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Dionigi-Tettamanzi

Benedetto XVI e il leader della Lega Umberto Bossi (Ansa/Claudio Peri)
Non dare dell’imam al cardinale, altrimenti ci rimane male. E il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, stavolta se l’è presa sul serio. L’affondo delle camice verdi nell’editoriale al vetriolo della Padania alla vigilia di San’Ambrogio - con l’irriverente domanda “Tettamanzi, vescovo o imam?” - non è stato gradito. Da più parti. Continua
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Famiglia Cristiana, la Cei, l’Arcivescovo di Milano. Insieme, a più voci, per un unico bersaglio: la politica del governo per il contrasto all’immigrazione clandestina.
Parte la Cei. E va all’attacco contro la decisione delle “nostre autorità di riportare sulle sponde africane coloro che cercavano di raggiungere il nostro Paese”, perché corrisponde a farli tornare indietro “su strade di fame e di morte che già conoscevano: non tutti erano bisognosi di asilo, non tutti santi, ma poveri lo sono di certo”. Così scrive il bollettino del Sir, l’agenzia stampa dei vescovi, monsignor Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e presidente della Commissione Cei per i problemi sociali e il lavoro, presidente del Comitato scientifico delle Settimane Sociali e vescovo di Ivrea. Monsignor Miglio, a pochi giorni dall’inizio dell’assemblea generale dei vescovi italiani, restituisce un quadro complessivo della posizione della Chiesa sul dibattito relativo all’immigrazione in corso nel nostro Paese.
Il vescovo disegna un parallelo fra gli episodi di questi giorni e quanto avvenuto nei rapporti con i flussi migratori dall’Albania negli anni ‘90. Gli albanesi di allora erano “naufraghi sepolti in mare”, scrive il vescovo, così come “naufraghi del mare e della vita” sono “questi ultimi, con i loro stracci e i loro occhi che ci interrogano sulla nostra crisi e specialmente sulle nostre pubblicità tese a farci consumare di più e di tutto. Sono stati riportati d’autorità su strade di fame e di morte che già conoscevano: non tutti erano bisognosi di asilo, non tutti santi, ma poveri lo sono di certo e in questa occasione sono divenuti assai simili a Cristo, scaricato da Pilato a Erode e viceversa; i due in quel giorno divennero amici, dopo essere stati nemici. A questa cronaca triste e umiliante si sono aggiunte le proposte - poi declassate a battute - di un inedito apartheid da sperimentare a Milano”.
Milano, quindi. Da dove arrivano, inderettamente, altre critiche. Sono quelle del
cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo della città . Che, intervistato da Fabio Fazio per lo speciale di Che tempo che fa, in onda questa sera su Rai Tre, invita la politica - di fronte al fenomeno dell’immigrazione - a non limitarsi a gestire solo la fase di emergenza, cedendo alla paura, ma a pensare ad una soluzione progettuale di un fenomeno di così grande portata. “La politica deve partire da progetti grandiosi, e soltanto in questo quadro è possibile allora attivare le diverse forze sociali, culturali istituzionali, di volontariato, religiose”. “Milioni di Italiani hanno lasciato il loro Paese per trovare un ambiente di vita, di lavoro e di realizzazione della propria dignità ” ricorda il porporato “In questo senso dobbiamo saper onorare la memoria del passato, non per essere nostalgici, ma per essere più coraggiosi nell’affrontare il futuro che ci vedrà molto più impegnati in un confronto inter-etnico, inter-culturale e inter-religioso”. L’emergenza si accompagna alla paura, ha detto ancora il cardinale. “E la paura non è la consigliera più saggia per affrontare il problema nella sua ampiezza e nella sua profondità ”.
Batte il chiodo della paura, anche il nuovo (ennesimo) attacco al governo di Famiglia Cristiana. Il settimanale dei Paolini prende di mira la politica del Pdl in materia di immigrazione, traendo spunto dalle recenti polemiche sugli sbarchi dei clandestini e sui “respingimenti”. “Per un pugno di voti in più, il migrante è un nemico”: è il titolo scelto dal settimanale cattolico che, sulle sue pagine, punta il dito contro le decisioni di Palazzo Chigi e Viminale. “Lo stigma del reato di clandestinità - si legge in un editoriale pubblicato sul numero di questa settimana del settimanale - crea le condizioni perché i migranti vengano messi fuori dal consorzio umano. Si continua ad attizzare il fuoco della paura, tutto per una manciata di voti in più. Abbiamo trasformato il migrante in diverso, in nemico. La deriva xenofoba che sta prendendo piede in Italia dovrebbe preoccupare tutti, i cattolici in particolare”.
Ma ce n’è anche per le parrocchie: “L’indifferenza e il gelo della chiusura soffiano anche nelle parrocchie. Possibile che i cattolici facciano prevalere la paura e un ‘pacchetto propagandà sui principi evangelici?”. “Con il voto di fiducia sul pacchetto sicurezza” prosegue l’editoriale “il Parlamento è stato espropriato della libertà di coscienza su un tema molto delicato che riguarda la vita di uomini, donne e bambini”. “Il disegno di legge sulla sicurezza approvato dalla Camera con il voto di fiducia (evidentemente nella maggioranza c’è qualche ‘mal di pancia’), si intreccia con i respingimenti dei clandestini verso la Libia, ignorando i più elementari diritti d’asilo di chi fugge da guerra, tortura e, spesso, da una condanna a morte. Che ne sarà di questa gente una volta fatta sbarcare sul suolo libico” si domanda il settimanale dei Paolini “in un Paese che non riconosce le convenzioni internazionali sui rifugiati?”. “Perchè l’Italia, da sempre considerata la culla del diritto e della civiltà giuridica, Paese di profonde radici cristiane” prosegue il settimanale diretto da don Antonio Sciortino “antepone qualsiasi esigenza di sicurezza (vera o fittizia) ai diritti inalienabili dell’uomo? Sarebbe stata molto più efficace una seria politica di programmazione dei flussi e di sanatorie per regolarizzare quegli stranieri già inseriti nella società , come le badanti, che svolgono un ruolo prezioso e, molto spesso, insostituibile”.
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Dal Duomo di Milano alla chiesa di San Lorenzo in Monluè: il 42 per cento delle parrocchie amborsiane ha un sito internet. Un record rispetto alla media nazionale rilevata dall’associazione Webcattolici, il 16 per cento su un totale di 26 parrocchie. Da anni il capoluogo lombardo è attento all’evoluzione della rete.
L’arcivescovo Dionigi Tettamanzi è stato uno dei primi a rivolgersi ai fedeli anche attraverso YouTube, frequentatissimo dai giovani: nell’ultimo video risponde alle domande sulla quarta catechesi. Un tentativo di apertura e di dialogo differente dal monologo del vescovo Richard Williamson, il prelato che ha negato l’esistenza delle camere a gas durante la Seconda guerra mondiale. Sollevando proteste soprattutto in Germania, dove il cancelliere tedesco Angela Merkel ha chiesto chiarimenti al Vaticano.
Internet diventa, quindi, una finestra che consente di portare alla luce questioni che altrimenti resterebbero sepolte in dibattiti per pochi addetti. Ma permette anche una comunicazione diretta con i fedeli: un interesse che cresce con le prospettive di una Chiesa 2.0. In particolare, il sito della Diocesi ambrosiana rivela anche una cittadella dei luoghi di culto online: gli utenti possono esplorare una mappa dell’intera Regione che riunisce un elenco delle parrocchie in ogni città (raggruppate per nome, decanata, zona pastorale o Provincia/Comune). Ogni scheda contiene una descrizione dei luoghi con informazioni sulla vita della comunità , gli orari delle messe, gli indirizzi di posta elettronica dei preti.
Il VIDEO dell’arcivescovo Dionigi Tettamanzi su YouTube

L’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco, in osservanza alla dottrina (e all’onomastica), ha sempre creduto all’angelo custode. Ma adesso, forse, è troppo anche per lui. Infatti, da qualche giorno, lo proteggono in tre: l’angelo d’ordinanza, di puro spirito, e due in carne ossa, con tanto di pistole. Meglio chiarire: dai primi di maggio il presidente della Conferenza episcopale italiana, dopo aver ricevuto una lettera con bossolo (la Digos genovese non ha ancora scoperto gli autori di scritte e missive minacciose), è costretto a muoversi a bordo di un’auto blindata (una Thesis grigia) arrivata direttamente dall’autoparco del servizio scorte di Roma. Sulla macchina viaggiano con lui due uomini della polizia (che si alternano con i carabinieri), l’autista e il bodyguard, che lo abbandonano solo quando l’arcivescovo sale in aereo. Bagnasco resta senza protezione solo in cielo (e non potrebbe essere diversamente), visto che quando atterra lo attende un’altra scorta.
In pratica vede più i suoi «angeli custodi» che non la perpetua. Ma c’è chi sta peggio di lui. Infatti l’Ucis (Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale) ha predisposto per Bagnasco un servizio di tutela di terzo livello. Da vip di seconda fascia.
Per quelli più importanti i controlli sono da moglie gelosa. Gelosissima. Il primo livello è riservato a personalità come i capi di Stato e di governo, tra cui anche il Papa. Per loro almeno due vetture di scorta (una precede e l’altra segue quella del vip), oltre a quella blindata. In questi casi anche la dimora ha un presidio fisso. Il secondo grado (per esempio alcuni ministri o magistrati a rischio) prevede una macchina al seguito e a volte la sorveglianza della casa. Per Bagnasco sono previsti solo un’auto e una vigilanza generica intorno alla curia.
In passato avevano usufruito di un servizio di accompagnamento non ufficiale anche altri due arcivescovi genovesi, i cardinali Tarcisio Bertone (ora Segretario di Stato vaticano) e Dionigi Tettamanzi (oggi arcivescovo di Milano). Gli uomini della scorta non si lamentano: gli uomini di Chiesa hanno appuntamenti e orari più rilassanti dei politici. La perpetua può stare tranquilla.
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“Una carnevalata”. Se qualcuno aveva dubbi sulla linea che Angelo Bagnasco, nuovo presidente della Cei avrebbe seguito sulle vicende italiane, bene ora se li è tolti. Continuità con l’interventismo di Camillo Ruini, specie in materia di famiglia, unioni di fatto e gay.
Caso mai si può notare una maggior ruvidità nel commento che l’Avvenire, il quotidiano della Cei, ha dedicato alla manifestazione pro-Dico di Roma.
C’è per la verità chi, oltre Tevere e a palazzo Chigi, azzarda un’interpretazione un po’ benevola: la Chiesa usa sì stroncature durissime per le manifestazioni di piazza e per i ministri e politici che vi partecipano, ma magari sarà un po’ più trattativista dietro le quinte, con il governo, e anche con il centrosinistra. Il vero obiettivo della Cei, in piena sintonia con Benedetto XVI, sarebbe di rafforzare l’ala cattolica dell’Unione. Scopo che al momento appare piuttosto un bizantinismo. Piuttosto, ora che Bagnasco ha battuto il suo primo, e fragoroso, colpo c’è chi si chiede: questo interventismo, per alcuni una ingerenza indebita, non potrebbe rivelarsi controproducente per gli stessi cattolici, rafforzando e compattando i laici, anche quelli che sui Dico hanno perplessità ?
I sondaggi sono impietosi: secondo l’Ispo, l’istituto di Renato Mannheimer perfino nel fronte laico solo il 30% sarebbe a favore delle unioni gay. Mentre da tempo tutte le rilevazioni indicano che la legge per le unioni di fatto non è considerata una priorità dall’opinione pubblica né di destra né di sinistra.
Forum: che cosa pensate della reprimenda di Bagnasco? Giova più ai laici o ai cattolici?
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Si conclude senza vincitori né vinti il braccio di ferro tra il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e il cardinale Camillo Ruini per la nomina del futuro presidente della Cei. Le indiscrezioni unanimi indicano che l’annuncio verrà dato domani a mezzogiorno, contemporaneamente in Vaticano e alla Curia bolognese. Ed è fondato pensare che Angelo Bagnasco, vicino a Ruini e gradito al segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone, gestirà la Cei, nel prossimo quinquennio, nel solco tracciato dal suo predecessore.
Mons. Bagnasco avrebbe già incontrato Benedetto XVI in udienza privata e il cardinale Bertone avrebbe accennato all’imminente nomina durante il lungo faccia a faccia con il presidente del Consiglio Romano Prodi nell’ambasciata d’Italia presso la Santa sede, lo scorso 19 febbraio.
La nomina di Bagnasco potrebbe essere resa nota già il 6 o 7 marzo, lasciando in tal caso al nuovo presidente il delicato compito di guidare il Consiglio episcopale permanente che si aprirà il prossimo 19 marzo e sarà chiamato a discutere l’attesa nota dei vescovi italiani sui Dico (unioni civili).
Ruini resterebbe al suo posto come vicario del Papa per la diocesi di Roma. Mentre la diocesi di Genova si confermerebbe un trampolino di lancio per le carriere ecclesiastiche: Dionigi Tettamanzi promosso a Milano nel 2002, Bertone nominato segretario di Stato e ora Bagnasco, a sorpresa, chiamato a ricoprire il gradino più alto nella gerarchia della Chiesa italiana.
La scelta di Bagnasco, già ordinario militare per l’Italia e arcivescovo di Pesaro, rappresenterebbe una soluzione di mediazione capace di accontentare sia Bertone, che il 29 agosto scorso lo ha voluto come suo successore a Genova, sia Ruini, che gli ha affidato la presidenza del consiglio di amministrazione del quotidiano Avvenire e la segreteria della Commissione episcopale per la cultura.
Intanto già si guarda al futuro assetto organizzativo della Cei. Confermato il segretario generale, cardinale Giuseppe Betori, si prepara invece a cambiare la squadra di Ruini. Sono in attesa di un’imminente nomina episcopale Claudio Giuliodori, che per 11 anni ha gestito i rapporti tra la Cei e i mass media, promosso vescovo a Macerata, e il sottosegretario, Domenico Mogavero, probabile vescovo a Mazara del Vallo.
Lo scorso 8 febbraio la plenaria della Congregazione per i vescovi ha approvato a pieni voti le due candidature e si attende la firma del Papa.
Per la sostituzione di Giuliodori si fa il nome di Domenico Pompili, già in forza negli uffici della Segreteria generale, mentre alla carica di sottosegretario potrebbe essere nominato per la prima volta un laico, Vittorio Sozzi, che in questi anni si è occupato del progetto culturale della Chiesa italiana.
La scelta di Bagnasco lascerebbe invece inalterato l’assetto dei media che fanno capo alla Chiesa italiana, con la conferma di Dino Boffo alla direzione di Avvenire e della tv satellitare Sat 2000.
Nonostante l’appoggio di Bertone e Ruini, la strada che attende il futuro presidente della Cei è tutta in salita. Pesa il fatto che il Papa non abbia voluto tener conto della contestata consultazione segreta dei vescovi italiani che un anno fa avevano indicato come possibili presidenti i cardinali Tettamanzi di Milano, Angelo Scola di Venezia, e Renato Corti, vescovo di Novara.
Inoltre, dopo vent’anni di guida del cardinale Ruini, molti nell’episcopato italiano vorrebbero recuperare una maggiore collegialità e un confronto più aperto.
Dico e assemblea generale dei vescovi a maggio saranno i primi banchi di prova del futuro presidente.