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Dopo un mese di pressioni, di tentennamenti, di sondaggi segreti (ma non troppo), condotti non solo tra il popolo dei Ds ma anche in quell’elettorato nordista che con il centrosinistra attuale sembra aver definitivamente divorziato, Pier Luigi Bersani ha deciso che il 14 ottobre non parteciperà alle primarie per la leadership del Partito democratico. Un po’ come se Hillary Clinton rinunciasse a correre contro Barak Obama e viceversa…
Al di là del paragone, il ministro dello Sviluppo ha scelto di non mettersi contro Walter Veltroni. E non per paura della sfida con il sindaco di Roma, s’intende. Ma perché la sua candidatura invece di arricchire “avrebbe disorientato”, come lui stesso ha scritto a chi lo ha sostenuto in queste settimane per spiegare la sua scelta di non presentarsi come candidato: “Carissima, carissimo, insieme con molti altri, che ricevono questa lettera, mi hai invitato a candidarmi alla segreteria del Partito Democratico. Dopo aver riflettuto a fondo voglio dirti che non lo farò”. “Per come si sono svolte le cose” spiega Bersani “quello che avrebbe potuto essere un arricchimento del nostro percorso rischierebbe oggi di diventare un elemento di disorientamento di una parte importante del mondo a cui ci rivolgiamo”. E dunque, conclude il ministro: “Appoggerò con le mie convinzioni - scrive Bersani - la candidatura di Walter Veltroni che ho sempre ritenuto un possibile e autorevole punto di sintesi delle forze che dovremo raccogliere il 14 ottobre e che è già stato in grado di suscitare un importante risveglio di fiducia”.
Tutto qui? No, anzi. A rileggere la lettera qualcosa che non convince il pragmatico ministro c’è: parlando ai sui sostenitori, Bersani ha voluto mandare messaggi ai suoi “frenatori”. E a uno sopra tutti: Piero Fassino. Che con una frase, il giorno dopo il manifesto Veltroniano del Lingotto, di fatto tagliò fuori qualsiasi alternativa al sindaco di Roma: “Se Veltroni sarà candidato tutti i Ds saranno con lui”.
Una battuta che, pur nel suo intento unitario, apre a sinistra una nuova era, quella del “pensiero unico”. L’appello a non dividere le forze, l’invito del segretario Ds a serrare le fila affinché il primo segretario del Pd sia - e per plebiscito - un uomo proveniente dalle file dei Ds, è importante. Lo è anche per Bersani: ma non certo sufficiente. Anche perché il ministro sa bene che, passato l’effetto mediatico del discorso di Torino, Veltroni potrebbe incontrare serie difficoltà al Nord. “Velina Rossa”, la nota politica indicata come specchio degli umori dalemiani, riferisce che, in Emilia, Bersani sarebbe gradito ad oltre il 50% degli elettori del Pd, in Lombardia arriverebbe al 40 senza Letta, mentre Bersani-Letta sfiorerebbero in Veneto quasi il 50%.
Andando poi oltre i confini nazionali, sbarcando in quell’America che tanto cara sta proprio a Veltroni, Hillary Clinton, Barak Obama, John Edwards e gli altri concorrenti democratici alla Casa Bianca sono a loro modo uniti, ma lo diventano solo dopo (mai prima) essersi sfidati, Stato per Stato, colpo su colpo e a suon di milioni di dollari. Lo diventano per battere il candidato repubblicano, attraverso una leadership scelta dagli elettori, in oceaniche convention.
Nella sinistra italiana di oggi pare invece di assistere a un inedito gioco, più virtuale che reale, dove dietro l’alibi dello “spirito unitario”, i candidati sono scelti dalle segreterie. Il che è legittimo, ma seppellisce la filosofia delle primarie.
Allora tanto vale cancellare l’appuntamento del 14 ottobre, quando questo partito, che ancora non c’è, si doterà come per incanto di un leader, di un programma, di una mission. Tanto vale dire che Veltroni è già il segretario, risparmiando logoramenti, scontri e denari.
Allora c’è poco da stupirsi se Arturo Parisi non si dà pace per la mancanza di concorrenza interna: il “partito americano” di cui ci si compiace a parole è molto lontano nei fatti. O se il leader dello Sdi, Enrico Boselli apostrofa la rinuncia di Bersani come “la prova che a comandare” tutto “sono Ds e Dl”.
Due partiti, tra l’altro, in via d’estinzione, almeno stando a quanto deciso nei loro ultimi rispettivi congressi.
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Ecco chi sono i volti “nuovi” della politica locale, i primi cittadini che hanno conquistato la poltrona di sindaco e che, da oggi, si affacciano al grande pubblico. Per familiarizzare con loro (facce, storie e programmi) leggete qui:

A Lecce il nuovo sindaco è Paolo Perrone (Voti: 34.368 - 56,208%). Raccogliendo frutti ed eredità della signora di An, Adriana Poli Bortone, il quarantenne (foto sopra, “occhi: castani, capelli: castano cenere, naso: importante, altezza: 182 cm, peso: 80 kg, musica preferita: pop inglese, sogno nel cassetto: portare allo stadio della città i Police, segni particolari: tifosissimo del Lecce”, informa dal suo sito), laurea alla Bocconi, già vicesindaco a assessore ai lavori pubblici, passa al primo turno con un netto 56% che non lascia spazio ad equivoci e confermando così Lecce città di destra.
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Se Prodi ha evitato la spallata della CdL, deve ringraziare Genova. In particolare Marta Vincenzi (a cui ha portato fortuna festeggiare il 60° compleanno proprio la domenica del voto). Già presidente della Provincia di Genova, “Super Marta” ha preso la poltrona che fu di Giuseppe Pericu con 158.432 voti pari al 51,230 per cento, affermandosi prima donna eletta sindaca del Comune ligure e scongiurando il pericolo ballottaggio. Onesta, lei si aspettava un miglior risultato dalle urne (ha superato di sette punti il candidato della Casa delle Libertà Enrico Musso, fermo al 45,94%) e perciò, alla fine di un lento scrutinio, ha dichiarato: “In queste elezioni hanno giocato sfavorevolmente l’assenteismo e lo scontento degli elettori nei confronti dell’operato del governo nazionale, fattori importanti da non sottovalutare per le scelte future, anche perché è venuto meno il sostegno dell’elettorato tradizionale di sinistra”.

“Alessandria esce dal tunnel. Insieme la ricostruiremo, recuperando la sua identità culturale, il suo spirito imprenditoriale, la voglia di innovare per recuperare il ruolo di capoluogo di provincia che abbiamo perduto”.
Queste le dichiarazioni a caldo del nuovo sindaco di Alessandria, Piercarlo Fabbio (34.258 voti, cioè 63,009%). Fabbio (foto sopra) ha avuto un successo, inaspettato per le sue proporzioni, su Mara Scagni, sindaco uscente (di scena) con rabbia: lascia lanciando strali contro il governo e la città.
La novità di Alesandria non è la sola, in Piemonte. Dove piove, tira vento e il cambiamento improvviso di clima si addice al freddo che i cittadini hanno mostrato verso il centrosinistra (Ds in particolare).
La Cdl vince al primo turno anche ad Asti, con Giorgio Galvagno (24.207 voti per il 56,2 per cento). Nato nel 1943, professore e preside di Scuola superiore, deputato della precedente legislatura, già sindaco 15 anni fa, Galvagno (foto sotto) torna sulla poltrona di primo cittadino per “Riportare Asti ai primi posti su tutto: dall’economia del vino alla sicurezza”.

In Piemonte, il baluardo unionista che ha difeso Prodi dall’assalto della CdL è Cuneo, la capitale della “provincia granda”, un passato di memorie partigiane ed uno più recente di amministrazioni dc e centriste. Fino al 2002, quando Alberto Valmaggia prese il 53%, riconfermandolo poi nel 2007. Ma, a dispetto della sua notevole popolarità, il “sindaco degli alpini”, ha vinto per un soffio al primo turno: con 16.895 voti pari al 50,982 per cento.
Di rilievo anche il ribaltone di Monza, dove il dottor Marco Mariani (foto sotto), specialista in ortopedia e traumatologia, classe 1953, sfratta col 53,52 per cento dei voti Michele Faglia.

A Monza, per la CdL è un ritorno, dopo la parentesi del centrosinistra di cinque anni fa: “Abbiamo lavorato bene. Siamo partiti in anticipo, la mia candidatura è stata presentata subito dopo Natale, e adesso raccogliamo il frutto di un impegno” dice il neo sindaco Mariani, appoggiato da una coalizione unita e compatta. Faglia ancora intontito della bastonata si limita ad ammette: “È un colpo perché non mi aspettavo una differenza così consistente”.

Ride (amaro) il centrosinistra a L’Aquila, una delle sorprese di questa tornata amministrativa, dove passa al primo turno, con il 53,1%, il candidato del Correntone Massimo Cialente (foto sopra). Il nuovo sindaco è nato il 1° giugno 1952, coniugato, tre figli, deputato dell’Ulivo in procinto di passare con la Sinistra Democratica di Fabio Mussi. Insomma uno che di Partito Democratico non vuole proprio sentire parlare.

Infine l’uomo di Bossi che ha stravinto a Verona. Al giovane (è del ‘69) Flavio Tosi (foto sopra), i sondaggi davano il 52%, Silvio Berlusconi gli aveva assegnato la missione di superare il 53. Ma lui ha voluto strafare, toccando il 60,696 % al primo turno: lui stesso ha ammesso di non aspettarsi un esito di questa portata.
Il sindaco uscente Paolo Zanotto si è fermato al 33,5: cinque punti in meno rispetto al primo turno del 2002.
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I risultati delle amministrative stanno già terremotando la maggioranza di governo. Il motivo è semplice: l’ala sinistra e l’ala moderata dell’Unione si addossano reciprocamente la responsabilità delle (molte) sconfitte al Nord ed il merito delle (poche) vittorie al Centro-Sud.
Ha cominciato fin da subito il segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano: “Non si può più andare avanti così. Bisogna fare un salto di qualità su precari e pensioni. Che senso ha, per esempio, fare il contratto degli statali ad elezioni chiuse?”. A parte il fatto che l’accordo sugli statali non c’è ancora, il bersaglio della sinistra massimalista è chiaro: l’ala moderata del centrosinistra, ed in particolare il Partito democratico. Già, il Pd: a questo punto rischia di soffocare in culla. “Osservo che il Pd viene colpito al primo vaglio elettorale. Questo governo o cambia marcia o si rompe definitivamente il rapporto con il popolo dell’Unione” dice ancora Giordano. Il quale, come Fabio Mussi, i Verdi ed il Pdci, sbandiera anche i risultati ottenuti d ai candidati della “sinistra-sinistra”. Come Massimo Cialente, eletto all’Aquila al primo turno, vicino a Mussi e dunque contrario al Pd. O come a Taranto, dove va al ballottaggio Ezio Stefàno, un medico di area Rifondazione, contro il candidato dell’Ulivo.
Ma anche i moderati - da Clemente Mastella ad Antonio Di Pietro - sono sul piede di guerra. Gli argomenti: “Il governo ha fatto poco in materia di sicurezza, lotta alla droga, infrastrutture” dice Di Pietro “e ne paghiamo le conseguenze soprattutto al Nord”. Mastella rinnova la richiesta di una verifica a tutto campo della maggioranza e del programma, chiede “di destinare il tesoretto ai ceti popolari” e vorrebbe (come Di Pietro) smarcarsi dalla linea dura sulle tasse di Vincenzo Visco.
Poi ci sono gli arrabbiati della nomenklatura diessina e del Pd. Come il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, e come lo stesso Fassino, che lamenta un vuoto di decisioni.
Tutti avranno presto le occasioni per disseppellire l’ascia di guerra. Tra qualche giorno il Senato discuterà sulle presunte pressioni esercitate da Visco sui vertici della Finanza, con tanto di mozioni (anche dell’Italia dei Valori di Di Pietro) che chiedono il ritiro delle deleghe al viceministro, fatto che porterebbe quasi certamente alle dimissioni. Poi c’è da riprendere la discussione con i sindacati sulle pensioni, argomento accantonato da Prodi proprio per le amministrative. Quindi mettere in piedi il il Documento di programazione economica, ovvero dove destinare fondi e risorse, e nel mirino finirà Tommaso Padoa-Schioppa. Tra due mesi si dovrà decidere sulla Tav in Piemonte. Ad autunno dovrebbe nascere l’Assemblea costituente del Pd. E, soprattutto, c’è il problema del referendum e della legge elettorale, dove i vincitori delle amministrative, Lega e sinistra radicale, hanno lo stesso interesse a sabotare sia la consultazione sia ogni progetto punitivo per loro. Per Prodi uno slalom ad altissimo rischio.
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Romano Prodi attacca il Parlamento (”Solo un provvedimento su 10 riesce a diventare legge”), Fausto Bertinotti che risponde piccato a stretto giro (”Il premier ha poca dimestichezza con le camere”), Tommaso Padoa-Schioppa convocato d’urgenza a palazzo Chigi. Per il presidente del Consiglio la festa di compleanno del governo non poteva essere più breve, poco partecipata e forse più amara. Nell’immediato il biglietto di auguri meno affettuoso gli è giunto dai sindacati: “Ci sta prendendo in giro, è peggio di Andreotti ma da noi non avrà sconti. Siamo all’irresponsabilità” tuona Raffaele Bonanni, leader della Cisl. Gli fa eco Guglielmo Epifani della Cgil: “E’ intollerabile”. Al centro c’è la vertenza degli statali che interessa 3,4 milioni di dipendenti pubblici di cui 1,5 ministeriali. Se non accade un miracolo nelle prossime ore, sarà sciopero generale il primo giugno, tra un turno e l’altro delle amministrative. Si tratta però di un anello di una lunga catena di scioperi nazionali proclamati tra fine maggio e giugno: trasporto aereo, dipendenti delle regioni, scuola (4 giugno) università (11 giugno), trasporto ferroviario (16 e 21 giugno). Senza contare il settore privato, con i metalmeccanici i prima linea.
È al momento il rischio maggiore per Prodi, prima ancora delle manovre politiche legate alla crescete voglia di smarcarsi degli alleati minori, timorosi del referendum o della riforma elettorale. Una lunga catena di scioperi, infatti, non sarebbe tollerata dalla sinistra dell’Unione, tra le cui file si stanno ingrossando con i transfughi dai ds e con gli oppositori al Partito democratico. Rifondazione non può assolutamente perdere il controllo di un’area politica e sociale alla quale guardano molti dirigenti sindacali di alto e medio livello, ma soprattutto a cui guarda la base. E dunque Bertinotti, dopo aver suggerito a Prodi di evitare la rottura sulle pensioni, rinviando il confronto a metà giugno, di fronte all’ultimatum degli statali non può che scaricare il premier. Magari parlando dei numeri in Parlamento: che rischiano di assottigliarsi sempre più.
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Ma dove sono finiti i laici Ds? E i liberal del centro destra? Sul Family day le posizioni sono tutte morbide, tutte possibiliste. Fuori dal fronte di Piazza Navona (dove si terrà la contromanifestazione Coraggio laico) si ode solo qualche sporadico “Io non ci vado”, ma non si leva nessuna voce che dica nettamente “l’appuntamento di piazza San Giovanni è sbagliato”. Nel centrodestra, gli storici difensori della laicità dello Stato tacciono. Nel centrosinistra si cova il progetto dei Dico, ma non ci si oppone alla mobilitazione che proprio a quel progetto vuole sbarrare la strada. Possibile che i laici siano improvvisamente spariti tutti?
La prima risposta arriva da Franco Grillini, che a Panorama.it dice: “Ai miei interventi sulla laicità, durante i congressi Ds, i palazzetti dello sport rimbombavano di applausi. Adesso invece nessuno fiata. All’ultimo congresso ho detto a Fassino: ‘Di’ qualcosa di laico’. Lui non solo non l’ha detto, ma ha affermato che tutte le leggi, nel nuovo Pd, dovranno essere condivise, un eufemismo per dire che si è prigionieri degli integralisti religiosi”. Insomma, stando a Grillini, sinistra e laicità nel Pd non vanno più d’accordo. “Non si può sposare una forza storicamente laica con un partito confessionale: quello tra Ds e Dl è un matrimonio contro natura. Pur di fare l’unione con la Margherita, i Ds hanno accettato di svendere non solo la questione sulle coppie di fatto, ma tutta la questione della laicità, dalla legge 40, al divorzio breve, alla liberalizzazione delle droghe leggere”. Così l’ex storico leader dell’Arcigay esce dai Ds. E al al Partito democratico preferisce Cecchi Paone, col quale si appresta a fondare un nuovo soggetto politico.
Nel frattempo, chi resta con Fassino sopporta in religioso silenzio la nuova svolta. Unica eccezione, Vittoria Franco, la sola ad aver contestato la scelta del ministro Rosy Bindi di escludere le associazioni gay dalla Conferenza nazionale sulla famiglia. Intervistata da Panorama.it non se la sente di dire che il Family day sarebbe da evitare. “Siamo in democrazia” dice la deputata “e non si può impedire a nessuno di fare una manifestazione”. Ma poi chiarisce: “Quello che non mi piace del Family day non è la mobilitazione, ma il suo ordine del giorno, che è ideologico e non politico. Si stanno saldando sempre più chiesa e politica, un binomio che andrebbe smontato”.
Il binomio andrebbe smontato anche per Alfredo Biondi, Presidente del Consiglio Nazionale di Forza Italia, che non si allinea alle posizioni del suo leader di partito. Berlusconi non andrà al Family day pur sostenendone le ragioni. Biondi invece non ci andrà perché lo considera “un appuntamento senza senso”. “Gli organizzatori dicono che sarà una manifestazione per difendere la famiglia della Costituzione, dunque un’iniziativa laica” osserva Biondi “Ma questi signori confondono laicità con elettoralità. La verità è che hanno paura di mettere in discussione i dictat della Chiesa. La fede smuove le montagne” conclude Biondi “e smuove anche molti voti”.
Altra mosca bianca nel centro destra è Benedetto Della Vedova, ex radicale approdato a Forza Italia, che dice: “Non soltanto non ci andrò, ma considero la mobilitazione un errore ideologico. Non si può mettere in contrapposizione la difesa della famiglia con il sostegno alle unioni omosessuali. Il centrodestra italiano” dice “dovrebbe cogliere la lezione francese, dove i Pacs convivono con un’ottima politica per la famiglia”. E domanda: “Quando ci sarà un Sarkozy italiano col coraggio di dire che la posizione della Chiesa sull’omosessualità fa orrore?”

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Potendo, dove andreste sabato 12 maggio?
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L’unica “stoccata”, se tale si può definire, Silvio Berlusconi la riserva alla gestione del tesoretto, dai microfoni di Radio anch’io, su RadioUno: “Io impiegherei il tesoretto, che ammonta a 10 miliardi di euro, per ridurre le tasse, e restituire i soldi ai loro legittimi proprietari che sanno certamente impiegarlo meglio di quanto sappia fare questo governo”. Per il resto è ancora un Cavaliere molto accondiscendente, quello che interviene senza lancia in resta e con i toni piuttosto addolciti, da nonno.
A cominciare dal trattamento riservato al “nonno” della Rai e decano del giornalismo italiano: l’ottantaseienne Enzo Biagi, tornato in tv con RT - Rotocalco televisivo dopo 5 anni di lontananza: “Ho assistito alla prima puntata e l’ho trovata veramente avvincente. Complimenti: se continuerà così, gli auguro lunga vita e permanenza in Rai”. Parole sorprendenti per chi ritiene Berlusconi responsabile dell’allontanamento di Biagi-Santoro-Luttazzi, con quello che venne definito l’editto di Sofia del 2002: “Io” spiega il Cavaliere “non ho mai detto che non dovessero continuare in Rai. Io ho detto che non dovevano utilizzare la Rai per fare trasmissioni faziose. Forse ho calcato la mano ma il servizio pubblico è pagato da tutti, anche da chi non la pensa come Biagi o gli altri”.
Pacato anche nei confronti degli avversari, Ds e Dl, dei cui congressi è stato ospite. Dice il presidente di FI di esserne venuto via “col cuore un po’ più leggero di quello che avevo quando sono entrato”, perché “in entrambi i casi c’è stata un’accoglienza cordiale e l’intenzione di guardare all’avversario come un uomo da rispettare e non come un nemico”. In quest’apertura di credito c’è chi, ovviamente, legge il “rischio” inciucio tra i leader del nascente Partito democratico e Berlusconi, deciso a giocare da solo, anche senza i suoi, il ruolo di interlocutore del centrosinistra.
Fantapolitica? Probabile, perché i toni morbidi il Cav li ha usati anche nei confronti della vicenda Telecom (per la quale il suo gruppo si sarebbe mosso solo per “un atto ‘patriottico’, senza nessuna pretesa di comandare in nessun modo dentro questa società”) e del 25 aprile che, ha ricordato il Cavaliere, non deve essere una festa “in cui la realtà storica viene stravolta e utilizzata da una parte contro l’altra” (motivo, sostiene, che lo ha sempre tenuto lontano dalle manifestazioni), ma il ricordo del giorno della liberazione “che è sì un merito dei partigiani” ma anche di tanti giovani degli Stati Uniti che con il loro sacrificio “ci hanno liberato dal nazi-fascismo”.
Un Cavaliere in forma, insomma. Smagliante, tanto che - c’è da crederci - gli piacerebbe pure scendere in campo nella semifinale di Champion’s tra il suo Milan e il Manchester United. Non potendo, il Cav. si è limitato a dettare la sua formazione: “Kakà seconda punta, di fianco a Gilardino, e Seedorf dietro le punte. Il resto è il solito Milan… padrone del campo e padrone del gioco che vince all’Old Trafford, tenendo alto il prestigio del calcio italiano”.
Per se stesso, Berlusconi ha intanto scelto il ruolo del nonno contento, confermando e rallegrandosi della notizia della gravidanza della figlia Barbara: “Sono felice perché il papa è un ragazzo che mi piace moltissimo, è fidanzato con mia figlia da cinque anni e quando ce l’ho al tavolo mi sembra anche lui un mio figlio, quindi sono veramente felice”.
A dare man forte al buonismo del leader dell’opposizione, ci ha pensato poi il direttore del Gr Antonio Caprarica: ha tolto la parola a un ascoltatore che si rivolgeva a Berlusconi più o meno così: scusi Presidente, ma come posso fidarmi di lei in fatto di famiglia dal momento che in pubblico dice certe cose e in privato ne fa altre?
A quel punto Caprarica s’è arrabbiato (”In Italia non è un reato essere separati o divorziati”) e ha tolto la parola al radioascoltatore e spazio a Berlusconi, lasciando tutti di stucco. Forse innanzitutto lo stesso Cav che avrebbe saputo senz’altro come rispondere: con parole, oggi più che mai, addolcite.