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A contarle, le discriminazioni per gay e lesbiche sono storiacce di cronaca quotidiana.
A scuola, al lavoro, negli uffici pubblici: gli ultimi fatti ne evidenziano tutta la drammaticità. Per un transessuale, di aspetto femminile ma identità anagrafica maschile, spesso far passare le proprie pratiche è cosa ardua, perché l’operatore dell’ufficio anagrafico non gli riconosce il documento.
Senza contare che, spesso, il dipendente comunale di turno non ha neanche gli strumenti per risolvere la questione al livello strettamente pratico.
Il Comune di Roma, storicamente impegnato sul tema, guidato dal diessino Walter Veltroni, ha deciso di dare una svolta in merito alla divulgazione di valori di accoglienza e comprensione dei bisogni dei cittadini romani omosessuali.
Con un progetto pilota di vera e propria formazione, organizzato dall’Assessorato alle Politiche per le pari opportunità (retto da Cecilia D’Elia) insieme ad un gruppo di 10 associazioni gay (fra cui Liff,Arcigay, Arcilesbica, Arcitrans), che coinvolgerà vigili urbani e dipendenti degli uffici anagrafici.
Una serie di lezioni settimanali nella quale si snoderanno gli argomenti cruciali relativi a diritti, pari opportunità, legislazione italiana ed europea, con particolare riferimento agli aspetti psicologici legati agli orientamenti sessuali, anche in relazione a società, enti locali, leggi.
Il corso partirà il prossimo 8 maggio e si concluderà il 5 giugno: proprio alla vigilia del Gay Pride Nazionale che si terrà appunto a Roma il 9 giugno 2007.
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Vengono dall’est Europa, dall’Africa, dalla Cina, dall’Asia… E Milano, città storicamente aperta, accogliente e generosa nei confronti dell’emigrante e del “diverso”, da qualche tempo si sta scoprendo cambiata. Solo un po’, in realtà, niente di eclatante. Ma piccoli sintomi di paura e intolleranza, che fanno pensare a un crescente disagio che si manifesta non più, non solo, nei confronti dei clandestini.
Certo, anche in questo caso, Milano è la vetrina, la città laboratorio d’Italia dove i conflitti e le tendenze nascono, montano e finiscono in prima pagina. Specchio di un Paese che cova il rischio banlieue? Dal muro di Padova, a Porta Palazzo a Torino. Da Piazza Vittorio a Roma, al richiamo alla legalità di Cofferati che a Bologna fece sgomberare i nomadi dalle baracche sul lungo Reno. Non è questione di destra o di sinistra, ma uno stillicidio di episodi che mette a rischio, ovunque, la convivenza.
Tornando al capoluogo lombardo, la “rivolta” nel quartiere cinese della città (via Paolo Sarpi, ribattezzata appunto Chinatown) è solo l’ultima spia di un clima di profondo malcontento e di mal riuscita integrazione tra i meneghini storici che pretendono più sicurezza, legalità senza sconti per nessuno e i nuovi milanesi che reclamano diritti, cittadinanza e rispetto. Sono due realtà che spesso viaggiano sugli stessi binari, ma che a volte, per un piccolo intoppo, scoprono nuove tensioni. Di cui la cronaca cittadina si è riempita, negli ultimi due anni: dalla protesta vibrante dei musulmani che, nel settembre 2005, chiedevano la riapertura delle scuola islamica di via Quaranta (chiusa dal comune, retto allora da Gabriele Albertini), fino alle bombe molotov che oggi, 13 aprile 2007, sono state lanciate da un sedicente Fronte cristiano combattente contro la sede dell’Islamic Relief, un’associazione internazionale di assistenza umanitaria di ispirazione islamica (comparsa in una sentenza del gip di Milano, Guido Salvini, che la indica come possibile “collettore, anche inconsapevole, di gruppi che mettono in pratica l’ideologia jihadista”).
Per non parlare della questione dei “rom di Opera” (qui, il video). Dopo che delle vere e proprie “squadriglie” di abitanti del quartiere a sud est di Milano, nel dicembre del 2006, avevano dato fuoco alle tende che li ospitavano, ora rischiano di dover abbandonare, ancor prima di approdarvi, l’area vicino al Parco Lambro in cui il sindaco Letizia Moratti ha deciso di sistemarli. A opporsi, nei primi giorni di questo mese, sono stati gli stessi politici locali di centrodestra che hanno spalleggiato i presidi (in piazza Udine) dei cittadini e le (immancabili) ronde padane.

Le bandiere rosse (con la stella verde del Marocco) erano sventolate anche a fine febbraio durante il sit-in di protesta, messo in piedi dai parenti e dagli amici del marocchino Abdel Khaled Nakab, 37 anni, ucciso durante un corpo a corpo con un metronotte davanti al residence dei disperati in via Cavezzali 11, zona via Padova. Allora, erano i maghrebini a scandire, insieme a frasi del Corano, le parole d’ordine dei milanesi: giustizia e sicurezza. Sicurezza che non abita da tempo in quella zona della città, mal presidiata dalle forze dell’ordine nonostante sia al centro di quotidiane tensioni tra storici residenti milanesi e nuovi abitanti extracomunitari. Pochi giorni dopo, il 12 marzo, altre scene di vera e propria guerriglia tra forze dell’ordine e immigrati irregolari (soprattutto senegalesi e ghanesi che alzavano le immagini dei loro santoni davanti ai caschi e gli scudi degli agenti) alla “Stecca degli artigiani” (un prefabbricato, nel quartiere Isola, alle spalle della stazione Garibaldi). Il blitz antidroga non ha risolto però il problema: quelli che gli abitanti del quartiere chiamano i “nuovi padroni” sono ancora lì, indisturbati, a smerciare di tutto in quella terra di nessuno che va da via De Castillia e via Confalonieri. Leit motiv dei residenti, il solito: “Non si vive più, abbiamo paura”.
Senza scontri ma con toni piuttosto aspri si era invece conclusa, sabato 24 marzo, la manifestazione degli immigrati scesi in piazza per protestare contro Legge Regionale n. 6 che prevede norme di riorganizzazione dei phone center (ce ne sono 2.400 un Lombardia, 700 solo a Milano), prevedendo la chiusura immediata per chi non rispetti criteri e orari di apertura e chiusura, requisiti igienico-sanitari, autorizzazioni comunali, iscrizione alla Camera di Commercio e i “requisiti morali” previsti dalla normativa per il commercio. La norma, approvata nel febbraio 2006 prevedeva un anno per l’adeguamento degli esercizi. Ma gli immigrati che hanno sfilato per il centro di Milano l’hanno definita così: “Legge 6 legge razzista: ci siamo impegnati ad integrarci e ora volete ghettizzarci”.
A seguito di questi ultimi episodi, su diversi muri della città e, in particolar modo sugli intonaci di alcune case nei dintorni della moschea cittadina di viale Jenner, sono apparse delle gravi scritte anti-islamiche. Non sono le prime e non saranno, purtroppo, le ultime.
Di fronte a messaggi del genere, lasciati da mani e spray ignoti e stigmatizzati da ogni parte politica e istituzionale, l’impressione è che la capitale industriale e morale del Paese sia ormai sull’orlo di una crisi di nervi.
Il video sui Rom di via Triboniano:
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“Una carnevalata”. Se qualcuno aveva dubbi sulla linea che Angelo Bagnasco, nuovo presidente della Cei avrebbe seguito sulle vicende italiane, bene ora se li è tolti. Continuità con l’interventismo di Camillo Ruini, specie in materia di famiglia, unioni di fatto e gay.
Caso mai si può notare una maggior ruvidità nel commento che l’Avvenire, il quotidiano della Cei, ha dedicato alla manifestazione pro-Dico di Roma.
C’è per la verità chi, oltre Tevere e a palazzo Chigi, azzarda un’interpretazione un po’ benevola: la Chiesa usa sì stroncature durissime per le manifestazioni di piazza e per i ministri e politici che vi partecipano, ma magari sarà un po’ più trattativista dietro le quinte, con il governo, e anche con il centrosinistra. Il vero obiettivo della Cei, in piena sintonia con Benedetto XVI, sarebbe di rafforzare l’ala cattolica dell’Unione. Scopo che al momento appare piuttosto un bizantinismo. Piuttosto, ora che Bagnasco ha battuto il suo primo, e fragoroso, colpo c’è chi si chiede: questo interventismo, per alcuni una ingerenza indebita, non potrebbe rivelarsi controproducente per gli stessi cattolici, rafforzando e compattando i laici, anche quelli che sui Dico hanno perplessità?
I sondaggi sono impietosi: secondo l’Ispo, l’istituto di Renato Mannheimer perfino nel fronte laico solo il 30% sarebbe a favore delle unioni gay. Mentre da tempo tutte le rilevazioni indicano che la legge per le unioni di fatto non è considerata una priorità dall’opinione pubblica né di destra né di sinistra.
Forum: che cosa pensate della reprimenda di Bagnasco? Giova più ai laici o ai cattolici?