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Il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso (Ansa)
Il disegno di legge che contiene la costituzione della Protezione civile Spa, la società di proprietà della presidenza del Consiglio dei ministri per gestire attività strumentali di supporto tecnico amministrativo, verrà discusso mercoledì alla Camera (qui il testo approvato dal Senato il 9 febbraio in pdf) dove, salvo sorprese, il Governo metterà la fiducia.
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Per il ministro Tremonti (Economia) è una “Riforma storica”. Il ministro Bossi (Riforme) si dice “Soddisfatto, perché per il Sud il federalismo viene considerato una sfida e non più un qualcosa che possa danneggiarlo”. Il ministro “taglialeggi” Calderoli loda: “Lo straordinario consenso raccolto ieri in conferenza unificata” con gli enti locali. Parole di esultanza da parte dei membri del governo per annunciare il via libera dal Consiglio dei ministri al ddl sul federalismo fiscale (qui il dossier: presentazione - principi - Art. 119 Costituzione).
Un percorso lungo, difficile, anche nelle ultime 24 ore: il governo ha incassato solo a tarda sera di giovedì 2 il disco verde dell’arcipelago delle autonomie locali. Un sì arrivato grazie alla mediazione del presidente dell’Anci, Leonardo Domenici, sindaco di Firenze. Che, nella riunione con il premier e i ministri Fitto (Affari regionali) e Calderoli ha ottenuto dal governo le garanzie sulle risorse richieste. Garanzie che arrivano sotto forma di assicurazioni per lo stanziamento di 585 milioni per il 2007 e 700 per il 2008 come integrazione dell’Ici rurale, 260 milioni come integrazione del rimborso sul mancato gettito dell’Ici sulla prima casa. Alle Regioni dovrebbero andare altri 434 milioni come parte del finanziamento per i ticket sanitari.
Un percorso lungo (”Che viene da molto lontano” ha detto Tremonti: “il primo atto sul federalismo fiscale c’è stato durante il primo governo Berlusconi, nel famoso libro bianco”) e non ancora concluso: il provvedimento, approvato in via preliminare già lo scorso 11 settembre, può avviarsi ora a varcare ufficialmente le aule parlamentari. E, come annunciato da Bossi, iniziare il suo cammino dall’Aula del Senato. Anche perché, come tiene a precisare il ministro Tremonti, il ddl delega al Governo sul federalismo fiscale è “una legge ordinaria, non costituzionale. Il governo ha varato anche un decreto legge per il riequilibrio economico di Regioni e enti locali, con uno stanziamento di risorse pari a 1,31 miliardi di euro.
Insomma, il cdm ha dato via libera al “pilastro” della riforma fortemente voluta dalla Lega che assicura autonomia di entrata e di spesa a Comuni, province, città metropolitane e regioni, rispettando, al contempo, i principi di solidarietà e coesione sociale previsti dalla Costituzione. Si tratta infatti di una legge delega di sistema che richiede successivi decreti attuativi che il governo si impegna ad approvare entro 24 mesi.
I punti centrali della riforma sono contenuti nei decreti legislativi: autonomia e responsabilizzazione finanziaria di tutti i livelli di governo; attribuzione di risorse autonome a Regioni ed enti locali secondo i principi di territorialità, sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza; superare il criterio della spesa storica.
“Come prima cosa” ha chiarito Tremonti “dobbiamo creare una banca di dati comuni sui grandi aggregati di finanza pubblica coinvolgendo tutte le sedi tecniche che debbono mettere tali dati al servizio di questo progetto dal ministero delle finanze, alla Corte dei Conti, all’Istat“. “Deve essere una banca con dati aggregati e consolidati” ha aggiunto Tremonti “e i dati devono essere condivisi dal punto di vista politico, senza distinzioni tra i numeri del governo o dell’opposizione, del nord, del centro o del sud. Poi verrà il momento delle scelte politiche”.
Nello specifico, il ddl prevede che ai comuni siano trasferiti parte dell’Irpef, tributi propri e parte del fondo perequativo. Sparisce così la contestata imposta sugli immobili che aveva fatto parlare di una reintroduzione dell’Ici. “Rispetto ai comuni”, ha risposto Calderoli ai cronisti che gli chiedevao come saranno finanziati i comuni, “il ddl prevede l’attribuzione di parte dell’Irpef, tributi propri e parte del fondo perequativo”. Circa l’introduzione di norme che anticipano l’attribuzione di tributi propri per Roma Capitale, Calderoli ha detto che “il testo che è stato approvato è quello; il governo è stato autorizzato alla presentazione di un emendamento su ‘Roma Capitale’ che sarà presentato in Parlamento e che anticipa, dal punto di vista ordinamentale e fiscale, quanto previsto anche per le altre province. Ci sarebbe stato un blocco dal punto di vista fiscale per quel che riguarda la Capitale”. Di fatto, Roma si trasforma da un normale comune in un ente territoriale, denominato, ‘Roma Capitale‘ ”con speciale autonomia statutaria, amministrativa e finanziaria, al fine di svolgere le funzioni di Capitale della repubblica Italiana e di sede di rappresentanza diplomatica di Stati esteri”.
Nel ddl non c’è un riferimento a una regione o a più regioni per quanto riguarda l’individuazione dei costi standard e dell’efficienza amministrativa. Un punto ben spiegato da Calderoli nella conferenza stampa: “Non c’è nessun riferimento nel testo rispetto ai costi standard né alla Lombardia, né ad altre regioni. I decreti attuativi definiranno i costi standard ma non ci sarà un riferimento a una regione o a un’altra ma al livello di efficienza e adeguatezza, e efficienza ed adeguatezza non hanno un riferimento geografico”.
Tra i punti qualificanti del provvedimento la correlazione tra prelievo fiscale e benefici; l’istituzione di tributi regionali e locali; la facoltà per le Regioni di far compartecipare gli enti locali al gettito dei tributi; premi ai comportamenti virtuosi ed efficienti; garanzia del mantenimento di un adeguato livello di flessibilità fiscale tendenzialmente uniforme sul territorio nazionale; riduzione della imposizione fiscale statale in misura adeguata alla più ampia autonomia di entrata delle Regioni; territorialità dell’imposta; tendenziale corrispondenza tra autonomia impositiva e di gestione.
Il meccanismo della legge sarà realizzato e verificato da una Commissione paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale e da una Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica. Per le Regioni è previsto che “dispongano di tributi e di compartecipazioni erariali in grado di finanziare le spese” delle loro competenze; della potestà di modificare le aliquote dei tributi.
A evitare diseguaglianze sarà il Fondo perequativo a favore delle Regioni con minore capacità fiscale per abitante. Per gli enti locali la legge individua i tributi propri di Comuni e Province e stabilisce che gli introiti deriveranno dalla compartecipazione all’Irpef, da tributi propri e da un fondo perequativo. Le Regioni possono istituire nuovi tributi comunali e provinciali di cui i beneficiari possono aumentare le aliquote.
Gli enti locali, infine, hanno piena autonomia per fissare le tariffe per prestazioni o servizi. Sempre le regioni devono istituire due fondi a favore di comuni e province per concorrere al finanziamento delle funzioni trasferite. Il finanziamento delle città metropolitane avviene anche con tributi specifici e quello di ‘Roma Capitale’ con specifici stanziamenti i quote aggiuntive di tributi erariali.
Via libera del Consiglio dei ministri riunito questa mattina al disegno di legge sulle intercettazioni. Il provvedimento, approvato all’unanimità, vieta le intercettazioni per reati, le cui pene sono inferiori a 10 anni. È inoltre prevista una deroga per i reati contro la pubblica amministrazione e le intercettazioni da parte della magistratura non potranno durare più di 3 mesi e dovranno essere decise da un tribunale, non da un singolo soggetto.
Durante la conferenza stampa che si è svolta al termine del Cdm a palazzo Chigi il ministro della Giustizia, Angelino Alfano ha spiegato la ratio del disegno di legge: “Il sistema delle intercettazioni era degenerato e il nostro provvedimento risponde a quanto prevede la Costituzione italiana all’articolo 15 e ha piena copertura europea in merito alla Convenzione dei diritti dell’uomo”.
Poi il Guardagilli è entrato nel merito spiegando alcune tecnicalità del ddl che ora passa all’esame del Parlamento – da cui lo stesso Alfano ha detto di aspettarsi contributi migliorativi – : “Le intercettazioni sono inutilizzabili se attinte in riferimento ad un processo nel corso di un altro processo. E saranno applicabili solo per il futuro e non per i procedimenti in corso. Quindi – ha detto perentorio il ministro della Giustizia - non c’è nessuna retroattività”. E ancora: “Le intercettazioni saranno sempre possibili nei reati di mafia, di terrorismo, per quelli che prevedono l’ergastolo e per tutti i reati di grande allarme sociale”.
Quindi rispondendo al leader dell’opposizione, Walter Veltroni, che riteneva le intercettazioni non fossero una priorità del Paese, Alfano ha spiegato: “Infatti sulle priorità, come la sicurezza, i rifiuti e le tasche dei cittadini siamo già intervenuti anche per decreto. Questo disegno di legge è coerente con quanto detto in campagna elettorale e con quanto previsto dal programma del Pdl e poi – ha aggiunto il Guardasigilli - si ispira alla filosofia del ddl Mastella pur non prevedendo le stesse sanzioni”.
Ma Alfano – proseguendo nella sua ottica di buoni rapporti con la magistratura ha anche spiegato che le toghe non devono avere paura di questo disegno di legge. “Perché non devono lavorare solo con le cuffie…”. Alfano ha detto durante la conferenza stampa “Enfatizzando il ruolo eccessivo delle intercettazioni si fa un torto alla magistratura. Che invece gode di mezzi ampi nel codice: non hanno bisogno della cuffia alle orecchie. Si possono servire di tutti gli elementi del codice. E i cittadini avranno la bella conseguenza che avranno tutelata la loro sicurezza e la loro privacy”. Infine nel ddl sono previste pene da 1 a 3 anni per i giornalisti che pubblicano le intercettazioni.
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Il tema delle intercettazioni infuoca il dibattito politico, per un banale errore di stampa. I provvedimenti del governo passano da disegno di legge a decreto e poi di nuovo disegno di legge. Nel giro di due ore.
La prima agenzia è delle 15:47, “Nella nota di convocazione del Consiglio dei Ministri di venerdì all’ordine del giorno c’è il decreto legge sulle intercettazioni”. Decreto, quindi una misura urgente e immediatamente effettiva, e non disegno di legge. Subito si scatenano le reazioni, dall’opposizione così come all’ interno della maggioranza. Un crescendo di indignazione e protesta da un lato e di perplessità dall’altro: l’ex ministro leghista Castelli: “Per me è un’assoluta novità. Sono curioso”. il ministro-ombra Tenaglia, del Pd: “Non è una materia da decreto, non c’è l’urgenza”. Il presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida: “bisogna stare attenti ai presupposti di necessità e urgenza”. Anche Casini ci tiene a commentare: “è un’idea malsana”. Sfodera l’artiglieria l’Italia dei Valori, dal capogruppo Massimo Donadi “Scelta sciagurata”, al leader Antonio Di Pietro: “Quale processo devono stoppare?”. Fino ad arrivare a un passo dallo scontro istituzionale, col presidente Giorgio Napolitano che ricorda di aver detto appena ieri di aspettarsi “un disegno di legge su cui discutere in parlamento”.
Ma alle 17.40 è Silvio Berlusconi stesso a spegnere l’incendio. Che si rivela un fuoco di paglia: “C’è stato un refuso: non è dl ma ddl”. Con due “d”: disegno di legge. ”Si tratta di un disegno atteso dai cittadini perchè la democrazia non e’ tale se non e’ rispettata la privacy” aggiunge il premier, in conferenza stampa a Napoli. Berlusconi va anche nei dettagli: ”Le intercettazioni non possono essere prolungate indefinitamente, ma possono essere effettuate nell’ambito di un periodo di tre mesi”. Si faranno solo ”per pene edittali da 10 anni in su. Seguiamo la regola europea di altri Paesi come la vicina Austria” e dovranno essere autorizzate “da un organo non monocratico ma composto da tre magistrati”.
Alle 17.51 arriva la nota ufficiale di Palazzo Chigi che conferma il “mero errore materiale” di trascrizione. Ma c’è chi non crede comunque alla buona fede del governo e pensa si tratti di un dietrofront mascherato, come Di Pietro che dichiara: ”Ci hanno provato ma sono stati colti con le mani nella marmellata”.
Il VIDEO servizio:
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Cinque disegni di legge da presentare in Parlamento. Nella speranza di una “sollecita approvazione”, anche con l’apporto del centrodestra. Ma con il rischio reale che restino disegni teorici senza una pratica attuazione.
Alla fine, dopo lo stop della scorsa settimana, il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al “pacchetto sicurezza”, il cosiddetto Amato-Mastella. Composto, appunto, da cinque disegni di legge: disposizioni in materia di sicurezza urbana; disposizioni in materia di grave allarme sociale e di certezza della pena; adesione al trattato di Prum e istituzione della banca dati nazionale del dna; misure di contrasto alla criminalità organizzata, delega al governo per l’emanazione di un testo unico delle disposizioni in materia di misure di prevenzione, disposizioni in materia di ordinamento giudiziario e patrocinio a spese dello stato. Infine reintroduzione del reato di falso in bilancio, fortemente voluto dai ministri Antonio Di Pietro e Paolo Ferrero (che aveva chiesto punizioni anche per i reati dei cosiddetti “colletti bianchi”) innalza le pene che nella scorsa legislatura erano state alleggerite.
A questi si aggiungono altri tre provvedimenti per la sicurezza negli esercizi commerciali e contro la contraffazione e il caporalato, che saranno presentati come emendamenti alla Finanziaria.
Una settimana sembra dunque servita al governo per licenziare un pacchetto “più completo”. Che tuttavia non ha avuto il pieno appoggio della maggioranza oltre ad andare incontro alle scontate critiche dell’opposizione.
Quest’ultima, per bocca di Alfredo Mantovano, ex magistrato e ora senatore di Alleanza Nazionale, ha così commentato: “Perfino il pacchetto sicurezza viene lottizzato: un ddl (o una voce significativa del pacchetto) per ogni partito; a Di Pietro il falso in bilancio, ad Amato i poteri ai sindaci, a Ferrero un nuovo permesso di soggiorno per sanare chi entra clandestinamente… Attendiamo con ansia di conoscere che cosa toccherà all’Udeur!”.
Al di là però dei giudizi politici, è un fatto che, nonostante Letta abbia presentato il pacchetto “Amato-Mastella”, come frutto di un lavoro di squadra, approvato “all’unanimità, pesano dal punto di vista politico le astensioni del ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, sui provvedimenti relativi alla sicurezza urbana e alla lotta alla contraffazione e quella dei ministri dell’Università, Fabio Mussi e dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, sui Ddl relativi alla sicurezza urbana.
Ma non sono questi gli unici ostacoli sul percorso delle nuove misure anti-criminalità di Amato e Mastella. Il vero nodo lo spiega lo steso ministro dell’Interno: “i disegni di legge sulla sicurezza vanno in Parlamento come tali e contengono norme che dovrebbero incontrare consenso e sollecita approvazione. Proprio per questo li mandiamo come ddl e non come atti del Governo. Ove queste misure non venissero approvate in tempi ragionevoli, il Governo dovrà riconsiderare la sua scelta”.
Tradotto: il governo non se l’è sentita di varare un decreto, partorendo “solo” cinque disegni di legge che per entrare in vigore dovranno imboccare il consueto iter parlamentare per uscirne chissà quando e chissà come. La pensa così, per esempio, l’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu, di Forza Italia: “Mentre gli italiani e le forze dell’ordine attendono, la delittuosità complessiva e l’allarme sociale continueranno a crescere, confermando il fatto che la sicurezza per questo governo è ormai una questione di secondaria importanza”.
E l’opinione è condivisa anche da molti nella maggioranza. Innanzitutto dall’Idv (il partito di Antonio Di Pietro), che tramite Massimo Donadi, capogruppo dei dipietristi alla Camera, dice a Panorama.it: “Avremmo preferito un decreto per farlo entrare in vigore immediatamente. Ma di fronte al rischio di non venir approvato, va bene anche il ddl. Lavoreremo in Aula perché diventino al più presto legge queste norme a tutela dei cittadini”.
Il fatto è che un ddl non ha vincoli di tempo (come invece ha il decreto legge, che decade se non convertito in legge, dopo 60 giorni dalla sua emanazione) e il pericolo paventato dall’onorevole Donadi è più che concreto: con l’aria di fine impero che regna sui palazzi romani, il “pacchetto Amato Mastella”, nonostante la corsia preferenziale su cui viaggiano di solito i provvedimenti del governo, rischia di restare il solito pacco vuoto.
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L’ultimo, in ordine di tempo, è l’assessore ai Quartieri di Bologna, Libero Mancuso. L’ex magistrato, ha lanciato la sua proposta anti lucciole: creare zone isolate in cui convogliare, a rotazione, la prostituzione, per agevolare controlli delle forze dell’ordine e presenza organica dei servizi sociali del Comune.
Molte e prevedibili le critiche, ma è arrivata anche qualche adesione, come quella del sindaco di Catania, Umberto Scapagnini (di Forza Italia, a dimostrazione che la questione non si presta a divisioni ideologiche) pronto a farsi promotore tra i sindaci delle aree metropolitane di una legge che consenta di superare gli ostacoli della normativa attuale: indicando zone dove convogliare la prostituzione, il sindaco potrebbe infatti essere accusato di favoreggiamento.

Dal punto di vista operativo alcune città si sono da tempo messe all’opera. Ad Alessandria, per esempio, sono state approvate una serie di misure per scoraggiare i frequentatori delle prostitute che esercitano ai bordi delle strade. L’ordinanza prevede il divieto di arresto delle vetture in certe strade e le multe (comprese tra 25 e i 500 euro) per chi indossa abiti indecorosi e compie atti più o meno osceni alla luce del sole (o dei lampioni).
Nel nord est sono in corso da qualche tempo sperimentazioni di aree nelle quali “circoscrivere” il fenomeno. A Mestre è in atto il progetto “Zoning”: un piano che individua le aree calde della città e delimita, in accordo con le prostitute, alcune “isole” periferiche che pur gravitando nelle stesse zone garantiscono un minor impatto sociale ma anche più sicurezza e controlli sanitari in favore delle lavoratrici del sesso. Anche se il Terraglio, la statale che unisce Mestre a Treviso, continua a essere a tutt’oggi una sorta di supermarket notturno del sesso. A Padova esiste invece da due anni una sorta di quartiere a luci rosse in periferia, alle spalle della Fiera. Un’area hard come ad Amsterdam? Non proprio, quello di Padova è un quartiere a “luci rosse” in versione vorrei-ma-non-posso. Le circa 130 “belle di notte” (in maggioranza giovanissime extracomunitarie, su 1000 abitanti del quartiere) non stanno esattamente in vetrina. Si adattano a occhieggiare dalla finestra del tinello, o dal balconcino della camera da letto. E se per i clienti di poche pretese basta un pizzico di fantasia per immaginare di essere in Olanda, la gente del quartiere (quella poca rimasta) non ne può più del viavai, e, stanca di vivere in una specie di “zona franca”, ha chiesto e ottenuto dal sindaco diessino Flavio Zanonato lo stop al traffico notturno: ora l’accesso a via Confalonieri, la strada centrale del vizio, è limitato ai residenti dalle 22 alle 5 di mattina. E multa di 71 euro per i fuorilegge in auto per intralcio alla circolazione automobilistica. A questa iniziativa le lucciole padovane hanno prima manifestato e poi inventato una forma di “risarcimento” per i loro clienti: il “bollino rosa dell’amore”, cioè una prestazione gratuita a chi è stato pizzicato dai vigili urbani.
Tutte soluzioni per niente gradite a Tiziana Maiolo, assessore alle Politiche sociali di Milano, convinta che il problema non è una questione solo comunale, ma un dramma nazionale che non può essere affrontato “con trovate estemporanee, poco serie e non risolutive”. Nell’attesa, a Milano i “quartieri a luci rosse” li hanno già creati viados brasiliani, donne cinesi, lucciole dell’Est, esperte prostitute italiane e giovani rumeni che si sono spartiti i marciapiedi della città in base al cliente di riferimento.
E allora, occhi puntati alla ripresa autunnale, quando (una volta conclusa la protesta istituzionale dell’Anci che non partecipa più a tavoli con il governo) si potrà affrontare la questione alla conferenza Stato-Città. Magari anche da noi qualcuno si travestirà da Nicolas Sarkozy e regolerà la questione come fece l’allora ministro dell’Interno francese: con una brusca legge che vieta l’adescamento e punisce i clienti, ripulendo così strade, vicoli, raccordi anulari e boulevard.
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La polemica sul Senato che lavora poco è di qualche settimana fa. Il problema dei rifiuti nel napoletano dura dal 1994 e in questi giorni è diventata, più che un’emergenza, uno scandalo davanti agli occhi del mondo.
Tra centrodestra e centrosinistra, nei banchi del Senato, per la XV Legislatura (cioè quella partita il 28 aprile 2006) siedono 30 eletti nella regione Campania e alcuni di un certo peso. Dai Ds Massimo Brutti e Massimo Villone, ai Dl Antonio Polito, Antonio Maccanico, al ministro Udeur Clemente Mastella. Nutrita anche la schiera del centrodestra: Giuseppe Pisanu, Franco Malvano, Lino Iannuzzi, di FI, Pasquale Viespoli, di An, e il transfuga Marco Follini.
Due soltanto invece gli interventi legislativi in materia di “monnezza” in circa 14 mesi di attività parlamentare. Frutto più dell’azione dell’esecutivo che del lavoro in Aula. La conferma viene sia dal motore di ricerca interno al Senato sugli Ultimi atti approvati, sia dal sito del Parlamento italiano, collegato a quelli di Camera e Senato, che riporta l’ Indice cronologico delle leggi approvate. Impostando una semplice ricerca con le parole chiave “emergenza rifiuti”, ne risultano due Decreti Legge governativi: quello del 9 ottobre 2006, convertito in legge nel dicembre dello stesso anno e quello dell’11 maggio scorso, con gli “Interventi straordinari per superare l’emergenza rifiuti nella regione Campania”, di cui non è ancora iniziato il dibattimento.
In compenso, cercando tra i disegni di legge in estenuante attesa di essere discussi a Palazzo Madama, si scopre che tra le 18 proposte (sull’istituzione del difensore civico per l’ambiente, sulle norme per l’approvazione del protocollo di Kyoto, sulla tutela delle popolazioni rom e sinti, ecc…) una sola c’entra il tema e chiede lo “scioglimento dei consigli comunali per mancato conseguimento degli obiettivi di raccolta differenziata dei rifiuti urbani”. Insomma, l’unica attività dei parlamentari pare sia quella di prorogare di anno in anno il decreto che dichiara lo stato di emergenza in Campania e nomina il commissario straordinario, che da ottobre 2006 è Guido Bertolaso, capo della Protezione civile (i cittadini possono “avvicinarlo” grazie al sito web dell’emergenza). Il Palazzo gli ha delegato il da farsi, lasciandolo spesso solo a lottare contro le resistenze di popolazioni e sindaci sul piede di guerra contro discariche e siti di smaltimento. Per risposta, il commissario in otto mesi ha minacciato almeno due volte di andarsene, facendo capire che lo stato di continua calamità dei rifiuti campani sembra diventato una storia infinita, oltre che maleodorante: l’immondizia che letteralmente ricopre Napoli è pari a 2.600 tonnellate.