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A Pistoia è stato chiuso il forno crematorio, colpa della Diossina (Credits: LaPresse)
Per gli abitanti di Pistoia tira una brutta aria, e non è un modo di dire. Perchè quella che ricopre la cittadina toscana è addirittura “contaminata” da diossina. La cosa curiosa però è stato scoprire l’origine di questo inquinante altamente tossico. Non è una fabbrica chimica, nemmeno una discarica abusiva: bensì il cimitero.
Il 30 dicembre scorso infatti l’Arpat (l’agenzia per l’ambiente) ha rilevato che i fumi sprigionati dal forno crematorio non erano in regola: sforavano i limiti previsti dalla legge per le emissioni di diossina. Insomma, ogni volta che un cadavere veniva cremato si riversavano nell’atmosfera sostanze tossiche. Probabilmente a causare la fuoriuscita dei gas nocivi è stato il guasto del sistema di abbattimento dei filtri. Ed immediato è scattato il sequestro della struttura. Continua
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Morti sul lavoro e guai ambientali riportano l’Ilva al centro delle polemiche, dopo mesi di scontri tra governo e Regione Puglia sulle emissioni di diossina.
La notte scorsa un operaio polacco, Jan Zygmunt Paurowicz, di 54 anni, dipendente di una ditta specializzata in montaggi, la Pirson Montaggio (del Gruppo belga Pirson International), è morto in un incidente avvenuto nello stabilimento siderurgico di Taranto, uno dei maggiori complessi industriali per la lavorazione dell’acciaio in Europa.
L’uomo stava smontando alcune parti dell’altoforno 4, un impianto fermo dal mese di luglio per lavori di rifacimento, quando è stato colpito dal braccio di una gru ed è precipitato da un’altezza di 14 metri. L’operaio, che era al suo ultimo giorno di lavoro nello stabilimento di Taranto, è morto poco dopo il trasporto in ospedale. La procura di Taranto ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo e ha disposto il sequestro dell’impianto in cui è accaduto l’incidente.
È il il terzo infortunio mortale all’interno dello stabilimento siderurgico dall’inizio dell’anno e anche in questa occasione la vittima è un lavoratore dell’appalto. Mentre la Fiom segnala che dalla metà degli anni ‘90 i morti all’Ilva di Taranto sono arrivati a 44. L’azienda ha espresso in una nota “le più sentite e sincere condoglianze” per la morte dell’operaio. “In questo momento”, continua il comunicato, “l’Ilva, attraverso le proprie strutture di controllo, sta prestando aiuto alle due società coinvolte, collaborando con i rispettivi responsabili nel tentativo di ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto e accertarne le cause”.
A Genova invece il presidente del cda del Gruppo Ilva, Emilio Riva, il direttore dello stabilimento, Giuseppe Frustaci, i responsabili dello smaltimento dei rifiuti, Franco Risso e Enrico Calderari, sono stati denunciati dai carabinieri del Noe (Nucleo Operativo Ecologico) per stoccaggio illecito di rifiuti nell’ambito di un’operazione contro il traffico illecito di rifiuti che ha interessato varie regioni d’Italia.
Nell’impianto di Genova sono state sequestrate 100 mila tonnellate di rifiuti speciali costituiti prevalentemente da polverino d’acciaio e circa 5 mila tonnellate di pasta di zolfo. Ai quattro manager dell’Ilva si contesta di aver realizzato uno stoccaggio di rifiuti speciali non pericolosi in mancanza delle previste autorizzazioni.
Nell’operazione del Noe sono stati arrestati inoltre presunti aderenti a un’organizzazione dedita al traffico illecito di rifiuti, con base in Abruzzo e diramazioni in diverse altre regioni. Il materiale sequestrato a Genova, residui della attività dell’altoforno chiuso in modo definitivo nel 2005, era stato accumulato tra il 1998 e il 2005. Nonostante fosse stato in parte smaltito, sia attraverso la eliminazione sia con il recupero del ferro dal polverino, l’accumulo aveva superato in grande misura le quantità indicate dalla legge.
L’azienda ha anche in questo caso diffuso una nota che “smentisce qualsiasi coinvolgimento in un presunto traffico illecito di materiali speciali ed esprime piena fiducia nell’operato degli inquirenti. Lo smaltimento dei materiali in questione (polverino di acciaieria e pasta di zolfo) rientrava tra i punti contemplati dall’accordo di programma che la stessa Ilva ha firmato con le varie istituzioni nazionali e locali nel 2005. È tra l’altro in corso con tali istituzioni un confronto relativo alle modalità più idonee per procedere al completo smaltimento degli stessi materiali”.
Questi fatti riportano alla cronaca un’azienda che ha una storia più che centenaria, ma anche contrassegnata da forti polemiche sull’impatto ambientale degli stabilimenti di Taranto e Genova. In passato sono state aperte diverse inchieste sull’inquinamento dell’Ilva. In Puglia in particolare negli ultimi mesi si è inasprito lo scontro col presidente della Regione, Nichi Vendola, che ha dichiarato: “Approfittando del vantaggio competitivo che deriva dal non avere i rigori normativi di altre aree d’Europa l’Ilva farà sempre più utili (negli ultimi quattro anni ha prodotto utili per 2,5 miliardi, ndr)”.
“In qualsiasi parte d’Europa, Slovenia esclusa, l’Ilva fosse stata, avrebbe dovuto chiudere o abbassare le emissioni” ha spiegato il direttore dell’Arpa pugliese, il professor Giorgio Assennato. “Soltanto in Italia esiste una legge con dei limiti così alti”. Il governo pugliese, in più riprese, ha chiesto di cambiare quella norma sia al governo di centrosinistra sia a quello di centrodestra. “Mai abbiamo avuto risposte”, ha continuato Vendola. “E ora mi trovo con i dirigenti cambiati, con Emilio Riva, il padrone dell’Ilva, come socio della Cai e sempre lui come principale beneficiario della processione anti Kyoto del governo Berlusconi. Io ho il dovere di mettere tutti gli interlocutori di fronte alle proprie responsabilità”. Un mese fa la Giunta pugliese ha approvato un disegno di legge che mette un tetto alle emissioni di diossina.
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Dopo i polli, il maiale. L’inquietudine sul fronte della sicurezza alimentare continua, questa volta a fare paura è la diossina presente nella carne suina di provenienza irlandese.
Perché l’ennesimo scandalo? Ancora una volta il problema nasce dai mangimi, contaminati da un olio contenente diossina. In pratica, scarti di produzione industriale si sono mischiati con mangimi destinati alla catena alimentare. O almeno questa sembra essere l’unica spiegazione che ha portato a rilevare concentrazioni di diossina 100 volte superiori ai limiti di legge.
Una pericolosa falla nei controlli sui mangimi destinati agli allevamenti animali, che espone i consumatori a rischi per la salute (sul sito della nostra associazione è disponibile un dossier sulla diossina negli alimenti e informazioni sugli effetti sull’organismo, notizie utili e consigli pratici).
Altroconsumo aveva già denunciato in passato la fragilità del sistema di vigilanza, in occasione di altri scandali causati dalla scarsa sicurezza nel trattamento delle farine. Era successo nel 1999, in Belgio, con i polli alla diossina, e con lo scandalo della mucca pazza, che provocò il tracollo economico dei settori di produzione e commercializzazione della carne bovina. Gli scandali alimentari di circa dieci anni fa obbligarono a introdurre nuove regole: il cosiddetto “pacchetto igiene”, che ha imposto sia per gli alimenti sia per i mangimi controlli rigorosi di uguale misura. Il provvedimento è da ricordare soprattutto per l’adozione dell’etichettatura della carne bovina. Nessuno, invece, si è preoccupato finora di garantire la tracciabilità anche per la carne suina, che Altroconsumo invece aveva chiesto proponendo l’adozione di un’etichettatura ad hoc. Purtroppo c’è voluto un altro scandalo per capire l’importanza della nostra proposta. Solo adesso, dopo l’emergenza, il sottosegretario alla Salute, Francesca Martini, ha annunciato che chiederà l’etichettatura di origine anche sulla carne suina. Ancora una volta l’intervento legislativo arriverà solo dopo l’allarme. A danno avvenuto.
Intossicate, quindi tossiche. Dopo i maiali irlandesi, le pecore pugliesi. In entrambi i casi è la diossina a rendere gli animali pericolosi per la salute. Ma l’origine della sostanza tossica nei due casi dovrebbe essere diversa. Oggi è cominciato il trasporto al macello comunale di Conversano (Bari) dei 1600 ovini allevati in otto masserie tra Taranto e Statte e risultati contaminati dalla diossina, prodotta da stabilimenti dell’area industriale. Le pecore saranno abbattute nelle prossime ore, probabilmente domani, su disposizione della Regione Puglia.
Secondo le analisi eseguite dall’Azienda sanitaria locale, gli animali avrebbero assunto veleno e le loro carni risulterebbero contaminate e immangiabili. Gli allevatori saranno risarciti con un plafond di 160mila euro: ogni animale contaminato e abbattuto vale circa 133 euro lordi.
L’Ilva di Taranto ieri è intervenuta sulla vicenda con una nota, sottolineando che ”allo stato non vi è nessun elemento che possa mettere in correlazione la contaminazione degli animali con la diossina prodotta in maniera univoca dallo stabilimento siderurgico di Taranto”. Secondo i dati dell’Ines (Inventario nazionale emissioni e sorgenti) la città pugliese è la più inquinata d’Italia e una delle peggiori a livello europeo.
Nel caso dei bovini e dei suini irlandesi, invece, l’origine dell’inquinamento degli animali sarebbe da ricercare nel mangime: un olio altamente tossico usato per i macchinari industriali avrebbe infatti contaminato il cibo poi dato ai maiali e alle mucche. Secondo la Cia (Confederazione italiana agricoltori) un caso simile non è possibile in Italia. “Bisogna evitare l’allarmismo”, dice l’associazione: “gli allevamenti italiani, sia bovini che suini, sono estremamente sicuri. I mangimi che vengono utilizzati sono sottoposti ad analisi rigorose. Gli allevatori rispettano ogni regola igienica e di sanità e da tempo hanno investito in qualità”.
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Discutine sul FORUM: “Le 1600 pecore di Taranto: dopo il danno, la beffa? Sarà una strage…”

Rifiuti, all’Italia la maglia nera. È la Corte europea di giustizia a condannare il nostro Paese per la tardiva e non corretta applicazione della direttiva volta a prevenire le ripercussioni negative sull’ambiente derivanti dalle discariche di rifiuti. La decisione della Corte di giustizia dell’Ue non riguarda direttamente il pasticcio campano che ha tenuto banco negli ultimi mesi. Indica, al più, uno stato di generale inadeguatezza del nostro sistema sullo smaltimento della spazzatura.
Secondo l’esecutivo europeo, il decreto legislativo di applicazione della norma comunitaria viola alcuni articoli. La direttiva, che definisce la nozione di rifiuti e discariche, prevede che gli Stati elaborino una strategia nazionale per la riduzione dei rifiuti, stabilisce regole sui costi dello smaltimento, prevede la procedura di autorizzazione di nuove discariche e sottopone quelle esistenti a misure particolari. La Commissione ha accusato l’Italia di aver applicato la direttiva tardi e così facendo di non averla applicata bene.
In sostanza, l’Italia applica alle discariche nuove il trattamento più favorevole, previsto per le discariche preesistenti, al contrario di quanto previsto dalla direttiva. Anche per i rifiuti pericolosi, le regole transitorie previste non sono state applicate alle discariche preesistenti mentre sono state applicate solo per quelle nuove, sempre in contrasto con la normativa comunitaria.
La direttiva europea definisce le nozioni di rifiuti e di discariche - che suddivide in tre categorie: le discariche per rifiuti pericolosi, per rifiuti non pericolosi nonchè per rifiuti inerti - e prevede che gli Stati membri elaborino una strategia nazionale per la riduzione dei rifiuti biodegradabili, stabilisce regole riguardanti i costi dello smaltimento dei rifiuti, prevede la procedura di autorizzazione di nuove discariche e sottopone quelle preesistenti a misure particolari. Oggi la Corte ha riconosciuto valide le obiezioni sollevate dall’esecutivo europeo ed ha condannato l’Italia alle spese.
La condanna della Corte di Giustizia dell’Ue è dunque dovuta al ritardo con cui fu recepita una direttiva del 1999 riguardante le discariche dei rifiuti: l’Europa, infatti, dava tempo ai paesi membri fino al 2001 per il recepimento delle norme. L’Italia invece la recepì solo nel 2003 con un decreto legislativo del governo Berlusconi. Di conseguenza, la Corte contesta anche gli effetti derivanti dal decreto di recepimento del 2003. Il ministero dell’ambiente precisa così la posizione del governo italiano riguardo alla posizione dell’Ue sui rifiuti italiani. Il governo - prosegue la nota - è però già intervenuto, adeguandosi a quanto l’Europa chiede grazie ad una norma approvata lo scorso 1 aprile.
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Controlli, analisi, sequestri: l’allarme diossina nelle mozzarelle di bufala nasce da un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli sulle attività della camorra e sullo smaltimento illecito dei rifiuti. Col passare delle ore però sta diventando un caso internazionale, sulla scia delle esportazioni del prodotto famoso nel mondo. Già tre Paesi asiatici infatti hanno bloccato l’importazione del formaggio e i produttori temono un disastro economico. Tanto che per scongiurare la crisi sta scendendo in campo anche la diplomazia. Proprio come è successo esattamente due anni fa con l’emergenza aviaria, quando la psicosi causata dal virus dei polli azzerò l’importazione in Italia degli animali provenienti dall’estremo oriente e convinse molta gente (senza un reale pericolo per la salute) a rinunciare anche a quelli nostrani.
La scorsa settimana i carabinieri del Nas e del Noe di Caserta, su ordine della Dda di Napoli, hanno passato al setaccio un centinaio di allevamenti e hanno prelevato campioni di latte per verificare la presenza di diossina. I caseifici sequestrati in via cautelativa sono stati 66 in quindici giorni. Numeri che vanno confrontati con la consistenza del patrimonio bufalino dell’area Dop, che è di 1.900 allevamenti. L’incidenza dei sequestri sul totale dei produttori di mozzarelle è quindi del 3,5 per cento. Il Consorzio per la tutela della mozzarella di bufala campana dop è corso subito ai ripari, pubblicando sui principali quotidiani un comunicato in cui si garantiva la qualità del formaggio. Ma la notizia intanto aveva fatto il giro del mondo.
Nel fine settimana di Pasqua la Corea del Sud, che ogni anno consuma circa 10 tonnellate di mozzarella di bufala, ne ha proibito l’importazione dopo aver riscontrato tracce di diossina in alcuni campioni analizzati. “Toglieremo il bando in tempi brevi”, ha assicurato un portavoce del ministero dell’Agricoltura, “appena avremo identificato il produttore responsabile della contaminazione e il periodo di produzione”. Mentre la portavoce del commissario Ue all’Ambiente, Stavros Dimas, ha dichiarato di aver avuto notizie dell’eventuale rischio per la salute solo dai giornali, ma di non avere per ora “nessuna prova”.
Anche Taiwan e il Giappone hanno chiuso le frontiere al formaggio campano. La notizia di un blocco totale da parte del governo di Tokio è stata oggi ridimensionata dallo stesso Consorzio di tutela che aveva dato l’allarme. Sembra che il Giappone non abbia azzerato le importazioni, ma soltanto “rallentato” le procedure di trasporto per controlli più attenti sul prodotto. L’export verso il Giappone di mozzarella di bufala nel 2005 ha raggiunto le 329 tonnellate, per un valore commerciale di 2,3 milioni di euro.
Due anni fa il pollo arrosto ebbe il suo paladino in Lamberto Sposini, che contro la psicosi addentò una coscia in diretta al Tg5:
Oggi è il console onorario della Corea del Sud a Napoli, Antonio Spagna Musso, a scendere in campo in difesa della mozzarella: “Ormai i coreani, a differenza dei cinesi che detestano i latticini, la amano ed è perciò che la sospensione delle esportazioni rappresenta un colpo durissimo. In Corea è stato diffusamente adottato un regime alimentare basato sulla dieta mediterranea: pasta, pomodori, mozzarella, falanghina e Greco di Tufo. Io? La mozzarella la mangio, eccome”, ha dichiarato.
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Le proteste e le tensioni contro le discariche, il bilancio del disastro: 1.200 tonnellate di rifiuti per le strade di Napoli, e un richiamo dell’Ue. L’emergenza in Campania infatti ”preoccupa la Commissione europea che seguirà da vicino la situazione nelle prossime settimane”, come ha dichiarato Barbara Helfferich, portavoce del commissario Ue all’Ambiente Stavros Dimas. Le autorità di Bruxelles dovranno decidere se inviare a Roma un parere motivato, seconda fase della procedura d’infrazione, dopo aver mandato due lettere, una nel giugno scorso e l’altra il 23 ottobre alla quale l’Italia avrebbe dovuto rispondere entro il 23 dicembre.
La portavoce ha precisato che l’ipotesi di sanzioni è ”ancora molto lontana”. Dopo l’invio di un parere motivato, se non ci saranno cambiamenti, la Commissione potrà valutare un ricorso alla Corte e le sanzioni potrebbero essere prese in considerazione solo dopo un’eventuale condanna da parte dei giudici del Lussemburgo.
La situazione, intanto, precipita. I sei impianti di cdr (combustibile da rifiuti) della Campania stanno chiudendo uno alla volta per l’impossibilità di far uscire le balle di rifiuti lavorate. Dopo la chiusura del sito di Taverna del Re a Giugliano (Napoli, qui il blog dei comitati), infatti, non ci sono al momento alternative per lo stoccaggio. Immediate le ripercussioni sulla città di Napoli: la giacenza di rifiuti si era ridotta a 500 tonnellate prima di Capodanno, oggi ha superato di nuovo le mille. La Regione di Bassolino sta monitorando il rischio diossina nell’aria, per cercare di far fronte a una situazione che il Wwf definisce ”da guerra civile”.
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