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Federalismo, prove di dialogo Pd-Pdl: sì bipartisan alla mozione sugli enti locali

La Camera dei deputati

E mentre altrove e su altri temi lo scontro è durissimo, sul terreno del federalismo fiscale “sboccia” il dialogo tra Pdl e Pd. La prima mossa era stata l’astensione del Pd in Senato, oggi è stata la volta della Camera con il via libera alla mozione Franceschini. Anche da parte dell’esecutivo e della maggioranza. In attesa del voto generale alla Camera e della possibile nuova astensione dei democratici.
Con 491 voti favorevoli, nessun contrario e con la sola astensione dell’Udc (33 deputati) Montecitorio ha approvato la mozione del segretario del Pd sulla situazione economica degli enti locali, che impegnano a rivedere il patto di stabilità interno. In pratica un allentamento dei vincoli di spesa. Dopo una riformulazione, il sottosegretario all’economia, Giuseppe Vegas, questa mattina aveva dato parere favorevole.
Il testo del Pd su cui viene dato parere favorevole impegna il governo, tra l’altro, “a definire gli interventi da adottare per ovviare alla grave situazione in cui versano i comuni e le province, assumendo nei tempi utili alla predisposizione dei bilanci di previsione per il 2010 iniziative normative urgenti di riordini della finanza locale volte a garantire l’autonomia finanziaria degli enti locali nel quadro della concreta attuazione del federalismo fiscale; a garantire l’integrale copertura del minor gettito derivante dall’abolizione dell’ici sulle abitazioni principali”. Il governo poi viene impegnato “ad adottare iniziative normative volte a superare, d’intesa con le autonomie locali, le criticità derivanti dall’applicazione del decreto legge anticrisi nella parte relativa al patto di stabilità interno, anche tenendo conto dei bilanci approvati; ad adottare iniziative per consentire l’utilizzo degli avanzi di amministrazione per la spesa in conto capitale, in particolare per lavori di medio importo realizzabili entro il 2009; ad adottare iniziative per escludere il più possibile dai saldi utili del patto di stabilità interno i pagamenti a residui concernenti spese per investimenti effettuati nei limiti delle disponibilità di cassa, a fronte di impegni regolarmente assunti ai sensi dell’articolo 183 del testo unico degli enti locali; a incentivare l’utilizzo del patrimonio immobiliare per sostenere la spesa in conto capitale ed abbattere il debito, in particolare, eliminando i vincoli che impediscono l’utilizzo dei proventi della vendita del patrimonio per finanziare la spesa per investimenti”.
Incassato il sì bipartisan, è lo stesso Dario Franceschini a frenare sull’atteggiamento dei democratici sul federalismo fiscale: “Non c’è nessun collegamento. Sono due cose distinte”, ha commentato il segretario del Pd, spiegando che il suo partito deciderà come votare sul ddl di delega al Governo dopo “una valutazione di merito sul provvedimento che faremo oggi nell’Assemblea del gruppo”. “Finalmente, dopo una lunga serie di no, è arrivato il sì della maggioranza a un problema sentito da tutti i comuni” esulta Franceschini. “Il governo ha capito che avevamo ragione e ha accolto la nostra mozione. Se seguiranno gli atti normativi conseguenti, come deve essere, saranno sbloccati 14,5 miliardi di crediti verso le imprese: gli enti locali hanno le risorse per pagare i lavori eseguiti, ma non potevano farlo a causa dei vincoli del patto di stabilità interno” che grazie alla mozione Pd ora dovrà essere allentato. Non solo: “Potranno ripartire migliaia di cantieri, immediatamente apribili, per 4,5 miliardi di euro in cui lavoreranno principalmente le piccole imprese”.

Camera, va in onda il Federalismo fiscale. La Lega cerca la sponda del Pd

Umberto Bossi fuori da Montecitorio

Per la seconda lettura, è approdato in Aula a Montecitorio il disegno di legge delega sul federalismo fiscale.
Prima dell’arrivo in Aula un importante vertice tra regioni a statuto speciale ha fatto sì che venisse superato il patto di convergenza a favore del patto di stabilità e che sarà istituito un tavolo bilaterale tra l’esecutivo e le singole regioni a statuto speciale. Un’intesa - è concretizzata in due emendamenti proposti nel pomeriggio dal governo - di cui si è detto soddisfatto il presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo, che al termine del vertice ha esultato perché “l’articolo 25 rimarrà nel testo del federalismo fiscale”. E poi ha aggiunto: “Salta l’idea nuova del tavolo generale tra governo e le regioni a statuto speciale, ma si inserisce l’iniziativa di una tavolo bilaterale con governo da una parte e la regione singola per valutare e riconsiderare di volta in volta attribuzioni e competenze per poter dare un input alle commissioni paritetiche”. Questo risultato per il presidente Lombardo “è importante perché serve per evitare che le commissioni paritetiche non producano nulla e vivano in una condizione di stallo”. Positivo il giudizio anche del leader della Lega Nord, Umberto Bossi, che ha giudicato l’accordo tra regioni e governo “un altro passo in avanti verso il federalismo”.
Alle 14.30 è quindi iniziata la discussione in Aula, con il ministro della Semplificazione Normativa e padre del provvedimento, Roberto Calderoli seduto ad ascoltare la seduta. Netto il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, secondo cui si tratta solo “di uno spot elettorale confezionato dalla Lega, in un momento in cui la situazione drammatica economica drammatica chiederebbe l’abolizione delle provincie e invece con questo federalismo c’è il rischio disastro per i conti dello Stato”. Anche per il leader di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, “si tratta solo di uno spot della Lega che ridurrà i servizi dello stato sociale”.
Il Pd deciderà ufficialmente la propria posizione solo nell’assemblea del gruppo convocata per domani, ma si va verso una conferma di quell’astensione già espressa al Senato alcune settimane or sono. Intanto la vicecapogruppo alla Camera, Marina Sereni ha espresso preoccupazione “perché venga scongiurato il rischio che gli enti locali arrivino sfiniti all’appuntamento del federalismo a causa della mancanza di risorse dovute a tagli e politiche sbagliate del governo”. Al dialogo con il Pd ci tiene soprattutto la Lega. Un voto contrario del partito di Dario Franceschini aprirebbe infatti la strada a un possibile referendum costituzionale con il rischio di vanificare, come accadde nel 2006 con l’esito referendario sulla devolution, il lavoro svolto dal Parlamento. Anche se ci vorranno diciotto mesi per i decreti attuativi, il Carroccio vuole che la riforma abbia il consenso più largo delle Camere. Il Pd, a sua volta, in grave difficoltà elettorale in molte regioni del nord, non vuole condurre una politica di contrasto al federalismo fiscale che trova il consenso di molti dirigenti locali del partito e dello stesso elettorato del centrosinistra.
Contraria, ma pronta a trattare nel merito, l’Idv che per bocca del vicecapogruppo alla Camera e responsabile economia, Antonio Borghesi, attacca: “Questo federalismo è un’equazione di sole incognite. Ci riserviamo di decidere la nostra posizione sul voto, anche sulla base di quanti dei nostri numerosi emendamenti verranno accolti”.
Per Antonio Leone (Pdl), vicepresidente della Camera, il federalismo che approverà la Camera sarà “equo, solidale e intelligente”.
Toni effervescenti quelli usati da Marco Reguzzoni, vicecapogruppo dei deputati del Carroccio, che aprendo la discussione ha parlato di “discussione storica e grande occasione di libertà per i cittadini italiani”. E poi ha aggiunto: “Ci sono milioni di persone che guardano al federalismo come ad una delle ultime possibilità di cambiamento”.
Infine il monito del presidente del Senato, Renato Schifani, che stamattina sulle colonne del Messaggero aveva ammonito “da uomo del Sud, desidero appellarmi perché si dia corso praticamente a quella intesa che in Italia mostra di essere condivisa, cioè quella intesa relativa alla cancellazione della doppia velocità interna dell’economia, del divario tra Nord e Sud”.

Berlusconi saluta così: “A gennaio riforma della giustizia”. E auspiaca il presidenzialismo

Silvio Berlusconi

Giustizia e intercettazioni. Ma anche pensioni e futuro energetico del Paese.
Sono alcuni dei temi toccati dal premier Silvio Berlusconi durante la conferenza stampa di fine anno. Dice il capo del governo: ”La riforma della giustizia è indispensabile. La presenteremo al primo Consiglio dei ministri di gennaio”, sottolineando che in Italia la giustizia civile e quella penale hanno tempi troppo lunghi, dai 5 agli 8 anni per la durata media dei processi. E sulle intercettazioni annuncia un giro di vite: ”Da subito mi sono detto insoddisfatto per il testo sulle intercettazioni prodotto dal governo che non cambierebbe per nulla una situazione inaccettabile” dice il premier “bisogna restringere le intercettazioni anche sulle indagini sui reati contro la pubblica amministrazione e sono certo che questo convincimento sia quello di tutta la maggioranza e auspico un emendamento al testo da parte del consiglio dei ministri”. Il primo ministro sottolinea di essere “orgoglioso di questa squadra di governo composta da molti giovani e donne capacissime. Si lavora benissimo assieme e non ho mai avuto in sette mesi una delusione, neppure la più piccola”.

Il capo del governo tocca la questione delle pensioni: “Non abbiamo preso in esame la revisione del sistema pensionistico e credo che non lo faremo neppure nei prossimi mesi” La decisione di mandare le donne in pensione a 65 anni ”ci è stata richiesta dall’Europa” alla quale l’Italia intende rispondere consentendo alle donne di scegliere se allungare l’età lavorativa su base volontaria. ”Abbiamo provveduto a raddoppiare le somme messe a disposizione per gli ammortizzatori sociali” dichiara il premier “e ci riproponiamo di aumentare queste somme al fine di garantire anche anche quelle categorie alle quali oggi non viene data la cassa integrazione”. In particolare, il governo sta valutando se possibilità di un giudizio di qualche autorità che possa presiedere alla concessione degli ammortizzatori sociali alle aziende.

Sul futuro energetico del Paese il premier annuncia: “Bisogna ricominciare con il nucleare”, spiegando che per scelte fatte dalla sinistra “noi oggi paghiamo quelle decisioni e siamo un paese tributario, e questo fa si’ che paghiamo il costo dell’energia il 35% in piu’ degli altri Paesi europei”. Quanto ai tempi, Berlusconi ha precisato che “per arrivare occorrono 7 anni ma se non si comincia non si arriva mai”.

Nessuna retromarcia sulla legge elettorale. Il famoso “Porcellum” ha “dato buoni frutti”, quindi non si sente “alcuna necessità di cambiarla, le urgenze sono altre” osserva il premier. “Questa legge elettorale” chiarisce Berlusconi “con cui è stato eletto questo parlamento è stata tanto criticata, s’è definita in tutti i modi peggiori, ma io credo che abbia dato buoni risultati: ha escluso le estreme, ha prodotto una forte riduzione dei gruppi parlamentari. Non vedo la necessità di cambiarla”. E precisa: “Noi, quando abbiamo deciso di inserire nelle liste elettorali delle persone su cui c’erano delle indagini, lo abbiamo fatto sempre a ragion dovuta, cioè ascoltandole, conoscendole e mettendo in atto questa nostra esperienza per cui troppo spesso in Italia i processi e le accuse da parte dei Pm sono stati usati contro gli avversari politici come strumenti di lotta politica, e io ne sono l’esempio primo con tutta l’attenzione che mi è stata rivolta da questa magistratura”. Nonostante tale attenzione, ha concluso Berlusconi, “riscontro il 72% della fiducia dei cittadini e ho avuto il 10% in più di voti nelle scorse elezioni il che la dice lunga sull’opinione che i cittadini hanno di questi magistrati politicizzati”. Secondo il premier l’Italia è “matura” per l’elezione diretta del Capo dello Stato e indica la necessità che entro la legislatura una riforma garantisca più poteri all’esecutivo. “Sono convinto” osserva Berlusconi “che il presidenzialismo sia la formula costituzionale che può portare il migliore risultato per il governo del Paese”.

Giustizia: riforma condivisa, stop di Berlusconi. “Cambiare la Costituzione”

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi

Altro che tavolo sulla giustizia. Ci pensa Silvio Berlusconi a rompere con il Pd, dopo l’invito del presidente Fini e i tentativi di dialogo avviati dal ministro della Giustizia Angelino Alfano. Arrivato al Tempio di Adriano per la presentazione del libro di Bruno Vespa Viaggio in un’Italia diversa, il premier è caricatissimo.
Ma il buonumore non gli impedisce di chiudere la porta al centrosinistra e di mostrare tutta la sua insofferenza verso i continui attacchi di quei “marxisti e leninisti” che continuano a dipingerlo come “un diavolo o un nuovo Hitler o un dittatore argentino”. Ma costoro se la devono vedere con i sondaggi che lo danno al 68% e che gli fanno dire sorridendo, “il mio governo è il Paradiso”. Ma dopo la gag lancia un messaggio esplicito: “La Costituzione non può essere un ostacolo alla riforma della giustizia. Siamo pronti a cambiare la Costituzione e poi l’ultima parola spetta ai cittadini. Ci sono due votazioni con 6 mesi di tempo l’una dall’altra poi a decidere se la riforma sarà giusta saranno i cittadini. Questa è la democrazia”. L’intervento alla presentazione del libro di Vespa è il secondo round della maratona mediatica cominciata la mattina con una intervista al mensile free press Pocket, nella quale aveva fatto un’apertura ai centristi di Casini.
Il premier è un fiume in piena e il suo intervento è a tutto campo: dalla scuola, ai provvedimenti contro la crisi finanziaria, fino ad Alitalia. Non lesina pure un’amara riflessione sull’Italia che vista dall’estero appare molto “provinciale”. Ma il tema centrale, non foss’altro per la sua attualità politica, è la riforma della giustizia. “Fin quando sarò al governo” premette il premier “non mi siederò mai a un tavolo” con l’opposizione, “con questi individui”. Anche se, riconosce, “in Parlamento i vari gruppi potranno decidere come più riterranno opportuno”.
Al di là di tempi e percorsi legislativi (”da vero liberale lascio queste cose al ministro della Giustizia, mi sembra però difficile presentare la riforma entro Natale”), il Cavaliere rilancia i punti chiave condivisi dalla maggioranza: “Siamo per la separazione degli ordini, non voglio dire delle carriere, ma degli ordini sì”. Tutto ciò “significa che chi giudica farà parte di un ordine, mentre chi rappresenta la pubblica accusa farà parte di un altro. E quando dovrà andare a parlare con il giudice, dovrà ottenere un appuntamento, bussare alla sua porta e dargli del lei”.
Poche speranze anche per un’intesa con il leader del Pd. In questo caso, spiega Berlusconi, la “chimica” non c’entra, perché “in politica contano i comportamenti”. Il motivo per cui il suo rapporto con Walter Veltroni non riesce a decollare è un altro. Ai tempi “del Lingotto”, ricorda, quando il segretario democratico “diceva basta alla demonizzazione dell’avversario politico”, il dialogo “sembrava possibile”. Poi, però, “si è alleato con Di Pietro e ne ha seguito l’esempio, accusandomi di regime”. Fine dei giochi? In ogni caso, ecco la ricetta giusta: “Quando si vuole dialogare, ci vuole lealtà e rispetto dell’avversario”. E “non lo si può fare” con chi accusa il leader della maggioranza “di essere Hitler, il diavolo… “. Dunque, “questa sinistra non è democratica, non è riformista e non ha rispetto per l’altra parte”. Punto e a capo.
Infine una corsia preferenziale per la costruzione di nuove carceri. Ovviamente tra le parti è calato il gelo. Secondo Dario Franceschini, vice di Veltroni nel Pd: il premier “non accetta psicologicamente che esista un’opposizione. Così fa del male all’Italia e agli italiani”. E dice Anna Finocchiaro: “Si tratta del solito Berlusconi fatto di propaganda, arroganza e offese. Ma non per questo meno pericoloso per la nostra democrazia”.

Riforma della giustizia, sale la tensione. Per Veltroni: “Berlusconi è irresponsabile”. Per il premier: “Il dialogo è una farsa inaccettabile”. Secondo voi, la maggioranza deve:
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Gelmini apre agli studenti su YouTube: confrontiamoci qui

Gelmini su Youtube

Visualizzazioni: 306. Voti: 7. Commenti: 0. Data del primo video-post: 3 dicembre. Autore: Mariastella Gelmini. Sì, il ministro dell’Istruzione, iscritta al portale dal 6 maggio scorso. E che da mercoledì ha “deciso di aprire un canale su YouTube perchè intendo confrontarmi con voi sulla Scuola e sull’Università. Voglio accogliere idee, progetti, proposte, anche critiche”. E il “voi”, ovviamente, sta per i giovani: gli studenti delle scuole italiane, assidui frequentatori del sito.
Così il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini sceglie di sbarcare su YouTube (lontano dal portale paludato e istituzionale del ministero) e apre un canale di confronto con i ragazzi attraverso video domande o commenti che tutti potranno inviare.
Ogni settimana Gelmini risponderà agli studenti o agli insegnanti sui temi della scuola, dell’università e della ricerca. Facile prevedere un enorme afflusso di contributi, visto che proprio la rete, nei mesi scorsi, è stata insostituibile strumento di confronto ed elaborazione della protesta di studenti e insegnanti contro la riforma della scuola elementare prima e dell’università poi.
Il primo videomessaggio postato dalla titolare del ministero di viale Trastevere non è altro che un promo di presentazione, un filmato di una trentina di secondi in cui l’autrice della contestata legge di riforma della scuola italiana spiega appunto di essere pronta a raccogliere opinioni, suggerimenti ma anche critiche. “Una cosa però non farò mai” dice il titolare del ministero di viale Trastevere “difendere lo status quo o di arrendermi ai privilegi o agli sprechi. Dobbiamo avere il coraggio di cambiare e lo dobbiamo fare insieme”.
Sarà curioso vedere come reagirà la platea degli utenti alla presenza del ministro sul sito che ospita filmati più famoso al mondo e che dalla sua nascita ha registrato il più alto tasso di crescita in termini di popolarità. Il passaparola tra gli studenti non è ancora incominciato, ma come sempre accade nel web è solo questione di tempo. Basti pensare che sono oltre 7mila i video che riguradano Gelmini e la sua legge di riforma (non tutti a favore del ministro). Quindi, un po’ di pazienza: “idee, progetti, proposte e anche critiche” certamente arriveranno.

Il VIDEO di presentazione di Mariastella Gelmini

Nuova legge elettorale in salita: la riforma torna in commissione

 Uno scrutatore al lavoro

Dopo la Lega, anche An. La linea della maggioranza è la stessa. L’accordo è totale. Se non c’è ampio consenso sulla legge di riforma per il sistema di voto per le prossime elezioni europee le norme possono restare quelle attuali”. Al termine di un incontro fra Silvio Berlusconi e il presidente della Camera Gianfranco Fini è emersa l’intesa sul fatto che il testo di riforma della legge elettorale europea presentata dalla maggioranza ritorni in Commissione. “Non c’è nessun ddl del governo” ha spiegato Berlusconi “è un’iniziativa parlamentare: se si trova un’intesa bene, altrimenti a noi va benissimo questa legge”. Il testo di riforma della legge elettorale torna in Commissione per verificare eventuali intese così come auspicato nei giorni scorsi dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano.
Le parole del premier, però, lasciano freddo il Pd. “Vediamo, ci vogliono fatti, non parole”, spiega il numero due del partito Dario Franceschini. Più articolato il commento di Marina Sereni, vice capogruppo Pd a Montecitorio: “Abbiamo presentato numerosi emendamenti ma non c’è stata alcuna possibilità di discutere nè sulla soglia di sbarramento nè sulle preferenze. Se ora ci sarà un cambio di rotta, lo potremo vedere solo in commissione”.
“Decisione saggia quella del ritorno in commissione. Si tratta di una vittoria del buon senso, promossa dal Presidente della Repubblica e accolta con sensibilità istituzionale da Fini. Non si può cambiare la regola del gioco a colpi di maggioranza”. Così Pino Pisicchio, Idv.
Soddisfatta invece An. L’esecutivo di Alleanza nazionale, riunito questo pomeriggio a Montecitorio, ha espresso “soddisfazione” per la decisione di eliminare dal calendario dell’aula della Camera la riforma della legge elettorale per le Europee e di riportare il dibattito in commissione Affari Costituzionali. Lo ha detto Ignazio La Russa, ministro della Difesa e reggente di An, al termine della riunione: “C’è una soddisfazione generale perché questa riforma rischiava di diventare il luogo dove si scaricavano tutte le tensioni. Non è necessario incattivirsi su una legge del genere”.

Verso le europee, l’appello di Napolitano: ampio consenso sulla legge

Giorgio Napolitano

Continua a battere sul dialogo, il presidente della Repubblica. Non si rassegna Napolitano a che tra i due poli non ci siano convergenze sulle riforme. Questa volta, al termine dell’incontro con i rappresentanti di varie forze politiche riunite nel “Comitato per la Democrazia” (costituitosi pochi giorni fa su iniziativa del Partito Socialista per dire ‘nò ad una riforma della legge elettorale per le Europee che non preveda il voto di preferenza e imponga una soglia di sbarramento), il Capo dello Stato ribadisce “La convinzione, già espressa in precedenti occasioni, che quando si tratti di modificare regole tra le più importanti della competizione democratica quali sono quelle dei sistemi elettorali sia da ricercarsi un ampio consenso in Parlamento”.
Il Capo dello Stato insiste poi sulla scelta diretta dei rappresentanti: “Modifiche in questo campo - prosegue Napolitano - sono state largamente riconosciute in questi anni come opportune e mature ed è stata riscontrata, nel recente passato, una preoccupazione condivisa circa l’esigenza di stabilire un più diretto legame tra gli eletti e i territori rappresentati, e di garantire un effettivo intervento dei cittadini-elettori nella scelta dei loro rappresentanti. C’è da augurarsi che tali esigenze formino oggetto di adeguata attenzione nel corso della discussione parlamentare sulle norme per l’elezione dei deputati italiani al parlamento europeo.
Quindi Napolitano si sofferma anche sulla necessità di abbassare lo sbarramento previsto al 5%: “E la massima attenzione dovrebbe essere egualmente prestata alla necessità, in particolare per la elezione del parlamento europeo, di non comprimere il pluralismo politico in quelle che sono sue significative espressioni, pur introducendosi disposizioni volte a evitare eccessi estremi di frammentazione nella rappresentanza dell’Italia all’assemblea di Strasburgo. Sono convinto che la discussione in parlamento possa essere aperta, senza rigidità, ad ogni proposta costruttiva”.

Ecco il testo di riforma della legge elettorale per le europee votato in commssione Affari costituzionali da Pdl e Lega e approdato all’esame della Camera. La legge che si vuole modificare risale al 24 gennaio 1979, ed era la più ”vecchia” tra le norme elettorali attualmente in vigore.
Via le preferenze, ci sono liste bloccate - La riforma cancella la possibilità per l’elettore di esprimere da 1 a 3 preferenze della legge attuale, prevedendo, invece, il meccanismo delle liste bloccate che, visto che le circoscrizioni sono 10 saranno in media di 7 candidati.
Sbarramento al 5% - Eleggono europarlamentari solo le liste che sul piano nazionale abbiano ottenuto almeno il 5% dei voti validi espressi. Nella legge attualmente in vigore non sono invece previste soglie.
Riparto seggi su cifra elettorale nazionale - Il riparto dei seggi avviene in base alla cifra elettorale nazionale di ciascuna lista secondo il metodo del quoziente intero.
Circoscrizioni salgono da 5 a 10 - Salgono a 10 le circoscrizioni elettorali e saranno: Nord-Ovest (composta dalle regioni Piemonte, Valle D’Aosta, Liguria); Lombardia; Nord-Est (Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia); Emilia Romagna-Marche; Toscana e Umbria; Centro (Lazio, Abruzzo, Molise); Campania; Sud (Puglia, Basilicata, Calabria); Sicilia e Sardegna.
Arrivano contrassegni “grandi” - Al posto dei contrassegni con le linee per l’indicazione della preferenza arrivano contrassegni “grandi” e ben visibili del diametro di tre centimetri con i simboli dei partiti.
Raccolta delle firme - Le liste dei candidati devono avere sottoscrizioni che vanno (a seconda del numero degli abitanti per circoscrizione) da 5 mila, per gli iscritti nei comuni compresi nelle circoscrizioni fino a 2 milioni di abitanti a 15 mila nelle liste dei comuni compresi nelle circoscrizioni con più di 6 milioni di abitanti. Sono esentati solo i gruppi che abbiano un gruppo parlamentare in questa legislatura a Camera e Senato, chi abbia eletto almeno 10 parlamentari e chi abbia almeno tre europarlamentari (nell’attuale legge ne basta uno). Fanno eccezione le minoranze linguistiche.
Parità di genere - Nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore alla metà delle candidature presenti nell’insieme delle liste circoscrizionali.
Tetto alle spese elettorali - La riforma prevede un tetto di spesa per candidati e partiti per la campagna elettorale (ad esempio un singolo candidato non può spendere più della somma tra 104mila euro e 0,02 euro per ogni cittadino residente nelle circoscrizioni elettorali nelle quali si presenta).

Il coraggio di Berlusconi: “Ora giù le tasse”. Ma niente dialogo con chi va in piazza

Silvio Berlusconi decrive la nuova Alitalia
“Bisogna avere il coraggio di ridurre la pressione fiscale” per “sostenere l’economia reale”. Nonostante la crisi delle banche e il debito pubblico destinato a crescere, Silvio Berlusconi non rinuncia a uno dei suoi cavalli di battaglia.

Lo dice durante una conferenza stampa a palazzo Chigi, a margine degli incontri tra Italia e Romania di oggi. E proprio dai romeni prende spunto per il suo esempio “virtuoso”: “Per far ripartire la loro economia hanno portato le tasse sulle imprese al 16% e hanno ottenuto quasi il raddoppio delle entrate”. Toni durissimi, invece, nei confronti dell’evasione fiscale: “Il 22 per cento del Pil italiano” afferma Berlusconi “è sotto il tavolo. Se si pagassero le tasse su questo 22 per cento, l’erario incasserebbe ogni anno 100 miliardi in più”. Ma per il premier il modo migliore per far emergere l’economia sommersa resta sempre il taglio delle tasse.
Berlusconi, affiancato dal ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, ha anche presentato il nuovo “servizio centrale anticorruzione” che dovrebbe contrastare il fenomeno nella pubblica amministrazione.
Il presidente del Consiglio ha ricordato i suoi anni da imprenditore nel settore edile: “Io” ha detto, “smisi di costruire a Milano, perché a Milano non si poteva costruire niente se non ti presentavi con l’assegno in bocca… Questo, per fortuna, avveniva molti anni fa”. E per il governo non sembrano esserci schiarite nel rapporto con l’opposizione: “Per aiutarci a risolvere la crisi c’è chi va in piazza a protestare contro il governo. Da questa opposizione non c’è mai stato un suggerimento”.
“Non bastano le parole, nei fatti non c’è alcuna possibilità concreta di dialogo con questa sinistra”, conclude Berlusconi, che poi estende il discorso al ricorso frequente ai decreti legge da parte dell’esecutivo: “Gli italiani” dice, “avevano voglia di avere uno Stato che facesse lo Stato. Chi vuole occupare un’università, un aeroporto non lo potrà fare più. Basta con l’anarchia. Continuiamo in questa direzione”.

Parole che allarmano il Pd: ”Non stupiscono più le bordate che Berlusconi continua a lanciare contro l’opposizione. In una giornata in cui il Parlamento si è confrontato sulla grave crisi che sta sconvolgendo l’economia internazionale, il premier pensa ancora una volta ad offendere e attaccare l’opposizione”. Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato replica agli attacchi del premier dopo che in mattinata in Aula aveva offerto al ministro dell’ Economia la collaborazione del Pd nell’ affrontare la crisi finanziaria.
”Perché noi non possiamo andare in piazza mentre l’allora Polo delle Libertà, tre mesi dopo la nascita del governo Prodi, manifestava contro quell’ esecutivo?” chiede Anna Finocchiaro.
”La concezione della democrazia del premier evidentemente continua ad essere, ahinoi, molto lacunosa. Al di là delle battute, ci aspettavamo in questi giorni dal premier maggiore responsabilità nei confronti dell’opposizione e meno propaganda. Ma non c’è niente da fare, lui cerca la rissa”.

Il VIDEO servizio:

L’autunno caldo di Veltroni: “Da Berlusconi insulti e bugie”

Il segretario del Pd Walter Veltroni
E il muro contro muro continua. Tra il leader dell’opposizione e il capo del governo. L’attacco del leader del Pd è totale. La nuova puntata, dopo l’intervista di domenica scorsa a Il Corriere della Sera, è andata in scena al seminario sul federalismo dei senatori del Pd in corso a Frascati, dove Veltroni, torna a parlare di “preoccupazione democratica”. E di balle (nel senso di bugie).
Per la precisione quelle che, secondo l’ex sindaco di Roma, “Berlusconi” usa - “passando metà del suo tempo ad insultare l’opposizione” - per ingannare gli italiani” in una strategia di contrapposizione frontale con chi la pensa in modo diverso da lui”.
E allora, le “tre balle” di cui parla Veltroni riferite a Berlusconi riportano alla vicenda Alitalia. “Berlusconi dice che Epifani voleva firmare l’accordo e che io avrei fatto da New York il diavolo a quattro per non farglielo firmare e ancora che D’Alema mi telefona per chiedermi se sono impazzito e quindi io cambio linea su Alitalia” spiega Veltroni ai senatori. “Tre balle per ingannare gli italiani e poi quei giochini di utilizzare me e D’Alema finiscono lì perché nessuno di noi due è disposto a prestarsi”. Mentre, aggiunge Veltroni, è che “in un sistema democratico si convive con le opposizioni, non le si insulta e non le si aggredisce. Il governo scambia il governare con la presa di potere e quindi tutto ciò che non è omogeneo è un fastidio da rimuovere”.
Veltroni fa poi un esplicito invito al premier, chiedendogli “moderazione, pensando a governare non a insultare l’avversario”.
Anche Massimo D’Alema nega la veridicità delle dichiarazioni del presidente del Consiglio dicendosi “stupito per le frasi false”: “I fatti descritti non sono mai accaduti, io ero in America ad occuparmi di altre faccende nei giorni in cui si è chiuso l’accordo per cui si è adoperato anche Walter. Berlusconi rispetti il Pd e dialoghi con Veltroni” ha concluso D’Alema.
Ma non è solo Alitalia il tema che scalda il leader dell’opposizione: che anzi non si risparmia e attacca su tutti i fronti: “Il presidente del Consiglio ha una certa propensione per le bugie: è giusto che il Paese lo sappia”. Per Veltroni il punto debole di Berlusconi è la mancanza di “rispetto delle istituzioni: il governo riduce il Parlamento a una situazione per la quale sarebbe bastata la votazione del 14 aprile per riceverne il mandato a fare quello che vuole. Il governo deve ricordare però che non ha il consenso del 50% degli italiani. Pretendiamo un clima di rispetto istituzionale”.
Veltroni poi passa ad un altro tema di stretta attualità: la magistratura. L’attacco del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi al giudice Nicoletta Gandus è, per il leader del Pd, “inammissibile” perché denota una “mancanza di senso delle istituzioni” testimoniato anche dal messaggio lanciato dal premier nei confronti della Corte Costituzionale, chiamata a esprimere un parere sulla legittimità del lodo Alfano. “Berlusconi ha aggredito, citandola per nome e per cognome, un magistrato chiamato a giudicarlo e pensate a cosa ha detto in questi giorni sulla Corte Costituzionale”.

La risposta da parte del governo alle parole di Veltroni è arrivata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti, portavoce del premier. Che replica con un’alzata di spalle all’attacco del leader del Pd: “Il governo sta governando bene e gli italiani lo sanno. Tanto che la fiducia in Berlusconi è al massimo storico per un presidente del Consiglio. Perciò” dice Bonaiuti “non cadiamo nel giochetto di Veltroni che vuole portarci allo scontro e lo lasciamo sproloquiare da solo”.
Rincara la dose Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl: “Veltroni, rovesciando la linea politica sulla quale si fece eleggere come leader del Pd, ha preso l’abitudine di insultare circa tre volte al giorno Berlusconi a orario fisso, in tempo utile per apparire sui Tg”. “Non contento di ciò” prosegue “se Berlusconi si permette di replicare allora lo paragona a Putin, affermando che vuole bastonare l’opposizione. Queste quotidiane scenate stanno diventando imbarazzanti nonché ridicole. Quanto più si avvicina il 25 ottobre Veltroni alza i toni e ci aspettiamo, prima o poi, anche l’evocazione di Francisco Franco e dei colonnelli greci”.

Napolitano: è l’ora del federalismo. “Senza egoismi e rotture”

Giorgio Napolitano

È l’ora. È venuto il momento di attuare il federalismo fiscale. A dirlo è il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante un convegno, a Palazzo Ducale a Venezia, sul futuro della Costituzione. Le posizioni sono ancora distanti ma, aggiunge il capo dello Stato, non sono inconciliabili. È possibile giungere a soluzioni “largamente condivise” se si procederà con accortezza e reciproca attenzione, “senza nervosismi e forzature, con gradualità”, senza mettere in discussione l’unità nazionale e la solidarietà fra regioni. È un discorso di ampio respiro quello che il presidente ha fatto oggi in visita nel capoluogo del Veneto che scalpita per attuare il federalismo e per disporre di una quota maggiore delle risorse che produce sul territorio. È un discorso rispettoso di queste esigenze, ma anche un richiamo a vincoli non superabili. La Carta del ‘48, dice il presidente della Repubblica, “non è un’icona” del passato a cui rendere retorici omaggi “a fior di labbra”, “è qualcosa di vivo e ha un futuro”. Resta “una tavola di valori e di principi, di diritti e di doveri, di regole e di equilibri”, una bussola per orientarci nelle scelte di oggi.
È un punto fermo a cui dobbiamo ancorarci di fronte a “un pericolo di disorientamento della comunità nazionale per l’indebolirsi della sua coesione e del suo tessuto civile”. Quella Carta fu scritta con lungimiranza, conteneva in nuce già il principio di una ampia articolazione autonomistica che oggi può essere interpretata con il federalismo. Ma è chiaro che essa sancisce “l’unità e indivisibilità della Repubblica come valore storico e principio regolatore fondamentale di certo non negoziabile”. Napolitano respinge anche le critiche che sono state rivolte ai privilegi delle cinque regioni a Statuto Speciale. L’Italia, ricorda era stata tagliata in due e c’erano “insidie separatiste e delicati contenziosi internazionali”, perciò quegli statuti furono approvati per rafforzare l’unitarietà, anche se poi lo abbiamo dimenticato. Quella carta sancisce anche il dovere della solidarietà, di colmare il divario fra Nord e Sud, che finché persiste “denuncia la storica incompiutezza dell’unificazione nazionale” e richiede di “combattere chiusure ed egoismi nelle regioni più sviluppate”.
A loro volta, però, le Regioni del Mezzogiorno non possono chiedere sconti rispetto al dovere e alla responsabilità di fare un uso economico corretto delle risorse pubbliche. La Costituzione non è perfetta, aggiunge Napolitano, e naturalmente non è intoccabile, e infatti ha avuto 38 modifiche. Ma sarebbe “velleitario e dannoso” puntare a una sua riforma globale, “si correrebbe il rischio di nuove defatiganti e inconcludenti progettazioni”, dice evocando i fallimenti delle Bicamerali. Invece alcune riforme “mirate” sono possibili e anche auspicabili: per attuare il federalismo, per superare il bicameralismo perfetto, per istituire una Camera delle Regioni. Napolitano mette fuori dall’agenda anche il superamento della forma di governo parlamentare. Non ci sono state riforme che lo mettono in discussione.
Semmai, consiglia, facciamo quel che la Costituente non riuscì a fare: tuteliamo “con dispositivi costituzionali idonei le esigenze di stabilità del governo, una questione che è rimasta aperta” e che andrebbe affrontata per quel che è.

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