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Dopo la Lega, anche An. La linea della maggioranza è la stessa. L’accordo è totale. Se non c’è ampio consenso sulla legge di riforma per il sistema di voto per le prossime elezioni europee le norme possono restare quelle attuali”. Al termine di un incontro fra Silvio Berlusconi e il presidente della Camera Gianfranco Fini è emersa l’intesa sul fatto che il testo di riforma della legge elettorale europea presentata dalla maggioranza ritorni in Commissione. “Non c’è nessun ddl del governo” ha spiegato Berlusconi “è un’iniziativa parlamentare: se si trova un’intesa bene, altrimenti a noi va benissimo questa legge”. Il testo di riforma della legge elettorale torna in Commissione per verificare eventuali intese così come auspicato nei giorni scorsi dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano.
Le parole del premier, però, lasciano freddo il Pd. “Vediamo, ci vogliono fatti, non parole”, spiega il numero due del partito Dario Franceschini. Più articolato il commento di Marina Sereni, vice capogruppo Pd a Montecitorio: “Abbiamo presentato numerosi emendamenti ma non c’è stata alcuna possibilità di discutere nè sulla soglia di sbarramento nè sulle preferenze. Se ora ci sarà un cambio di rotta, lo potremo vedere solo in commissione”.
“Decisione saggia quella del ritorno in commissione. Si tratta di una vittoria del buon senso, promossa dal Presidente della Repubblica e accolta con sensibilità istituzionale da Fini. Non si può cambiare la regola del gioco a colpi di maggioranza”. Così Pino Pisicchio, Idv.
Soddisfatta invece An. L’esecutivo di Alleanza nazionale, riunito questo pomeriggio a Montecitorio, ha espresso “soddisfazione” per la decisione di eliminare dal calendario dell’aula della Camera la riforma della legge elettorale per le Europee e di riportare il dibattito in commissione Affari Costituzionali. Lo ha detto Ignazio La Russa, ministro della Difesa e reggente di An, al termine della riunione: “C’è una soddisfazione generale perché questa riforma rischiava di diventare il luogo dove si scaricavano tutte le tensioni. Non è necessario incattivirsi su una legge del genere”.
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Continua a battere sul dialogo, il presidente della Repubblica. Non si rassegna Napolitano a che tra i due poli non ci siano convergenze sulle riforme. Questa volta, al termine dell’incontro con i rappresentanti di varie forze politiche riunite nel “Comitato per la Democrazia” (costituitosi pochi giorni fa su iniziativa del Partito Socialista per dire ‘nò ad una riforma della legge elettorale per le Europee che non preveda il voto di preferenza e imponga una soglia di sbarramento), il Capo dello Stato ribadisce “La convinzione, già espressa in precedenti occasioni, che quando si tratti di modificare regole tra le più importanti della competizione democratica quali sono quelle dei sistemi elettorali sia da ricercarsi un ampio consenso in Parlamento”.
Il Capo dello Stato insiste poi sulla scelta diretta dei rappresentanti: “Modifiche in questo campo - prosegue Napolitano - sono state largamente riconosciute in questi anni come opportune e mature ed è stata riscontrata, nel recente passato, una preoccupazione condivisa circa l’esigenza di stabilire un più diretto legame tra gli eletti e i territori rappresentati, e di garantire un effettivo intervento dei cittadini-elettori nella scelta dei loro rappresentanti. C’è da augurarsi che tali esigenze formino oggetto di adeguata attenzione nel corso della discussione parlamentare sulle norme per l’elezione dei deputati italiani al parlamento europeo.
Quindi Napolitano si sofferma anche sulla necessità di abbassare lo sbarramento previsto al 5%: “E la massima attenzione dovrebbe essere egualmente prestata alla necessità, in particolare per la elezione del parlamento europeo, di non comprimere il pluralismo politico in quelle che sono sue significative espressioni, pur introducendosi disposizioni volte a evitare eccessi estremi di frammentazione nella rappresentanza dell’Italia all’assemblea di Strasburgo. Sono convinto che la discussione in parlamento possa essere aperta, senza rigidità, ad ogni proposta costruttiva”.
Ecco il testo di riforma della legge elettorale per le europee votato in commssione Affari costituzionali da Pdl e Lega e approdato all’esame della Camera. La legge che si vuole modificare risale al 24 gennaio 1979, ed era la più ”vecchia” tra le norme elettorali attualmente in vigore.
Via le preferenze, ci sono liste bloccate - La riforma cancella la possibilità per l’elettore di esprimere da 1 a 3 preferenze della legge attuale, prevedendo, invece, il meccanismo delle liste bloccate che, visto che le circoscrizioni sono 10 saranno in media di 7 candidati.
Sbarramento al 5% - Eleggono europarlamentari solo le liste che sul piano nazionale abbiano ottenuto almeno il 5% dei voti validi espressi. Nella legge attualmente in vigore non sono invece previste soglie.
Riparto seggi su cifra elettorale nazionale - Il riparto dei seggi avviene in base alla cifra elettorale nazionale di ciascuna lista secondo il metodo del quoziente intero.
Circoscrizioni salgono da 5 a 10 - Salgono a 10 le circoscrizioni elettorali e saranno: Nord-Ovest (composta dalle regioni Piemonte, Valle D’Aosta, Liguria); Lombardia; Nord-Est (Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia); Emilia Romagna-Marche; Toscana e Umbria; Centro (Lazio, Abruzzo, Molise); Campania; Sud (Puglia, Basilicata, Calabria); Sicilia e Sardegna.
Arrivano contrassegni “grandi” - Al posto dei contrassegni con le linee per l’indicazione della preferenza arrivano contrassegni “grandi” e ben visibili del diametro di tre centimetri con i simboli dei partiti.
Raccolta delle firme - Le liste dei candidati devono avere sottoscrizioni che vanno (a seconda del numero degli abitanti per circoscrizione) da 5 mila, per gli iscritti nei comuni compresi nelle circoscrizioni fino a 2 milioni di abitanti a 15 mila nelle liste dei comuni compresi nelle circoscrizioni con più di 6 milioni di abitanti. Sono esentati solo i gruppi che abbiano un gruppo parlamentare in questa legislatura a Camera e Senato, chi abbia eletto almeno 10 parlamentari e chi abbia almeno tre europarlamentari (nell’attuale legge ne basta uno). Fanno eccezione le minoranze linguistiche.
Parità di genere - Nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore alla metà delle candidature presenti nell’insieme delle liste circoscrizionali.
Tetto alle spese elettorali - La riforma prevede un tetto di spesa per candidati e partiti per la campagna elettorale (ad esempio un singolo candidato non può spendere più della somma tra 104mila euro e 0,02 euro per ogni cittadino residente nelle circoscrizioni elettorali nelle quali si presenta).
“Bisogna avere il coraggio di ridurre la pressione fiscale” per “sostenere l’economia reale”. Nonostante la crisi delle banche e il debito pubblico destinato a crescere, Silvio Berlusconi non rinuncia a uno dei suoi cavalli di battaglia.
Lo dice durante una conferenza stampa a palazzo Chigi, a margine degli incontri tra Italia e Romania di oggi. E proprio dai romeni prende spunto per il suo esempio “virtuoso”: “Per far ripartire la loro economia hanno portato le tasse sulle imprese al 16% e hanno ottenuto quasi il raddoppio delle entrate”. Toni durissimi, invece, nei confronti dell’evasione fiscale: “Il 22 per cento del Pil italiano” afferma Berlusconi “è sotto il tavolo. Se si pagassero le tasse su questo 22 per cento, l’erario incasserebbe ogni anno 100 miliardi in più”. Ma per il premier il modo migliore per far emergere l’economia sommersa resta sempre il taglio delle tasse.
Berlusconi, affiancato dal ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, ha anche presentato il nuovo “servizio centrale anticorruzione” che dovrebbe contrastare il fenomeno nella pubblica amministrazione.
Il presidente del Consiglio ha ricordato i suoi anni da imprenditore nel settore edile: “Io” ha detto, “smisi di costruire a Milano, perché a Milano non si poteva costruire niente se non ti presentavi con l’assegno in bocca… Questo, per fortuna, avveniva molti anni fa”. E per il governo non sembrano esserci schiarite nel rapporto con l’opposizione: “Per aiutarci a risolvere la crisi c’è chi va in piazza a protestare contro il governo. Da questa opposizione non c’è mai stato un suggerimento”.
“Non bastano le parole, nei fatti non c’è alcuna possibilità concreta di dialogo con questa sinistra”, conclude Berlusconi, che poi estende il discorso al ricorso frequente ai decreti legge da parte dell’esecutivo: “Gli italiani” dice, “avevano voglia di avere uno Stato che facesse lo Stato. Chi vuole occupare un’università, un aeroporto non lo potrà fare più. Basta con l’anarchia. Continuiamo in questa direzione”.
Parole che allarmano il Pd: ”Non stupiscono più le bordate che Berlusconi continua a lanciare contro l’opposizione. In una giornata in cui il Parlamento si è confrontato sulla grave crisi che sta sconvolgendo l’economia internazionale, il premier pensa ancora una volta ad offendere e attaccare l’opposizione”. Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato replica agli attacchi del premier dopo che in mattinata in Aula aveva offerto al ministro dell’ Economia la collaborazione del Pd nell’ affrontare la crisi finanziaria.
”Perché noi non possiamo andare in piazza mentre l’allora Polo delle Libertà, tre mesi dopo la nascita del governo Prodi, manifestava contro quell’ esecutivo?” chiede Anna Finocchiaro.
”La concezione della democrazia del premier evidentemente continua ad essere, ahinoi, molto lacunosa. Al di là delle battute, ci aspettavamo in questi giorni dal premier maggiore responsabilità nei confronti dell’opposizione e meno propaganda. Ma non c’è niente da fare, lui cerca la rissa”.
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E il muro contro muro continua. Tra il leader dell’opposizione e il capo del governo. L’attacco del leader del Pd è totale. La nuova puntata, dopo l’intervista di domenica scorsa a Il Corriere della Sera, è andata in scena al seminario sul federalismo dei senatori del Pd in corso a Frascati, dove Veltroni, torna a parlare di “preoccupazione democratica”. E di balle (nel senso di bugie).
Per la precisione quelle che, secondo l’ex sindaco di Roma, “Berlusconi” usa - “passando metà del suo tempo ad insultare l’opposizione” - per ingannare gli italiani” in una strategia di contrapposizione frontale con chi la pensa in modo diverso da lui”.
E allora, le “tre balle” di cui parla Veltroni riferite a Berlusconi riportano alla vicenda Alitalia. “Berlusconi dice che Epifani voleva firmare l’accordo e che io avrei fatto da New York il diavolo a quattro per non farglielo firmare e ancora che D’Alema mi telefona per chiedermi se sono impazzito e quindi io cambio linea su Alitalia” spiega Veltroni ai senatori. “Tre balle per ingannare gli italiani e poi quei giochini di utilizzare me e D’Alema finiscono lì perché nessuno di noi due è disposto a prestarsi”. Mentre, aggiunge Veltroni, è che “in un sistema democratico si convive con le opposizioni, non le si insulta e non le si aggredisce. Il governo scambia il governare con la presa di potere e quindi tutto ciò che non è omogeneo è un fastidio da rimuovere”.
Veltroni fa poi un esplicito invito al premier, chiedendogli “moderazione, pensando a governare non a insultare l’avversario”.
Anche Massimo D’Alema nega la veridicità delle dichiarazioni del presidente del Consiglio dicendosi “stupito per le frasi false”: “I fatti descritti non sono mai accaduti, io ero in America ad occuparmi di altre faccende nei giorni in cui si è chiuso l’accordo per cui si è adoperato anche Walter. Berlusconi rispetti il Pd e dialoghi con Veltroni” ha concluso D’Alema.
Ma non è solo Alitalia il tema che scalda il leader dell’opposizione: che anzi non si risparmia e attacca su tutti i fronti: “Il presidente del Consiglio ha una certa propensione per le bugie: è giusto che il Paese lo sappia”. Per Veltroni il punto debole di Berlusconi è la mancanza di “rispetto delle istituzioni: il governo riduce il Parlamento a una situazione per la quale sarebbe bastata la votazione del 14 aprile per riceverne il mandato a fare quello che vuole. Il governo deve ricordare però che non ha il consenso del 50% degli italiani. Pretendiamo un clima di rispetto istituzionale”.
Veltroni poi passa ad un altro tema di stretta attualità: la magistratura. L’attacco del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi al giudice Nicoletta Gandus è, per il leader del Pd, “inammissibile” perché denota una “mancanza di senso delle istituzioni” testimoniato anche dal messaggio lanciato dal premier nei confronti della Corte Costituzionale, chiamata a esprimere un parere sulla legittimità del lodo Alfano. “Berlusconi ha aggredito, citandola per nome e per cognome, un magistrato chiamato a giudicarlo e pensate a cosa ha detto in questi giorni sulla Corte Costituzionale”.
La risposta da parte del governo alle parole di Veltroni è arrivata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti, portavoce del premier. Che replica con un’alzata di spalle all’attacco del leader del Pd: “Il governo sta governando bene e gli italiani lo sanno. Tanto che la fiducia in Berlusconi è al massimo storico per un presidente del Consiglio. Perciò” dice Bonaiuti “non cadiamo nel giochetto di Veltroni che vuole portarci allo scontro e lo lasciamo sproloquiare da solo”.
Rincara la dose Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl: “Veltroni, rovesciando la linea politica sulla quale si fece eleggere come leader del Pd, ha preso l’abitudine di insultare circa tre volte al giorno Berlusconi a orario fisso, in tempo utile per apparire sui Tg”. “Non contento di ciò” prosegue “se Berlusconi si permette di replicare allora lo paragona a Putin, affermando che vuole bastonare l’opposizione. Queste quotidiane scenate stanno diventando imbarazzanti nonché ridicole. Quanto più si avvicina il 25 ottobre Veltroni alza i toni e ci aspettiamo, prima o poi, anche l’evocazione di Francisco Franco e dei colonnelli greci”.
È l’ora. È venuto il momento di attuare il federalismo fiscale. A dirlo è il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante un convegno, a Palazzo Ducale a Venezia, sul futuro della Costituzione. Le posizioni sono ancora distanti ma, aggiunge il capo dello Stato, non sono inconciliabili. È possibile giungere a soluzioni “largamente condivise” se si procederà con accortezza e reciproca attenzione, “senza nervosismi e forzature, con gradualità”, senza mettere in discussione l’unità nazionale e la solidarietà fra regioni. È un discorso di ampio respiro quello che il presidente ha fatto oggi in visita nel capoluogo del Veneto che scalpita per attuare il federalismo e per disporre di una quota maggiore delle risorse che produce sul territorio. È un discorso rispettoso di queste esigenze, ma anche un richiamo a vincoli non superabili. La Carta del ‘48, dice il presidente della Repubblica, “non è un’icona” del passato a cui rendere retorici omaggi “a fior di labbra”, “è qualcosa di vivo e ha un futuro”. Resta “una tavola di valori e di principi, di diritti e di doveri, di regole e di equilibri”, una bussola per orientarci nelle scelte di oggi.
È un punto fermo a cui dobbiamo ancorarci di fronte a “un pericolo di disorientamento della comunità nazionale per l’indebolirsi della sua coesione e del suo tessuto civile”. Quella Carta fu scritta con lungimiranza, conteneva in nuce già il principio di una ampia articolazione autonomistica che oggi può essere interpretata con il federalismo. Ma è chiaro che essa sancisce “l’unità e indivisibilità della Repubblica come valore storico e principio regolatore fondamentale di certo non negoziabile”. Napolitano respinge anche le critiche che sono state rivolte ai privilegi delle cinque regioni a Statuto Speciale. L’Italia, ricorda era stata tagliata in due e c’erano “insidie separatiste e delicati contenziosi internazionali”, perciò quegli statuti furono approvati per rafforzare l’unitarietà, anche se poi lo abbiamo dimenticato. Quella carta sancisce anche il dovere della solidarietà, di colmare il divario fra Nord e Sud, che finché persiste “denuncia la storica incompiutezza dell’unificazione nazionale” e richiede di “combattere chiusure ed egoismi nelle regioni più sviluppate”.
A loro volta, però, le Regioni del Mezzogiorno non possono chiedere sconti rispetto al dovere e alla responsabilità di fare un uso economico corretto delle risorse pubbliche. La Costituzione non è perfetta, aggiunge Napolitano, e naturalmente non è intoccabile, e infatti ha avuto 38 modifiche. Ma sarebbe “velleitario e dannoso” puntare a una sua riforma globale, “si correrebbe il rischio di nuove defatiganti e inconcludenti progettazioni”, dice evocando i fallimenti delle Bicamerali. Invece alcune riforme “mirate” sono possibili e anche auspicabili: per attuare il federalismo, per superare il bicameralismo perfetto, per istituire una Camera delle Regioni. Napolitano mette fuori dall’agenda anche il superamento della forma di governo parlamentare. Non ci sono state riforme che lo mettono in discussione.
Semmai, consiglia, facciamo quel che la Costituente non riuscì a fare: tuteliamo “con dispositivi costituzionali idonei le esigenze di stabilità del governo, una questione che è rimasta aperta” e che andrebbe affrontata per quel che è.
Un attacco a Walter Veltroni e al Pd per la “sconcertante sudditanza psicologica e politica verso le frange giustizialiste”, un richiamo a Giovanni Falcone come modello cui ispirarsi per mettere mano alla riforma della giustizia, l’intenzione di mettere in capo ulteriori misure per combattere il caro prezzi (”per esempio, il bonus bebè e l’introduzione del quoziente familiare”), e una frase su Putin (”Grazie a Dio mi ha ascoltato. Altrimenti col cavolo che i carri armati russi si sarebbero fermati a quindici chilometri da Tbilisi”) poi smentita da Palazzo Chigi. È un Silvio Berlusconi a tutto campo quello che si è concesso al settimanale Tempi, che segna la ripresa dell’attività di governo dopo la pausa estiva.
“L’autunno caldo lo faccio io” è questo il titolo dell’intervista rilasciata a Luigi Amicone, direttore della rivista vicina a Comunione e Liberazione.
E allora via al botta e risposta. Con il segretario del Pd, in primis. Ieri l’attacco di Veltroni sul governo diviso e litgioso, oggi la replica di Berlusconi. “La sudditanza psicologica e politica del Pd verso le frange giustizialiste è sconcertante. Credo di non essere il solo deluso in questo da Veltroni. Credo che altrettanto delusi siano molti dei suoi sostenitori” dice il premier nell’’intervista al settimanale.
Il Cavaliere confessa tutta la sua delusione per l’atteggiamento dell’avversario: “Avevo sperato davvero che la gestione Veltroni significasse l’apertura di una stagione nuova della politica italiana. Invece la sudditanza psicologica e politica del Pd verso le frange giustizialiste è sconcertante. Credo di non essere il solo deluso in questo da Veltroni. Credo che altrettanto delusi siano molti dei suoi sostenitori. Ecco, forse l’unica cosa è di aver dato troppo credito alla speranza di dialogo e a questa speranza non ho voluto rinunciare sino all’ultimo. Peccato, per la sinistra e per la democrazia italiana”.
Alla domanda se abbia qualcosa da rimproverarsi in questi primi 100 giorni di governo Berlusconi risponde: “Ecco, forse l’unica cosa è di aver dato troppo credito alla speranza di dialogo e a questa speranza non ho voluto rinunciare sino all’ultimo. Peccato, per la sinistra e per la democrazia italiana”. “Avevo sperato davvero che la gestione Veltroni significasse l’apertura di una stagione nuova della politica italiana. Invece la sudditanza psicologica e politica del Pd verso le frange giustizialiste è sconcertante”.
E a proposito di giustizia, ecco come il governo Berlusconi intende varare una riforma che punti a “mettere in pratica molte delle idee di Giovanni Falcone: separazione dell’ordine degli avvocati dell’accusa dall’ordine dei magistrati, indirizzo dell’azione penale superando l’attuale ipocrisia della finta obbligatorietà, criteri meritocratici nella valutazione del lavoro dei magistrati. Vogliamo valorizzare i tanti magistrati seri, che svolgono il loro lavoro in modo coscienzioso, con spirito di sacrificio e spesso rischi personali” spiega Silvio Berlusconi. “Purtroppo il loro lavoro è offuscato da pochi altri che, per pregiudizio ideologico unito a smania di protagonismo, proiettano con comportamenti deviati un’immagine distorta della magistratura italiana. Noi siamo dalla parte dei magistrati, non delle frange ideologizzate e giustizialiste”.
E poi, ancora: i temi etici. “Credo sia dovere di tutti agire perché la legge 194 sia applicata anche e soprattutto nelle parti orientate all’aiuto alla vita, finora trascurate”. Sempre sullo stesso capitolo, il premier conferma la libertà di coscienza come linea ufficiale del Pdl, ma spende parole in difesa della vita. “Condivido pienamente con il Santo Padre” dice Berlusconi “l’idea della sacralità della vita, in ogni suo aspetto e in ogni suo momento. E da uomo di governo mi considero profondamente impegnato a tutelarla”. “È del tutto evidente” continua il Cavaliere esprimendo la sua posizione sul caso Englaro “che non permetteremo mai alla magistratura di esercitare una supplenza
rispetto al potere legislativo, cosa che alcuni magistrati tendono a fare su questo come su altri temi”
Per quanto riguarda la caolizione che sostiene il proprio esecutivo, il premier non concede dubbi: “Il rapporto tra noi e la Lega è forte e consolidato: non è un’alleanza tattica” dice “né semplicemente numerica; la Lega esprime esigenze complementari a quelle di chi vota per noi, i valori di riferimento sono comuni e i programmi sono omogenei”. “Il federalismo fiscale non è solo un tema della Lega, la riforma della giustizia non interessa solo noi” ribadisce Berlusconi. “La Lega esprime, con un linguaggio diverso dal nostro, e ponendo l’accento su alcuni temi, lo stesso progetto politico che ci ispira… In prospettiva, vedo per la Lega un ruolo complementare al nostro, un rapporto che almeno in parte potrebbe somigliare a quello che unisce in Germania Cdu e Csu”.
Infine, la riforma elettorale: “Quanto alla riforma della legge elettorale europea, serve a rendere queste elezioni più omogenee alle altre: non ha senso che il cittadino ogni volta che si reca alle urne debba fare i conti con un sistema elettorale diverso. Su tutto questo” assicura il Cavaliere “vogliamo intervenire, anche per dare il giusto valore all’appuntamento elettorale per l’Europa”.
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Chiamato in causa più di una volta, negli ultimi mesi, il Capo dello Stato, con la politica “ufficialmente” in vacanza, parla ai cronisti parlamentari durante la consueta cerimonia del Ventaglio, al Quirinale, prima della pausa estiva (prima a Stromboli: “giusto cinque o sei giorni” e poi “trascorrerò qualche giorno all’Ammiragliato della Maddalena”, dice Napolitano).
E nel suo discorso, Giorgio Napolitano definisce “stucchevole” la disputa quotidiana che è stata registrata dai giornali su chi vuole il dialogo e chi no: ciò che occorre, per Napolitano è un vero ascolto reciproco fra maggioranza e opposizione, fra governo e Parlamento fino al momento delle decisioni, cercando convergenze sui temi di interesse generale e in particolare quando si parla di modificare regole istituzionali e della Costituzione.
“Il luogo del confronto è soprattutto il Parlamento”, ha aggiunto il Presidente, spiegando che lì si possono confrontare le posizioni “alla luce del sole” e si possono decidere anche l’agenda politica e le priorità. “Ritorno infine sul tema” ha proseguito il Capo dello Stato “delle riforme istituzionali, da quelle puntualmente individuate e concertate prima della fine della scorsa legislatura, nella Commissione Affari Costituzionali della Camera, a quelle di attuazione del Titolo V. In questo campo, piaccia o non piaccia, non c’è alternativa alla ricerca di larghe convergenze. Ho perciò apprezzato - e lo cito come esempio positivo - l’approccio misurato e aperto all’ascolto, con cui è stata avviata l’elaborazione del disegno di legge sul federalismo fiscale”.
“Liberiamoci” ha continuato il presidente della Repubblica “dalle angustie di una polemica politica che finisce, perdendo il senso della misura, per scadere nella volgarità e nell’ingiuria, per venir meno al rispetto da tutti sempre dovuto alle istituzioni e ai simboli della Repubblica”.
E circa il lodo Alfano, che sospende i processi delle quattro più alte cariche, Napolitano ha puntualizzato di averne “nel modo più meditato e motivato firmato la promulgazione indipendentemente, come è mio dovere, da sollecitazioni in qualsiasi senso”. E ha aggiunto: “Mio solo punto di riferimento è stata nei termini che ho indicato la sentenza emanata nel 2004 dalla corte costituzionale”. “Ogni altro giudizio sulla legge Alfano appartiene, legittimamente, alla politica: non può coinvolgere o chiamare in causa il presidente della repubblica”. E ha concluso con il monito “Si stia attenti da parte di tutti a doverosi distinzioni di posizioni e di ruoli”. Napolitano ha assicurato che in questo senso continuerà ad assolvere alle proprie responsabilità “con fermezza e serenità”. La riforma della giustizia è necessaria - ha aggiunto il capo dello Stato- “anche sotto il profilo della ridefinizione delle regole e limiti ai fini di equilibrio nei rapporti tra giustizia e politica”. Napolitano ha espresso “un forte auspicio” affinchè il confronto superi le “contrapposizioni irriducibili” e renda possibili “intese concrete”.
Infine una stoccata contro le intercettazioni. Che non devono essere diffuse “per soddisfare la mera curiosità voyeuristica dei cittadini”. Ma unicamente per “informare su fatti oggettivamente rilevanti per la collettività”. Perché quello che il presidente Napolitano ha auspicato è “Una corretta concezione del diritto di cronaca”.
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“Non c’è nessuna sfida o contrasto con la Lega”. E ancora: “La riforma federalista è anche un nostro progetto”. Insomma, sia il federalismo sia la riforma della giustizia saranno presentati contestualmente a settembre: “simil stabunt…“, rassicura Silvio Berlusconi, nel corso di una conferenza stampa a margine di un convegno organizzato dalla fondazione Medidea. Per il premier ci sarà una procedura parallela, e cioè, “in una Camera si discuterà il progetto del federalismo fiscale, nell’altra contestualmente la riforma della giustizia”.
Messaggio chiaro per assicurare alla Lega che non ci saranno “strappi” su queste materie e l’alleanza resterà salda. Messaggio chiaro anche per chi, mettendo il dito sulle priorità dei lavori del governo, presagiva una rottura tra Carroccio e Pdl: “Ho parlato ieri sera con Bossi” spiega il premier “non c’è alcun contrasto”. “La Lega ha nei primi punti del suo programma il federalismo che è un progetto anche nostro. Il federalismo fiscale non è un biglietto che paghiamo alla Lega per la tenuta della nostra coalizione perché siamo anche noi convinti” della necessità che il federalismo sia realizzato. “Abbiamo tuttavia, noi come governo e in particolare come Pdl, la riforma della giustizia come progetto prioritario e quindi l’accordo con la Lega è che simul stabunt e che quindi le porteremo avanti insieme”.
“Metteremo in campo uno studio approfondito” ha concluso “per quanto riguarda la riforma della giustizia che presenteremo a settembre e lavoreremo da qui a settembre per preparare un progetto che possa essere sottoposto all’esame e alla votazione del parlamento”. Dove non figurerebbe però l’immunità parlamentare. “Non l’ho mai citata”, garantisce il presidente del Consiglio, convinto che sia giusto “non fare oggi ciò che non hai fatto ieri”.
Poi tocca altri temi, il premier. A cominciare da quello del suo rapporto con al magistratura. “Io ho fiducia nella magistratura” ma vengo spesso “attaccato e aggredito” da certi giudici, ribadisce. “Sono stato processato 17 volte ed assolto per 17 volte”. Aggiunge il presidente del Consiglio: “Non sono io ad attaccare, non c’è una guerra aperta e continuativa. Ho una grande fiducia nei magistrati. L’ho detto più volte. Ma sono spesso aggredito”. Poi precisa il significato delle sue parole sul caso Del Turco per le quali era stato subito attaccato dall’opposizione: “Non ho mai usato la parola teorema per esprimere un giudizio su quanto avvenuto in Abruzzo”, ma “ho semplicemente parlato dei teoremi accusatori” nei miei confronti da parte di alcuni magistrati che poi si sono dimostrati inesistenti.
E dopo aver spiegato perché il governo ha messo la fiducia sulla manovra (”evitate le manovre delle lobby”), Berlusconi parla dell’emergenza petrolio che riguarda l’Italia e l’Occidente. “Il prezzo del greggio è aumentato a livelli assolutamente insostenibili: questa è l’emergenza odierna da risolvere…”. Il caro-petrolio penalizza industria, commercio, famiglie (con un aggravio di mille euro all’anno, calcola) e il premier spiega che agirà come “ufficiale di collegamento” tra i paesi Opec produttori del greggio e l’Occidente perché “serve un immediato incontro tra i paesi produttori e quelli consumatori”.
“Cosa fare di fronte a questo aumento del prezzo?, si chiede. “C’è grande incertezza. Anche perché ho riscontrato una certa carenza di leadership a livello europeo. Soprattutto con la dipartita di leader come Putin, Blair, Chirac, Aznar, Scheroeder. Tutte queste alte personalità non hanno trovato sostituzioni pregnanti”.
Per Alitalia la “soluzione è possibile e vicina”, e sono “personalmente convinto che in tempi abbastanza brevi presenteremo una nuova compagnia con un piano industriale che le consentirà di tornare in attivo”, ha detto Silvio Berlusconi sottolineando che il governo “dovrà dire di no ad alcuni imprenditori, perché in troppi si sono presentati per partecipare al rilancio di Alitalia”.
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