“Con grande dolore accetto la sfida”. Così Abdelmajid Zergout ha deciso di essere riportato in Marocco: una scelta che l’uomo ha preso davanti ai giudici della Corte d’Appello di Milano che lo hanno interrogato nella mattinata di mercoledì 20 agosto. L’ex imam di Varese, pur assolto a Milano dall’accusa di terrorismo, era stato raggiunto da un ordine di custodia cautelare della magistratura marocchina per accuse analoghe. Per la precisione Zergout fu assolto una prima volta nel 1999 a Bologna per associazione a delinquere con finalità di terrorismo, in un epoca in cui non esisteva il reato di terrorismo internazionale (270 bis del Codice penale). Il pm non impugnò la sentenza in appello e l’assoluzione divenne definitiva. L’ex imam fu poi assolto il 25 maggio del 2007 dall’accusa di aver creato una cellula legata al Gruppo islamico combattente marocchino (Gicm) e con motivazioni di questo tenore: le prove raccolte nel processo erano “scarne, equivoche, incerte e incomplete, assolutamente inidonee a fondare una condanna”.
L’ex imam, secondo il suo legale, Luca Bauccio, ha scelto di accettare l’estradizione in Marocco, dove avrò sorte incerta e rischia la tortura. Il colpo di scena è arrivato in mattinata, dopo che, nei giorni scorsi, Zergout, sposato e padre di tre figli, era stato raggiunto da un ordine di arresto del procuratore del re di Rabat (Marocco) per vari reati a sfondo terroristico.
Poteva opporsi all’estradizione, ma ”con grande dignità e dolore” ha deciso di non farlo e di accettare il giudizio della magistratura del suo Paese, anche se non è chiaro di che cosa sia accusato, forse di legami con i gruppi che misero a segno gli attentati di Casablanca e Madrid, anche se nei due processi su quegli eccidi, gia’ conclusi, il suo nome non comparve mai. ”Il pericolo della tortura fisica che potrebbe subire in Marocco” ha argomentato Bauccio “è diventato secondario rispetto a quella psicologica subita in questi dieci anni in Italia”.
Assolto due volte, l’ex imam ”era stanco di dover recitare la parte del colpevole” e ha deciso di ”porre fine al suo Calvario”. Zergout fu assolto una prima volta nel 1999 a Bologna per associazione a delinquere con finalità di terrorismo, in un epoca in cui non esisteva il reato di terrorismo internazionale (270 bis del Codice penale). Il pm non impugnò la sentenza in appello e l’assoluzione divenne definitiva. L’ex imam fu poi assolto il 25 maggio del 2007 dall’accusa di aver creato una cellula legata al Gruppo islamico combattente marocchino (Gicm) e con motivazioni di questo tenore: le prove raccolte nel processo erano ‘’scarne, equivoche, incerte e incomplete, assolutamente inidonee a fondare una condanna”.
È stato il pm Elio Ramondini a presentare impugnazione in appello: nel processo mancarono due rogatorie, una in Francia, l’altra in Marocco per sentire due persone. I giudici attesero una risposta per oltre un anno e decisero di annullare le rogatorie, a fronte anche di due anni di carcerazione preventiva degli imputati. Ora Bauccio commenta: “L’autorità giudiziaria marocchina non rispose mai al quella richiesta rogatoriale. Perché, se poteva servire ad accertare i reati?”.
Zergout, probabilmente in tempi brevi, sarà estradato in Marocco e, qualora nel processo di secondo grado fosse condannato, dovrebbe tornare in Italia per scontare la pena. Su questo, però, Bauccio non nutre speranze: “Una volta là non tornerà più indietro”.
Abdelmajid Zergout, imam marocchino della moschea di Varese, è finito in manette. A suo carico, come ha reso noto oggi la Questura, pendeva un mandato di arresto ai fini di estradizione verso il Marocco, emesso il 31 luglio scorso dalla Procura del Re presso la Corte di Appello di Rabat per i reati di terrorismo.
Zergout, 43 anni, sposato e con figli piccoli, era stato arrestato 3 anni fa dal Ros dei carabinieri in quanto accusato di terrorismo internazionale. L’anno scorso venne però assolto dal Tribunale di Milano e scarcerato. L’arresto - avvenuto sabato 16 agosto - ai fini estradizionali di Zergout è provvisorio ha spiegato dal procuratore di Varese, Maurizio Grigo.
Durante la perquisizione della sua abitazione, la Digos ha sequestrato un computer portatile e materiale in arabo, che la Procura di Varese farà presto tradurre per chiarire se si tratti di materiale compromettente.
Il provvedimento restrittivo dovrà essere ora vagliato dalla Corte d’Appello di Milano, competente per territorio, che entro 40 giorni è chiamata a decidere se convalidare o meno l’arresto. Solo a quel punto si saprà se l’imam di Varese sarà estradato nel paese d’origine, come richiesto dalle autorità di Rabat. Zergout, come è stato riferito in questura a Varese, è accusato dalle autorità del Marocco di associazione per delinquere finalizzata a preparazione e commissione di attentati terroristici; banda armata finalizzata alla sovversione dell’ordine pubblico; finanziamento del terrorismo. Ora l’uomo si trova nel carcere della città lombarda.
“È l’ennesima dimostrazione di come si possano fabbricare accuse ad hoc per motivi politici”. Questo il commento dell’avocato Luca Bauccio, difensore in Italia dell’imam. “Zergout” ha ricordato Bauccio “non è mai stato condannato in Italia. Era stato assolto e a un anno dall’assoluzione (del 3 agosto 2007, ndr) puntuale arriva la richiesta di estradizione alla quale ci opporremo”.
L’imam si trova rinchiuso nel carcere di Varese e, a quanto riferisce il suo difensore, ha accolto con “sorpresa, ma anche rassegnazione” l’arresto che, secondo Bauccio, rientra nel modo di agire di un Paese, il Marocco, che “opera fuori dalle regole proprie di uno stato di diritto”.
Gli abitanti di Trivero, provincia di Biella, all’alba di mercoledì 18 pensavano di trovarsi sul set di un film d’azione: decine di poliziotti, volanti con i lampeggianti accesi. In una frazione vivono quasi 200 cittadini dello Sri Lanka, di etnia tamil. Gente che non aveva mai dato problemi. Fino al colpo di scena, l’operazione Home tigers, guidata dalla Digos e dalla procura di Napoli, che ha portato in carcere 33 cittadini dello Sri Lanka in tutta Italia, con l’accusa di far parte di uno dei gruppi terroristici più sanguinari e temuti del mondo, le tigri tamil (Liberation tigers of tamil eelam, Ltte). Sei di loro, compresa una donna di 31 anni, abitavano a Trivero.
Tra questi Civarajah Sinnathurai, 42 anni, professione operaio tintore, un passato da badante e giostraio, secondo gli inquirenti il capo italiano delle tigri tamil. Panorama lo ha incontrato 60 ore prima del fermo e l’ha intervistato. Un documento esclusivo che è quasi il testamento ideologico del leader tamil. Al suo fianco Nanthan Kanthanathan, 39 anni, operaio, coordinatore degli 800 tamil di Reggio Emilia, per gli investigatori il braccio destro di Sinnathurai. Nel colloquio il presunto terrorista, poche ore prima di finire in carcere, ha annunciato che “eventuali arresti non fermeranno la lotta per l’indipendenza del popolo tamil”.
L’occasione per incontrare Sinnathurai è un “ponku tamil”, una manifestazione di rivendicazione, organizzata in piazza Argentina a Milano domenica 15 giugno e autorizzata per la prima volta in Italia: un evento per compattare le file dopo la messa al bando delle tigri da parte dell’Unione Europea e il conseguente avvio di inchieste in diversi paesi, come la Francia, dove il 1° aprile 2007 sono finiti in prigione 24 attivisti. Alla dimostrazione nel capoluogo lombardo partecipano 300-400 militanti, provenienti da molte città: Biella, Reggio Emilia, Torino, Genova, Mantova, Napoli.
Sinnathurai e Kanthanathan, baffi e camicia bianca, coordinano coreografie e interventi. Gli adulti innalzano il ritratto di Velupillai Prabhakaran, il capo e fondatore del gruppo terroristico, i bambini sventolano bandierine con il simbolo delle Ltte, con due fucili incrociati e un sole che irraggia proiettili.
Per gli inquirenti napoletani, Sinnathurai è il rappresentante delle tigri in Italia, l’uomo che organizzava la raccolta dei fondi da inviare ai guerriglieri che combattono in Sri Lanka. Era lui a tenere i rapporti con il “Grande”, il tesoriere europeo di stanza a Zurigo: era stato lui ad accogliere l’emissario francese che aveva illustrato ai fratelli italiani la nuova campagna di finanziamento Morire per vivere. L’obiettivo: pagare meno, ma pagare tutti. E così Sinnathurai e soci avrebbero costretto i tamil italiani a versare 1 euro al giorno, senza eccezioni.
Nessuno, secondo gli investigatori, sfuggiva al controllo dell’organizzazione, capace di schedare tutti i tamil sbarcati in Italia. Chi versava l’obolo riceveva in cambio una ricevuta, una specie di lasciapassare per tornare in patria, gli altri rischiavano ritorsioni nei territori occupati dalle Ltte. Sinnathurai, con Panorama, si difende: “La storia del racket è propaganda. La verità è che ci sono dei tamil che collaborano con i cingalesi: fanno un’offerta e poi vanno a dire di essere stati costretti da noi”.
Le intercettazioni della Digos di Napoli raccontano un’altra storia. In una telefonata del luglio 2007 un capo dell’organizzazione dice a Sinnathurai: “Abbiamo bisogno di molti soldi, voi dovete lavorare 24 ore al giorno per prendere il denaro. Voi dovete costringerli con la forza, dovete mettere paura alla gente”.
Il leader italiano obbedisce e riferisce ai sottoposti. Diverse donne chiamano Sinnathurai, preoccupate per i loro uomini. Lui taglia corto: “È un obbligo dare un contributo economico e militare per ogni famiglia”. Per gli investigatori le tigri sono un’élite militare che soggioga una maggioranza di tamil pacifici, costringendoli a offrire uomini e mezzi alla guerriglia. Sinnathurai non è d’accordo: “In questo momento in tutta Europa ci sono migliaia di persone che manifestano a favore delle tigri, lottano per la nostra indipendenza, il popolo è con loro”.
In realtà i manifestanti milanesi sono una sparuta minoranza rispetto alla maggioranza che ha disertato il “ponku”. Gli organizzatori chiedono un minuto di silenzio per i “martiri morti in guerra”. In piazza Argentina i kamikaze delle Ltte sono considerati eroi: “I nostri nemici hanno carri armati, aerei che bombardano e noi per fermarli abbiamo solo il nostro spirito” dichiara Sinnathurai. “Il popolo tamil si deve difendere”. Sterminando migliaia di civili? “Questo non è giusto. Però sacrificare la propria vita contro i militari è necessario. Se non reagiamo ci massacreranno tutti. Noi non ce l’abbiamo con la popolazione cingalese, ma con il governo”.
In realtà solo nell’ultimo anno circa 200 civili sono stati uccisi dalle tigri, soprattutto con attacchi kamikaze sui pullman. Sinnathurai continua la sua arringa: “È la guerra. Noi combattiamo per l’indipendenza, la convenzione di Ginevra riconosce il nostro diritto a farlo. Ma il governo dello Sri Lanka, attraverso i media, è riuscito a far inserire le tigri tamil nella lista dei gruppi terroristici. Sino all’anno scorso le Ltte potevano venire in Europa, parlare con i leader politici, una nostra rappresentante ha incontrato il vostro presidente Carlo Azeglio Ciampi. E tuttora l’Unione Europea non ci tratta come Bin Laden”. Però recenti indagini a livello internazionale hanno evidenziato rapporti tra le Ltte e Al Qaeda.
Comunque essere marchiati come terroristi ha complicato gli affari delle tigri: “Il governo dello Sri Lanka blocca il denaro che arriva dalle nostre associazioni nel mondo, perché dice che va ai terroristi, e per questo sta fermando anche gli aiuti umanitari verso il nord, la parte controllata dai guerriglieri. In quell’area non può entrare neanche la Croce rossa e molte organizzazioni umanitarie se ne sono andate. Mi chiedo perché ai tempi dello tsunami l’Italia ha inviato cinque camion di aiuti ai guerriglieri e tutto è andato per il meglio. Non eravamo terroristi allora?”.
L’inchiesta napoletana sta approfondendo anche questo punto, per capire se parte dei fondi per il maremoto del 2004 sia stata dirottata sulla guerriglia. Nel frattempo in Europa sono aumentati i controlli: “Ma noi riusciamo lo stesso a far arrivare i soldi al nostro popolo” assicura Sinnathurai.
A Milano pioviggina, da un piccolo gazebo parte l’inno delle tigri: “Ecco la bandiera che si innalza in cielo…”. Il capo issa il vessillo, poi con il cronista ammette: “Sappiamo che è un simbolo al bando, ma in tutte le nostre case si trovano le bandiere delle tigri. La legge lo vieta, eppure la nostra gente continua a tenerle”. Sinnathurai, poche ore prima dell’arresto, sapeva di rischiare l’accusa di eversione: “La possibilità c’è, ma con manifestazioni come questa cerchiamo di far capire agli italiani che non siamo terroristi, che lottiamo per l’indipendenza”. Il presunto capo ha dichiarato a Panorama che eventuali arresti non fermeranno la causa rivoluzionaria: “In Francia le manifestazioni continuano, le sedi delle associazioni sono ancora aperte e lavorano. Noi andiamo avanti”.
In piazza la gente applaude alla memoria di un “guerrigliero” morto d’infarto. Sinnathurai accende un braciere per commemorare i martiri, poi domanda: “E il governo dello Sri Lanka, visti i massacri che compie, in che lista lo mettiamo?”. Non ha paura di esporsi: “Gli emissari dell’ambasciata in questo momento ci stanno tenendo sotto controllo, ci stanno fotografando. Prendono informazioni. Ora il mio timore è che mandino i soldati a casa di mia madre”. Per gli inquirenti, però, il lavoro di intelligence era la specialità di Sinnathurai. Nel suo computer, sequestrato un anno fa, la polizia ha trovato le foto di cingalesi che manifestavano per la pace a Bologna. In primo piano molti bambini.

“Noi allo stadio vinciamo sempre perché ci andiamo non vedere la partita ma per aggredire i poliziotti”. Ecco il “motto” dell’attività del gruppo ultrà Anr (Associazione non riconosciuta) secondo quanto emerge dalla indagini della Digos della Questura di Catania che hanno portato all’emissione - secondo quanto riportato dall’Ansa - di un ordine di custodia cautelare nei confronti di 13 di loro.
Il provvedimento è stato notificato in carcere a due di loro che erano già detenuti per altri reati, mentre 10 sono stati arrestati a Catania e uno a Roma. Quest’ultimo, pur residente nella Capitale, farebbe parte attiva dell’Anr spostandosi per le partite del Catania e, secondo l’accusa, prendere parte agli scontri con le forze dell’ordine.
Dalle intercettazioni gli investigatori della Digos hanno raccolto anche frasi che contengono risultati come, per esempio, “2-0″, ma che non si riferivano alla partita di calcio ma al numero di poliziotti feriti. Così, secondo l’accusa, per loro gli scontri con la morte di Raciti, alla quale gli indagati sono estranei, finì 1-0. Tra gli arrestati c’è anche il capo del gruppo Giovanni Galvagna, di 28 anni, detto “Koala”, già indagato per gli scontri del 2 febbraio 2007 durante il derby Catania-Palermo, in cui rimase ferito mortalmente l’ispettore di polizia Filippo Raciti. Gli indagati sono tutti estranei al delitto e l’inchiesta si occupa di altri episodi di aggressione di ultrà e forze dell’ordine.
L’operazione è stata denominata “No stop” perché partita dopo i tragici fatti davanti allo stadio Massimino. Gli investigatori della Digos hanno messo sotto controllo le tifoserie più “agitate” del Catania con intercettazioni ambientali e pedinamenti. Sarebbe emerso, secondo la tesi della Procura della Repubblica, che il gruppo Anr agiva “per turbare l’ordine pubblico” e aveva come obiettivo di “compiere atti di violenza contro le forze dell’ordine”, il vero nemico degli utrà che frequentano le curve degli stadi.
Il provvedimento restrittivo è stato emesso dal Gip Antonino Fallone, su richiesta del procuratore aggiunto Renato Papa e dei sostituti Bonomo, De Simone e Sorrentino. I reati contestati sono resistenza aggravata e danneggiamento aggravato. Il processo comincerà la prossima settimana, davanti la terza sezione penale del Tribunale di Catania.

L’indagine della Digos di Milano su una serie di attentati a luoghi di culto e centri islamici della città e dell’hinterland durava da quasi due anni. Questa notte la svolta, con l’arresto in flagranza del responsabile di due episodi e probabilmente di almeno altri tre. Ma la scoperta più grande è stata sulla vera identità del fermato: Roberto Maria Severini, 50enne residente in provincia di Milano dove lavorava come rappresentante di componenti elettrici, è in realtà Roberto Sandalo. Conosciuto negli anni Settanta come “Roby il pazzo”, è stato militante di Lotta Continua e fu arrestato con l’accusa di aver partecipato ad almeno tre omicidi. Nei primi anni Ottanta diventò collaboratore di giustizia e anche grazie alle sue dichiarazioni il gruppo terroristico venne smantellato. Sandalo rivelò inoltre che l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga aveva avvertito Carlo Donat-Cattin, vicesegretario della Dc, che il figlio Marco era nel mirino degli inquirenti come leader di Pl.
Dal 1987 Sandalo viveva sotto falsa identità. Dopo un periodo passato in Kenya, l’ex piellino rientra in Italia dove viene arrestato per rapina nel 2002. Negli ultimi anni il suo nome è stato accostato alle Camicie verdi della Lega e nei mesi scorsi è stato visto partecipare a una manifestazione pubblica contro l’Islam. Sono proprio gli atti di intolleranza religiosa che lo hanno fatto tornare in manette. L’indagine cui ha partecipato anche il Nucleo informativo dei carabinieri e che ha portato a lui è stata lunga e complessa. Da mesi la Digos cercava di individuare l’autore delle scritte “Stop Islam” accompagnate da un numero di cellulare trovate in diverse città d’Italia. Sandalo viene messo sotto controllo a partire da una di queste fatta in un paesino del Veneto. Poi gli investigatori passano agli attentati incendiari contro auto parcheggiate fuori da diversi centri islamici del milanese, sempre con le stesse modalità. Tre di questi, due davanti alla moschea di via Quaranta nel febbraio e nel marzo di quest’anno e uno all’associazione Islamic Relief di via Tajani, vengono rivendicati telefonicamente da un uomo che dice di appartenere al Fronte cristiano combattente.
Sono gli attentati che la Digos ipotizza attribuibili a Sandalo. Cui si aggiungono i due di ieri sera tra le 22.30 e le 23.3o, sempre in via Quaranta e al Centro islamico di Segrate, per cui è stato arrestato. Su altri episodi, ad Abbiategrasso, a Milano e a Segrate, molto simili nelle modalità ma non rivendicati dal Fronte cristiano combattente, continuano le indagini. Come continuano le verifiche su eventuali altre persone coinvolte. “Allo stato attuale abbiamo elementi solo a carico di Sandalo”, ha precisato il procuratore aggiunto Armando Spataro che con Maurizio Romanelli ha coordinato le operazioni. L’ex terrorista rosso è accusato di incendio doloso con l’aggravante della discriminazione religiosa e detenzione di armi da guerra. In casa sua infatti sono state trovate bottiglie molotov già pronte, taniche di liquido infiammabile, miscele potenzialmente esplosive, diserbanti e fertilizzanti, dieci chili di nitrato di ammonio e tubi di metallo confezionati come ordigni artigianali.
Il procuratore Spataro ha anche descritto il tono delle rivendicazioni telefoniche, che, ha detto, hanno fatto tornare la mente a quelle fatte dalle Br. In una di queste l’uomo diceva di voler alzare il livello delle sue azioni, passando dalle cose alle persone. “Considerato poi che si tratta di una persona che ha già ucciso in passato”, ha aggiunto il magistrato, “è di sicuro un soggetto pericoloso, mosso inoltre dalla gravissima matrice dell’odio razziale e religioso. Alle sue azioni inizialmente simboliche abbiamo voluto rispondere con un contrasto altrettanto forte nel significato ideale di lotta al razzismo e alle discriminazioni”.