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Franceschini leader fino a ottobre: “Il Pd logora chi ci sta, non mi candido”

Dario Franceschini

Due settimane gli sono bastate. Per rendersi conto che stare lì, sulla sedia di leader del Pd, fa male, logora. E allora, nonostante quindici giorni fa dal suo entourage dicessero il contrario, adesso Dario Franceschini sceglie di gettare la spugna. Dagli studi di Matrix, durante la registrazione del programma di Alessio Vinci.
Via allora, ma non subito: “tirerà ancora la carretta” democratica fino a ottobre, poi basta. Si dimetterà da segretario, andrà al congresso e non si ricandiderà; lasciando spazio agli altri. Di sicuro a Pierluigi Bersani (l’unico che ha annunciato, secondo alcuni facendo vacillare Walter Veltroni, di voler un gorno non lontano guidare il partito); forse a Enrico Letta; forse a qualche giovane emergente (Matteo Renzi, Maurizio Martina).
Un leader interinale, insomma. In autunno leva le tende Franceschini: “Non mi faccio avanti, non ho intenzione di ricandidarmi ad ottobre”.
E il giuramento sulla Costituzione, il giorno dopo la sua “elezione”? E la nuova squadra, infarcita di volti nuovi e di leader locali? “Il mio è un mandato a termine e di garanzia fino allo svolgimento del congresso. Arrivato lì è finito il mio lavoro”.
Vero che, da qui a sei mesi, un obiettivo l’ex margheritino ce l’ha. E, vista “la sua data di scadenza”, anche ambizioso: riportare il Pd a una quota di consensi più vicina a quel 33,2% ottenuto alle scorse elezioni che non al magro 22% registrato dall’ultimo sondaggio, passando le europee di giugno. Anzi vorrebbe che quell’appuntamento fosse “la prima tappa del percorso che porterà alla sconfitta di Silvio Berlusconi”. Anche perché: “Se ci dovesse essere alle elezioni un astensionismo o un voto di protesta per altri partiti del centrosinistra e una tenuta o una vittoria del cavaliere le conseguenze ci sarebbero per tutto il sistema della democrazia italiana”. E per farlo punterà tutto sulla crisi economica (anche grazie alla proposta dell’assegno di disoccupazione), che sarà quasi il leit motiv delle iniziative delle prossime settimane e della campagna elettorale.

Chissà come ci rimarrà Arturo Parisi, che nell’Assemblea romana di sabato 21 febbraio (dopo aver vista respinta la sua richiesta delle primarie) è stato l’unico a osare di sfidare il nome che l’apparato dirigente del partito aveva già scelto per il dopo Veltroni. E invece: “Questa situazione mi rende libero, io non ho pensato di fare questo lavoro e mi sembrava anche innaturale di dover essere io, il vicesegretario, a svolgere il ruolo di segretario che era stato di Veltroni. Non ho un problema di garantirmi una rielezione e non ho paura di pestare i piedi a nessuno”.

E la voglia di remare, insieme, tutti dalla stessa parte? Perché questo sì, pare, è l’unico rammarico di Dario il segretario precario: “Finalmente ora lavoriamo come una squadra” dopo che il “logoramento maledetto” ha mietuto come vittime i precedenti leader, tutti puntigliosamente ricordati, da Romano Prodi a Walter Veltroni (”senza il quale non sarebbe nato il Pd” e che si assunto ”una colpa che non era sua”), passando per Amato, D’Alema, assino e Rutelli. Lui, quindi, non vuol fare la stessa fine: quella di un leader sempre attaccato, nel mirino, al centro delle spinte - uguali e contrarie - delle tante anime, delle troppe correnti. E la questione sul testamento biologico è lì a dimostrarlo. Anche per mancanza di una posizione chiara sui temi (bio)etici il Pd paga il calo di consensi, no? “Mi fanno orrore i politici che affrontano i temi non se sono giusti o sbagliati ma sulla base dei sondaggi, io non ne guarderò uno fino alle Europee e cercherò di dire cose di verità anche se fanno perdere voti” alle elezioni, risponde Franceschini.
Cosciente che, comunque andrà, dopo pochi mesi il suo “calvario” avrà fine.

Caos nel Pd, dubbi nel centrodestra: e adesso con chi trattiamo?

Il premier Silvio Berlusconi (S) con il leader del Pd, Walter Veltroni

Non affondare il coltello. Fair play, almeno nelle intenzioni, con Walter Veltroni che lascia da sconfitto. Un garbo appena increspato dall’analisi del Cavaliere: “Inevitabile dopo la batosta. Ma se l’è cercata fin dall’inizio, si è fatto fuori da solo mettendosi con Antonio Di Pietro, e questo certo non è colpa mia”. Pragmatico Silvio Berlusconi. E sinceramente rammaricato Gianni Letta, che a differenza del premier sul dialogo con Veltroni aveva puntato parecchio. In questa prima fase, in attesa che qualcosa e qualcuno cominci a emergere dalle macerie del Pd, sarà soprattutto Letta a tenere i rapporti con l’opposizione.

Ma oggi la parola d’ordine berlusconiana è: “Sono problemi loro, non certo del Pdl”. Conferma Fabrizio Cicchitto, capogruppo alla Camera: “Non è una tragedia. Assurdo poi pensare che se il Pd ha un piede nella fossa noi prendiamo il contagio. Si è giocata una partita e loro hanno perso, punto. Andiamo avanti concentrandoci soprattutto sull’azione di governo”.
Ciò che tra Palazzo Chigi e Palazzo Grazioli si vuole evitare è appunto la sindrome da bipartitismo. Qualcuno ricorda come la Dc, dopo il crollo del comunismo, si suicidò: “I democristiani italiani, però, non quelli tedeschi che il Muro l’avevano in casa e hanno continuato tranquillamente a governare”.
Gaetano Quagliariello, vicepresidente dei senatori del Pdl, analizza: “Immaginare che a questo punto entri in crisi l’intero sistema bipolare, e dunque anche noi, è pura accademia politologica. Che non guarda ai veri motivi del ko inflitto da Berlusconi a Veltroni. Sulla leadership, innanzitutto, che a loro è completamente mancata. E poi, come si è visto sia in Abruzzo sia in Sardegna, sulla strategia di Berlusconi di investire direttamente una nuova classe dirigente locale in grado di affermarsi, e di perpetuare questa leadership, lontano dai palazzi romani. Tutto ciò a Veltroni e al Pd è sfuggito: con i loro amministratori sono anzi agli insulti, le primarie si trasformano in occasioni di ribellione”.
Però Gianfranco Fini è fra quanti spargono preoccupazione: “La loro debolezza finisce per diventare un nostro problema”. Dunque non si tratta solo di accademia: tra quanti il Pdl non l’hanno ancora digerito la disfatta veltroniana può diventare un ennesimo motivo di dubbio, o magari un alibi. Quagliariello sdrammatizza: “Il Pdl è un grande movimento postideologico, viene visto dagli elettori come strumento di semplificazione verso un bipolarismo ormai accettato da tutti, anche se non ha ancora trovato una forma istituzionale. Per il resto i conti si fanno con la realtà e attraverso il governo”.

Tuttavia l’agenda della realtà, e anche del governo, è irta di scadenze che richiedono la sponda dell’opposizione. Immediata è la questione del consiglio d’amministrazione Rai e del giro di nomine in viale Mazzini. Poi c’è la riforma dei regolamenti parlamentari: tradotto dal burocratese significa riconoscere al governo la possibilità di mettere in calendario le leggi in base alla propria superiorità elettorale. Attualmente ogni sigla presente a Montecitorio e Palazzo Madama ha una sorta di veto, il che espone l’esecutivo a imboscate in aula e costringe ad agire per decreto, facendo arrabbiare il Quirinale.
Già in Parlamento sono la legge sul testamento biologico (che i moderati del Pd vorrebbero votare assieme al centrodestra), e quella firmata da Angelino Alfano sulle intercettazioni telefoniche: battistrada di un intervento più ampio sulla giustizia per arrivare alla parità tra accusa e difesa. Sullo sfondo, il federalismo fiscale, cavallo di battaglia di Umberto Bossi, e le modifiche istituzionali che invece stanno più a cuore al Pdl: “La diversificazione di Camera e Senato con la fine del bicameralismo perfetto, la riduzione del numero dei parlamentari, il rafforzamento dei poteri del capo del governo” elenca Cicchitto. “Sono riforme per modernizzare il Paese chiunque sieda a Palazzo Chigi. O si fanno con la maggioranza di due terzi delle camere, oppure si va pure stavolta incontro ai rischi di un referendum sempre strumentalizzabile”.
Insomma, una sponda dell’opposizione serve, e servirà ancora di più nella seconda parte della legislatura. Quando, superata l’emergenza economica, Berlusconi e i suoi alleati leghisti vogliono lasciare un segno duraturo. Che cosa accadrebbe se il Pd uscisse di scena, se ci fosse una scissione con nuova frantumazione delle opposizioni? “In politica i guai sono sempre dietro l’angolo, ma quando si vince è meglio” scherza Quagliariello. “Non perderemo le europee per semplificargli i problemi. E poi non sottovalutiamo i rapporti civili e collaborativi che abbiamo tra gruppi parlamentari”.

Ma al quartier generale berlusconiano si osservano con attenzione altri due fronti. Il primo è quello del Quirinale: l’orizzonte è di nuovo tornato sereno, sia Letta sia lo staff di Giorgio Napolitano parlano di “collaborazione istituzionale sulla decretazione d’urgenza”. Tradotto, significa che il capo dello Stato non farà obiezioni al ricorso dei decreti a condizione che il testo di quelli più spinosi sia prima sottoposto alla valutazione ufficiosa del Colle. Si cercherà di evitare altri casi Englaro, giurano le parti. Primo riuscito collaudo, il decreto del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, contro stupratori e clandestini.
È ovvio però che i rapporti con il Quirinale non possono essere considerati in cassaforte. E dunque ecco il secondo fronte che il disfacimento del Pd può aprire: cattolici e moderati in uscita dalle file democratiche potrebbero allearsi o confluire nell’Udc. Uno scenario che diverrebbe più concreto se fra un po’ la poltrona di Veltroni venisse davvero presa da Pier Luigi Bersani, in tandem con Rosy Bindi, l’operazione sponsorizzata da Massimo D’Alema destinata a ricreare un mini Ulivo riaprendo il dialogo con l’estrema sinistra.
In questo caso Berlusconi avrebbe di fronte due opposizioni, una centrista con Pier Ferdinando Casini e forse Francesco Rutelli e una di sinistra doc. Con la prima il dialogo, che sulle prime sarebbe soltanto parlamentare, viene giudicato non impossibile. Anche se pochi si fidano di Casini e nessuno pensa a un’Udc nuovamente nella coalizione, è difficile smentire il Cavaliere: “Con noi quelli hanno sempre vinto. Contro di noi, sempre perso”.

Pd effetto 8 settembre. Chiamparino: “Un direttorio”. Il Cav: “Bruciano tutti i leader”

Walter Veltroni e Sergio Chiamparino

Otto settembre. No, certo, oggi è il 19 febbraio.
E per il Pd è il giorno dopo del day after: di quando (martedì) Walter Veltroni ha annunciato le sue dimissioni da segretario (anche se il sito del Pd si ostina a presentarlo come tale) e di quando (mercoledì 18) le ha spiegate e se n’è andato chiedendo scusa.
Per i Democratici è come l’8 settemre: chi di qua, chi di là, chi su, chi giù: stanno, più o meno tutti (big, colonnelli, deputati, base elettorale) scappando di fronte alla tragedia. A gruppi e senza una direzione comune, mentre il partito si trova in una fase cruciale per il suo futuro. Sabato sarà una giornata clou: si riunirà l’assemblea nazionale (che si terrà dalle 10 alla nuova Fiera di Roma) con i suoi 2.800 eletti e il dibattito potrebbe anche riservare delle sorprese.
Certo, per ora sul tavolo c’è solo la proposta di (alcuni) dirigenti di far succedere a Walter il gemello (diverso) Dario Franceschini, numero due del partito, dopo il via libera di ieri anche da parte dei segretari regionali. La via è tracciata dallo Statuto che prevede l’elezione del segretario solo in caso di dimissioni, come è avvenuto in questo caso (perchè il segretario in genere si elegge con le primarie). Quindi Franceschini, come fa notare qualcuno, se venisse eletto sarebbe un segretario a tutti gli effetti e il suo mandato durerebbe fino al congresso d’autunno perchè quella era la scadenza naturale della segreteria targata Veltroni.
Un’alternativa potrebbe essere quella di aprire una fase congressuale, ma per questo l’Assemblea nazionale dovrebbe autosciogliersi e poi, si sottolinea da più parti, non ci sarebbero i tempi: servirebbero infatti almeno tre mesi per l’organizzazione e tra 60 giorni il Pd dovrà pensare a liste e candidature per le elezioni amministrative ed europee. Poi, ci sarebbe anche la campagna elettorale. Buon senso vorrebbe, fanno notare da ambienti del Pd, che non si segua questa strada perché i tempi sono troppo stretti. E tra gli altri problemi ci sarebbe anche il fatto che il tesseramento del partito non è chiuso e questo creerebbe problemi per mandare i delegati al congresso. L’ipotesi Franceschini, dunque, sembra essere la più verosimile. E colui che finora è stato vice di Veltroni, si prepara ad accettare un ruolo che non è affatto semplice. Intanto il dibattito ferve e si infiamma.
“Ora dobbiamo salvare il salvabile. E da qui alle elezioni propongo una sorta di leadership collettiva per gestire il momento del passaggio. Un gabinetto di crisi, un direttorio, chiamiamolo come si vuole. Ma facciamolo”, propone il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, ex ministro per il federalismo nel governo ombra, non nascondendo la preoccupazione per il futuro dei democratici. E in un’intervista a Panorama, pubblicata sul numero in edicola da venerdì 20 febbraio, si sfoga: “A tre mesi dalle elezioni non era il momento di dare le dimissioni. Abbiamo 5 mila comuni che a giugno vanno al voto. E non possiamo arrivarci con un gruppo dirigente privo di testa”. Il pericolo, dice, è quello di “andare in pezzi. E se pensiamo di andare alle elezioni rappezzando il vaso con lo scotch e con la colla, corriamo solo il rischio che il primo tram di passaggio lo faccia andare in frantumi”.
Ma le due anime del partito, quella diessina e quella cattolica sono davvero inconciliabili? Risponde Chiamparino a Panorama:”Finora non siamo riusciti a conciliarle. Ma più che un problema di anime è un problema di correnti che dopo aver dato vita al Pd non hanno mai voluto sciogliersi. Ciascuno ha difeso i propri assetti di potere, i propri ruoli, i propri spazi, le proprie famiglie. E qualunque cosa si faccia, a cominciare dalla vicenda Englaro, non si capisce quale sia il messaggio del Pd”.
Molto critico anche Arturo Parisi che spiega come, a suo parere, la strada da percorrere sia quella delle primarie subito e definisce le dimissioni di Veltroni “tardive e intempestive”, anche se ammonisce: “Non si torna indietro”. Critico anche sul metodo, perché “ancora una volta l’assemblea convocata per sabato era chiamata a ratificare, immagino con un applauso, una decisione che era stata già presa in qualche luogo perduto”. E invece: “Assieme a chi pensa che si debba andare avanti” ha aggiunto Parisi “ci batteremo perché la parola ritorni ai nostri elettori attraverso le primarie. Pronto a battersi il prodiano sardo perché il nuovo leader del Pd sia eletto subito attraverso le primarie. Ma se l’Assemblea nazionale di sabato essere chiamata a eleggere il segretario, allora l’ex ministro della Difesa annuncia la sua candidatura “a nome dell’Ulivo”.

Anche Enrico Letta non risparmia critiche allo statuto che è “barocco e schizofrenico” perchè “indica un percorso talmente contorto per fare un congresso che durerebbe mesi”. Quindi, si andrà verso un reggente? “Temo di sì per via del fatto che ci vogliono tre mesi per fare un congresso. Io sono tra quelli che andrà a studiare meglio tutte queste cose per capire se effettivamente è così. Se è così, andiamo alle europee con Franceschini e facciamo il congresso subito dopo le europee”. Letta, ospite di Maurizio Belpietro a Panorama del giorno, non esclude la sua candidatura: “Ma non è questo il momento. Se decidiamo, il congresso si farà dopo le europee e le candidature si esprimeranno dopo le europee. Adesso va rifondato il centrosinistra”. Ripartendo, conclude il ministro ombra del Welfare: “dall’alleanza con l’Udc”.
Intanto sulla crisi del Pd interviene anche il presidente del Consiglio Berlusconi, che dice di non essere preoccupato da quanto sta accadendo nelle file democratiche e dunque dall’eventualità dell’assenza di un’opposizione strutturata. Rispondendo a una domanda in tal senso dei giornalisti a margine dell’incontro con il premier britannico Gordon Brown, Berlusconi ha detto: “No, ormai è una abitudine. Sono quindici anni che sono in politica. Mi sono confrontato con sette leader diversi che poi sono andati a casa. Arriverà l’ottavo e credo non vorrà tradire la regola della sinistra”.

Pd nel caos dopo l’addio di Veltroni. Per la nuova leadership chi scegliereste?

E dopo Walter? “Tutti a casa, meglio il congresso” dice il popolo della Rete Pd

I leader del Pd
Via Veltroni, ma non le polemiche, i distinguo, le distinzioni. Anche per il dopo-Walter, a poche ore dall’amaro addio del segretario, il Pd si divide. Sul cosa fare: dare il partito a Franceschini (gemello post Dc dell’ex sindaco di Roma, da lui stesso definito “leale”) fino alle europee, anzi fino al congresso di ottobre (i segretari regionali hanno approvato la nomina, ma Cofferati ha già fatto conoscere la propria contrarietà). Oppure andare subito alla conta dell’assise (ma senza un “traghettatore”, seppur temporaneo)?
Certo, la strada del dopo-Veltroni sarebbe scritta nello statuto dei Democratici, approvato con la nascita del nuovo partito, che contempla espressamente il caso delle dimissioni anticipate del segretario nazionale. Le opzioni previste dall’articolo 3 della carta statutaria sono due: l’Assemblea nazionale in carica può riunirsi e procedere all’elezione di un nuovo segretario “per la parte restante del mandato”, oppure può sciogliersi e avviare la normale procedura per la scelta del leader. Se dovesse essere quest’ultimo il percorso prescelto, la parola tornerebbe agli iscritti del partito. Stando agli ultimi dati disponibili, il tesseramento (che è iniziato nel giugno scorso e avrebbe dovuto concludersi a dicembre 2010) è arrivato a quota 350mila unità. Ma in molte realtà la raccolta delle iscrizioni è andata a rilento o non è proprio cominciata.
E allora? Allora “Primarie subito”, anzi subito il congresso: Walter Veltroni ha appena chiesto scusa per aver non essere risuscito a fare il Pd che sognava, spiegando i perché dell’addio alla segreteria e dal socialnetwork del Pd arriva il pressing per voltare pagina con determinazione. “Chiediamo nuove primarie tutti insieme”, dice Riarch. L’appello è “ad ascoltare la base e non i dirigenti”.
“Rinnovamento, rinnovamento, rinnovamento”, chiede Dany; “Decidete per il congresso subito”, incalza Bright. C’è anche chi ha più dubbi che certezze: “E adesso che si fa?”, si domanda Freddy71, che intravede un rischio: “prendiamo qualcun altro e bruciamo anche questo. Solito bla, bla. Solita storia”.
La maggioranza sogna comunque “un ripulisti dei dinosauri” (Maxikk) e i big del partito sono infatti presi di mira da molti internauti: “Scongiuriamo - afferma sempre Riarch - la reggenza di Franceschini, dopo la quale non ci sarà più un Pd”. Per 13.Matteo e Lucifero “é ora che tutte quelle facce che hanno rovinato il partito vadano via”. “Walter si è dimesso! E D’Alema, La Torre, Binetti & Co e tanti altri restano? Il futuro è Bersani? Ci deve essere qualcosa” afferma Marioingl “che non quadra”.
Il web unito nella richiesta di rinnovamento, è invece diviso sul giudizio su Veltroni e la scelta di lasciare la segreteria: “Un atto intempestivo - dice Vandac - dettato dalla sindrome di Sansone. Amore per il Pd avrebbe voluto dire tenere i denti stretti”. C’é poi chi, come Frapem, “non è dispiaciuto neanche un po’”, chi definisce l’ex segretario “inadeguato”, chi lo accusa “di aver commesso troppi errori”.
Un fronte al quale si contrappongono i nostalgici: “Ho appena finito di ascoltare Walter…l’amarezza” scrive invece Pippins “è troppa. Senza di lui non esiste più il Pd”. “Grazie per quello che hai fatto” scrive Fune 42 “e grazie anche per le tue dimissioni. Si tratta di un gesto di responsabilità”.
Intanto l’addio del segretario beffardamente è il programma più visto della breve storia della tv on-line del Pd: per la diretta del discorso di Walter Veltroni da Piazza di Pietra, trasmessa dai siti youdem.tv e partitodemocratico.it. sono stati infatti oltre 300mila i visitatori unici che si sono collegati ai siti e 250mila secondo le richieste di accesso”. E a Youdem, c’è da scommetterlo, sperano che non sia stata la loro ultima trasmissione.
Dall’altra parte, “il principale esponente della coalizione avversa”, cioè il premier Silvio Berlusconi, ha commentato in serata l’uscita di scena dell’ex sindaco di Roma: “Volevo telefonargli per esprimergli solidarietà, ma dopo aver letto le sue dichiarazioni mi è passata la voglia”.

Pd nel caos dopo l’addio di Veltroni. Per la nuova leadership chi scegliereste?

I rimpianti del giovane Walter: “Scusate, non è il Pd che sognavo”

Walter Veltroni lascia

Non accetta domande, perché forse non ha tutte le risposte. Non le ha o non le vuole dare, per opportunità politica, per il bene del partito, perché Uolter è buono dentro.
Di fatto l’addio dell’ex segretario del Pd, da oggi deputato semplice Veltroni, è un vero e proprio comizio di commiato, davanti ai vertici del partito, nella sala Adriano di piazza Di Pietra.
Intervento amaro (qui il VIDEO da RaiNews24), pieno di rimpianti e speranze frustate: specchio dei 16 mesi più difficili della sua vita politica al vertice del partito. Nonostante dica di lasciare “sereno e senza sbattere la porta” il suo discorso è pieno di rammarico.
“Sognavo un partito nuovo e aperto. Non ce l’ho fatta e chiedo scusa per questo. Sento di non aver corrisposto alla spinta di innovazione”. Tutto ciò è accaduto per un motivo, precisa, “ho seguito un riflesso antico che io considero un valore: il tentativo di tenere tutti uniti. Anche se poi, come spesso succede, non ci si riesce”. E sul futuro apre ai giovani: “Penso che il passaggio dei prossimi giorni si dovrà accompagnare all’avanzare di forze e energie nuove, ad esperienze legate ai territori e ai nostri amministratori”.

Il ricordo più bello? La manifestazione del 25 ottobre con le bandiere del Pd che sventolavano, simbolo della consapevolezza della gente dell’identità democratica, che a volte è mancata nella classe dirigente del partito. “Lascio” dice “senza sbattere la porta». Le dimissioni sono state una «scelta giusta per mettere al riparo il Pd da ulteriori logoramenti. Perché serve un nuovo clima per costruire quella solidarietà” interna che é necessaria al progetto del Pd. “A chi viene dopo di me” chiude Veltroni “non chiedetegli con l’orologio in mano di ottenere dei risultati. Un grande progetto politico si misura nel tempo”. Veltroni biasima proprio quella “sindrome di logoramento” che ha portato a “bruciare molte leadership nel centrosinistra. Liberiamoci dalla logica che ci ha portati in sei anni a cambiare sei o sette leadership, mentre Berlusconi, se vincesse o perdesse, è rimasto al suo posto. Questa logica ci ha fatto male perché ha trasmesso un’idea di precarietà”. Agli avversari interni la promessa: “Non farò agli altri quello che è stato fatto a me”.
Ce n’è anche per Berlusconi, l’ex leader dei democratici. “Berlusconi ha vinto la battaglia dell’egemonia perché con i suoi mezzi ha stravolto il sistema dei valori e ha costruito un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio” si lascia sfuggire. L’ultimo attacco all’avversario che, insieme ai contrasti interni, l’ha affossato: “Berlusconi ha stravolto i valori e costruito un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio, va fatto un lavoro profondo nella società. Dire queste cose non è anti-berlusconismo, ma è esercizio della critica che in democrazia è un valore”.
Poi rivendica i suoi successi: “La vocazione maggioritaria del Pd è la cosa a cui tengo di più”. Per Veltroni, l’obiettivo del Pd deve essere “conquistare la maggioranza dei consensi”, una cosa che finora non è mai accaduta neanche quando si sono vinte le elezioni. Un obiettivo da raggiungere “ovviamente non solo con il Pd, ma certamente con una maggioranza riformista. Il Pd non deve essere il vinavil che tiene incollate cose diverse”. Poi una sferzata al centrosinistra: “Bisogna eliminare i personalismi, basta con la sinistra salottiera e giustizialista, la sinistra dev’essere capace di recuperare il giusto rapporto con la vita reale dei cittadini. Serve più solidarietà tra di noi”. Fa degli esempi del “masochismo” del Pd: “Se a un congresso di destra si attacca la sinistra si attirano consensi. E se a un congresso di sinistra si attacca la sinistra si attirano consensi. Bisogna stroncare questo meccanismo. Tornare a essere orgogliosi dei valori che ci tengono uniti”. Quindi un messaggio a come si fa l’opposizione: “Serve un’opposizione riformista. Non serve urlare. Bisogna preparare un’alternativa, cambiare le regole del gioco. Essere anche duri, ma essere riformisti. Che sono sempre stati l’obiettivo dei conservatori”. Quindi sul futuro si lascia sfuggire un: “Annaffiate e amate questa pianta. Non bisogna tornare indietro o il sogno svanisce”. Confermando il proprio impegno: “Da una posizione molto discreta cercherò di dare una mano al progetto del Pd, che è stato la speranza e il sogno politico della mia vita perseguito con tetragona coerenza”.
Si va verso la conclusione: e Veltroni, esperto homo mediaticus, chiude con un classico: i ringraziiamenti. Che vanno alle persone che “nessuno cosnosce”, ovvero gli uomini della sua scorta: “Questa mattina ho scritto una lettera al prefetto per chiedergli di togliermi la scorta”, ha detto, usando parole affettuose anche per gli uomini del suo staff. Poi: “Ringrazio Dario Franceschini per la sua lealtà e solidarietà, che sono virtù rare in un uomo politico”, ovvero quella capacità “per cui anche se non si è d’accordo su qualcosa alla fine si dicono le stesse cose e si condividono le idee di fondo”. E ancora, ecco i grazie al capo dello Stato Giorgio Napolitano, gli ex presidenti della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi ma anche i presidenti di Camera e Senato Gianfranco Fini e Renato Schifani “per la correttezza dimostrata in questi mesi”.

Per quanto lo riguarda, Veltroni assicura che darà il suo contributo ma da una “posizione assolutamente discreta”. In realtà, dopo 30 anni ai vertici della politica, dice di voler guardare oltre: “Comincia per me un tempo nuovo”, annuncia l’ex sindaco di Roma che lascia intravedere un’esperienza in Africa: “Si è spesso ironizzato” dice “ma l’Africa è un luogo naturale per chi ha una coscienza civile e ora ho la possibilità di scoprirlo”.
Sono le 12 passate quando Veltroni chiude la sua storia da segretario Pd: “Ho chiesto a Dario (Franceschini, il suo vice, ndr) di assumere le responsabilità di questo momento nella speranza che si possa dare rapidamente certezza; ma poi, senza concitazione, si deve svolgere un congresso con una vera discussione politica, non imbrigliata”: questa la rotta che Walter Veltroni indica.
E infatti: “Il coordinamento ha deciso di dare corso agli adempimenti statutari e, quindi, convocare per sabato l’assemblea costituente, che o eleggerà un nuovo segretario, oppure aprirà il percorso congressuale, come previsto dallo statuto”. Così il portavoce del Pd Andrea Orlando, al termine della riunione del coordinamento. Dunque, per ora, nessuna proposta ufficiale da parte del vertice del partito, ma restano in piedi sia l’ipotesi di eleggere un segretario pro tempore fino alle europee e quindi al congresso di ottobre, sia di aprire la fase congressuale e, nel frattempo, il partito sarebbe retto da una sorta di direttorio collegiale. Orlando specifica che “la decisione sarà presa dopo la riunione dei segretario regionali che si terrà nelle prossime ore. A breve saranno riuniti anche i segretari provinciali del Pd”. È certo, conclude Orlando che “andremo all’assemblea costituente con una proposta che però prima passerà dalla conferenza dei segretari regionali”.

Il VIDEO servizio:

Pd nel caos dopo l’addio di Veltroni. Per la nuova leadership chi scegliereste?

Dal Lingotto alle Fratte, i 16 mesi di calvario di Uòlter nel Pd

Walter Veltroni

Kennedy e Berlinguer, le figurine Panini e l’Unità, le camice botton down e l’Africa, il “ma anche” e Facebook. Chi non riconoscerebbe da questi indizi il profilo di Walter Veltroni? Il segretario dimissionario del Pd, in trent’anni di onorata carriera, si è costruito un’immagine molto forte ed è stato un grande “sdoganatore” di miti che riempissero il cuore della sinistra orfana delle ideologie e delle vecchie icone.
Di fronte al crollo del muro di Berlino e al naufragio definitivo del socialismo realizzato, il giovane Walter (già leader dei giovani del Pci quando era segretario Enrico Berlinguer) si è rimboccato le maniche e ha cercato di immaginare nuove strade su cui far marciare il popolo della sinistra. Veltroni, forse già prima di Berlusconi, ha intuito la dimensione emozionale della politica, legata al mondo della comunicazione.
Nella società postmoderna con sempre meno fabbriche e operai e sempre più precari e lavoratori intellettuali, è stato Veltroni a immaginare le battaglie contro la proliferazione degli spot nei film in tv (”non si interrompe un’emozione”); e per cementare la fedeltà dei lettori dell’Unità, giornale del quale è stato direttore a metà degli anni ‘90, potevano servire anche le ristampe degli album dei calciatori offerti in allegato.
Le sue idee un pò eretiche (voleva il Partito democratico con Prodi quando pensare a uno scioglimento dei Ds era una bestemmia) e il modo di presentarle (con certe frasi un pò enigmatiche, come “si poteva stare nel Pci senza essere comunisti”) gli sono costate l’ostilità di una fetta consistente del suo partito d’origine.
La competizione con Massimo D’Alema, al di là delle differenze di carattere, è stata soprattutto uno scontro tra due diversi modi di interpretare la funzione del partito dei riformisti. Se D’Alema è sempre stato favorevole alle alleanze, Veltroni (in questo paradossalmente più “comunista” del suo antagonista) ha sempre avuto in mente l’idea di un partito “egemone”, in grado di fare il pieno dei voti di tutti i progressisti, come il partito democratico negli Usa: di qui il suo amore per i Kennedy e lo slogan elettorale ricalcato sullo “Yes we can” di Obama.
Oggi però, Veltroni rischia di passare alla storia come il segretario delle sconfitte. La prima volta nel 2001, quando i Ds da lui guidati batterono tutti i record negativi finendo a un misero 16,6%. La seconda, in circostanze tutte nuove, alle politiche del 2008, seguita dalle due batoste in Abruzzo e in Sardegna.
Certo non pensava di arrivare lì quando il 27 giugno 2007 l’ex sindaco di Roma, si candidava alla segreteria del Pd, con un discorso al Lingotto di Torino. Per Veltroni, il partito sarà la forza riformista che l’Italia non ha mai avuto; tra le righe c’è già la rottura con la sinistra.
24 agosto 2007: Veltroni avverte gli alleati, il suo Pd andrà al voto da solo se non sarà possibile concludere un’alleanza politicamente omogenea. 14 ottobre 2007: primarie del Pd, Veltroni ottiene il 75,81 per cento. “Già oggi penso che siamo il primo partito italiano. Ora dobbiamo andare avanti”. 30 novembre 2007: Veltroni e Berlusconi trovano vari punti di convergenza in un incontro sulla legge elettorale, per un nuovo bipolarismo.
10 febbraio 2008: A Spello, in Umbria, Veltroni lancia la campagna del Pd. “Si può fare” è lo slogan che ricalca lo “Yes, we can” di Obama. Il segretario conferma che l’Unione è finita. Il 13 febbraio, conclude accordo per l’apparentamento con l’Idv di Di Pietro, il 21 febbraio intesa sulle candidature dei radicali nel Pd.
Il primo aprile 2008: in un comizio a Frosinone, Veltroni afferma che “a novembre eravamo sotto di 22 punti, ora siamo lì lì”, come dimostra il nervosismo del “leader dello schieramento a noi avverso”, come chiama Berlusconi per tutta la campagna elettorale.
13-14 aprile 2008: il Pd perde le elezioni: Veltroni rivendica “una grande rimonta” e promette un’ opposizione “riformista” e “di responsabilità nazionale”. 14 maggio 2008: Dibattito sulla fiducia alla Camera, Veltroni promette “un’opposizione civile e non pregiudiziale”; Berlusconi risponde che non ci sarà alcun rifiuto pregiudiziale alle proposte del Pd. 15 maggio 2008: alla direzione del Pd, Veltroni, difende le sue scelte ed in particolare la rottura con la sinistra radicale. “Indietro non si torna”. 20 giugno 2008: aavanti all’assemblea del Pd, Veltroni conferma la rottura del dialogo con il governo e annuncia una manifestazione contro il governo per l’autunno. L’assemblea, cui partecipano 562 delegati su circa 2800 componenti, elegge la direzione del partito. Resta fuori Parisi.
25 ottobre 2008: Manifestazione al Circo Massimo a Roma, il Pd dichiara due milioni e mezzo di presenti. Per Veltroni, l’Italia è migliore della destra che la governa. 5 novembre 2008: Veltroni saluta la vittoria di Obama: “l’aria è cambiata”. 19 dicembre 2008: dopo la sconfitta in Abruzzo e le inchieste su diversi amministratori locali, Veltroni afferma alla direzione del partito che il Pd deve innovarsi profondamente, se non vuole soccombere. Per D’Alema, finora il Pd è un amalgama mal riuscito.
Epilogo il 17 febbraio 2009 - Veltroni mette a disposizione il mandato dopo la sconfitta in Sardegna; il coordinamento del partito gli chiede di restare, ma lui conferma le dimissioni.

Il dopo Walter è un vicolo cieco. Quel che resta del Pd è da “resettare”

Walter Veltroni

Le dimissioni di Walter Veltroni dopo la disfatta elettorale in Sardegna possono essere interpretate in due modi: o come tentativo di bruciare sul tempo gli avversari interni, Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani su tutti, anticipando i tempi del congresso; oppure come una vera presa d’atto di un fallimento personale e politico. Cioè come il primo – e per molti indispensabile - passo verso una rifondazione ex novo del Partito democratico, della sinistra e dell’opposizone in generale.
Nel primo caso saremmo di fronte alla classica operazione di palazzo: un regolamento di conti interno ad una classe dirigente sempre più logora; una sorta di “crisi controllata”, ammesso che sia ancora possibile. Nel secondo caso Veltroni, abbandonando definitivamente la scena, provocherebbe l’azzeramento anche dei vertici a lui ostili, aprendo ad una dirigenza e ad una formula di partito tutti da inventare. Crisi al buio, insomma.

Di certo è che la decisione di confermare le dimissioni ha spiazzato la nomenklatura del Pd, che puntava e punta ad una soluzione di transito: commissariamento del segretario fino alle Europee di giugno, e poi sostituzione con il ticket Bersani-Bindi. Intendiamoci: nessuno, neppure nei dintorni di D’Alema, si illude che questa operazione possa rivelarsi vincente. Servirebbe però nelle intenzioni a trasmutare il Partito democratico in una riedizione dell’Ulivo, stringendo alleanze con l’estrema sinistra ed aprendo all’Udc, il tutto in attesa delle Politiche 2013. E magari sperando che da qui a quattro anni qualche volto nuovo, spendibile come leader, salti fuori. Soprattutto, nella mente di Bersani e D’Alema, la soluzione-ponte dovrebbe mettere in sicurezza il nocciolo duro degli ex Ds, dall’apparato al patrimonio.
Veltroni, sempre più convinto che ci sia una fronda cospicua che gli rema contro, sembra preferire giocarsi il tutto per tutto. O affrontare un congresso a viso aperto, oppure affondare assieme ai compagni-nemici.
Né la prima né la seconda ipotesi tengono però conto della realtà, che a sinistra si è messa a correre e rotolare molto più velocemente dei calcoli del quartier generale romano.
La periferia è in piena rivolta. Ventiquattrore prima della sconfitta in Sardegna, un segnale più piccolo ma altrettanto significativo era venuto da Firenze, dove il 34 enne Matteo Renzi, proveniente dalla Margherita, ha vinto le primarie per la candidatura a sindaco, scombinando il meccanismo ideato da Veltroni e assecondato da D’Alema. Renzi ha infatti battuto sonoramente i due avversari diessini, guarda caso un veltroniano (Lapo Pistelli) e un dalemiano (Michele Ventura). Eppure questo trentenne non è un absolute beginner: a 29 anni era stato eletto presidente della provincia.

Quanti Renzi ci sono in giro per l’Italia, desiderosi di mandare al diavolo i vertici del Pd e i loro diktat? Sicuramente molti più di quanto pensino i Veltroni e i D’Alema nel chiuso delle loro trame romane. Accanto a questa generazione ancora da scoprire, ci sono poi gli amministratori in carica che non ne possono più di ciò che si decide al vertice. Sergio Chiamparino e Mercedes Bresso a Torino, Massimo Cacciari a Venezia, lo stesso Sergio Cofferati a Bologna, in attesa di ritirarsi a vita privata.
Anche Renato Soru era partito con l’idea di dare dalla Sardegna l’assalto al vertice, sconfessando un’ala del partito, indicendo elezioni anticipate, sopportando a stento i big nazionali nella campagna elettorale. Ma soprattutto Soru aveva fatto capire le proprie ambizioni acquistando l’Unità, una iniziativa non propriamente imprenditoriale. La sua doveva essere assieme una ribellione e un takeover sul Pd. Ha fallito anche lui in entrambi i casi.
Altra variabile a rischio nell’orizzonte Democratico: finora la guerra ha visto protagonisti Veltroni e D’Alema, ma non bisogna dimenticare la sempre più marcata insofferenza di Francesco Rutelli e della sua pattuglia di moderati, compreso Enrico Letta. Una scissione della ex Margherita non è affatto da escludere, anche se c’è da chiedersi dove andrebbero questi transfughi. Probabilmente cercherebbero un’alleanza con l’Udc. Ma il cuore e i voti del partito di Pier Ferdinando Casini sono a destra; e infatti l’Udc vince solo quando è alleato con il Pdl.

La scissione resta tuttavia nell’ordine delle cose possibili; anzi probabili. La Margherita verso il centro; gli ex Ds e qualche cattolico di sinistra di nuovo assieme a ciò che resta di Rifondazione, dei Verdi, e alla Cgil. La certificazione del fallimento del Pd e la nascita di due minoranze, politiche e sociali.
Nel mezzo, tutto ciò che Veltroni ha fatto e disfatto dal discorso del Lingotto del giugno 2007 ad oggi. Una sconfitta elettorale prevedibile, e nessuno l’ha imputata all’ex segretario. Ma dopo l’alleanza con Antonio Di Pietro, il ritorno all’antiberlusconismo d’antan, gli appelli contro il “regime” e le piazze in difesa della Costituzione. I giri di valzer con la Cgil. Soprattutto il non aver proposto ricette credibili sulle due priorità degli italiani: l’economia e la sicurezza.
Il risultato è che l’Italia è in pratica l’unico paese occidentale privo di fatto di una opposizione; l’unico anche in cui – nel mezzo della burrasca economica – il governo continui ad aumentare i consensi. Mentre a sinistra, e perfino nel centrodestra, c’è chi riabilita Romano Prodi.

Come fallimento non è di pococonto, per chi aveva promesso una sinistra riformista e si era impegnato a rompere i ponti con il passato. Eppure Veltroni, con una lunga opposizione davanti, avrebbe avuto tutto il tempo di dedicarsi al suo progetto di due anni fa. Non che D’Alema sarebbe stato meglio di lui. E infatti il Pd riparte praticamente da zero.
Come un computer incapace di funzionare, deve essere completamente resettato. Con la perdita di tutti i dati.

Il VIDEO servizio:

Caos sardo nel Pd, Veltroni saluta: “Dimissioni confermate”

Walter Veltroni

Non ci ha ripensato: dimissioni confermate. Walter Veltroni saluta e se ne va.
Non sarà più lui il segretrario del Partito democratico (e la curiosità è che prima del sito del Pd, a dichiararlo ex è stata Wikipedia).
Sono passati 16 mesi dalla sua discesa in campo al Lingotto di Torino, quando rinunciò al suo buen retiro in Africa per dedicarsi a costruire un nuovo partito, sulle ceneri di Ds e Dl. Sedci mesi difficili, duri, in salita. Culminati nella rinuncia e essere (e fare) la sintesi delle divesre anime diessine e margheritine, cattoliche e laiche, della sua compagine.
Logorato dai contrasti interni, dalle spinte in avanti, dalle personalità forti (non sono pochi a vedere in questo “calvario” lo stesso percorso sofferente che fu di Romano Prodi), Veltroni ha detto basta: non sarà più lui il segretrario del Partito democratico. Ha detto addio davanti al coordinamento che è tornato a riunirsi nella sede di Sant’Andrea delle Fratte.

Il Pd nasce ufficialmente il 14 ottobre 2007: in tre milioni incoronano l’ex sindaco di Roma a segretario con il 75% dei voti. Nell’aprile 2008 il primo, impegnativo, banco di prova. E la prima sconfitta: le elezioni politiche, consegnano la vittoria a Silvio Berlusconi e al Pdl. Ed è lì che il leader comincia ad avvertire i primi scricchiolii interni: sono in molti a contestare quella che lui chiama la “vocazione maggioritaria”, cioè la strategia solitaria di andare soli al voto: non si allea con nessuno (tranne che con l’Idv di Antonio Pietro, altro errore che tanti gli rinfacciano), imbarca una pattuglia di radicali e mette nel cassetto l’alleanza con la sinistra radicale. Ma l’urna non premia il Pd.

Da lì, via alla débâcle: il Pd non riesce più a invertire la rotta, 5 sconfitte su 5 tornate elettorali. Nell’aprile 2008 le elezioni regionali e amministrative danno la vittoria al centrodestra. Sempre nell’aprile 2008 le elezioni regionali e amministrative danno la vittoria al centrodestra che strappa al centrosinistra la regione Friuli Venezia Giulia, la provincia di Foggia ed i comuni di Roma e Brescia (il centrosinistra strappa al centrodestra solo i comuni di Vicenza e Sondrio). Nel giugno 2008 il centrodestra fa cappotto alle provinciali siciliane (le province di Enna, Siracusa e Caltanissetta passano dal centrosinistra al centrodestra). Nel dicembre 2008 è la volta della regione Abruzzo. Infine ieri il risultato della Sardegna. Nel mezzo un solo momento per sorridere (davanti ai 2 milioni di elettori del Circo Massimo) e tante (troppe) polemiche sulle questioni etiche, sulle alleanze, sui temi (bio)etici.
Stamattina dalle colonne dell’Unità (”ironia” della sorte: il quotidiano è di Soru) arriva una durissima sentenza: “Il Pd ha toccato il fondo”. E allora, stop. Addio: “Dopo una discussione di diverse ore il segretario del Pd, Walter Veltroni, ha deciso di mantenere l’orientamento di questa mattina e di rassegnare le dimissioni da segretario nazionale del Partito democratico”, ha confermato il portavoce del partito Andrea Orlando leggendo una nota al termine della riunione del coordinamento. Orlando ha aggiunto che mercoledì il segretario spiegherà le motivazioni che lo hanno portato a questa scelta e che tocca ora al vicesegretario del partito Dario Franceschini gestire la delicatissima fase della transizione, di concero con gli organismi dirigenti, sulla base del regolamento statutario.

L’ipotesi di lasciare erar stata messa sul tavolo dal leader nella mattinata di martedì, al coordinamento del partito (presenti tra gli altri Pier Luigi Bersani, Enrico Letta, Rosy Bindi, Piero Fassino e i capigruppo di Camera e Senato Antonello Soro e Anna Finocchiaro) dedicato alla sconfitta elettorale del centrosinistra in Sardegna.
Veltroni avrebbe aperto la riunione spiegando che se il partito è da tempo dilaniato da divisioni e fibrillazioni interne è perché le critiche si concentrano sulla linea politica da lui scelta e sulla sua persona, dunque se “per molti sono un problema” avrebbe detto Veltroni “Mi assumo le responsabilità mie e non. Basta farsi del male, mi dimetto per salvare il progetto al quale ho sempre creduto. Io sono pronto ad andarmene per il bene del partito”. Dichiarazioni ribadite nella sessione pomeridiana del vertice, nonostante il no venuto dai vertici del partito.
Alle argomentazioni dell’ormai ex segretario tutti i membri del coordinamento avrebbero replicato spiegando l’inopportunità di lasciare il partito senza una guida durante una campagna elettorale ed appuntamenti decisivi. Ma, soprattutto, raccontano, tutti al coordinamento avrebbero fatto una assunzione corale di responsabilità. Il primo ad intervenire è stato Pierluigi Bersani (che qualche giorno fa aveva annunciato di voler sfidare Walter al congresso), che ha ribadito la sua lealtà al partito e al progetto, dicendosi pronto a proseguire su questa strada ed anche lui ha rifiutato l’idea che le responsabilità della situazione dipendano dal solo segretario. Poi, ecco le parole del capogruppo del Pd alla Camera Antonello Soro: “Rispetto la decisione di Veltroni che considero un atto di generosità verso il partito. Lui spiegherà le sue ragioni e il mio personale convincimento è che il Pd deve essere molto grato a Veltroni per la sua conduzione”.
Ora il Pd dovrà convocare in tempi rapidi la direzione nazionale, organismo politico del partito. Anche se le bocche restano cucite, le facce un po’ tese e le braccia allargate in segno di “Non dico nulla, non ho nulla da dire”.
Finita l’era del “Si può fare”, è tutto scrivere quello che faranno ora in Largo del Nazareno.

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