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Randa Ghazy è una scrittrice italiana di ventidue anni. Nata a Saronno da genitori di origini egiziane, ha esordito quindicenne con Sognando Palestina e la sua ultima pubblicazione è Oggi forse non ammazzo nessuno. Storie minime di una giovane musulmana stranamente non terrorista. Panorama.it l’aveva già incontrata parlando di integrazione lo scorso anno. Alcune settimane fa suo padre è stato aggredito a Limbiate (MI), per un parcheggio, da una famiglia brianzola che gli ha urlato “tornatene al tuo paese”. Con l’amarezza ancora in corpo, Randa sottolinea la preoccupante deriva xenofoba verso cui l’Italia sembra andare.
di Randa Ghazy
31 maggio 2009. Mohamed Ba, artista senegalese a Milano da molti anni, viene accoltellato senza motivo da un uomo mentre è alla fermata dell’autobus. Prima al collo, poi all’addome. Prima di andarsene l’aggressore gli sputa addosso.
22 giugno 2009. Mio padre viene aggredito da una famiglia brianzola, padre madre nonna nonno e giovane figlio, che lo prende a calci e a bastonate per un parcheggio, urlandogli “tornatene al tuo paese”, rompendogli due costole e fratturandogli una vertebra.
30 giugno 2009. Alla fermata dell’autobus, a Bari, Mohamed Abdi Nasir, un rifugiato politico somalo e presidente dell’associazione Comunità Somalia, viene selvaggiamente picchiato da un autista dell’Amtab, non identificato. L’aggressore lo apostrofa con epiteti razzisti e gli nega l’accesso all’autobus, colpendolo con una sequela di pugni al volto, provocandogli varie e gravi lesioni facciali, con fratture allo zigomo sinistro, al setto nasale e al seno mascellare.
2 luglio 2009. Un uomo congolese, rifugiato politico, viene aggredito a Roma da tre uomini, colpito alla testa con una bottiglia, mentre fa volantinaggio. “Sporco negro, dovete tornare a casa vostra, noi facciamo la volontà del governo”.
Ma volete sapere la cosa peggiore? Gli abitanti della zona hanno visto l’aggressione al ragazzo congolese, eppure nessuno parla. Gli aggressori rimangono ignoti. Mohammad Ba non è stato soccorso. È rimasto a terra, sanguinante e quasi in fin di vita, e le persone ferme ad aspettare il bus con lui non solo non l’hanno soccorso, ma sono anche scappate, facilitando la fuga dell’aggressore, anche lui ignoto. Mohammad ha aspettato un’ora prima di riuscire a fermare il traffico strisciando in mezzo alla strada e a farsi soccorrere.
C’erano testimoni mentre mio padre veniva picchiato. Nessuno parla.
Testimoni sul caso di Bari, zero. Abdi Nasir è stato soccorso solo dopo un po’, da due passanti.
Ci sarebbero molti altri casi. Quasi tutti ignorati dalle televisioni e dai giornali perché il sangue di uno straniero, si sa, vale meno di quello di un italiano. È un po’ come la vecchia legge di McLurg.
Questo non toglie agli stranieri, agli immigrati, agli italiani come mio padre la voglia, la dignità e l’orgoglio di vivere qui e lavorare sodo per garantire a se stessi e alla propria famiglia una vita decorosa.
Questo toglie civiltà all’Italia. Le toglie umanità . Le toglie amor proprio, la deforma, la rende mostruosa, pericolosa, indegna.
È giunto il momento che quegli italiani che non sono sensibili a pulsioni razziste, xenofobe, reazionarie, alzino la mano, si contino, si oppongano alla barbarie, si rifiutino di essere presi per omertosi, indifferenti, insensibili, lobotomizzati dalla televisione.
Se questi sono la maggioranza, come credo, come spero, la loro protesta condizionerà , per forza di cose, l’agenda politica.
Sarà un segnale a chi detiene il potere, un po’ come dire “non tirate troppo la corda. Ci rifiutiamo di diventare dei mostri. Risolvete la crisi. Offriteci servizi dignitosi. Non scaricate le colpe sui deboli, sugli stranieri, sugli indifesi”.
Se non accadrà , continuerà a succedere quello che succede ora.
Passa un decreto legge che massifica e umilia migliaia di lavoratori tenaci catalogandoli tutti come criminali, lavoratori che, pur entrati irregolarmente sul suolo italiano, lavorano alacremente nella speranza di essere regolarizzati, contribuendo alla produttività del paese.
Passa un linguaggio politico involgarito, barbaro, con ministri che si permettono di dire “Con i clandestini bisogna essere cattivi“. Non severi. Non rigidi. Cattivi.
Passa un europarlamentare che spruzza disinfettante nei treni quando vede salire delle ragazze nigeriane, e passa un altro ex ministro che riferendosi al diritto di voto affermò “Ma per favore. Dare diritto di voto a dei bingo-bongo che fino a ieri stavano sugli alberi”.
Non perdonerò mai gli aggressori di mio padre. Ma non perdonerò mai nemmeno i miei concittadini, se continueranno ad accettare la deriva razzista in cui sta languendo il nostro paese.
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Respingere o accogliere? Sicurezza o integrazione? La polemica intorno ai respingimenti degli immigrati intercettati nel Mediterraneo e riportati in Libia va avanti. Non si ferma la linea dura voluta dal ministro dell’Interno Maroni e avvallata pubblicamente da Berlusconi. E non si fermano le critiche all’Italia da organismi internazionali e organizzazioni religiose. L’ultimo caso è il lamento del Consiglio d’Europa (organismo indipendente dall’Ue, che riunisce 47 paesi e si occupa dei diritti umani), per bocca del commissario Tomas Hammarberg, che aveva già criticato le politiche di Maroni in passato. “Il respingimento degli immigrati clandestini verso la Libia “è un’iniziativa molto triste”, che “mina la possibilità per ogni essere umano di fuggire da repressione e violenza, ricorrendo al diritto d’asilo” sostiene Hammarberg. Ma la sua critica non è rivolta solo all’Italia: “anche l’Unione europea deve essere più responsabile e seria, mettendosi all’ascolto di quei Paesi come l’Italia o Malta che a nome di tutta l’Unione devono affrontare questa sfida”. “Spero davvero che l’Unione europea aiuti maggiormente l’Italia”, ha concluso il commissario. A cui ha risposto il ministro degli Esteri Frattini: ”Una soluzione è fare in modo che le richieste di asilo partano direttamente dai Paesi di origine e transito”. Per questo Frattini invita l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ad aprire un ufficio ad hoc in Libia. Anche perché, spiega, “in media, su 100 persone la metà chiede asilo e di queste la metà lo ottiene”. Secondo l’Unhcr le cifre sono più alte: il 75% degli sbarcati chiede asilo e di questi lo ottiene circa il 50%.
Sul fronte della politica interna, come da mesi, si ripete il conflitto a base di “distinguo” tra il presidente della Camera Fini e il governo: ”Fermo restando che respingere l’immigrato clandestino non viola il diritto internazionale, va ricordato anche che noi abbiamo il dovere di verificare se tra quelli che vengono respinti ci siano persone che hanno il diritto di richiedere asilo”. Secondo Fini, in visita ad Algeri, il tema dei respingimenti e dell’immigrazione ”è cosi delicato da non poter essere affrontato in maniera superficiale o, peggio ancora, propagandista. Un conto - puntualizza - è l’immigrato clandestino, mentre un altro conto è chi gode della possibilità di chiedere asilo. Si tratta di due posizioni che non possono essere trattate allo stesso modo”. L’ex leader di An e numero 2 del Pdl si è posto da tempo in una posizione particolare sul tema dell’immigrazione, che non combacia con quella di Berlusconi e il suo “no” alla “società multietnica”. ”Non credo abbia molto senso dire che si voglia o meno una società multietnica o meno: è una questione demografica” ha detto oggi il presidente della Camera. “Una politica lungimirante in tema di immigrazione” ha aggiunto, “deve basarsi su una garanzia di sicurezza e legalità , ma anche su una forte cooperazione internazionale: perché nessun migrante è mai felice di andarsene dalla propria terra”. Nell’ambito di queste politiche, prosegue Fini, bisogna poi “chiedersi cosa davvero significhi integrare coloro che legalmente stanno in un Paese diverso da quello di origine. E’ fallito il modello degli immigrati come enclave isolata rispetto alla società , così come è fallito il modello dell’assimilazione”. Nel Pd la condanna ai repingimenti non è univoca: D’Alema ricorda che una linea simile fu adottata a suo tempo con l’Albania, “ma senza violare il diritto internazionale e accogliendo chi faceva richiesta di asilo” puntualizza, mentre è Francesco Rutelli ad agitare le acque dei democratici con un’intervista a “Il mattino“ in cui sprona il proprio partito a “respingere senza ipocrisie” l’immigrazione clandestina. “Le immagini da Lampedusa” sostiene l’ex segretario della Margherita, “testimoniano l’inadeguatezza delle politiche del governo, che non mantiene gli impegni presi e tenta di nascondere gli insuccessi con dibattiti folli, tipo la proposta di apartheid sui trasporti milanesi. Ma se noi pensassimo di reagire mandando un messaggio opposto (’in Italia entri chiunque’) sbaglieremmo alla grande. Anche qui” conclude, “deve esprimersi il riformismo del Pd”. Intanto questa mattina la nave “Spica” della Marina militare ha soccorso 69 migranti nel canale di Sicilia, in acque maltesi, e li ha portati a Porto Empedocle. Il ministro dell’Interno domani sarà in Egitto per firmare una Dichiarazione congiunta dei ministri dell’Interno in materia di contrasto all’immigrazione clandestina e di lotta alla criminalità organizzata.
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Da oggi gli indigenti senza un tetto sulla testa e con un sogno grande come la casa (che non hanno), godono di una possibilità in più: occupare abitazioni popolari non è reato.
A dirlo non è Nunzio D’Erme, leader storico di Action il movimento di lotta romano per l’occupazione di alloggi e edifici liberi.
È la Corte di Cassazione, con la sentenza 35580, che rovescia le precedenti e assolve una donna romana, G. D.A., 39 anni, sola e con un figlio a carico, che era stata condannata il primo dicembre 2006 dalla Corte d’Appello di Roma alla pena di 600 euro di multa per occupazione abusiva di un’abitazione di proprietà dell’Istituto case popolari.
Il “diritto all’abitazione” è quindi anche per i giudici della Suprema Corte uno dei diritti fondamentali della persona, ma il fatto stesso che si abbia bisogno dei giudici per vederselo confermare è l’indice di quanto la vita in Italia in molti casi possa essere ben lontana dalla soglia minima della decenza.
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A chiudere la campagna elettorale per il comune di Modica e la provincia di Ragusa, da Roma sono sbarcati due pezzi da novanta.
Per il centrosinistra: Anna Finocchiaro, modicana di nascita, la Ségolène italiana: passeggiata per le vie della cittadina tardo barocca e comizio in Piazza Matteotti per sostenere il candidato sindaco dell’Unione Antonello Buscema.
Per il centrodestra: Pier Ferdinando Casini, il volto bello e barricadero del Polo: un aperitivo all’Hotel Principe d’Aragona per sostenere il candidato della Cdl, Piero Torchi (Udc), giovane sindaco uscente.
A far discutere la città patrimonio dell’Unesco però non è questa chiusura “col botto”, ma il record di cui Modica può “vantarsi”: i 45.096 aventi diritto di voto (su poco più di 60 mila abitanti), il 13 e 14 maggio potranno scegliere tra 4 candidati sindaci (oltre ai due già citati, ci sono anche Liliana Guarino, lista “Ora per Modica”, e Carmelo Carpentieri, con tanto di impero edilizio, televisivo e il sempiterno sogno di mettere la fascia del primo cittadino); 21 liste collegate e ben 526 candidati (1 ogni 85 elettori: alla faccia di chi pensa che la politica interessi sempre meno!) .
Una partecipazione come mai si ricordava: una pletora di uomini e donne che puntano ad un seggio dei trenta disponibili a Palazzo San Domenico. Un esercito su cui in città si ironizza. Naturale poi che per sponsorizzare la propria candidatura gli “aspiranti alla carica di…” abbiano tappezzato la città del cioccolato dei propri manifesti elettorali.
E su questo, si è accesa la campagna elettorale: in molti hanno ritenuto poco elegante (oltre che moralmente discutibile) trovarsi le facce degli aspiranti a coprire le più nobili facciate di palazzi settecenteschi che arricchiscono Modica o i caratteristici muri a secco che ornano la sua campagna.
E allora ecco l’idea (partorita alle scorse elezioni e riproposta a grande richiesta anche per le comunali del 2007): raccogliere in un gigantesco album fotografico (tipo quello delle figurine Panini) i volantini dei circa seicento candidati, da esporre al Caffè Incontro, un bar in centro alla città , perché gli elettori riescano ad associare faccia e nome: con 526 candidati, può capitare di non conoscerne qualcuno.

“Siamo arrivati a quota 420 manifesti: ne mancano cento ma molti non sono rintracciabili, essendo di candidati davvero sconosciuti. La novità di quest’anno” dice Salvatore il titolare del Caffè “è che al termine delle elezioni, per non condizionare il voto, una giuria di clienti aficionados sceglierà la foto migliore e lo slogan più bello”. Pare che la frase che ricorre maggiormente tra i clienti che sfogliano l’album, sorseggiando un caffè o una granita, è: “Maria, macari chistu si candidau!” (Maria, anche questo si è candidato, ndr).
Già , tra 526 volti facile trovare la sorpresa.