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Benvenuti a Malagrotta, la discarica inquinata più grande d’Europa

Una vista dall'alto della discarica di Malagrotta - ANSA

Una vista dall'alto della discarica di Malagrotta - ANSA

Claudia Daconto Chiudete gli occhi e immaginate di andare a buttare la spazzatura. State sollevando il coperchio ma il cassonetto è già mezzo pieno. Riuscite ad avvertire l’olezzo? Provate a conservarlo qualche minuto nella vostra memoria olfattiva e ora pensate che è con quella specifica puzza costantemente sotto il naso che migliaia di abitanti di un quartiere di Roma sono costretti a vivere quasi ogni giorno della loro esistenza. O almeno ogni giorno che tira un alito di vento. Continua

Finti macellai e i dispiaceri della carne: la mappa italiana

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Centinaia e centinia di carcasse scarnificate. Come sul set di un film dell’orrore. Invece era tutto reale: i teschi e gli scheletri di pecore, capre, bovini e bufale mescolati al pellame e alle interiora, spuntavano ovunque.
La campagna intorno a Caivano, paesino della periferia nord di Napoli, era stata scelta da alcuni macellai abusivi come discarica a cielo aperto per la loro attività illecità. Continua

Discarica abusiva a Reggio Calabria, dieci arresti

Discarica abusiva Reggio Calabria

Smaltivano gli scarti di una centrale termoelettrica a carbone dell’Enel in una cava alla periferia della città di Reggio Calabria. Il Corpo Forestale dello Stato del capoluogo calabrese ha arrestato dieci persone con l’accusa di traffico e smaltimento illegale di rifiuti tossici, disastro ambientale e associazione a delinquere. In carcere e ai domiciliari sono finiti dirigenti dell’Enel pugliese, i titolari della società di autotrasporti e l’amministratore delegato di una fabbrica di laterizi che gestiva la cava di Lazzaro.
L’organizzazione in poco più di due anni ha sotterrato illegalmente oltre centomila tonnellate di rifiuti pericolosi nella cava di materiale argilloso in località Lazzaro, nel comune di Motta San Giovanni.
Gli scarti, residui della combustione di carbone classificati dalla normativa europea come altamente tossici, venivano trasformati con certificati di analisi insufficienti in rifiuti “non pericolosi” e trasportati da una società pugliese dalla centrale Enel “Federico II” di Brindisi (la più grande d’Italia e una per dimensioni, tra le prime in Europa) alla cava reggina di proprietà della ditta Caserta snc.
“Le indagini sono iniziate nel 2004 grazie alla segnalazione di alcuni cittadini” chiarisce Vincenzo Caracciolo, comandante regionale del Corpo Forestale dello Stato di Reggio Calabria “ma sono state fondamentali le intercettazioni telefoniche e le riprese video”. Lo smaltimento illegale avrebbe sfruttato all’organizzazione oltre 6 milioni di euro l’anno a fronte dei 20 milioni di euro che invece avrebbe dovuto spendere per lo smaltimento in discariche idonee . La cava di argilla, nella quale venivano occultati i rifiuti, era adiacente ad una fabbrica di laterizi e in un’area sottoposta a vincolo idrogeologico e paesaggistico a poche centinaia di metri dal mare. “L’inquinamento provocato dal rilascio di composti solubili ha effetti dannosi sulla salute pubblica a causa delle sostanze contaminanti nel suolo, nel sottosuolo e nella falda idrica” conclude il comandante Caracciolo.

Nel frattempo in una nota l’Enel dichiara di aver offerto la sua “piena collaborazione alla magistratura” fin dal 2007 e ha avviato un’inchiesta interna. Lo smaltimento dei rifiuti della centrale di Brindisi, aggiunge Enel nella nota,  è affidato a un consorzio d’imprese e Enel ”fin dal 2007 ha offerto la sua piena collaborazione alla magistratura fornendo documentazione e informazioni”.  ”Sul caso - prosegue la nota - l’azienda ha aperto un’inchiesta interna volta a verificare l’adeguatezza delle modalità seguite nell’affidamento dello smaltimento dei rifiuti”.

Ecomafie, 70 reati al giorno e un business che vale oltre 20 miliardi

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Una montagna di rifiuti speciali alta come l’Etna (3.100 metri, pari a 31 milioni di tonnellate) inghiottita dalla terra. 28mila edifici abusivi, interi quartieri, costruiti in un anno. E 25.776 reati accertati contro l’ambiente, per un giro d’affari complessivo sopra i 20 miliardi di euro, un quinto circa del fatturato globale delle mafie.
Cifre e immagini evocative date dall’ultimo rapporto sulle Ecomafie in Italia stilato da Legambiente e presentato martedì 5 a Roma.
“Un business che non conosce crisi” dicono i responsabili dell’associazione ecologista, “anzi, l’anno nero dell’economia mondiale rischia di favorire i trafficanti: il fatturato delle Ecomafie” spiega il respondabile dell’Osservatorio Ambiente e Legalità Sebastiano Venneri, “non è mai stato così alto”. Crescono le agromafie, il racket degli animali, il traffico di rifiuti pericolosi. Ma non sono tutte negative le notizie nel rapporto, curato in collaborazione con tutte le forze dell’ordine, delle Capitanerie di Porto, dell’Agenzia delle Dogane, della Direzione investigativa antimafia, dell’istituto di ricerche Cresme (per quanto riguarda il capitolo relativo all’abusivismo edilizio), dei magistrati impegnati nella lotta alla criminalità ambientale, degli avvocati dei Ceag (Centri di Azione Giuridica) e di tutti i circoli di Legambiente. Rispetto all’anno scorso è diminuito il numero di reati accertati ed è aumentata l’azione di controllo, anche sull’onda dell’attenzione mediatica all’emergenza rifiuti in Campania. E se da un lato aumentano le rotte dei traffici internazionali dei rifiuti, dall’altro cresce la capacità di contrasto delle Forze dell’ordine: salgono gli arresti (+13,3%) e i sequestri (+6,6%).
Proprio in Campania si rileva la maggioranza degli ecoreati: 3.907 (15,2% sul totale) seguita da Calabria (3.336) e Sicilia (2.788). Negli ultimi tre anni si ipotizza che siano stati smaltiti illegalmente in tutta la regione campana circa 13 milioni di tonnellate di rifiuti di ogni specie. In particolare, riferisce il rapporto, tradotti in camion, questi 13 mln di tonnellate significano ”520 mila tir che hanno attraversato mezza Italia per concludere i rispettivi tragitti nelle campagne napoletane, nell’entroterra salernitano, nelle discariche abusive del casertano o ancora, più recentemente, nei terreni scavati nel beneventano e nell’avellinese”. E citando i dati dell’Agenzia regionale per l’ambiente (Arpa), Legambiente sottolinea che sono 2.551 i siti da bonificare tra discariche, zone di abbandono incontrollato di rifiuti o sversamenti di residui industriali.
Altro grande business delle ecomafie è poi l’abusivismo eilizio e i reati contro il patrimonio naturale: anche qui la Campania resta stabile al primo posto nel ciclo del cemento illegale, con, secondo il rapporto “interi quartieri abusivi costruiti con i proventi di attività illecite: basti pensare che il 67% dei comuni campani sciolti per infiltrazione mafiosa dal ‘91 ad oggi lo sono stati proprio per abusivismo edilizio”. Nella poco onorevole classifica segue la Calabria e poi il Lazio, dove sono raddoppiate in un anno le persone denunciate e i sequestri. Dati che sono stati commentati da Francesco Rutelli, presidente del Copasir: ”Ci sono alcune parti del Lazio meridionale dove questa presenza è invasiva e dove vengono sciolti alcuni consigli comunali. Qui, come altrove, la presenza dello Stato deve essere molto ferma”. A tale proposito l’esponente del Pd si augura che venga reintrodotto nel ddl sicurezza ” il dovere di segnalare e denunciare il pizzo e l’estorsione come reato previsto in origine nel disegno di legge”.
Secondo Legambiente, poi, l’Ecomafia si sta infiltrando (ed è un vero paradosso) anche nei settori delle energie rinnovabili e dell’edilizia “verde”: la criminalità fiuta il business (e tutti questi settori sono in crescita a dispetto della crisi) come un segugio. “Dobbiamo fare sì che le rinnovabili, l’edilizia sostenibile e gli impianti anti inquinamento restino lontani dalla criminalità organizzata: i grandi temi dell’ambiente devono restare puliti” ha commentato Rutelli.

Il caso Nugnes: ecco perché tutti lo volevano intercettare

Giorgio Nugnes

Il pm napoletano Antonello Ardituro, nell’udienza preliminare per gli scontri scaturiti dalla protesta contro la discarica di Pianura, non ha risparmiato la sua memoria. Ma si sa, Giorgio Nugnes, ex assessore alla protezione civile di Napoli, morto suicida il 29 novembre a 48 anni, era considerato in procura il simbolo di quella “città senza capo né coda” che aveva rappresentato, con la fascia tricolore, il crocevia di molti affari illeciti, il bersaglio di inchieste più o meno coerenti.
Nell’ultimo anno di vita era un uomo braccato, non dai clan camorristici, ma dalla giustizia. Tutti indagavano su di lui: sei magistrati della Direzione distrettuale antimafia, Digos, Nucleo provinciale dei carabinieri, Dia, persino gli 007 dell’Aisi (l’ex Sisde). Il suo nome era in quattro inchieste: due riguardavano Pianura, altre due la presunta e, in questi giorni, annunciatissima Tangentopoli napoletana. In un paio di queste era intercettato. Alla fine, sentitosi sotto assedio, non ha retto. Ma aveva provato a difendersi.
Per esempio aveva studiato con attenzione l’elenco delle chiamate che lo accusavano di aver organizzato la resistenza di Pianura nella notte tra il 2 e il 3 gennaio scorsi. Per i pm telefonate inequivocabili. Ma lui era convinto che ne mancasse una, la 1378, diretta a una giornalista del Mattino. “Noto con tristezza che i magistrati attaccano Nugnes anche adesso che non può più ribattere” sottolinea il suo avvocato Nello Palumbo. “Ma quella chiamata a una cronista dimostra che il suo non era un ruolo occulto e che quella notte era uscito a comprare il giornale, non a organizzare barricate”. Il compito di selezionare le conversazioni da inviare in procura era stato affidato al capocentro della Direzione investigativa antimafia Adolfo Grauso. Che, però, oggi non può rispondere ai giornalisti: è stato trasferito all’ufficio napoletano dell’Aisi.
Nelle ultime ore di vita Nugnes aveva detto di sentirsi perseguitato pure dai nostri 007. Grauso aveva portato con sé il fascicolo che riguardava Nugnes o l’ex assessore, sotto pressione, immaginava complotti dove non c’erano? Su questo sta indagando la procura di Napoli, che ha aperto un fascicolo per induzione al suicidio.
Ma le accuse di associazione per delinquere, devastazione e interruzione di pubblico servizio per i fatti di Pianura sono solo la punta dell’iceberg. Infatti Nugnes era intercettato in altri due procedimenti.
I primi che chiedono di mettere sotto controllo le sue utenze sono i pubblici ministeri Raffaello Falcone, Pierpaolo Filippelli e Vincenzo D’Onofrio che indagano, con l’inchiesta “Magnanapoli”, su appalti e politica. Siamo alla fine del 2007 e i reati ipotizzati in quel momento sono la turbativa d’asta e l’associazione per delinquere (aggravati dall’agevolazione della camorra). Il procedimento è iscritto a carico di Mario Mautone, provveditore ai lavori pubblici di Campania e Molise (all’epoca il suo “superiore” è Antonio Di Pietro, ministro delle Infrastrutture), ma visto che nel mirino c’è “la prossima definizione dell’appalto di manutenzione ordinaria del Comune di Napoli”, sotto inchiesta finisce pure Nugnes, assessore con deleghe alla difesa del suolo, alla protezione civile, alle fogne e alle strade.
Il 30 marzo 2006 il sindaco Rosa Russo Iervolino aveva provato ad accelerare la pratica (con l’aperto sostegno di Nugnes, all’epoca capogruppo della Margherita), ma non era riuscita a indire la gara prima delle elezioni, anche a causa dell’opposizione del capogruppo di An Pietro Diodato che aveva paventato, in una riunione parzialmente segretata del consiglio, un concorso pilotato a favore dell’imprenditore Alfredo Romeo, il nuovo “re di Napoli”. Il 7 luglio 2006 Diodato viene ascoltato dal pm Giancarlo Novelli: è la prima inchiesta che, indirettamente, riguarda Nugnes. Il quale nel frattempo diventa assessore e firma la delibera sulla gara che il consiglio comunale approva il 3 aprile 2007. I magistrati chiedono di intercettarlo il 17 dicembre 2007 “con il sistema Mito”. Il 2 e il 3 gennaio 2008 la sua voce finisce nelle cuffie degli uomini della Dia mentre dà indicazione degli spostamenti dei blindati delle forze dell’ordine al consigliere comunale di An Marco Nonno, impegnato nella resistenza di Pianura; nei giorni successivi la trascrizione delle sue chiamate viene inviata al pm Milita che sta indagando sugli incidenti, ma non solo.
Inizia a questo punto forse la parte più sorprendente e meno esplorata della vicenda. Infatti la sera del 5 gennaio proprio Milita (prima di ricevere le carte dai colleghi) richiede di intercettare i telefoni di sette persone, sotto indagine per un presunto “traffico illecito di rifiuti aggravato dalla metodologia mafiosa e associazione per delinquere di stampo mafioso”.
Al centro dell’inchiesta c’è ancora una volta la discarica di Pianura e in particolare l’area, di proprietà della Elektrika srl, individuata dal commissario di governo per una discarica provvisoria. Secondo il magistrato, coadiuvato nelle indagini dai carabinieri, dietro agli incidenti c’è un affare saltato. Scrive Milita: L’ideatore di tali disordini sarebbe un “socio occulto” di Elektrica. Già sottoposto a sorveglianza speciale e libertà vigilata, avrebbe precedenti per “associazione per delinquere, estorsione, tentato omicidio, porto abusivo d’arma e danneggiamento”; secondo gli inquirenti sarebbe stato anche “affiliato alla Nuova camorra organizzata del noto Raffaele Cutolo”. L’uomo “agirebbe con il sostegno (…) del consigliere regionale di An Pietro Diodato”. Sorpresa: mentre la Dia intercetta Nugnes, Milita mette sul banco degli imputati proprio il suo accusatore. Ecco la motivazione: “Dapprima si esprimeva favorevolmente per la riapertura del sito, mutando successivamente opinione allorquando si conclamava che il provvedimento antimafia interdittivo, emesso nei confronti della società Elektrica avrebbe probabilmente potuto determinare la mancata erogazione di alcun indennizzo o compenso per l’uso dell’invaso”. Nelle ore successive, a Milita arrivano le trascrizioni delle intercettazioni della Dia e il magistrato si concentra su Nugnes, definendolo “uno degli organizzatori degli atti violenti”; il 7 gennaio chiede al gip l’autorizzazione a intercettarlo.
E Diodato? “Io dell’inchiesta su di me non so nulla” dice l’interessato a Panorama, “ma, come si evince da quelle telefonate, io sono la vittima, Nugnes e il mio collega di partito Nonno mi volevano vedere ‘politicamente’ morto”. Diodato non si ferma (sta indagando sull’acquisto dei palazzi che ospitano il consiglio comunale e la giunta regionale, di proprietà della Pirelli, costati circa 80 milioni di euro) e in una recente nota ha scritto: “Nugnes era convinto di meritare un assessorato (e lo meritava) per l’esperienza acquisita e il consenso elettorale espresso, ma gli sono state date deleghe pesanti, alcune delle quali (strade, fogne), nonostante il predecessore fosse stato confermato in giunta. Non è da escludere che sia stato usato. Lui si fidava del sindaco, con cui aveva un rapporto filiale”. Quella “cara Rosetta” (Russo Iervolino) a cui un Nugnes distrutto invia la lettera di dimissioni da assessore il 17 ottobre 2008. L’ultimo atto politico prima di morire. Travolto dall’assalto di magistrati che si sentono in missione in una città dove regna “lo spregio del principio del bene comune”.

Leggi anche: Bocchino, Lusetti, Nugnes: le chiamate “d’affari” di Alfredo Romeo

Rifiuti, slitta il decreto: “Eccessivo il carcere a chi sporca le strade”

Berlusconi in versione Superman

Nuovo Consiglio dei ministri a Napoli per Silvio Berlusconi e il suo governo. Ma stavolta il premier – che l’artista writer napoletano, Raffo, ha ritratto in versione Superman che vola su Napoli, con il Vesuvio sullo sfondo, e in mano tiene stretti due sacchetti dell’immondizia – nella sua discesa in Campania ha dovuto affrontare non solo la questione rifiuti, ma anche la crisi dei mercati.
Durante il Cdm si è discusso del nuovo decreto legge sui rifiuti all’insegna della tolleranza zero, per fronteggiare l’emergenza e lanciare un piano per il rispetto delle regole e il decoro urbano (il cosiddetto decreto antigraffitari). Il via libera al decreto, che prevede, tra l’altro, il commissariamento dei comuni e delle province che non rispettano le norme per la raccolta e la gestione dei rifiuti, carcere e multe per chi realizza discariche abusive e getta i rifiuti per strada, è saltato e slittato però al prossimo consiglio, dopo i rilievi espressi da alcuni ministri, quelli di Lega e An. In particolare il no è venuto dal ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, contrario a punire chi inquina con sanzioni di tipo penale e ha chiesto di sostituire le sanzioni penali con quelle amministrative.
Quindi la crisi.
Sono due giorni, ovvero da quando l’altra sera il Cdm straordinario ha varato il decreto anticrisi, che il premier cerca di rassicurare l’Italia e gli italiani che non hanno nulla da temere. E anche da Napoli stessa musica: “Le nostre banche sono solide e non siamo in recessione”. E ancora: “Gli italiani abbiano fiducia”. Però il Cavaliere non ha nascosto che la crisi è davvero grave, tanto che ha sibillinamente parlato di una “possibile sospensione dei mercati internazionali per il tempo necessario di riscrivere le nuove regole”. Berlusconi durante la conferenza stampa ha spiegato che la “crisi è globale e serve una risposta globale. Si parla – ha aggiunto il premier – di una nuova Bretton Woods”. In realtà lo stesso Berlusconi dopo la sua rivelazione clamorosa ha corretto il tiro: “La sospensione delle borse come strumento per affrontare la crisi economica mondiale? Al momento non c’è nulla. Tra le varie ipotesi fatte, qualcuno ha fatto questa proposta: sospendere i mercati per dare il tempo di riscrivere le regole, ma al momento non c’è nulla”. Tra le cose non certe c’è pure un G8 “possibile nei prossimi giorni”.
Quindi un’altra iniezione di fiducia nelle aziende e nei titoli italiani: “È il momento di comprare Eni e Enel, perché le azioni con quei rendimenti dovranno ritornare al loro vero valore”. Insomma quello di Napoli è un Berlusconi molto razionale. Che davanti alle borse “in preda al panico e alla follia” – sono parole sue – predica la calma: “Dobbiamo essere più forti e se abbiamo azioni non bisogna venderle, ma se abbiamo soldi liquidi consiglio l’acquisto di alcune azioni”.

Berlusconi a Napoli in veste di “premier spazzino”: emergenza superata

Silvio Berlusconi

Nessun autunno caldo, Olimpiadi, Alitalia, dialogo con l’opposizione e manovra economica. Poi quel “gesto simbolico…”: la ramazza in mano e, per la sua settima visita a Napoli, diventa operatore ecologico.

Insomma, un Silvio Berlusconi a 360 gradi quello che si presenta nel capoluogo partenopeo e alle telecamere del Tg1 per un bilancio provvisorio dei primi cento giorni di governo.
Il Cavaliere esce a piedi dal palazzo della prefettura al termine di un lungo incontro con il sottosegretario Guido Bertolaso sull’emergenza immondizie in Campania. Il presidente del Consiglio spiega di essere tornato a Napoli oggi per lanciare un messaggio: “Le strade vanno tenute pulite”.
Ma stavolta non è il solit annuncio: il Cavaliere dà il buon esempio: si china e raccoglie un bicchiere di plastica, cartacce e altri rifiuti avvertendo che questo non deve più capitare: “Un modo”, ha aggiunto “per attirare l’attenzione di tutti sul fatto che dobbiamo essere consapevoli di dover tenere le nostre città e i nostri giardini puliti come le nostre case, perché è nelle città che passiamo gran parte del nostro tempo”. Assediato dalla stampa, da fotografi e tv il Cavaliere a fatica, protetto da un cordone di forze di polizia e dagli uomini della sua scorta, percorre i pochi metri che lo portano a piazza Carolina. Subito scatta il parapiglia. Il premier si mischia nella folla e fa il giro dell’edificio, fermandosi a scambiare alcune battute con curiosi e passanti assiepati dietro le transenne, ammettendo che sulla crisi dei rifiuti in Campania c’è ancora tanto da lavorare, ma la fase d’emergenza è ormai superata. In particolare, il Cavaliere lancia un appello: “Non bisogna opporsi alla costruzione di discariche e del termovalorizzatore. Si sono fabbricate tonnellate di rifiuti, ma anche tonnellate di menzogne sul fatto che un termovalorizzatore e una discarica inquinino l’atmosfera e l’ambiente”.
Poi gli altri temi. “Avevamo promesso più sicurezza” osserva “e abbiamo fatto provvedimenti che danno più sicurezza. Avevamo promesso di aiutare le famiglie, ed abbiamo abolito l’Ici”. In più, “abbiamo approvato con una mossa rivoluzionaria una legge di bilancio per i prossimi tre anni. Una finanziaria rivoluzionaria perché evita incrementi di spesa, taglia i privilegi e non comporta nessun aumento di tasse”.
Promesse mantenute che terranno il governo al riparo da un autunno caldo: “Non ci sarà nessun autunno caldo per le forze politiche”, osserva il premier a Napoli. “L’opposizione può manifestare contro la finanziaria, ma è come manifestare contro la grandine”. E davanti allae telecamere del Tg1 precisa che la manovra “non mette le mani nelle tasche dei cittadini”. E forse, dice: “non saranno felici quelli a cui abbiamo tagliato. Ci sarà una svolta rispetto alle politiche del governo precedente che ha fatto politiche di spesa”.
Sull’auspicio del capo dello Stato a un ritorno a un clima sereno fra le forze politiche “è anche il mio”, commenta il presidente del Consiglio. “Per avere un dialogo – aggiunge – bisogna avere rispetto degli altri e comportamenti leali” fra gli schieramenti. “E questo finora non si è verificato con l’opposizione. Se le cose cambieranno saremo felici. Altrimenti andremo avanti a realizzare le riforme promesse agli elettori”. E il primo banco di prova sarà proprio, alla ripresa dopo la pausa estiva, il federalismo: tema che il governo conta di agganciare alla legge finanziaria con il disegno di legge collegato.

Rifiuti: e adesso diventa un affarone ripulire Napoli

Ecoballla a Giuliano

Di Carlo Puca

Ecco il sole che scalda l’anima e il vento che profuma di mare. È allegra andante la Napoli di piazza Plebiscito, là dove si affaccia la task force di Guido Bertolaso. Sono una squadra e si vede. Uomini e donne indossano tutti la stessa maglietta della Protezione civile, che sembra quella della Nazionale di calcio. C’è energia, ci sono le lavagne, i computer, le mappe. E fogli Excel aggiornati con minuzia. Sono i fogli dei conti. Perché stavolta i soldi sono misurati, il tempo delle spese pazze è finito. Lo spreco del passato è agli atti del Parlamento, non è una voce di popolo. Nella scorsa legislatura la commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti ha quantificato in 780 milioni l’anno la spesa corrente prodotta dall’emergenza campana. Quattordici anni di crisi equivalgono a un paio di Leggi finanziarie. Risultati? Praticamente nulli. Ecco perché si è arrivati al commissariamento del commissariato (il gioco di parole ci vuole). Nonostante resista nell’immaginario collettivo, il commissariato non esiste più, nella forma e nella sostanza. Abolite le consulenze d’oro, aboliti i fannulloni, abolite le spese di rappresentanza, pure il caffè si paga di tasca propria. Tutto deciso dalla struttura di Bertolaso.

Si chiama così: sottosegretariato per l’emergenza rifiuti. È diviso in sette “uffici di missione”: coordinamento gestione emergenziale; tecnico-operativo impiantistica; comunicazione; finanziaria; amministrativo-legale; gestione contenzioso; consorzi di bacino. Ogni missione ha un capo, tutti i capi riferiscono a Bertolaso. I costi? Bassi per la complessità della faccenda. La lista della spesa è contenuta in una legge, la numero 123 del 14 luglio 2008. È la legge che istituzionalizza il fondo per l’emergenza rifiuti. La dotazione generale è di 150 milioni di euro. Poi ci sono le specifiche. Appena il 10% “è destinato alla copertura delle spese correnti”. Quaranta milioni di euro servono per il completamento del termovalorizzatore di Acerra, inclusi i denari per i fornitori che vantano crediti con le società appaltatrici. Dieci milioni 900 mila euro sono per “la riconversione degli impianti di selezione e trattamento dei rifiuti in impianti per il compostaggio e la raccolta differenziata”. L’investimento più consistente, 84 milioni, è per l’attivazione di nuove discariche. Altri soldi sono per la forza lavoro, per la quale “viene stimata una spesa pari a 12 milioni di euro”. Aggiunta qualche voce minore, restano 2.740.500 euro per “possibili nuove maggiori esigenze, acquisizione di cave e siti, indennizzi”.

A questo capitolo andrebbero poi sommati “gli importi derivanti da eventuali minori spese per gli altri interventi”. Insomma, si ipotizza di risparmiare qualcosa. Difficile. Al momento l’unico risparmio sicuro è l’Esercito: elmetto e sacchetto, soldato perfetto. Anche perché è “gratis et amore Dei”. “Impiegato per lo svolgimento delle attività di vigilanza e protezione, il personale delle forze armate agisce con le funzioni di agente di pubblica sicurezza ” recita la legge. Ma, attenzione, “senza compensi aggiuntivi”. Giusto così, “mica siamo in guerra” dice il generale Carlo Gibellino, a guida del 2° comando delle forze di difesa. “Questa storia della militarizzazione del territorio è una sciocchezza”.
Ma passare dall’Iraq alla spazzatura non è una “diminutio “? “Per carità, va benissimo, ci sentiamo utili”. In effetti quella dell’Esercito in Campania è una storia tutta da scrivere. Soldati e caporali della Brigata Garibaldi, ragazzi che hanno fatto le guerre vere, con elmetto e moschetto, si chiamano Calì, Infernola, Fasciato. Cognomi del Sud. Tra meridionali, soldati e presunti nemici hanno socializzato alla grande. “Hanno cominciato offrendoci un caffè” racconta Gibellino, l’unico nordico su piazza, “siamo passati ai fax di ringraziamento e stiamo finendo con le cittadinanze onorarie”. Perché nel Mezzogiorno la gente si fida, il militare in famiglia è un classico. E poi i soldati di guardia alle discariche hanno bloccato i camion carichi di rifiuti radioattivi e denunciato i mandanti.

È accaduto a Sant’Arcangelo a Trimonte, 600 anime nel Beneventano profondo. Qui ad aprile i trattori bloccavano le strade. Dopodiché si è manifestato l’imponderabile per queste terre di moti e ribellione. Il sindaco si è fidato e ha scelto di entrare nella gestione della discarica. Controllerà la qualità dei rifiuti, incasserà le royalty sulla spazzatura e darà lavoro a un sacco di gente del posto. Redditi fissi e garantiti. Sant’Arcangelo ora ha pure i requisiti per concorrere all’”Accordo di programma strategico per le compensazioni ambientali in Campania”. Si tratta di 526 milioni cofinanziati da Regione Campania e ministero dell’Ambiente. Sono a disposizione dei 37 comuni individuati come sedi di discariche, termovalorizzatori, siti per lo stoccaggio delle ecoballe e impianti di produzione di cdr. La compensazione e le bonifiche erano i buchi neri dello Stato in Campania, l’anello più leso nella collana di promesse mancate. Per intenderci: Savignano si prende i rifiuti, ma poi va risarcito. E con una decina di milioni di euro può diventare la Svizzera dell’Irpinia.
Finora era stato promesso a tutti di diventare come la Svizzera. Hanno avuto soltanto i rifiuti. La svolta tecnica è proprio la legge 123, che offre opportunità a tutti i livelli. Per esempio, prevede che i due nuovi termovalorizzatori di Santa Maria La Fossa e di Napoli “possano essere realizzati da imprese specializzate in regime di project financing”: chi paga l’impianto si prende la gestione. E ci guadagna. Basta far di conto. Una tonnellata di petrolio equivale a 6,841 barili. Un barile costa intorno ai 120 dollari, che corrispondono a circa 77 euro. Perciò 1 tonnellata di petrolio vale più o meno 500 euro. L’Italia ogni anno consuma 1.788 milioni di barili, in gran parte importati. Puntualmente, la nostra bilancia commerciale energetica è disastrosa. Una ecoballa composta di rifiuti trattati pesa approssimativamente 1,4 tonnellate. Dalla sua combustione si ottengono circa 700 chilowattora. Pur saltando un bel po’ di noiosi dettagli tecnici, il risultato non cambia: bruciando 4 tonnellate di rifiuti trattati si ottiene la stessa energia prodotta da 1 tonnellata di petrolio. Dunque, in termini economici, una ecoballa non vale meno di 170 euro. Con la differenza non marginale che il petrolio lo importiamo; i rifiuti campani, invece, abbiamo lottato per esportarli. Pagando. È il mondo alla rovescia.

Militari al lavoro a Caserta

Uno dei lavori più oscuri del sottosegretariato all’emergenza è il censimento delle ecoballe parcheggiate in Campania. Il dato parziale, non ufficiale, è impressionante. Tra capannoni, siti di stoccaggio e ricoveri di fortuna, le ecoballe accatastate sarebbero circa 6 milioni. Valore commerciale: almeno 1 miliardo di euro. L’oro di Napoli. Tuttavia, il forziere rischia di rimanere sotterrato per chissà quanto tempo. La colpa non è soltanto dei termovalorizzatori che ancora non ci sono. Il capoprogetto di Acerra, l’ingegnere Rodolfo Delia, giura: “La messa a regime della prima linea è per il febbraio 2009. Peccato, se le inchieste giudiziarie non ci avessero fermato, l’impianto sarebbe già in funzione”.

E intanto avanzano i pretendenti per la gestione, le società A2A e Actelios. Buon segno. Per gli altri tre inceneritori la programmazione sta filando liscia. Salerno in particolare promette benissimo: l’apertura è prevista entro 30 mesi. Pochi? I soldi ci sono. E ci hanno messo la faccia in troppi: Silvio Berlusconi, il sindaco Enzo De Luca, il governatore Antonio Bassolino, lo stesso Bertolaso. È questione di onore. Allora che cosa blocca l’utilizzo delle ecoballe prodotte dalla Fibe tra il 2001 e il 2005? Il sequestro disposto dalla magistratura partenopea. L’accusa dei pm è che conterrebbero troppa acqua, il 32% a fronte del 25 standard. Ma nella Germania rigorosa e ambientalista ecoballe di tipo umido già le bruciano, con garanzia di qualità. Napoli è comunque complicata. Almeno per ora. Nel frattempo, il governo è impegnato nella “fase 2″, che poi significa un bel po’ di educazione civica e “la rivoluzione culturale della raccolta differenziata” (parole di Bertolaso). Sarebbe infatti da illusi pensare che la svolta tecnica corra parallela a quella antropologica. Il malcostume resiste, eccome. Gli esempi sono tanti. Un paio li racconta Marcello Fiori braccio destro di Bertolaso. “La Campania è tecnicamente pulita, ma mancano ancora alcuni dati, non per colpa nostra.
Abbiamo inviato un fax ai 551 comuni della regione chiedendo se presentavano situazioni di criticità. In 490 hanno replicato che è tutto in ordine. Gli altri sono missing, evidentemente non hanno problemi. Però non ci hanno nemmeno risposto, collaborazione istituzionale zero”. Ancora: “Su Napoli abbiamo stilato una mappa di 100 siti sporcati dai rifiuti speciali, sui quali per legge non siamo competenti. L’Asia, la municipalizzata di Napoli, ci ha promesso che entro qualche giorno provvederà. Aspettiamo fiduciosi. Ma il dato è che c’è ancora chi continua a sversare lavatrici, copertoni e veleni vari”. L’ultimo esempio di malcostume arriva dall’elicottero antimonnezza. Col teleobiettivo in azione, la protezione civile cerca dall’alto piccoli e grandi”untori”. Fotografa loro e le loro targhe e poi li denuncia. Uno è in azione sul corso principale di Pianura: guanti in pelle per non contaminarsi le mani, abbandona folli schifezze per strada. Quell’uomo non merita il profumo del mare, la sua anima è di diossina.

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Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
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