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Guerre satellitari. La rivincita di Superpippa

Mario Crispino davanti alla sede della sua Conto Tv con il simbolo di Superpippa

Mario Crispino davanti alla sede della sua Conto Tv con il simbolo di Superpippa

In onda l’altra notte avevano Schizzi bollenti. E presto arriveranno anche le avventure di Trombo. Ovvio: qui siamo a Conto Tv, “l’unica che si guarda senza tenere in mano il telecomando” come dice il comico toscano Alessandro Paci. Porno, cioè. Rigorosamente a pagamento. Continua

Che fine persegue Fini? La parabola di Gianfranco, che studia da leader (del Pd?)

Gianfranco Fini

Gianfranco Fini da tempo studia da leader del centrodestra.
Nei palazzi della politica, ma anche nel Paese, la voce gira ormai da molto. E da quando è presidente della Camera, poco più di un anno, è anche riuscito a ritagliarsi uno spazio da uomo politico che guarda più alla strategia che alla tattica, più al ragionamento di lungo respiro che alla politica della dichiarazione quotidiana.
Certo quella dell’ex leader di Alleanza Nazionale è stata una lunga marcia. Che dalla militanza missina lo ha portato fino alla segreteria… del Partito Democratico (almeno così ironizza il popolo di sinistra, ormai orfano di grandi condottieri).

Ma la marcia finiana comincia da lontano. Con la prima “svolta”, quella del congresso di Fiuggi (si era nel gennaio ‘95) che trasforma il Movimento Sociale Italiano in Alleanza Nazionale. Del Msi Fini aveva raccolto il testimone, direttamente da Giorgio Almirante, a soli 35 anni. Per la prima volta gli eredi dei repubblichini - o per lo meno la maggior parte di essi - rinnegano le radici fasciste. Un passaggio “storico”, da completare con l’abbandono di quel passato che ricorda la destra razzista e antisemita, che ancora pesa troppo sulle spalle di Fini.
Il 19 febbraio del 1999 Fini va nel luogo simbolo della tragedia dell’Olocausto: Auschwitz. Quindi con il secondo governo Berlusconi, nel 2001, Fini comincia ad accreditarsi anche sullo scenario internazionale, prima con la nomina alla Convenzione europea, l’organo straordinario dell’Ue che dà vita alla Costituzione europea, poi approdando alla Farnesina. Il cammino prende velocità e diventa una corsa nel 2002, quando l’attuale presidente della Camera partecipa a sorpresa alla Giornata della Memoria, dove davanti al rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, afferma: “Siamo qui, perché la storia non si ripeta, perché mai più si possano compiere simili mostruosità”. E nello stesso anno, a settembre, in una intervista al quotidiano israeliano Haaretz va oltre: “Come italiano è mio dovere assumermi ogni responsabilità. E a nome degli italiani è mio dovere farlo. Gli italiani portano sulle proprie spalle la responsabilità di ciò che è accaduto dal 1938, ovvero da quando furono varate le leggi razziali. Si tratta di una responsabilità storica: quella di riconoscere i dolori causati e di chiedere perdono”. La visita a Gerusalemme il 24 novembre del 2003 è il momento certamente più significativo del cammino politico di Fini: le immagini dell’ex delfino di Almirante, con la kippà in testa che depone fiori allo Yad Vashem sanciscono lo strappo con il passato.

Ecco una “gallery” (e qualche video) di alcuni suoi pensieri negli anni. Prima e dopo. Perché come ebbe a dire lo stesso Fini alcuni anni fa “solo i paracarri restano fermi”.

Su Mussolini
Il 25 marzo di quest’anno, cioè nei giorni in cui era appena calato il sipario su Alleanza Nazionale e si andava verso la creazione del Pdl, Fini è ospite alla sede romana della Stampa estera e la domanda clou, ancora una volta, è sul suo pensiero su Mussolini. Al giornalista che gli ricorda come 15 anni ebbe a definire il dittatore il più grande statista del secolo, replica: “Sono affascinato dalla sua domanda… è evidente che la risposta sia in quello che ho fatto in questi anni e di cui mi ha dato atto anche lei”. Oggi, aggiunge, Fini, “la mia risposta è no, non sono dello stesso parere, altrimenti sarei schizofrenico. Un minimo di coerenza, altrimenti avremmo fatto bingo…”.

Sugli omosessuali (maestri e non)
Nell’aprile del 1998 disse che “un maestro elementare dichiaratamente omosessuale non può fare il maestro”. Motivando il suo pensiero poi spiegava: “Un conto è affermare che non è giusto discriminare la gente per motivi religiosi, razziali, etnici o sessuali, ma cosa diversa è stabilire per legge che una coppia di gay deve avere gli stessi diritti di una coppia normale. Perché l’omosessualità non si può considerare una cosa normale”. Tornando all’esempio del maestro elementare, il leader dell’allora An era netto: “Secondo me, compiti delicati come quello dell’educatore, soprattutto dell’educatore dei più piccoli, occorre che vengano affidati a chi trasmette determinati valori e determinati principi”.
Di recente, a metà maggio 2009, il presidente della Camera ha ricevuto a Montecitorio alcune associazioni degli omosessuali. I rappresentanti di Arci Gay-Arcilesbica, Agedo e Famiglia Arcobaleno, gli hanno consegnato un dossier sulle violenze e gli omicidi a sfondo omofobico e gli hanno chiesto un impegno per calendarizzare al più presto la legge contro l’omofobia. Fini, dal canto suo, ha sottolineato il dovere del legislatore di mettere al centro della sua azione la lotta a ogni genere di pregiudizio: “Nel momento in cui si discute della dignità della persona umana, bisogna combattere tutte le tendenze al pregiudizio, alla discriminazione e alla violenza. Ma questa cosa il legislatore la deve avere al centro della sua azione legislativa”.

Legge Bossi-Fini e la questione degli immigrati
Durante la legislatura 2001-06 Fini fu, con il leader della Lega, Umberto Bossi il “padre” della legge per contrastare l’immigrazione (datata 30 luglio 2002) , che infatti porta il loro nome: la Bossi-Fini. Un provvedimento duro, che prevede l’impossibilità per i clandestini senza un permesso di lavoro in Italia di arrivare nel nostro Paese. In questo anno la terza carica dello Stato ha più volte parlato di immigrazione e rispetto dei diritti “a prescindere dal colore della pelle”. E proprio la settimana scorsa – nel discorso non pronunciato per via dell’annullamento della visita a Montecitorio a seguito del ritardo del Colonnello Gheddafi – ha chiesto alla Libia di ospitare una delegazione di parlamentari perché si possa verificare il rispetto dei diritti umani sulle coste vicine al nostro paese. E sulla Bossi-Fini nei mesi scorsi ha chiosato: “Continua ad essere valido l’impianto generale della legge Bossi-Fini, ma alla luce di alcune questioni relative all’applicazione della legge, dei correttivi si rendono necessari. In particolare” ha aggiunto “andrebbe modificato l’aspetto che chiede all’immigrato che per rinnovare il contratto di lavoro deve tornare nel paese di origine e poi rientrare in Italia”.

Le dissonanze di un “uomo solo al comando”
E quante sono, invece, le dichiarazioni in cui Fini, pur non evolvendo il suo pensiero, si è detto in dissonanza dallo schieramento di centrodestra. O almeno da buona parte di esso…

Alcuni anni fa Fini aveva appoggiato il referendum abrogativo della legge 40 e, più di recente, ha detto che alla Camera sarebbe opportuno rivedere la legge sul testamento biologico, approvata dalla maggioranza al Senato con il plauso della Chiesa e fortemente criticata dal centrosinistra. Dopo che la Consulta ha dichiarato incostituzionali due passaggi della legge sulla fecondazione assistita l’inquilino di Montecitorio ha detto, in maniera netta: “La sentenza della Consulta che dichiara illegittime alcune norme della legge 40 sulla fecondazione assistita rende giustizia alle donne italiane, specie in relazione alla legislazione di tanti paesi europei”.

Referendum elettorale
Dal palco del congresso fondativi del Pdl alla Fiera di Roma Fini aveva riportato l’attenzione sul referendum elettorale ricordando che An aveva raccolto le firme. Una consultazione che crea evidenti problemi alla coalizione e in particolare al rapporto con la Lega. Tanto che il Cavaliere solo la settimana scorsa ha detto che non avrebbe appoggiato i quesiti referendari. Subito Fini ha invece dichiarato di voler andare a votare “convintamente. E spero che gli italiani facciano altrettanto”.

Le stoccate a Berlusconi
E che dire della sua condotta politica, che negli ultimi mesi ha preso traiettorie ben diverse (e solitarie) da quelle della maggioranza, del governo e del premier Silvio Berlusconi? Beh, al Fini di questi ultimi tempi calzerebbe benissimo perfino per un Partito democratico più a sinistra dell’ex Veltroni: schierato sulla libertà di scelta nella bioetica, difensore della laicità e della Costituzione.
Fino a bacchettare più volte, a colpi di disringuo, le uscite del premier. L’ultima critica, ma solo in senso cronologico, sull’inchiesta di Bari. “Non credo che ci sia un rischio di instabilità per il governo. C’è un rischio di minore fiducia dei cittadini nei confronti della politica e delle istituzioni, cioè del fondamento della democrazia”, ha risposto il presidente della Camera, venerdì 19 giugno, a chi gli chiedeva dei rischi per la stabilità del governo Berlusconi in seguito alle vicende degli ultimi giorni. Fini, che parlava a una conferenza stampa seguita a un dibattito al Cnel su futuro del parlamentarismo in Italia e in Germania, ha aggiunto: “Una democrazia impotente e inefficace alla lunga genera disillusione, scontento, alimenta la critica e il ripudio e finisce per alimentare progetti bonapartisti o cesaristi, con una delegittimazione del Parlamento inteso come luogo che rallenta le decisioni”.

Che fine persegue Fini?
A proposito di stabilità e crisi, sono tanti ad aver pensato a lui, e a Tremonti, per un eventuale governo istituzionale che avrebbe potuto sostituire un Berlusconi in difficoltà. La “scossa’ evocata da Massimo D’Alema è stata rigettata in toto dalla maggioranza, ma certamente l’inquilino di Montecitorio, che pure aspira (legittimamente) alla successione del Cavaliere (ma guai a chiamarlo “delfino”), non avrebbe accettato di salire sul gradino più alto della politica italiana senza una legittimazione popolare. La sua è una strategia lungimirante. Che per ora prevede lo “sfruttamento” della Camera dei Deputati. Attraverso la composizione di una rete di contatti bipartisan e di eventi politico-culturali che si dispiegheranno nei prossimi mesi. Se non anni. Una rete politico-culturale avrà nella fondazione Farefuturo e in Alessandro Campi il centro di una nuova politica della destra. Lo stesso Campi ha più volte spiegato: “C’è un’ambizione politica forte. Vogliamo pensare e immaginare di ‘rifare l’Italia’. Frenando le spinte disgregatrici. Inglobando i nuovi italiani. Immaginando una nuova architettura istituzionale capace di decidere”.

Probabilmente Fini (isolato nel Pdl, sempre meno in sintonia con Silvio Berlusconi, ai ferri corti con la Lega, ai margini con buona parte di An) non farà il leader del Pd, e – come ha recentemente scritto Giuliano Ferrara: “Fini non avrà mai lo charme demotico di Berlusconi e non potrà mai sfidarlo direttamente” ma un giorno “magari non ravvicinato la stella del presidente della Camera brillerà in una costellazione in cui a pochi astri sarà dato di emettere luce in proprio”.

VIDEO su Youtube con protagonista Gianfranco Fini:

Gianfranco Fini - MSI appello agli elettori 1992

Fini eletto Presidente della Camera dei Deputati

Messaggio del Presidente Fini sul canalae YouTube della Camera


Fini e quel tiro di marijuana

Scherzi a parte: Fini e la lotta al fumo

Le Iene su Mussolini

L’intervento di Fini alla seconda giornata del cogresso fondativo del Pdl


Fini contro il governo: “Offesa dignità del parlamento”

Fini nuovo leader della sinistra?

Gay, le associazioni contro il Vaticano: “Siamo criminalizzati”

Manifestazione a favore delle unioni civili a Roma

Turbati e scioccati i gay italiani vanno in piazza.
Per protesta, sabato pomeriggio, in Vaticano. “Mai più uccisi perché gay” è lo slogan dell’iniziativa promossa da Arcigay Roma, ArciLesbica Roma e Certi Diritti per contestare le recenti dichiarazioni dell’osservatore permanente del Vaticano presso le Nazioni Unite, monsignor Celestino Migliore, che ha chiesto all’Onu di non impegnarsi per la depenalizzazione universale dell’omosessualità, una proposta promossa dal Governo francese. E Liberazione fa di più: propone di invadere Piazza San Pietro, durante il prossimo Angelus, vestiti di rosa.
Arcigay Roma, ArciLesbica Roma e Certi Diritti hanno fatto sapere che la posizione della Santa Sede “ha turbato fortemente la nostra comunità, e non solo. Tantissimi sono i messaggi di solidarietà che ci stanno arrivando” afferma il presidente di Arcigay Roma, Fabrizio Marrazzo, “il Vaticano continua a offendere la vita di milioni di persone criminalizzandone l’orientamento sessuale. Una posizione contraria a qualsiasi concetto evangelico di amore e fratellanza”.

Nel mondo ci sono 88 paesi che condannano con il carcere, la tortura e i lavori forzati le persone in quanto lesbiche, gay e trans. In 7 di questi - Iran, Arabia Saudita, Yemen, Emirati arabi, Sudan, Nigeria, Mauritania- è prevista la pena capitale. “Vogliamo rivolgerci” aggiunge Marrazzo “anche ai fedeli cattolici, offesi, come noi, da parole che negano la vita della persona. A loro chiediamo di riflettere, perché siano al nostro fianco in un momento in cui è importante ribadire con forza che nessun credo religioso può giustificare l’opposizione alla cancellazione di una barbarie che ogni anno produce incarcerazioni e sentenze di morte”.

Anche il quotidiano del Prc Liberazione ha censurato l’atteggiamento della Chiesa citando l’episodio dell’adultera raccontato nel Vangelo di San Giovanni. Con la celebre frase ‘chi è senza peccato scagli la prima pietra’, ha sostenuto il direttore Piero Sansonetti, “Gesù aveva depenalizzato i reati connessi al comportamento sessuale”. Oggi, invece, la Chiesa “compie la scelta di schierarsi apertamente dalla parte degli scribi e dei farisei” e si adegua al fondamentalismo, “a costo di sacrificare Gesù”. Di qui la protesta suggerita dal direttore Sansonetti nell’editoriale di oggi: “Noi proponiamo ai laici ma anche ai cattolici e ai credenti di tutte le religioni, una protesta di massa da tenersi forse nel giorno nel quale all’Onu andrà al voto la risoluzione per la depenalizzazione dell’omosessualità. Potremmo invitare tutti i cittadini a vestirsi con una maglietta o un indumento rosa - come la stella che era imposta ai gay nei lager - e andare a manifestare in Vaticano all’ora dell’Angelus”.

Omosessualità, il Vaticano attacca: “No alla depenalizzazione dell’Onu”

Il matrimonio gay

Contrario. E su tutta la linea.
L’Onu non deve depenalizzare l’omosessualità perché ciò porterebbe a nuove discriminazioni in quanto gli Stati che non riconoscono le unioni gay verranno “messi alla gogna”. Questa la posizione di mons. Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, in una intervista all’agenzia francofona I.Media,
Il Vaticano quindi è contrario alla proposta che la Francia, a nome dei 25 paesi della Ue, si appresta a fare all’Onu per la depenalizzazione dell’omosessualita’ nel mondo. Nei mesi scorsi, in quanto presidente di turno della Ue, la Francia aveva annunciato di voler presentare alle Nazioni Unite un’iniziativa per la “depenalizzazione universale dell’omosessualità”. Ciò dovrebbe avvenire, secondo quanto anticipato dal segretario di Stato francese ai diritti umani, Rama Yade, il prossimo 10 dicembre, in occasione del 60/esimo anniversario della dichiarazione dei diritti umani.
“Tutto ciò che va in favore del rispetto e della tutela delle persone” ha affermato l’arcivescovo “fa parte del nostro patrimonio umano e spirituale. Il Catechismo della Chiesa cattolica, dice, e non da oggi, che nei confronti delle persone omosessuali si deve evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione”. “Ma qui” ha aggiunto Migliore in riferimento alla proposta francese “la questione è un’altra. Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di Paesi, si chiede agli Stati ed ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni”. “Per esempio” ha detto Monsignor Migliore, “gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come ‘matrimonio’ verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni”.
Migliore è inoltre intervenuto in merito alla discussione cui sarà chiamata l’Assemblea generale delle Nazioni Unite per aggiungere l’aborto ai diritti universali dell’uomo. La richiesta avanzata da un gruppo di organizzazioni favorevoli all’aborto, “è triste e indignante” ha detto “perché questa iniziativa lavora in favore dello smantellamento del sistema dei diritti umani, in quanto ci porta a riorganizzarne l’enunciazione e la protezione attorno non più a diritti, ma a scelte personali”. “Rappresenta” ha aggiunto “l’introduzione del principio homo homini lupus, l’uomo diventa un lupo per i suoi simili”. “Questa è la barbarie moderna che, dal di dentro” ha spiegato il rappresentante del Vaticano “ci porta a smantellare le nostre società. Esistono controtendenze motivate, convinte e determinate che dobbiamo sostenere e incoraggiare”.

La posizione contro l’iniziativa dell’Ue per la depenalizzazione del reato di omosessualità, ha commentato il deputato Radicale del Pd Matteo Mecacci: “è purtroppo analoga a quella dei regimi teocratici e fondamentalisti religiosi rappresentati alle Nazioni Unite”.
“Il Vaticano ha davvero superato il segno!”, commenta Arcigay. “Grazie allo status particolare di cui gode il medioevale stato Vaticano presso le Nazioni Unite” afferma il presidente nazionale, Aurelio Mancuso “la lobby clericale preme su tutti gli stati affinché non siano di volta in volta riconosciuti diritti civili e di libertà, alleandosi con i regimi dittatoriali, di ogni colore, compresi quelli islamici. La richiesta di depenalizzazione, che è stata sottoscritta anche dal nostro governo, vuole cancellare la vergogna per cui in ben 91 paesi del mondo sono previste sanzioni, torture, pene e persino l’esecuzione capitale (10 paesi islamici) contro le persone omosessuali”.

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Il neonato homosexual, ecco l’ultimo spot scatena-polemiche

Una campagna shock destinata a far discutere con un neonato testimonial involontario del messaggio contro le discriminazioni sessuali
La foto, non perfettamente a fuoco, ha in primo piano un neonato, dolcemente addormentato. Sul polso, il braccialetto di riconoscimento usato negli ospedali. Sopra però non c’è scritto il nome, Antonio o Francesca, Jessica o Andrea, ma la parola “homosexual”.
Di fianco, lo slogan: “L’orientamento sessuale non è una scelta”. Un manifesto che presto comparirà negli spot televisivi, nelle pagine pubblicitarie, su cartoline e depliant da distribuire e su manifesti da affiggere sui muri dei pubblici.
Questa la campagna-shock, destinata a far discutere, scelta dalla Regione Toscana per combattere le discriminazioni per “orientamento sessuale e identità di genere”. La campagna è sostenuta da “Ready”, la nuova Rete di Comuni, Province e Regioni italiane, che parteciperà al Festival della Creatività, in programma alla Fortezza da Basso di Firenze dal 25 al 28 ottobre prossimi.
Il manifesto è stato ceduto gratuitamente alla Regione Toscana dalla Fondazione canadese Emergence, che lo aveva utilizzato la scorsa primavera per la giornata mondiale contro l’omofobia, con il patrocinio del governo del Quebec, dell’agenzia di salute canadese e della città di Montreal.
“Si tratta di una campagna pulita, che rispetta la privacy e il buon gusto” spiega l’assessore toscano all’attuazione dello Statuto, Agostino Fragai, quasi a prevedere, e parare, le critiche. “Certo affronta con forza ed in modo efficace una delle questioni di fondo di un tema eticamente discusso, sottolineando come l’omosessualità non possa essere considerato un vizio, ma una delle tante espressioni della personalità di un individuo”.
In Italia la Toscana, ha voluto ricordare l’assessore, è da anni impegnata contro l’omofobia. La legislazione regionale è stata la prima a tutelare i cittadini contro le discriminazioni sessuali, nel 2004, e tra l’altro è stata anche la prima a predisporre una “carta prepagata” per agevolare la ricerca di un lavoro a favore di transessuali e transgender. Un impegno, quello della regione governata da Claudio Martini, riconosciuto anche da Aurelio Mancuso, presidente nazionale Arcigay: “La nuova campagna di comunicazione è assolutamente all’avanguardia nel panorama della difesa dei diritti lgbt. È ora che l’Italia si adegui alla Toscana”.
E infatti la campagna è patrocinata dal Ministero per le Pari Opportunità, retto da Barbara Pollastrini cofirmataria insieme alla collega Rosy Bindi del ddl sui Dico.
Una legge che ha diviso il Paese e la maggioranza di centro sinistra: sarà così anche per questo manifesto?

Luxuria: porteremo al Pride di Roma i gay russi

Trattenuti dalla polizia dopo essere stati aggrediti con lanci di uova da nazionalisti, ortodossi e naziskin. Si è conclusa così l'avventura della deputata transgender di Rifondazione Comunista Vladimir Luxuria (in foto) e di alcuni eurodeputati, tra cui il Radicale Marco Cappato, a Mosca. Il gruppo di politici si trovava nella capitale russa per sostenere il movimento omosessuale che, da due anni, cerca senza fortuna di organizzare il Gay Pride
“No, non c’è da preoccuparsi per le mie condizioni. Davvero, sto bene. Preoccupiamoci per quei poveri radicali russi ancora in stato di fermo”. Ha la voce ancora un po’ scossa, ma non allarmata l’onorevole di Rifondazione Vladimir Luxuria, aggredita (a spintoni, uova e male parole), durante una manifestazione per consegnare una lettera al Sindaco di Mosca, Yuri Luzhjov, che aveva vietato l’autorizzazione al Gay Pride).
Pare stiano per essere rilasciati.
Bene, così Nikolai (Alekseyev, l’organizzatore dell’iniziativa moscovita, ndr), potrà essere l’ospite d’onore del prossimo Pride a Roma, il 16 giugno e a quello di Instanbul (il primo in Turchia) del primo luglio.
Le era mai successo di incontrare tanta violenza, manifestando per i diritti dei gay?
No, in Italia, durante la scorsa campagna elettorale a Guidonia si erano “divertiti” a tirarmi dei finocchi… Ma niente di paragonabile a quello che è successo a Mosca.
Perché è successo?
Vede, omofobi non si nasce, si diventa. E lo si diventa innanzitutto restando sotto il controllo della Chiesa ortodossa che è piuttosto chiusa nei confronti degli omosessuali. Inoltre oggi più che mai in Russia è molto forte la paura della stabilizzazione dell’ordine costituito; infine perché a Mosca comanda Yuri Luzhjov, sindaco voluto da Putin con l’omertoso silenzio tutti i mezzi di comunicazione, che ha confuso il diritto a manifestare (riportato nell’Art 11 della Costituzione Europea dei Diritti dell’Uomo e ratificato anche dalla Russia) con la condivisione.
In Italia, il dibattito, spesso acceso, tra laici e cattolici, tra destra e sinistra potrebbe sfociare in azioni come quella di Mosca?
Non scherziamo… Certo, ci sono mille casi di violenza omofoba che fanno rabbrividire. Ma la possibilità che si manifesti non è mai stata messa in discussione. Anzi, dai sindaci, dai Prefetti, dalle istituzioni abbiamo sempre avuto un atteggiamento collaborativo e di protezione. Da noi gli anticorpi democratici sono fortunatamente piuttosto forti.
Però avete spostato la manifestazione di Roma dal 9 al 16 giugno, causa visita del presidente George Bush.
Vero, ma semplicemente perché, essendo noi pacifici nel Dna e volendo organizzare un evento non stanziale ma in movimento, avremmo avuto delle grosse difficoltà in una città blindata per Bush.

Marzocchi: oltre la Russia, ecco l’Europa che vieta i Gay Pride

La polizia moscovita mentre arresta l'eurodeputato radicale Marco Cappato, nel corso di una manifestazione per consegnare una lettera al Sindaco di Mosca, Yuri Luzhjov, che aveva vietato l’autorizzazione al Gay Pride
Al telefono, è più sereno Ottavio Marzocchi, dirigente del Partito Radicale Nonviolento e funzionario al Parlamento Europeo. Solo adesso, che è tornato libero (qui il video degli scontri e degli arresti). Segno che la situazione si sta risolvendo: “Abbiamo ottenuto che vengano rilasciati anche gli esponenti radicali russi arrestati assieme a me, Marco Cappato, europarlamentare radicale, e Sophie Int’Veld, europarlamentare olandese del gruppo ALDE, mentre cercavamo di portare una lettera al Sindaco di Mosca, Yuri Luzhjov, che aveva vietato l’autorizzazione al Gay Pride. Il processo è stato aggiornato all’8 giugno”.
Anche l’onorevole Cappato è stato rilasciato?
Sì e sta scrivendo un memoriale in vista del processo.
Ma ve l’aspettavate una reazione così, a Mosca?
Sì, purtroppo! La nuova Mosca è una città omofoba, basta recuperare le immagini del Gay Pride dello scorso anno: ci sono state vere e proprie violenze nei confronti dei manifestanti, botte a un deputato tedesco e il fermo dell’organizzatore: Nickolay Aleksev, lo stesso di quest’anno.
Un problema in più per Putin, che non è conosciuto come paladino dei diritti civili…
Ma qui l’odio è stato scatenato soprattutto dal sindaco di Mosca, che ci ha messo contro la città, al grido di “Mosca non è Sodoma”. C’era di tutto: i naziskin, filo monarchici, nazionalisti, benedetti da un paio di preti ortodossi. Infine gli Omon, gli agenti antisommossa, che ci hanno portato via, invece di difenderci.
Ma l’omofobia è solo un problema russo?
No, coinvolge quasi tutti i paesi dell’est europeo, da Mosca a Varsavia (in Polonia i diritti degli omosessuali erano negati fin dal 2005, prima che una sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo non è intervenuta), da Kiev alla Lettonia che ha avviato una modifica costituzionale per scongiurare i matrimoni gay: a Vilnius, in Lituania, comunque il gay Pride è vietatissimo. Va meglio invece in Turchia e in Romania, dove la manifestazione si terrà fra due settimane.
La ritroveremo là quindi?
Comincio da Riga, in Lettonia, il prossimo week end. Poi sì, sarò a Bucarest. Nel frattempo, insieme all’onorevole Cappato e agli altri eurogruppi parlamentari che ci hanno manifestato solidarietà, solleverò il caso davanti al parlamento europeo, anche in vista del G8 che si terrà fra 10 giorni a Samara, sulle rive del Volga, in Russia appunto.

Pezzotta, la voce del Family day: la visione cattolica non c’entra

Savino Pezzotta
Dai lavoratori alla famiglia. Savino Pezzotta (qui il Forum a cui partecipa), uscito dalla Cisl prima della scadenza del suo mandato da segretario, torna sulla scena pubblica in veste di portavoce del Family day. “Ma sia chiaro che non me l’hanno chiesto i vescovi” precisa a Panorama.it “sono stato invitato dalle associazioni laicali e dai movimenti d’ispirazione cristiana, altrimenti non avrei accettato”.

Fa differenza?
Certo che la fa. Per me la famiglia è innanzitutto quella definita dalla Costituzione: fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna. Poi ho anche una visione cattolica, che però tengo distinta, e riguarda ad esempio l’indissolubilità del matrimonio. Ma non vogliamo imporre a nessuno il matrimonio in chiesa. In Piazza San Giovanni ci sarà una manifestazione laica e civile, non religiosa.

Sarà anche una manifestazione laica, ma al Family day ci saranno quasi soltanto cattolici…
No. Ci saranno tutti i laici cristiani. La famiglia è di tutto il Paese, non soltanto della Chiesa.

Laici ma contro i Dico. Nel manifesto di convocazione l’avversione è molto chiara.
Non vogliamo i Dico. Ma non vogliamo nemmeno discriminazioni. Chiediamo una distinzione tra matrimonio e altri tipi di unione. Vogliamo, ad esempio, che agli omosessuali sia riconosciuta la libertà di persone, ma non accetteremo mai che alle coppie gay sia riconosciuto uno status matrimoniale.

Perché?
Perché noi crediamo nel diritto naturale.

Esiste un diritto naturale?
Bè, noi crediamo di sì. Naturalmente questa è una delle differenze di fondo tra noi e quelli che saranno alla contromanifestazione di Piazza Navona. Non può esserci soltanto il diritto positivo. Una società non può reggere quando la norma civile diventa la semplice e pura regolamentazione di ciò che esiste. Se si prendesse atto che c’è la poligamia, lo Stato dovrebbe forse regolarla civilmente? Sarebbe un’assurdità.

La poligamia è un paradosso, ma le coppie di fatto esistono. Sarebbe un’assurdità riconoscere loro i diritti fondamentali?
Il vero problema è che oggi bisogna scegliere fra diritti dei singoli e crescita della società. Secondo noi è quest’ultima che va premiata. In Italia c’è un individualismo libertario che avanza richieste egoisticamente, e c’è poi un personalismo societario che domanda diritti per la crescita di tutta la società. Noi dobbiamo andare in questa seconda direzione.

Come?
Chiedendo alla politica di smetterla con l’indifferenza. Ci vuole una legge organica che protegga la famiglia. Bisogna invertire il calo demografico. Senza figli non c’è nemmeno società e dunque non c’è futuro.

Una polemica nei confronti di questo governo?
No. La nostra è una battaglia civile che però chiede aiuto alla politica.

Cosa si dovrebbe fare nell’immediato?
Ad esempio destinare il tesoretto alle famiglie, visto che si tratta di soldi in eccedenza che arrivano soprattutto da lì.

Non è che fra un po’ la vedremo in politica?
Quando sono uscito dalla Cisl mi era stato offerto di fare il capolista al Senato per la Margherita e ho rifiutato.

Perché?
Non sarebbe stato coerente uscire da via Po e infilarmi a Palazzo Madama, tanto più con un seggio sicuro. Ogni percorso deve avere le proprie tappe.

Piazza San Giovanni è la prima tappa per una nuova avventura politica?
No. Avrei altre possibilità. Il Family day è solo un appuntamento civile e repubblicano.

Questo governo ha un ministero della famiglia. Sia sincero: se un domani dovessero proporglielo, rifiuterebbe anche quello?
Questo governo ha un ministero della famiglia e ha già anche un ministro.
Rosy Bindi e Savino Pezzotta

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