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Sì allo scudo per premier e ministri. E alla Camera esplode la bagarre

I parlamentari dell'Idv protestano a Montecitorio, dopo la votazione finale sul Legittimo Impedimento

I parlamentari dell'Idv protestano a Montecitorio, dopo la votazione finale sul Legittimo Impedimento

Cronaca di un’ordinaria giornata di bagarre alla Camera: tra cartelli, urla e contestazioni il testo sul legittimo impedimento ottiene il disco verde dalla Camera. Con 316 voti a favore, 239 contrari e 40 astensioni (l’Udc ed i deputati delle Minoranze linguistiche e dei Liberaldemocratici) il provvedimento, che permetterà al presidente del Consiglio ed ai ministri di non comparire per 18 mesi alle udienze giudiziarie in caso di concomitanti impegni istituzionali, ora passa all’esame del Senato. Continua

Roma può spendere, il Nord non ci sta. Sul Dl anticrisi, governo battuto

Fiducia alla Camera

La Camera vota il via libera al decreto anticrisi, che passa ora all’esame del Senato. Ma nella maggioranza i “nodi” costituiti dei malumori della Lega e dell’atteggiamento di An sulla nascita del nuovo partito del centrodestra continuano ad alimentare qualche tensione.

Il campanello d’allarme è suonato oggi in aula, quando i deputati della Lega si sono astenuti su un ordine del giorno al decreto, presentato dal Pd, costringendo il governo ad incassare una battuta d’arresto. Già ieri dai vertici del Carroccio era arrivato un input ai sindaci leghisti di sforare il patto di stabilità interno in segno di protesta dopo che una deroga speciale era stata concessa nei giorni scorsi al Comune di Roma.
E l’odg riguardava proprio il rispetto del patto di stabilità per gli enti locali, impegnando il governo “a valutare la possibilità di escludere dai saldi utili del patto di stabilità interno degli enti locali i pagamenti concernenti spese per investimenti effettuati nei limiti delle disponibilità di cassa a fronte di impegni regolarmente assunti ai sensi dell’articolo 183 del testo unico degli enti locali”.
Le richieste di fondi vengono però anche dai deputati del Mezzogiorno: l’Mpa di Raffaele Lombardo si è astenuto in aula sul voto finale al decreto anticrisi e Berlusconi ha dovuto far fronte anche ad una lettera firmata da una settantina di deputati meridionali del Pdl che hanno chiesto una maggiore attenzione alle richieste del Mezzogiorno.

In mattinata il premier ha incontrato il reggente di An, Ignazio La Russa, che ha assicurato che il “clima è positivo e non c’è nessun problema”, anche se nell’incontro non si è parlato del futuro congresso del Pdl. A tranquillizzare il governo ci ha pensato poi anche la Lega stessa. Che ha annunciato, per bocca del capogruppo Roberto Cota, il suo sì al decreto anticrisi anche se contiene dei punti su cui c’è disaccordo: “Voteremo sì perché la Lega sostiene il governo e in questo provvedimento ci sono cose importanti anche se ci sono dei punti di disaccordo come la deroga per il Comune di Roma sul patto di stabilità” ha spiegato, difendendo la protesta dei Comuni del nord ai quali non è concessa la stessa deroga. Sulla fibrillazioni nella maggioranza l’esponente del Carroccio sdrammatizza: “È una normale dialettica, è giusto che ci sia”, ma “non possiamo far cadere il governo perché sta facendo un’azione positiva come la riforma sul federalismo fiscale”.
Cerca di getare acqua sul fuoco delle polemiche anche il sindaco di Roma, commentando le proteste dei sindaci leghisti relativamente ai benefici concessi alla Capitale: “Il patto di stabilità per Roma non ha nessuna similitudine con altri comuni italiani. E questo perché una volta scorporato il debito pregresso previsto dal patto di rientro, è come se Roma fosse un nuovo comune”.

Non perdono occasione di rimarcare le tensioni della maggioranza i leader dei partiti di opposizione. Walter Veltroni, parlando in aula a Montecitorio, ha sottolineato che “la maggioranza si è divisa su questioni fondamentali, e lo dimostra il dibattito sui provvedimenti contro la crisi economica ma anche quello in materia di giustizia e Alitalia. “Mercoledì la Camera ha votato per la decima volta la fiducia al governo, un governo che ha varato 30 decreti legge contro i 18 del governo Prodi” ricorda il segretario del Pd “la fiducia è stata messa in presenza di 115 emendamenti, 63 della maggioranza, e 28 dell’opposizione, è evidente che è stata messa per affrontare le divisioni interne alla maggioranza”.
Da parte centrista, Pier Ferdinando Casini cita le divisioni del centrodestra e intervenendo in aula sottolinea che “è chiaro che la litigiosità nella maggioranza aumenta di giorno in giorno, anche se Berlusconi ha fatto finta di credere che il problema fosse risolto con l’uscita dell’Udc dalla maggioranza”.
Anche il giudizio di Confindustria sulle misure messe a punto dai governi europei per far fronte alla crisi economica in atto non è positivo. La necessità, dicono gli industriali, riguarda misure che stabilizzino i mercati, alimentino il credito, sostengano la domanda, migliorino le condizioni strutturali. Per l’assocazione degli industriali, quindi, sono “inadeguate le azioni dei governi perché lente, contenute, incerte, con tensioni e divisioni interne e tra i Paesi”. In particolare gli industriali definiscono “controproducente il tempismo delle decisioni tedesche”.

Crisi di nervi nel Pd, Fassino striglia un deputato: “Hai rotto i c…”

Piero Fassino

Che la tempesta fosse nell’aria si era capito. La tensione nel Pd è alta da qualche mese a questa parte e un po’ in tutta Italia. Ma a far salire la temperatura ci ha pensato l’onorevole Pierluigi Mantini. L’interventismo di questi ultimi giorni del deputato di estrazione margheritina ha letteralmente fatto perdere le staffe, e il proverbiale aplomb, a Piero Fassino. Che infatti gli ha gridato: “Sei un irresponsabile, un cretino…”. In due riprese.
Prima, l’ex segretario Ds avvicina il collega mentre lo sta intervistando Radio Radicale sulla questione giustizia, poi torna alla carica, in pieno Transatlantico, all’uscita dell’aula dopo il voto sul dl Gelmini. Una doppia “scenata” davanti a deputati e giornalisti.
Come accade spesso nelle liti domestiche, la bagarre è stata scatenata da una questione di soldi. Ad accendere la miccia è stata l’intervista dell’ex dielle a Libero in cui Mantini denuncia che solo la Margherita versa tutti i soldi sul conto comune del nuovo partito. “Hai detto un sacco di cazzate” ha aggredito Fassino “non basta dichiarare per andare sui giornali. Io mi sono rotto i coglioni” (ascolta qui l’AUDIO).

E a niente sono serviti i tentativi di difesa di Mantini “sono nel comitato tesorieri” ha detto l’ex Margherita, “ho detto cose di cui si discute pubblicamente”. Fassino è inarrestabile: “Mi sono rotto i coglioni di leggere tutti i giorni queste cazzate. Ci vediamo in tribunale” infierisce.
Nel colloquio con Libero, Mantini spiega, ad esempio, che siccome molti circoli del Pd sono nelle “ex sezioni dei Ds, che ora sono diventate proprietà delle fondazioni della Quercia, siamo al paradosso per cui il Pd paga i Ds, li finanzia, fa in modo che continuino ad esistere”. Non solo: Mantini sottolinea anche che questo è uno dei problemi per cui il Pd stenta a nascere. Di più: se la prende direttamente con Fassino e con la sua scelta di firmare il manifesto del Pse come segretario dei Ds. “Questo più gli elementi patrimoniali dimostrano che i Ds continuano ad agire”.
Della sfuriata si è detto sorpreso lo stesso Mantini: “Era fuori di sè” commenta “mi dispiace perché da sempre stimo Fassino e forse è ora di rivedere il mio giudizio perché non è possibile dare del ‘cretino’ a una persona solo perché esprime il suo pensiero. Comunque, cercherò Fassino privatamente per farlo ragionare. Quanto alla minaccia di andare in tribunale, in questa fase forse è meglio lasciare stare i tribunali…”

Fisco, il governo riceve la sua prima fiducia da Montecitorio

Parlamento

Prima fiducia per il governo Berlusconi IV a 48 giorni dal giuramento: il maxi-emendamento in materia fiscale, blindato dall’esecutivo con quella che è stata definita una “fiducia tecnica” dal capogruppo leghista alla Camera, Roberto Cota, rispetto all’elevato numero di emendamenti presentati dall’opposizione, è passato alla Camera con 326 sì, 260 no e tre astensioni.

Alla fine, a Berlusconi non sono mancati i voti a favore dell’Mpa. I deputati del movimento del governatore della Sicilia Raffaele Lombardo avevano inizialmente minacciato il loro voto contrario o l’astensione, lamentando una decurtazione dei fondi per le infrastrutture nel Sud; ma sono “tornati all’ovile”, dopo che il governo ha assicurato il recepimento di un ordine del giorno che garantirà l’erogazione di quelle risorse economiche per le regioni meridionali.

Dunque, un voto senza colpi di scena. Con la maggioranza impegnata a difendere la bontà del decreto legge, “che coniuga stabilità finanziaria, crescita economica e coesione sociale”, e l’opposizione che contesta al governo la scelta di “blindare” il provvedimento: chiudendo la porta a ogni forma di confronto “perché se si fossero votati gli emendamenti si sarebbero persi per strada pezzi di maggioranza”, ha contestato Marina Sereni del Pd.

E contro il governo ed il provvedimento vota, “questa volta con dispiacere”, anche l’Udc, con Michele Vietti che accusa l’esecutivo di “non avere il respiro lungo”. Antonio Di Pietro, protagonista di un ennesimo botta e risposta con il presidente della Camera Gianfranco Fini, ha annunciato la partecipazione dell’Idv per l’8 luglio alla manifestazione “di pubblica informazione contro i fatti e misfatti dei primi cento giorni di governo”.
Nella maggioranza, sempre Cota approva la scelta di porre la fiducia sul decreto fiscale “per tempi certi e celeri su un provvedimento da cui la gente, con il taglio dell’Ici, la rinegoziazione dei mutui e la detassazione degli straordinari ottiene solo vantaggi”.
E Fabrizio Cicchitto (Pdl) ricorda come il testo ”garantisce la coesione sociale, dando alle famiglie il doppio di quello che ha dato il governo Prodi, il che non è poco se si considera al difficile situazione economica internazionale”.

Infine, un accenno alla lettera con cui il capo dello Stato ha paventato il rischio di un ingorgo parlamentare determinato dai decreti legge da esaminare prima della pausa estiva. “È un ulteriore stimolo a metter mano alla riforma dei regolamenti parlamentari”, ha ribadito il capogruppo del Pdl.

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Autunno scivoloso per Prodi: Dini, l’ennesima foglia che cade dal Pd


Nomen omen. Forse stavolta hanno rinunciato alla botanica (Quercia, Margherita, Ulivo) per scongiurare il rischio che, nascendo in piena stagione autunnale, il Pd venga su già spoglio di molte delle sue fronde. Premura vana: l’albero democratico, dopo aver perso le foglie rosse di Mussi e della Sinistra democratica, ora perde anche quelle liberal di Lamberto Dini. E anche il governo Prodi rischia di scivolarci sopra.
Già, perché Dini ha fatto tante cose nella sua lunga carriera politica, cominciata al Fondo Monetario Internazionale: il direttore della Banca d’Italia (ai tempi di Ciampi governatore); il premier (nel ‘95, dopo la caduta del primo governo Berlusconi, di cui era ministro del Tesoro); il ministro degli Esteri nel governo Prodi del ‘96 (al quale aveva consegnato il milione e mezzo di voti di Rinnovamento Italiano); il senatore della Margherita, dopo aver sciolto il suo partito nel 2001; il saggio del Comitato dei 45 per la costituzione del Partito Democratico.
Ma quest’ultima cosa, Lambertow non ce la fa proprio a farla: aderire al Partito democratico, così come si sta delineando. Una scelta condivisa dalla sottosegretaria alla Giustizia, Daniela Melchiorre, e dai due senatori Natale D’Amico e Giuseppe Scalera (già di Rinnovamento italiano e animatori della corrente liberale del partito di Rutelli).
Motivo: quello che nascerà dopo il 14 ottobre sarà un partito egemonizzato dai Ds e dai Popolari, dice il senatore, con poco spazio per le idee liberali. In particolar modo, le sue.
Il divorzio, tra l’ex presidente del Consiglio e il sindaco di Roma - e leader in pectore del nuovo soggetto di centrosinistra - sembra una separazione consensuale: niente rancori, nessun litigio. Anzi, per Dini, Veltroni è l’uomo giusto per guidare il Pd. Anzi, la nuova formazione del senatore, i Liberaldemocratici (debutto in pubblico il prossimo 7 ottobre, a Roma), resterà nel centrosinistra. O almeno così assicura il saggio, salutando. Perché lui sul carro del Pd non sale. Dal momento che, dice, il nuovo partito “guarderà a sindacati e cooperative, mentre noi guardiamo al lavoro autonomo, ai professionisti, al lavoro non sindacalizzato”. E visto che il Pd, a livello europeo, avrà come punti di riferimento l’eurosocialismo, “mentre noi ci rifacciamo al liberalismo europeo”. Musica buona per le orecchie dei centristi, anche quelli dell’altra sponda. Parecchio stonata per i massimalisti della squadra prodiana.

Il programma di Dini è fatto di 12 punti: un dodecalogo “per fermare il declino, per rilanciare lo sviluppo”. “L’Italia” secondo il presidente “è indietro perché le politiche adottate non sono adatte. Non siamo disponibili ad avallare ulteriori slittamenti a sinistra, che sono alla base del baratro in cui il paese si trova oggi”. Dodici idee, anzi dodici spine, per la già ballerina compagine di governo, dove ha un certo peso l’ala sinistra di Prc, Sd, Pdci e Verdi, che di questi punti non vogliono proprio sentir parlare.
Così sarà interessante vedere come si comporteranno Dini e i suoi già nella discussione della finanziaria, che inizia l’iter parlamentare proprio dal Senato, dove Rinnovamento Italiano può contare su due voti sicuri, necessari perché la maggioranza tenga: “Attendiamo il governo al varco. Non voteremo nulla a scatola chiusa”. L’ex saggio del Pd insomma non firma assegni in bianco: se il protocollo sul welfare (del 23 luglio) viene modificato, i diniani non voteranno a favore, nemmeno se venisse messa la fiducia.

Forse per dissimulare la paura, da Palazzo Chigi si applaude comunque alla scelta di Dini di restare nell’attuale maggioranza. Per quanto tempo, però, è tutto da valutare. Come sta facendo Silvio Berlusconi: d’altra parte, l’ex direttore generale della banca d’Italia, un governo tecnico l’ha già guidato una volta.

Pd regionale, altro che fusione fredda: è stata lotta all’ultimo candidato

Renato Soru, governatore della Sardegna
Lo dicono in tanti, soprattutto tra gli avversari: la nascita del Partito democratico, almeno a livello nazionale, si presenta come una mera confluenza di Ds e Margherita. Una fusione fredda, insomma, decisa nel chiuso delle segreterie dei due partiti.
E sono anche in tanti a pensare che a livello locale (nelle primarie saranno votati i membri dell’assemblea costituente del pd, il segretario nazionale e quelli regionali), al contrario, tale “fusione” sia stata piuttosto calda e turbolenta: il metodo Cencelli messo in piedi dai vertici della Quercia e gli ex popolari per una spartizione delle candidature alle segreterie regionali (11 regioni in quota Ds e 7 in quota Margherita e ai suoi vari petali) ha prodotto situazioni che solo eufemisticamente si potrebbero dire di malcontento e che hanno favorito la presenza in tutte le regioni di più concorrenti. Al candidato “ufficiale”, legato a Walter Veltroni, se ne affiancano così altri, collegati a Rosy Bindi o Enrico Letta, o espressione della base regionale di Ds e Dl, come è avvenuto in Campania. Intanto, la scarsezza di candidature femminili alla segreteria regionale del Pd ha paradossalmente creato una polemica tra le stesse donne dell’Ulivo.
Ecco un quadro della griglia dei candidati, regione per regione.
In Piemonte sarà sfida “fratricida” tra due Margheritini, entrambi sostenitori di Veltroni: il rutelliano Gianluca Susta e l’ex ppi Gianfranco Morgando. Il primo è il candidato ufficiale di Ds e Margherita. La base diessina però ha indicato con forza Morgando. Alla fine Fassino ha detto: “Io sto con Susta, a voi la libertà di scelta”. Risultato: corrono in due.
In Friuli sono stati i Ds locali a ribellarsi all’indicazione nazionale: ed ecco la candidatura di Bruno Zvech (segretario regionale della Quercia), in alternativa a quella ufficiale di Gianfranco Moretton (indicato dalla nomenklatura dl), con una polemica che ha ricordato i toni da “Peppone e don Camillo”, come ha detto Francesco Russo, a sua volta candidato legato ad Enrico Letta. Tenterà la scalata anche Enzo Barazza, già sindaco di Udine, collegato alla Bindi.
In Campania i mal di pancia hanno generato quattro candidati. Dopo il passo indietro di un pezzo da novanta come Ciriaco De Mita, la situazione è questa: l’ex segretario della Dc ha imposto uno suo “uomo”, il deputato Tino Iannuzzi, appoggiato anche dal governatore Antonio Bassolino e dal ticket Veltroni-Franceschini. Ma moltissimi amministratori e dirigenti locali di Ds e Dl sosterranno Salvatore Piccolo, di area popolare. Ad essi si aggiungono il rutelliano Sandro De Franciscis e il professor Eugenio Mazzarella, vicino a Letta.
Un altro nodo complesso, simile a quello campano, è quello siciliano: dove è guerra interna alla Margherita tra rutelliani e mariniani. La candidatura di Giuseppe Lumia (già presidente della commissione Antimafia), parlamentare diessino, è stata stoppata da Roma, a favore del sindaco di Messina Franco Antonio Genovese, vicino al presidente del Senato. Questo ha scatenato l’ira dei rutelliani che hanno messo in campo Ferdinando Latteri, rettore dell’Università di Catania. Un caso a sé è costituito dalla Sardegna: Antonello Cabras, sostenuto da Ds e Dl, sarà sfidato dal governatore Renato Soru, amico di Letta e Veltroni, nonché da Filippo Spanu, indipendente, anch’egli vicino a Letta. In Emilia-Romagna la corsa sembrava andare liscia, ricalcata sulla sfida nazionale. E invece… duello a tre, anche se il vincitore annunciato è Salvatore Caronna, candidato del ticket Veltroni-Franceschini. Palma Costi, candidata diessina, assessore alle Attività produttive di Modena, è legata a Letta. Il bindiano Antonio La Forgia, ex uomo del pci, oggi concentra sul suo nome, dice, “anche lettiani e ecodem”. Molte le pressioni per ritirare la candidatura. Ma lui: “Non ci penso nemmeno”.
Situazione un po’ più chiara, in Lombardia, con il testa a testa Martina-Sarfatti. Il primo è il segretario regionale dei Ds, è il candidato ufficiale, deciso mesi fa da Ds e Dl ed è sostenuto anche da Enrico Letta. Riccardo Sarfatti, ex avversario di Formigoni alla guida del Pirellone, su cui sono confluiti i supporter di Rosy Bindi.
In Abruzzo, al Pd, anzi alla Margherita, è quasi riuscito il colpo di far cadere la giunta di centrosinistra. In lizza sono rimasti due dl: il sindaco di Pescara e candidato «ufficiale», Luciano D’Alfonso, e l’assessore regionale Tommaso Ginoble, sostenuto dal presidente della Regione, Ottaviano Del Turco, che aveva minacciato di dimettersi per protesta contro la candidatura di D’Alfonso. Solo gli interventi del premier Romano Prodi e del “padre” del Partito democratico, l’abruzzese Franco Marini, hanno evitato il peggio.
Niente di eclatante invece in Calabria: corrono in tre, ma tutti d’accordo su un nome: Marco Minniti, viceministro dell’Interno, candidato dalemiano e vincente. Letta tenta la sua carta con una donna, Maria Eugenia Jimenez, colombiana d’origine, da tempo residente in Calabria, esponente della Margherita. Anche Bindi presenta una sua candidata: Mariolina Entrieri.
E proprio il ministro della famiglia ha guastato la blindata corsa del ticket Ds-Dl Andrea Manciulli (segretario regionale dei ds) e Caterina Bini (segreteria regionale della Margherita) facendo scendere in campo in Toscana Cristina Bandinelli, vicepresidente del Cna.
Il sindaco di Bari Michele Emiliano
In Puglia si scontrano il sindaco di Bari Michele Emiliano, sostenuto da Veltroni e affiancato niente meno dal ministro degli Esteri, Massimo D’Alema (”sono stato, sempre e solo, candidato in Puglia”, ha detto il vicepremier), e il sottosegretario alla Salute Antonio Gagliano, vicino a Rosy Bindi.
Scenario che si replica in Liguria, dove, dopo una lunga e difficile trattativa, in cui s’è fatto sentire il pressing di Veltroni sull’ex-sindaco di Genova Giuseppe Pericu, il candidato di Ds e Margherita sarà Mario Tullo, segretario regionale della Quercia. “Contro”, per Rosy Bindi, correrà Carla Olivari Flick, insegnante e cognata dell’ex ministro della Giustizia, una delle rare donne in competizione. E l’esclusione delle donne dalle candidature ha fatto infuriare l’ulivista Franca Bimbi, vicina ad Arturo Parisi, che ha accusato Vittoria Franco, capo delle donne Ds, di essersi attenuta a una linea pragmatica e di aver detto “meglio poche che niente”. Sta di fatto che, nonostante i 45 saggi abbiano posto l’obbligo che i candidati siano divisi al 50% per sesso, le donne in corsa per i vertici regionali sono 10 su 52, e nella grande maggioranza dei casi candidate con liste che hanno minori chance di vittoria.
Giochi più o meno fatti nel Lazio: Ds e Margherita hanno scelto come candidato Nicola Zingaretti, segretario dei Ds del Lazio, per la cui candidatura si è molto speso Goffredo Bettini, il senatore diessino braccio destro di Walter Veltroni. E però, a poche ore dalla scadenza dei termini, ha sciolto la riserva Amedeo Piva per Enrico Letta. Piva è consigliere comunale con Veltroni ed ex assessore nella giunta Rutelli. In politica, si sa, tutto è possibile.
Nelle Marche per Walter Veltroni in pista c’è la segretaria regionale dei Ds, Sara Giannini, su cui confluirà anche l’area di Enrico Letta. Rosy Bindi ha invece un suo candidato: Antonio Luccarini, ex-professore di filosofia ed ex assessore.
A salvare le quote rosa, ecco la sfida dell’Umbria. In corsa l’unico candidato donna con chance di vittoria, Maria Pia Bruscolotti (Dl) ex assessore indicata da Veltroni, in ticket con il diessino Wladimiro Boccali. Bindi scende in campo con Serena Innamorati, coordinatrice regionale delle donne Ds .

Legge Biagi: la quarta volta del governo contro se stesso

Francesco Caruso, deputato no global, autosospeso dal Prc
Hai voglia a chiamarla Unione. E non è solo una battuta buona per l’opposizione di centrodestra. È un dato di fatto, noto anche al popolo che il 28 aprile 2006 ha portato al governo Romano Prodi. Che da allora ha dovuto più volte scontrarsi con la difficoltà di governare una coalizione così composita e variopinta, con l’ala radicale della sinistra che gli ha sfilato contro almeno tre volte. E che per l’autunno (il 20 ottobre prossimo) si prepara a una quarta mobilitazione. Niente male per una coalizione che governa da poco più di un anno. Il 17 febbraio scorso, a Vicenza, migliaia di persone sfilarono per dire no all’ampliamento della base americana. Quando il premier invitò ministri e sottosegretari della sinistra massimalista a non manifestare “contro il governo”, ebbe, come per ripicca, la piazza invasa dal mare magnum del popolo della base: la Cgil, i No Tav, l’associazionismo cattolico e laico, pax Christi, Emergency, i boy scout, gli ambientalisti, i centri sociali, i Disobbedienti. I partiti della sinistra radicale erano defilati, per una volta non protagonisti, ma c’erano eccome. Soprattutto dopo che Fausto Bertinotti, presidente della Camera ma vero leader di Prc, buttò lì: “Se non avessi responsabilità istituzionali andrei senz’altro al corteo”.
Poi venne il 12 maggio 2007. Quello del Family Day fu un successo per Savino Pezzotta e tutti i cattolici italiani (soprattutto quelli al governo). Allora in piazza, a urlare la loro idea di famiglia “normale” e ad affossare i Dico, c’erano i ministri Clemente Mastella, Giuseppe Fioroni e un nutrito gruppo di onorevoli della maggioranza. Le 700 mila persone di piazza San Giovanni fecero impressione soprattutto di fronte ai piccoli numeri di Piazza Navona, dove radicali, socialisti, laici ed esponenti della sinistra radicale si erano dati appuntamento per la giornata del Coraggio Laico. Insomma, una vera e propria crisi di famiglia tra i ministri di Prodi…
Neanche un mese dopo, il 9 giugno, mentre il Professore stringeva la mano al presidente Usa George Bush, per le strade di Roma andava in scena il No Bush No War day, con ben due manifestazioni diverse. In piazza del Popolo c’erano “quattro gatti” per l’happening di Fiom, Arci, Libera, Un ponte per, Rifondazione e Pdci. Da piazza della Repubblica a piazza Navona sfilava invece un corteo più numeroso fatto dai “duri e puri”: un pezzo di Rifondazione, Sinistra critica, i centri sociali, i Cobas, i trotzkisti. “Non è un corteo contro Prodi, ma contro le politiche dell’amministrazione statunitense”, si giustificò allora il Prc. Come a dire: questa è la democrazia, bellezza. E la democrazia passa per la piazza: un luogo politico su cui la sinistra sta perdendo il controllo e la sua anima, di lotta e di governo.
Una bella lotta è prevista anche per il prossimo 20 ottobre, quando sostenitori e denigratori della legge Biagi si divideranno nelle piazze con due manifestazioni contrapposte. Tradotto? L’ennesima divisione tra membri dello stesso esecutivo. Da una parte la sinistra radicale, che chiede a gran voce (ora che sta cadendo nell’Unione il paravento della condanna al deputato no-global Francesco Caruso per le sue accuse a Marco Biagi e Tiziano Treu, definiti “assassino”) di cambiare radicalmente la legge che porta il nome del giuslavorista ucciso dalle br. Dall’altra chi la difende dagli attacchi, con i radicali in prima fila. L’iniziativa è partita dall’economista Giuliano Cazzola (qui il suo intervento su Panorama.it), presidente del comitato di difesa della legge Biagi, e ha ricevuto il plauso di Emma Bonino, ministro per le Politiche Europee che già per la questione delle pensioni aveva rimesso nelle mani di Romano Prodi il proprio mandato. In realtà, lei non ci sarà, ma Marco Pannella e gli esponenti della rosa nel pugno sì. E così il centrosinistra si ritroverà ancora spaccato nella guerra delle piazze.
Il 20 ottobre anche buona parte dell’opposizione manifesterà in favore della legge Biagi. Ci saranno Forza Italia, Lega e l’Udc di Pier Ferdinando Casini.
Ma a rimettere di nuovo in agitazione il Professore è l’ennesima divisione tra riformisti e radicali della propria squadra: “Questa maggioranza ha una sola ragione per stare insieme ed è il rispetto del programma”, sostiene il capogruppo del Prc al senato Giovanni Russo Spena, che detta così l’avvio dell’offensiva dell’ala radicale dell’Unione per spostare a sinistra il programma della coalizione nella speranza di riconquistare la base delusa dell’elettorato. I Ds e i Dl, zitti e in imbarazzo, assistono al dibattito e non muovono un dito. Anche se dietro i riflettori, si sta già mettendo mano a una modifica della legge. Ad annunciarlo è proprio il ministro del lavoro Damiano in un’intervista a Radio popolare: sullo staff leasing, uno dei punti più criticati dalla sinistra, “una commissione esaminerà questa forma di lavoro nell’ambito di quello che dice il programma dell’Unione”. Il tentativo del ministro è quello di disinnescare la miccia del 20 ottobre: “Non si può stare al governo e manifestare contro il governo di cui si fa parte: è una grave contraddizione”.
Frasi che per ora non sembrano nemmeno scalfire chi da sinistra scenderà in piazza. E che oggi ha una sola grande preoccupazione. Come è meglio chiudere la mobilitazione? Classico corteo con comizio in un tripudio di bandiere rosse e striscioni (come vorrebbe Prc) o “un happening, un concerto”, uno ‘Young day’ (come lo definisce Pecoraro Scanio, ministro dell’Ambiente e leader dei Verdi) per provare a parlare un linguaggio diverso, a comunicare coi giovani sul modello del 1° maggio sindacale?

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I travagli di Ugo Sposetti: tutti nel Pd e io resto fuori coi debiti

L'onorevole Ugo Sposetti, classe 1947, da Tolentino (Macerata), è tesoriere dei Democratici di sinistra
Ugo Sposetti, classe 1947, da Tolentino (Macerata), è tesoriere dei Democratici di sinistra (qui il profilo tratto da Wikipedia). Senatore della Repubblica nella X e XI legislatura, dal 2006 è membro della Camera dei deputati. Lavora come ferroviere fino al 1976, quando diventa segretario della federazione di Viterbo del Pci. Nel 1978 viene eletto presidente della Provincia di Viterbo. Nel 1987 entra per la prima volta al Senato, dove resta fino al 1994. Nel 1995 si candida come sindaco alle elezioni comunali di Bassano in Teverina (Vt) vincendole, per poi essere riconfermato nella seguente amministrazione. Dal 1996 al 2001 ha fatto parte della segreteria tecnica del ministero delle Finanze, con il governo Berlusconi II ha dovuto lasciare l’incarico ed è stato nominato tesoriere dei Democratici di sinistra.
Sposetti, tutti nel Pd puntano alla cassa. La metta al sicuro, prenda i soldi e scappi.
Questi credono di scherzare, ma il portafoglio è una cosa seria. E poi è strano che mi tirino per la giacchetta, perché io non ho cassa, ma solo debiti. E anche molti.
Molti, ma meno di una volta. Onore al merito. Solo un pazzo poteva accettare di raddrizzare i conti dei Ds.
Siamo partiti con un debito di oltre 1.000 miliardi di lire. A dicembre dell’anno scorso eravamo a 160 milioni di euro. Ad agosto del 2008 arriveremo a 110. Non male, no?
Caspita. E nessun’azienda privata le ha proposto l’assunzione? Che so, l’Alitalia…
Guardi, il merito è collettivo. È un percorso che abbiamo impostato con i tesorieri locali. Abbiamo fatto, come si dice in gergo, massa critica.
È vero che non vuole dare un soldo al nascente Partito democratico?
Ma no, questo lo scrivono i giornali per farci litigare. Ho solo detto che io con Piero Fassino e Luigi Lusi con Francesco Rutelli abbiamo lavorato come tesorieri di partito per sei anni. Ora è giusto che il futuro segretario del Pd scelga un suo uomo.
Si parla molto di fusione politica, poco di come sarà quella economica. Chi detta le regole, l’acquirente o l’acquisito?
Per fortuna non si tratta di banche. La nostra idea è che sin dalla nascita il Pd non debba avere problemi economici. E siccome i problemi verrebbero dai Ds, visto che scompare il partito ma non i suoi debiti, stiamo lavorando perché ciò non avvenga.
Sarebbe bello, ma non è che i debiti scompaiono per magia.
Quei debiti è sicuro che non andranno a pesare sul Partito democratico. Abbiamo ancora qualche mese per vedere come fare. Ma di certo è l’ultimo dei miei pensieri.
Qual è il primo?
Mettere le cose in ordine prima della fusione. Ovvero fare le fondazioni regionali e di federazione dove far confluire archivi, immobili, i loghi e i beni immateriali. Anche i quadri. Chiaro che quelli di Palmiro Togliatti o Enrico Berlinguer non adorneranno le pareti di alcuna sezione del Partito democratico.
Peccato, almeno per Berlinguer. Ma anche Togliatti di questi tempi insulsi ci farebbe la sua figura. Scusi, e tutto il personale?
Con Lusi abbiamo ragionato su cosa fare, arrivando a una proposta per i futuri vertici del Pd: vi trasferiamo man mano i dipendenti e voi decidete chi vi serve per dare forma compiuta al nuovo partito. L’intenzione è di non lasciare per strada nessuno.
Ma tutto questo ambaradan di primarie, preprimarie, primarie delle preprimarie, chi lo finanzia?
Se lo finanziano i candidati e le organizzazioni territoriali che nel giorno delle primarie, il 14 ottobre, incasseranno 5 e 2 euro per votante. Io e Lusi avevamo proposto 10 euro, metà per le casse nazionali del Pd e l’altra metà per quelle locali. ‘Sti bischeri non hanno accettato. Ma era la cosa giusta. Il nuovo segretario si sarebbe ritrovato una cospicua dote, e senza spese.
E sui giornali, L’Unità ed Europa, voi non mettete becco?
Non mettiamo becco perché la proprietà e la gestione sono fuori. Ma L’Unità vende 50 mila copie giornaliere e ha 350 mila lettori. Io mi auguro che il giornale fondato da Antonio Gramsci sia il giornale del futuro Partito democratico. Ci sono tutte le condizioni perché ciò accada.

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Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
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