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dimissioni

Sbai pronta a mollare Fini: (poco) Futuro e Libertà (di andarsene)

Souad Sbai eletta deputata nell'aprile del 2008

Souad Sbai eletta deputata nell'aprile del 2008

È scontro aperto tra Pdl e finiani sulle dimissioni di Gianfranco Fini da presidente della Camera. Futuro e Libertà insiste perché Silvio Berlusconi smentisca ufficialmente la richiesta avanzata dal portavoce Daniele Capezzone, ma dal premier nemmeno una parola. Intanto il neo gruppo che fa capo al numero uno di Montecitorio è alle prese con il conflitto interno tra chi lavora per favorire il dialogo e chi lancia, ogni giorno, messaggi di guerra. L’ultimo arriva dal direttore della testata on line della fondazione vicina all’ex leader di An, Farefuturo, Filippo Rossi, che oggi parla di “manganellatori nel Pdl” e di “squadrismo mediatico” a proposito della campagna contro il Presidente della Camera per la vicenda della casa di Montecarlo. Continua

Prodi, gli spiccioli di Delbono e il Pd senza capo (né coda)

Il sindaco di Bologna Flavio Delbono a passeggio con Romano Prodi

Il sindaco di Bologna Flavio Delbono a passeggio con Romano Prodi

Ricordate Indovina chi?, il gioco da tavolo in auge negli anni ‘80? Rispolveriamolo. Così: indovina chi ha detto: “Prima di tutto, analizziamo la dimensione del problema. Di cosa si sta parlando? Non si distrugge la vita di un uomo (indizio: quella dell’ormai ex sindaco di Bologna, Flavio Delbono, ndr) come è accaduto in questi giorni, per una storia come quella, per una manciata di euro…”. Continua

Sesso e politica: tra scandali e dimissioni, una lunga scia di cadute

Sesso e politica, tra scandali e dimissioni

Sesso e politica, tra scandali e dimissioni

Privacy e vita pubblica, interesse generale e gossip. Il confine è sottile, le conseguenze sono state spesso clamorose per personaggi politici, anche illustri.
Ultimo il sindaco di Bologna Flavio Delbono, costretto a dimettersi per il cosiddetto “Cinzia-gate”. E se la lista di chi ha dovuto rassegnare le dimissioni per essere rimasto coinvolto in un “sex scandalo” è lunga, altri sono riusciti a restare a galla. Continua

Marrazzo lascia: “Basta con la politica”. Nel Pd è toto-candidato

L'ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo

L’ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo

Alla fine Piero Marrazzo ha gettato la spugna. Il governatore ha deciso di accelerare la sua uscita dalla Regione Lazio. Troppo stress e troppe pressioni. “Basta, voglio chiudere, non avere più nessun contatto con la politica“, ha detto Marrazzo ai suoi collaboratori annunciando la repentina decisione di dimettersi. Continua

“Cialtrone” o “furbacchione”? Quando la poltrona val più di una promessa

Walter Veltroni e Sergio Cofferati

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Anzi, ci sono il “Furbacchione” e il “Cialtrone”. Gli epiteti se li sono dati da soli. Chi? Tra gli altri, due pezzi da novanta del Pd: niente meno che l’ex leader Walter Veltroni e Sergio Cofferati, (ancora per poco) sindaco di Bologna.
Entrambi avevano annunciato, pubblicamente, di ritirarsi dalla politica. Il primo “per andare in Africa”, il secondo “per fare il papà”. Sarebbe stata scelta controcorrente, la loro: abbandonare la carriera per impegnarsi nella vita privata. Sarebbe, appunto, con il più che mai d’obbligo.
E infatti, in pochi ci hanno creduto.
La parabola veltroniana è nota a tutti. Quella di Cofferati? Il sindaco di Bologna ieri ha annunciato la sua candidatura come capolista alle elezioni europee come capolista nella circoscrizione Nord Ovest. Per la verità sarebbe stato chiamato da Dario Franceschini, segretario del Pd. “In mia vita non ho mai chiesto candidature. Me le hanno chieste sempre gli altri”, ha sottolineato Cofferati.
E fin qui, niente di male. Se non fosse per quella dichiarazione fatta lo scorso 9 ottobre, quando annunciò di non ripresentarsi alle amministrative del 2009, e tirata in ballo da un’associazione bolognese (L’altrainformazione): “Sarò un cialtrone se vado in Europa”, disse Cofferati. Davanti a una folla di cittadini, curioso e giornalisti, il “Cinese” motivò la scelta con le “esigenze familiari”: troppo distante Bologna da Genova (città dove risiedono compagna e figlio) per uno che ha voglia di fare il padre a tempo pieno. “Sindaco ci manderà una cartolina da Bruxelles?” gli chiesero i giornalisti. “Non ve la mando neanche da Roma. Sa andassi a Roma sarei un cialtrone e io non sono un cialtrone”, perché la Capitale è ancora più lontana di Bologna, rispetto a Genova. Figurarsi Bruxelles, allora…
L’ex leader Cgil, tuttavia, è in buona compagnia. Il caso più eclatante nel Partito democratico è, appunto, quello di Walter Veltroni, neanche a dirlo. Intervistato da Fabio Fazio a Che Tempo che fa, l’8 gennaio del 2006 (qui il VIDEO), dichiarò il suo abbandono alla politica. “Se farò di nuovo il sindaco di Roma nei prossimi cinque anni, alla fine di questo secondo quinquennio avrò concluso la mia esperienza politica”, disse Veltroni. “Davvero?”, chiese Fazio. “Sì, perché non bisogna fare la politica a vita. Bisogna fare le cose in cui si crede facendo altro. So che quando dico questo tutti mi guardano dicendo: ‘Eh, guarda che furbacchione, dice così e poi non è vero’. Ne parleremo tra cinque anni e si vedrà se sarà vero oppure no”.
Passò soltanto un anno e Veltroni, nel 2007, si candidò alle primarie per la guida del Pd. Spiegando che il partito chiamava, che intorno a lui si era creata una tale aspettativa da non potersi permettere di dire no all’invito di correre per la leadership dei Democratici.
Una poltrona ambita, tanto che anche un prodiano di lunga data, Arturo Parisi, si contraddisse pur di averla. “I giovani chiedono spazio? Sono pronto a farmi da parte”, aveva detto prima Parisi rispondendo a Luca Sofri, che chiedeva l’inserimento di dieci “under 40″ tra i membri del Comitato per il Partito democratico. Poi fece marcia indietro: “In assenza di altri candidati, sempre che ce ne siano le condizioni e che si possa giocare ad armi pari, per amore di verità e per il bene del progetto, la mia candidatura è da ritenersi in campo”. Parisi perse, Veltroni vinse le primarie e sfidò Berlusconi. Poi sappiamo tutti come è andata a finire.
Ma nelle promesse mancate non sono inciampati solo i democratici. Anche Savino Pezzotta, ex segretario nazionale della Cisl, alla vigilia del Family day nel 2007 dichiarò di non voler entrare in politica: “Quando sono uscito dalla Cisl mi era stato offerto di fare il capolista al Senato per la Margherita e ho rifiutato. Non sarebbe stato coerente uscire da via Po e infilarmi a Palazzo Madama, tanto più con un seggio sicuro. Ogni percorso deve avere le proprie tappe”, raccontò a Panorama.it. A dire il vero, a Palazzo Madama Pezzotta non è entrato: dall’aprile del 2008 siede su uno scrano alla Camera dei deputati, tra le file dell’Udc.

Il VIDEO da YouTube con la conferenza stampa in cui Cofferati disse: “Non mi ricandido”

Così parlò D’Alema: “Io non c’entro, il Pd è stato gestito male”

Massimo D'Alema

Prima la premessa, di pragmatica: dire che l’eterno duello politico D’Alema-Veltroni abbia indebolito il Pd “è una gigantesca stupidaggine”. Poi l’affondo, sincero: “Il problema vero” è che nel suo primo anno di vita il Pd è “stato diretto in un modo tale che ci ha portato a una serie di sconfitte e, come avviene in questi casi, c’è stata una crisi e si è fatto un ricambio”. Infine, l’auto assoluzione: “Io non sono stato, né prima né dopo, membro degli organisimi dirigenti del partito”.
Così parlò l’ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema, dai microfoni di Faccia a faccia su Radiotre. E a tentare una possibile traduzione, quello che ne esce è questo: a portare il partito al 22%, dopo aver inanellato una serie di sconfitte elettorali da record (politiche, amministrative di Roma, Abruzzo, Sardegna), non è stata la lotta intestina tra il presidente della fondazione Italianieuropei (e il capo della corrente, anzi dell’Associazione Red) e la segreteria del Pd, ma gli errori del solo segretario. Insomma, Veltroni ha fatto (male) tutto da solo, ha sbagliato di suo, D’Alema non c’entra niente.
Non c’entrano le sue mosse, le sue iniziative, le sue parole. Anche perché a parlare D’Alema non rinuncerà mai: “Mi viene detto, in sostanza, che devo stare zitto. Invece la Costituzione mi consente di dire la mia” ha ironizzato D’Alema “e finché avrò una certa audience, io continuerò a esprimermi”.
E allora via alle opinioni. Tanto per non essere frainteso su chi abbia commesso errori nel passato, D’Alema salva e loda il presente: “Mi sembra che Dario Franceschini stia lavorando bene. Ha dato un profilo più chiaro alla nostra battaglia di opposizione, è riuscito a lanciare alcune proposte giuste ed efficaci come la costruzione di un sistema di protezione sociale per i disoccupati. Mi sembra si stia muovendo bene”. Di più: nell’analisi dell’ex vice premier, è tutto il partito a essere “rinato” con Franceschini: “Mi pare anche” ha aggiunto il parlamente del Pd “che ci sia un clima più sereno nel partito. Il che dimostra che non siamo condannati alla polemica perenne, come si è invece sostenuto”. Peccato che a ottobre il segretario lasci, insomma. Ma di questo (e di tanti altri nodi) D’Alema rinvia tutto alla conta del congresso: “Sono convinto che il Paese abbia bisogno di una grande partito riformista. C’è stato un avvio faticoso, difficile e ci sono questioni che dovremo discutere al congresso. Anzitutto occorre sottolineare” ha concluso “che tra noi non c’è nessuna polemica”.

Non essendocene all’interno del Pd, D’Alema la polemica la scatena contro il governo. Concludendo, D’Alema, in tema di crisi economica, è riuscito anche a scherzare: “Siamo di fronte a una crisi seria, profonda e drammatica. Non vorrei apparire, come dice il presidente del Consiglio un menagramo, anche se, forse, il problema riguarda più lui che me, visto che ogni volta che lui va al governo succedono terribili disgrazie”.
Non c’è che dire, una finissima analisi politica…

Franceschini leader fino a ottobre: “Il Pd logora chi ci sta, non mi candido”

Dario Franceschini

Due settimane gli sono bastate. Per rendersi conto che stare lì, sulla sedia di leader del Pd, fa male, logora. E allora, nonostante quindici giorni fa dal suo entourage dicessero il contrario, adesso Dario Franceschini sceglie di gettare la spugna. Dagli studi di Matrix, durante la registrazione del programma di Alessio Vinci.
Via allora, ma non subito: “tirerà ancora la carretta” democratica fino a ottobre, poi basta. Si dimetterà da segretario, andrà al congresso e non si ricandiderà; lasciando spazio agli altri. Di sicuro a Pierluigi Bersani (l’unico che ha annunciato, secondo alcuni facendo vacillare Walter Veltroni, di voler un gorno non lontano guidare il partito); forse a Enrico Letta; forse a qualche giovane emergente (Matteo Renzi, Maurizio Martina).
Un leader interinale, insomma. In autunno leva le tende Franceschini: “Non mi faccio avanti, non ho intenzione di ricandidarmi ad ottobre”.
E il giuramento sulla Costituzione, il giorno dopo la sua “elezione”? E la nuova squadra, infarcita di volti nuovi e di leader locali? “Il mio è un mandato a termine e di garanzia fino allo svolgimento del congresso. Arrivato lì è finito il mio lavoro”.
Vero che, da qui a sei mesi, un obiettivo l’ex margheritino ce l’ha. E, vista “la sua data di scadenza”, anche ambizioso: riportare il Pd a una quota di consensi più vicina a quel 33,2% ottenuto alle scorse elezioni che non al magro 22% registrato dall’ultimo sondaggio, passando le europee di giugno. Anzi vorrebbe che quell’appuntamento fosse “la prima tappa del percorso che porterà alla sconfitta di Silvio Berlusconi”. Anche perché: “Se ci dovesse essere alle elezioni un astensionismo o un voto di protesta per altri partiti del centrosinistra e una tenuta o una vittoria del cavaliere le conseguenze ci sarebbero per tutto il sistema della democrazia italiana”. E per farlo punterà tutto sulla crisi economica (anche grazie alla proposta dell’assegno di disoccupazione), che sarà quasi il leit motiv delle iniziative delle prossime settimane e della campagna elettorale.

Chissà come ci rimarrà Arturo Parisi, che nell’Assemblea romana di sabato 21 febbraio (dopo aver vista respinta la sua richiesta delle primarie) è stato l’unico a osare di sfidare il nome che l’apparato dirigente del partito aveva già scelto per il dopo Veltroni. E invece: “Questa situazione mi rende libero, io non ho pensato di fare questo lavoro e mi sembrava anche innaturale di dover essere io, il vicesegretario, a svolgere il ruolo di segretario che era stato di Veltroni. Non ho un problema di garantirmi una rielezione e non ho paura di pestare i piedi a nessuno”.

E la voglia di remare, insieme, tutti dalla stessa parte? Perché questo sì, pare, è l’unico rammarico di Dario il segretario precario: “Finalmente ora lavoriamo come una squadra” dopo che il “logoramento maledetto” ha mietuto come vittime i precedenti leader, tutti puntigliosamente ricordati, da Romano Prodi a Walter Veltroni (”senza il quale non sarebbe nato il Pd” e che si assunto ”una colpa che non era sua”), passando per Amato, D’Alema, assino e Rutelli. Lui, quindi, non vuol fare la stessa fine: quella di un leader sempre attaccato, nel mirino, al centro delle spinte - uguali e contrarie - delle tante anime, delle troppe correnti. E la questione sul testamento biologico è lì a dimostrarlo. Anche per mancanza di una posizione chiara sui temi (bio)etici il Pd paga il calo di consensi, no? “Mi fanno orrore i politici che affrontano i temi non se sono giusti o sbagliati ma sulla base dei sondaggi, io non ne guarderò uno fino alle Europee e cercherò di dire cose di verità anche se fanno perdere voti” alle elezioni, risponde Franceschini.
Cosciente che, comunque andrà, dopo pochi mesi il suo “calvario” avrà fine.

Caos nel Pd, dubbi nel centrodestra: e adesso con chi trattiamo?

Il premier Silvio Berlusconi (S) con il leader del Pd, Walter Veltroni

Non affondare il coltello. Fair play, almeno nelle intenzioni, con Walter Veltroni che lascia da sconfitto. Un garbo appena increspato dall’analisi del Cavaliere: “Inevitabile dopo la batosta. Ma se l’è cercata fin dall’inizio, si è fatto fuori da solo mettendosi con Antonio Di Pietro, e questo certo non è colpa mia”. Pragmatico Silvio Berlusconi. E sinceramente rammaricato Gianni Letta, che a differenza del premier sul dialogo con Veltroni aveva puntato parecchio. In questa prima fase, in attesa che qualcosa e qualcuno cominci a emergere dalle macerie del Pd, sarà soprattutto Letta a tenere i rapporti con l’opposizione.

Ma oggi la parola d’ordine berlusconiana è: “Sono problemi loro, non certo del Pdl”. Conferma Fabrizio Cicchitto, capogruppo alla Camera: “Non è una tragedia. Assurdo poi pensare che se il Pd ha un piede nella fossa noi prendiamo il contagio. Si è giocata una partita e loro hanno perso, punto. Andiamo avanti concentrandoci soprattutto sull’azione di governo”.
Ciò che tra Palazzo Chigi e Palazzo Grazioli si vuole evitare è appunto la sindrome da bipartitismo. Qualcuno ricorda come la Dc, dopo il crollo del comunismo, si suicidò: “I democristiani italiani, però, non quelli tedeschi che il Muro l’avevano in casa e hanno continuato tranquillamente a governare”.
Gaetano Quagliariello, vicepresidente dei senatori del Pdl, analizza: “Immaginare che a questo punto entri in crisi l’intero sistema bipolare, e dunque anche noi, è pura accademia politologica. Che non guarda ai veri motivi del ko inflitto da Berlusconi a Veltroni. Sulla leadership, innanzitutto, che a loro è completamente mancata. E poi, come si è visto sia in Abruzzo sia in Sardegna, sulla strategia di Berlusconi di investire direttamente una nuova classe dirigente locale in grado di affermarsi, e di perpetuare questa leadership, lontano dai palazzi romani. Tutto ciò a Veltroni e al Pd è sfuggito: con i loro amministratori sono anzi agli insulti, le primarie si trasformano in occasioni di ribellione”.
Però Gianfranco Fini è fra quanti spargono preoccupazione: “La loro debolezza finisce per diventare un nostro problema”. Dunque non si tratta solo di accademia: tra quanti il Pdl non l’hanno ancora digerito la disfatta veltroniana può diventare un ennesimo motivo di dubbio, o magari un alibi. Quagliariello sdrammatizza: “Il Pdl è un grande movimento postideologico, viene visto dagli elettori come strumento di semplificazione verso un bipolarismo ormai accettato da tutti, anche se non ha ancora trovato una forma istituzionale. Per il resto i conti si fanno con la realtà e attraverso il governo”.

Tuttavia l’agenda della realtà, e anche del governo, è irta di scadenze che richiedono la sponda dell’opposizione. Immediata è la questione del consiglio d’amministrazione Rai e del giro di nomine in viale Mazzini. Poi c’è la riforma dei regolamenti parlamentari: tradotto dal burocratese significa riconoscere al governo la possibilità di mettere in calendario le leggi in base alla propria superiorità elettorale. Attualmente ogni sigla presente a Montecitorio e Palazzo Madama ha una sorta di veto, il che espone l’esecutivo a imboscate in aula e costringe ad agire per decreto, facendo arrabbiare il Quirinale.
Già in Parlamento sono la legge sul testamento biologico (che i moderati del Pd vorrebbero votare assieme al centrodestra), e quella firmata da Angelino Alfano sulle intercettazioni telefoniche: battistrada di un intervento più ampio sulla giustizia per arrivare alla parità tra accusa e difesa. Sullo sfondo, il federalismo fiscale, cavallo di battaglia di Umberto Bossi, e le modifiche istituzionali che invece stanno più a cuore al Pdl: “La diversificazione di Camera e Senato con la fine del bicameralismo perfetto, la riduzione del numero dei parlamentari, il rafforzamento dei poteri del capo del governo” elenca Cicchitto. “Sono riforme per modernizzare il Paese chiunque sieda a Palazzo Chigi. O si fanno con la maggioranza di due terzi delle camere, oppure si va pure stavolta incontro ai rischi di un referendum sempre strumentalizzabile”.
Insomma, una sponda dell’opposizione serve, e servirà ancora di più nella seconda parte della legislatura. Quando, superata l’emergenza economica, Berlusconi e i suoi alleati leghisti vogliono lasciare un segno duraturo. Che cosa accadrebbe se il Pd uscisse di scena, se ci fosse una scissione con nuova frantumazione delle opposizioni? “In politica i guai sono sempre dietro l’angolo, ma quando si vince è meglio” scherza Quagliariello. “Non perderemo le europee per semplificargli i problemi. E poi non sottovalutiamo i rapporti civili e collaborativi che abbiamo tra gruppi parlamentari”.

Ma al quartier generale berlusconiano si osservano con attenzione altri due fronti. Il primo è quello del Quirinale: l’orizzonte è di nuovo tornato sereno, sia Letta sia lo staff di Giorgio Napolitano parlano di “collaborazione istituzionale sulla decretazione d’urgenza”. Tradotto, significa che il capo dello Stato non farà obiezioni al ricorso dei decreti a condizione che il testo di quelli più spinosi sia prima sottoposto alla valutazione ufficiosa del Colle. Si cercherà di evitare altri casi Englaro, giurano le parti. Primo riuscito collaudo, il decreto del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, contro stupratori e clandestini.
È ovvio però che i rapporti con il Quirinale non possono essere considerati in cassaforte. E dunque ecco il secondo fronte che il disfacimento del Pd può aprire: cattolici e moderati in uscita dalle file democratiche potrebbero allearsi o confluire nell’Udc. Uno scenario che diverrebbe più concreto se fra un po’ la poltrona di Veltroni venisse davvero presa da Pier Luigi Bersani, in tandem con Rosy Bindi, l’operazione sponsorizzata da Massimo D’Alema destinata a ricreare un mini Ulivo riaprendo il dialogo con l’estrema sinistra.
In questo caso Berlusconi avrebbe di fronte due opposizioni, una centrista con Pier Ferdinando Casini e forse Francesco Rutelli e una di sinistra doc. Con la prima il dialogo, che sulle prime sarebbe soltanto parlamentare, viene giudicato non impossibile. Anche se pochi si fidano di Casini e nessuno pensa a un’Udc nuovamente nella coalizione, è difficile smentire il Cavaliere: “Con noi quelli hanno sempre vinto. Contro di noi, sempre perso”.

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