-’600 erano i preferiti dai mafiosi. Nell’elenco figurano inoltre un Vaso di fiori di Ambrosius Bossachaert il Vecchio, quotato nel catalogo ufficiale tra i 250 e i 350 mila euro, una Natura morta con cacciagione di Frans Snyders, del valore di 500-650 mila euro, e opere di Luca Giordano, Francisco Pacheco, Mateo Cerezo il Giovane, Massimo Stanzione.
I due boss del giro d’affari erano Giuseppe Onorato e Sergio Landonio. Il primo si occupava di recuperare i soldi attraverso estorsioni e usura ai danni di imprenditori di Milano e hinterland e con il traffico di droga. Il secondo era il vero broker, che da anni commerciava in oggetti di pregio e quindi conosceva ed era conosciuto nel “giro” e che sapeva dove investire il denaro per ottenere il guadagno più alto. È lo stesso Sergio Landonio che, almeno secondo il racconto della vittima prima di morire, portò sul lastrico Luigi Fasulo, il pilota italo-svizzero che si schiantò col suo aereo contro il Pirellone nell’aprile del 2002.

“Basta essere incriminato per l’articolo 416 bis e automaticamente scatta il sequestro dei beni. Cosa più brutta della confisca dei beni non c’è”. Parola (intercettata dalla polizia italiana e dall’Fbi) di Francesco Inzerillo, boss palermitano in carcere a Torino. Una conferma per chi, nelle forze dell’ordine e nella magistratura, cerca di minare le fondamenta del potere mafioso partendo dai suoi pilastri economici. Le cifre di questa attività danno la misura del fenomeno. L’ultima relazione semestrale della Dia (Direzione investigativa antimafia) parla di oltre 100 milioni di euro confiscati e di oltre 450 milioni di euro sequestrati alla criminalità organizzata.
Due casi, tra tanti, hanno portato i carabinieri da Crotone a Milano, seguendo la scia delle proprietà mobiliari e immobiliari milionarie di esponenti di spicco della ‘ndrangheta. Per trovare case e beni di altro tipo e ricollegarli ai mafiosi (o ai loro familiari e prestanome), in questo tipo di indagini patrimoniali gli inquirenti scandagliano diverse fonti: uffici pubblici, registri catastali, motorizzazioni, banche, capitanerie di porto. Dopo sei mesi di accertamenti lo scorso ottobre il nucleo investigativo di Crotone ha individuato e sequestrato il tesoro, che ammontava a 30 milioni di euro, di Costantino Mangeruca, imprenditore pluripregiudicato 73enne nato ad Africo (Reggio Calabria) e residente a Cornaredo, nell’hinterland di Milano. L’uomo è considerato un personaggio di spicco della cosca Farao-Marincola di Cirò e implicato nel traffico di droga in Lombardia, dove ha fatto notevoli investimenti economici.
La lista dei beni sequestrati è lunghissima. Gli immobili sono 39, sparsi tra il crotonese e il reggino (Torre Melissa, Africo) e il milanese (Cornaredo, Pregnana Milanese), tra cui ville, mobilifici, un palazzo di sei piani, 23 appartamenti, locali commerciali, magazzini industriali e garage. Mangeruca a e i suoi familiari intestatari degli immobili hanno sempre dichiarato al fisco “redditi modesti”, spiegano gli inquirenti, “di entità irrisoria e sproporzionata rispetto a quella del patrimonio di cui dispongono”. Un patrimonio che per questo deriverebbe dall’ “attività criminosa” del pregiudicato.
Le auto di grossa cilindrata e le moto invece sono una buona parte del patrimonio di Francesco Gentile, sequestrato a febbraio sempre dai carabinieri di Crotone e che ammonta a 3 milioni di euro. Gentile, 49enne di Isola di Capo Rizzuto (Crotone) con proprietà nel milanese, pluripregiudicato senza un lavoro regolare, è considerato un esponente della ‘ndrangheta crotonese legato alla famiglia Arena. Negli ultimi 18 anni ha dichiarato un reddito di poco superiore ai 38 mila euro complessivi, ma nonostante questo lui e la sua famiglia conducevano una vita di tenore alto e possedevano notevoli beni mobili e immobili. Il Tribunale di Crotone gli ha sequestrato sei auto, tra cui due Mercedes e due veicoli blindati, tre moto e sette case con annessi garage e pertinenze tra la provincia di Milano (Robecchetto con Induno, Vanzaghello) e quella di Crotone (Isola di Capo Rizzuto).

“La camorra ci protegge, e se qualcuno vuole farci male i clan ci difendono”.
Parole forti. Parole scritte, secondo quanto pubblica il quotidiano Il Mattino, in un tema in classe da una alunna di 13 anni della scuola “Salvo D’Acquisto” di Miano, periferia nord del capoluogo campano. “Quando esco” scrive un coetaneo “vedo nel mio quartiere grandi mappaglie di persone che spacciano, ma a noi della zona ci proteggono”.
Temi scritti nella stessa scuola in cui è stato realizzato un fotoromanzo anticamorra. “Nel mio quartiere vedo di tutto, come droga, spacciatori ecc., ma non mi spavento. Noi cittadini siamo abituati” scrive un terzo alunno. “C’è gente che odia la camorra, io invece no, anzi a volte penso che senza la camorra non potremmo stare, perché ci protegge tutti, pure il fatto che che tutti pagano il pizzo non è giusto, ma chi paga resta protetto”. “Se qualcuno di un’altra zona avesse l’intenzione di farci del male o di ricattarci - scrive ancora la tredicenne - loro ci difendono, ma se c’è tra loro una discussione non guardano in faccia proprio a nessuno e ci vanno di mezzo persone innocenti”.
Temi che mostrano, fra l’altro, una vera conoscenza del fenomeno: “La camorra a Miano c’è e noi la conosciamo bene” scrive un altro ragazzino “perché si svolge tutto davanti a noi, come per esempio a spacciare la droga che è una cosa che noi vediamo tutti i giorni. Molti ragazzi cominciano a spacciare a 13 anni, diventano più importanti, e una volta che ci sei entrato non ne esci più e se provi a uscirne vieni ucciso”.
Padre Fabrizio Valletti, rettore gesuita della chiesa Santa Maria della Speranza di Scampia, commenta così questi temi: “Non mi meraviglia. Sono elaborati del vissuto giovanile. Il sistema criminale di cui parliamo fornisce risposte concrete, spesso garantisce stabilità economica e punti di riferimento territoriali. Bisogna partire da queste analisi, per moltiplicare punti di aggregazione e centri di formazione permanenti nelle aree di periferia”.
L’istituto per la verità è lo stesso dove i ragazzi hanno realizzato un fotoromanzo anticamorra per dire no alla criminalità e alle violenze striscianti che spesso subiscono solo perché studiano nel quartiere.