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Yara, Elisa Claps e le prove scientifiche: il Dna può mentire?


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“Si trovano meno delinquenti oggi, con tutte queste tecniche scientifiche di indagine, rispetto a una volta”. A dirlo è Giuseppe Fortuni, docente di Medicina legale all’Università di Bologna, da quarant’anni esperto di quelle stesse tecniche scientifiche, che si è occupato, tra gli altri, dei casi Pantani, Kercher e di Francesco Narducci, il medico a lungo sospettato di essere collegato ai delitti del mostro di Firenze. Continua

Venezia sta morendo. Caccia al Dna dei lagunari

L'acqua alta a Venezia

Il centro storico di Venezia sta morendo. La soglia dei 60.000 abitanti, ritenuta da molti come critica per l’equilibrio dell’insediamento lagunare, è stata sorpassata. Continua

Caffarella, i due romeni confessano. Il Riesame scarcera Racz

Stupro a Roma

“Hanno risposto e hanno ammesso i reati di rapina e violenza della Caffarella. Il più giovane ha fornito più dettagli, il più grande ha fornito una motivazione che sarà vagliata”. Lo ha detto il pm Vincenzo Barba, lasciando il carcere di Regina Coeli al termine dell’interrogatorio di garanzia di Jean Ionut Alexandru, 18 anni, e Oltean Gavrilia, 27 anni, i due romeni (incastrati da Dna e intercettazioni), fermati venerdì scorso per lo stupro di San Valentino a Roma.
“Hanno fornito anche dei particolari” ha aggiunto Barba “e questo è importante per avere la certezza delle loro responsabilità oltre alla prova del dna”. Il pm ha anche sottolineato che “non si è parlato dei legami con gli altri due romeni ma loro sostengono di non conoscerli”.

Sul più anziano dei due romeni, Oltean Gavrila, grava il sospetto di un’altra violenza sessuale avvenuta nel luglio scorso al Pigneto. La vittima, una ragazza di 20 anni, fu aggredita mentre rincasava. Sarebbe stato lo stesso romeno a vantarsi dello stupro con il connazionale Alexandru, a sua volta detenuto per il caso della Caffarella. L’inchiesta sarà affidata allo stesso procuratore che segue l’indagine sulla Caffarella. Per Gavrila si prospetta anche la richiesta di ordinanza di custodia cautelare per la rapina dei cellulari ad una coppia di fidanzati nel parco di via Lemonia, sulla via Tuscolana, episodio dal quale la Polizia è riuscita a risalire allo stupro della Caffarella.
Nell’ambito dell’indagine saranno disposti accertamenti sui reperti raccolti il giorno della denuncia e sulla base di quanto indicato dall’aggredita. Il magistrato sta anche predisponendo una richiesta di arresto per una rapina avvenuta il 15 febbraio scorso e già confessata da Ionut.

Intanto il tribunale del Riesame di Roma scarcera Karol Racz, detto “faccia da pugile”, già scagionato dall’accusa di essere uno degli stupratori della Caffarella e, fino a oggi, detenuto per la violenza sessuale ai danni di una donna di 41 anni avvenuta la sera del 21 gennaio scorso in via Andersen, nel quartiere romano di Primavalle. Nonostante la richiesta del pm che aveva chiesto la conferma del provvedimento restrittivo, il giudice ha ritenuto sufficienti le prove per interrompere la detenzione iniziata il 4 marzo scorso. “Sono soddisfatto; era un atto dovuto”, ha detto l’avvocato Lorenzo La Marca, difensore del romeno. “Le prove a discarico del mio assistito” ha aggiunto “erano troppe e schiaccianti”.

Tutti nella banca dati: arriva il grande fratello del Dna

Nei laboratori del Ris a Roma

Tutto cominciò con la madonnina di Civitavecchia, la statua che, raccontano, versò le prime lacrime di sangue il 2 febbraio 1995. A 14 anni di distanza, dopo fatti di cronaca e fiction televisive che hanno reso famosi gli esperti di polizia e carabinieri, siamo prossimi a una svolta: anche l’Italia avrà una banca dati del dna.
Che c’entra la madonnina? La famiglia Gregori, che la custodiva, rifiutò di sottoporsi al test del dna (che avrebbe dovuto accertare o escludere l’appartenenza del sangue ai componenti) e la Corte costituzionale nel 1996 stabilì di fatto l’impossibilità del prelievo coattivo perché il Codice di procedura penale era troppo vago, invitando altresì il legislatore a rimediare.

Anni di vuoto
Nel 2003 il procuratore antimafia Piero Luigi Vigna ricordò in un convegno del Ris la vicenda di Civitavecchia sollecitando un intervento legislativo. Il 3 marzo 2004 venne così costituito il gruppo di lavoro Biosicurezza nell’ambito del Comitato per la biosicurezza e le biotecnologie di Palazzo Chigi. Nel documento conclusivo del 18 aprile 2005 gli esperti tracciarono uno schema di disegno di legge sulla banca dati del dna e sul prelievo coattivo di campioni biologici, sostituendo tra l’altro l’articolo del codice giudicato incostituzionale nel ’96.
La caduta del governo Prodi non consentì l’approvazione di due disegni di legge. Dopo le elezioni del 2008, però, si è ripartiti da quei testi: il Senato ha dato il via libera all’unanimità il 22 dicembre e la Camera ne sta discutendo in questi giorni nelle commissioni riunite Giustizia ed Esteri. “Entro qualche settimana dovrebbe essere approvato dall’aula” anticipa Manlio Contento, del Pdl, relatore della commissione Giustizia. La legge prevede l’adesione al trattato di Prüm.

Le nuove norme
A 13 anni da quella sentenza della Consulta, la ben nota rapidità del legislatore consentirà entro un anno (con le norme di attuazione) di mettere l’Italia alla pari con 24 paesi europei. La banca dati sarà istituita presso il ministero dell’Interno e il laboratorio centrale per la banca dati presso quello della Giustizia. La prima conserverà i profili di dna che saranno stati tipizzati nel laboratorio; qui saranno anche conservati i relativi campioni biologici. Sarà prelevata mucosa dal cavo orale a chi è in carcere con sentenza irrevocabile, agli arrestati con custodia in carcere o ai domiciliari, dopo un arresto in flagranza o un fermo convalidati dal giudice, a chi è sottoposto a misura alternativa e al destinatario di una misura detentiva per un reato con pena massima non inferiore a tre anni. Inoltre, l’autorità giudiziaria disporrà l’invio alla banca dati dei profili di dna tipizzati nel corso di un’inchiesta.
Fondamentale per le investigazioni è la reintroduzione del prelievo coattivo di campioni biologici (capelli, peli o mucosa del cavo orale): il giudice può disporlo per effettuare una perizia, se non c’è il consenso della persona, in caso di reati con pena dell’ergastolo o della reclusione con pena massima superiore a tre anni. In caso di urgenza può provvedere il pm, salvo convalida del giudice entro 48 ore.
I profili conservati nella banca dati e i campioni biologici saranno distrutti d’ufficio se l’accusato viene assolto con sentenza definitiva perché il fatto non sussiste o per non averlo commesso.

Lotta al crimine
“Fin dalla prima riunione con i paesi che disponevano di una banca dati, ci dimostrarono di avere ridotto drasticamente il numero dei reati ripetitivi: dal furto allo stupro”: Leonardo Santi, presidente del Comitato per la biosicurezza, sente vicino il traguardo al quale lavora da anni. “Per l’avvio è previsto che si firmino convenzioni con strutture di alta specializzazione in attesa che banca dati e laboratorio siano funzionanti”.
Gli investigatori pregustano un innalzamento vertiginoso di casi risolti. Ne sa qualcosa Aldo Spinella, dirigente superiore della polizia scientifica del Viminale e membro del gruppo di lavoro Biosicurezza, uno dei massimi esperti in materia: “Dopo la strage di Capaci del 1992 l’allora procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, mi inviò a prelevare campioni biologici a diversi mafiosi: in tasca avevo un’ordinanza di prelievo coattivo. Dalla sentenza del 1996 a oggi si sottopone al test del dna solo chi vuole dimostrare la propria innocenza”.
Spinella snocciola cifre inequivocabili: “In Gran Bretagna dal 2000 al 2005 la soluzione dei casi è cresciuta del 49 per cento. E in dettaglio: con la semplice investigazione 26 per cento di casi risolti; con il test del dna (ma senza banca dati) si sale al 38 per cento; con la banca dati si arriva al 59″.

I dubbi
“Prima degli eventuali emendamenti ascolteremo gli esperti della polizia giudiziaria” spiega Contento. Si discute se mantenere a 40 anni il limite di conservazione dei dati, mentre sui regolamenti di attuazione il relatore è convinto che “impiegheremo molto meno di un anno”, pur occorrendo una riorganizzazione della polizia penitenziaria per la formazione del personale addetto ai prelievi. Tuttavia, anche se al Garante per la privacy spetterà il controllo sulla banca dati e al Comitato per la biosicurezza quello sul laboratorio, qualche esperto avanza dubbi.
È il caso di Giuseppe Gennari, magistrato del tribunale di Milano e docente di diritto privato all’Università Bocconi: “Sembra possibile l’invio alla banca dati di tutto il materiale raccolto da polizia o carabinieri durante un’indagine, dunque anche quello delle vittime di un reato. Dovrebbe esserne prevista la distruzione, ma questa clausola di salvataggio non c’è”.
Un altro problema, secondo Gennari, riguarda la cancellazione dei dati, “non essendo prevista in caso di assoluzione perché il fatto non costituisce reato, di archiviazione o di proscioglimento in istruttoria per insufficienza di elementi”. Gennari si definisce “un fermo sostenitore della banca dati purché organizzata con criteri internazionalmente riconosciuti” e, in sostanza, teme le conseguenze del vuoto legislativo degli ultimi anni: “Non capita quasi mai di ordinare la distruzione di ciò che è conservato in un fascicolo processuale, così come in tanti laboratori in tutta Italia c’è un patrimonio non illegale, ma dimenticato, che verrebbe convogliato nella banca dati”.
Premesso che con gli emendamenti è possibile migliorare il testo, chi si è occupato dell’argomento contesta la tesi di Gennari. Spiega il magistrato Giuseppe Capoccia, dell’ufficio legislativo del ministero della Giustizia: “La legge parla di reperti acquisiti sul luogo del fatto, cosa diversa dal campione. Il reperto è uno schizzo di sangue, un capello; il campione è quello acquisito con le procedure ordinarie e sappiamo perciò che quella saliva appartiene a un determinato soggetto”.
Il punto è che la banca dati sarà divisa in due blocchi: “Nel blocco A saranno conservati i reperti, cioè il profilo di dna relativo, per esempio, a una cicca di sigaretta trovata sul luogo di una rapina o di un omicidio e che non sappiamo a chi attribuire. Per questo si farà un riscontro con il blocco B, nel quale saranno conservati i profili di chi è già in carcere e di chi man mano viene identificato come responsabile di un reato”.
Secondo Capoccia, dunque, non c’è alcun rischio che i profili di dna prelevati a una vittima di reato finiscano nella banca dati: “Sono elementi che resteranno nei fascicoli, al pari di intercettazioni o di assegni a vuoto”.
Molti passaggi, utili a eliminare ogni dubbio, potranno essere chiariti con le norme di attuazione: “La legge prevede il trasferimento di tutti gli archivi delle forze di polizia e laboratori in genere. Al momento dell’entrata in funzione della banca dati si potrà stabilire che cosa conservare e che cosa distruggere”.
Capoccia, inoltre, respinge le critiche sulle ipotesi di cancellazione dei dati: “Se c’è archiviazione o proscioglimento in istruttoria per insufficienza di elementi, il caso potrebbe essere riaperto nell’eventualità di nuovi elementi. Se invece si viene assolti nel merito in dibattimento, la sentenza resta anche se l’assolto dovesse confessare successivamente”.

Test di massa? Sì, se necessari
Un altro dubbio riguarda la possibilità che un’intera comunità possa essere costretta a sottoporsi al test del dna. Un’ipotesi già verificatasi nel 2002 in un paesino nei pressi di Dobbiaco, in Alto Adige. Lo ricorda il pm di Bolzano Axel Bisignano, titolare dell’inchiesta per lo stupro e l’omicidio di una donna di 74 anni a Valle San Silvestro: “Per vari motivi” spiega a Panorama “era altamente probabile che il colpevole vivesse lì e dunque chiesi ai 600 uomini del paese di sottoporsi al test del dna. Furono sollevate perplessità, anche dalla stampa. Replicai che, se per legge non erano obbligati, avrei potuto effettuare centinaia di perquisizioni domiciliari sequestrando magari gli spazzolini da denti”. Alla fine accettarono e con il test venne individuato l’omicida, un diciannovenne che confessò. “La nuova normativa agevolerebbe molto le indagini” conclude Bisignano.
È impossibile stabilire quanti profili di dna siano conservati oggi. Con la banca dati, però, un episodio come lo stupro al parco della Caffarella a Roma avrebbe avuto più probabilità di essere risolto: così come il test del dna ha scagionato i due romeni arrestati, il profilo sarebbe stato confrontato con il database delle persone già arrestate e, in questo caso, per il colpevole non ci sarebbe stato scampo.

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Stupro della Caffarella: arrestati altri 2 romeni. Incastrati dal dna

Polizia al parco della Caffarella

Svolta, con sorpresa, nel “giallo” del parco della Caffarella.

Due romeni di 18 e 27 anni sono stati arrestati con le accuse di stupro contro la ragazzina di 14 anni e aggressione nei confronti del giovanissimo fidanzato. Il loro Dna, questa volta, corrisponde a quello trovato sui vestiti della ragazzina. Inoltre sia lei che il fidanzato li hanno riconosciuti come autori della violenza.
Si tratta di A.I., da poco 18enne, e di G.O., 27enne, entrambi originari della città di Calarasi, in Romania, e entrambi ospitati negli ultimi mesi a Roma in un padiglione della vecchia fiera.
A condurre gli investigatori sulle lore tracce, la pista che aveva preso corpo dopo la localizzazione dei cellulari rubati la sera dello stupro ai due fidanzatini aggrediti. Uno era stato rintracciato a Roma, l’altro in Romania.
I cellulari, dai quali i violentatori avevano tolto e buttato le schede, sono rimasti muti per settimane. Poi hanno ripreso a funzionare e la Squadra mobile ha fatto scattare le intercettazioni, andate avanti nel più stretto riserbo per parecchi giorni. Proprio grazie alle intercettazioni, nel mirino degli investigatori è finito un gruppo di albanesi, il cui ruolo però fino ad oggi non è stato ancora chiarito.

Per lo stupro della Caffarella furono arrestati lo scorso 18 febbraio, con l’accusa di violenza sessuale e rapina due cittadini romeni, Alexandru Isztoika Loyos e Karol Racz. Il Tribunale del Riesame il 10 marzo scorso ha annullato però l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dei due romeni che comunque sono ancora in carcere con altre accuse: Loyos per calunnia ed autocalunnia (per gli inquirenti si sarebbe autoaccusato per coprire i veri responsabili dello stupro) e Racz per un’altra violenza, quella ai danni di una donna di 40 anni avvenuta nel quartiere periferico di Roma di Primavalle. Nei giorni scorsi, dopo una pesante battuta d’arresto nelle indagini, la Questura aveva avviato accertamento sui ricettatori che avrebbero venduto i due telefonini della ragazzina violentata e del fidanzato.

“Ce lo aspettavamo”, risponde ora Lorenzo La Marca, il legale di Karol Racz - il romeno indagato insieme ad Alexandru Loyos per lo stupro della Caffarella - alla notizia che altri due romeni sono stati fermati per accertamenti in relazione alla violenza di San Valentino. “Sapevamo che la questura stava cercando”, spiega l’avvocato che in merito alla posizione del suo assistito aggiunge: “Speriamo che ora si chiuda anche l’altra storia, quella di via Andersen, che dipendeva dalle indagini della Caffarella. Spero che adesso non ci siano più atti persecutori”.

La crisi? Arricchirà Cosa Nostra. L’allarme di Antimafia e Viminale

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La crisi economica? Arricchirà la mafia. Non solo infatti la recessione non scalfirà il potere finanziario della criminalità organizzata, ma lo farà aumentare. Quello che per molti è un momento di grave difficoltà per la criminalità organizzata può rappresentare un’occasione di cui approfittare: è l’allarme del procuratore nazionale della Dna (Direzione nazionale antimafia), Piero Grasso, nella sua relazione alla commissione Antimafia lo scorso 25 febbraio (i contenuti del testo sono stati anticipati dall’agenzia Adnkronos).

“Tutto autorizza a ritenere”, sostiene Grasso, “che anche l’attuale crisi finanziaria ed economica, destinata, purtroppo, ad aggravarsi nei prossimi mesi, con conseguenze allo stato non pienamente valutabili, possa rappresentare una ghiotta occasione per l’arricchimento delle mafie e ciò per una serie di motivi”. Il procuratore nazionale antimafia elenca poi i fattori che permetteranno alla criminalità organizzata di sfruttare la bufera finanziaria che sta mettendo in ginocchio i mercati mondiali.

Il primo vantaggio della mafia rispetto all’economia legale, spiega Grasso, “È costituito dalla permanente, enorme, illimitata, liquidità finanziaria, di cui godono le organizzazioni mafiose, in particolare quelle che traggono i maggiori profitti illeciti dal traffico internazionale si sostanze stupefacenti. Un mercato che non andrà certo in crisi, dal momento che è in aumento tanto l’offerta che la domanda di droghe di ogni genere. Sul versante legale vi è, al contrario, una contrazione vistose delle risorse. Le banche, anche quelle più grandi, sono in difficoltà, soffrono di limitazione delle risorse e anche quando ne dispongono, non sono disponibili a concedere mutui né alle imprese né ai privati”.

Inoltre, continua Grasso, “la crisi colpirà soprattutto i ceti più deboli, i lavoratori, la manodopera precaria”. Il procuratore avverte: “Il numero dei licenziati salirà vertiginosamente e gli ammortizzatori sociali non riusciranno a coprire tutte le situazioni di crisi, in particolare quelle del lavoro nero e del precariato. È prevedibile allora un aumento dei reati ‘predatori’, soprattutto rapine, della microcriminalità, delle truffe, dello spaccio di stupefacenti. Settori nei quali operano soggetti non appartenenti alla criminalità organizzata, ma è certo che sono le mafie a tirare le fila anche di tali reati, a fare da punto di riferimento per la ricettazione dei beni oggetto di furto e rapina, di truffa e contraffazione”.

L’ultimo fattore che avvantaggerà la mafia, secondo la valutazione del procuratore della Dna, è “L’intervento massiccio dello Stato nell’economia. Ciò avviene a livello mondiale, dagli Usa alla Cina, dall’Europa, al nostro Paese. Tutto ciò comporterà che la mano pubblica avrà il compito di aiutare la ripresa economica, attraverso una politica di interventi di sostegno, di finanziamenti ai settori deboli, di promozione degli investimenti e della ricerca”. Tuttavia “non mancheranno alle imprese mafiose e paramafiose le possibilità e le occasioni di captare parte delle risorse pubbliche a proprio profitto, rafforzando in tal modo una tendenza già in atto, come dimostrano le vicende calabresi dei fondi previsti dalla legge 488 del 1992 e di quelli comunitari”. Il procuratore Grasso non ha dubbi: “L’acquisizione presuppone l’inserimento delle mafie nel sistema di potere economico e politico dominante”. È necessario quindi “affinare gli strumenti di indagine per consentire di cogliere i nessi, le connivenze che reggono” questo sistema di potere.

Anche il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha affrontato l’argomento dell’economia mafiosa in un intervento radiofonico a Radioanch’io. Secondo il capo del Viminale, il fatturato complessivo della mafia, della ‘ndrangheta, delle altre organizzazioni criminali italiane e della criminalità straniera “è superiore a 100 miliardi di euro all’anno, una cifra enorme”. Per questo il governo sta promuovendo “un’azione fortissima” sotto il profilo dell’attacco ai patrimoni mafiosi. “Nel 2007″, continua Maroni, “vi sono stati sequestri di beni mafiosi per 1,5 miliardi di euro, una somma salita a 4,3 miliardi di euro nel 2008″.

Giallo sullo stupro della Caffarella: spunta un terzo uomo. Anzi, no

Due romeni arrestati per lo stupro di Roma

Il caso non è chiuso. Svolta nelle indagini sullo stupro avvenuto il giorno di San Valentino nel parco della Caffarella, a Roma. I due romeni fermati, Karol Racz e Alexandru Isztoika Loyos, si trovano attualmente in carcere ma tutti gli esami della scientifica li scagionerebbero. Il dna raccolto sulle sigarette fumate e sui fazzoletti usati dagli stupratori la sera dell’accaduto non combacia con quello dei due arrestati, così come non combacia l’identikit di uno di loro: Karol Racz, alto circa un metro e 55 e quasi calvo, mentre nel racconto della vittima quindicenne era un uomo di un metro e 75 e con la frangia sulla fronte. Gli investigatori non credono che si sia tagliato i capelli perché in un video risalente ai giorni precedenti lo stupro appariva sempre stempiato. Inoltre c’è un altro elemento di riflessione: nel loro racconto i due fidanzatini vittima dell’aggressione avevano parlato di frasi in italiano ma Racz non conosce altra lingua che il romeno. L’uomo è stato accusato di un altro stupro, quello di una donna violentata il 21 gennaio scorso nel quartiere di Primavalle a Roma, che lo avrebbe riconosciuto dalle foto.
Ma per gli inquirenti i due uomini restano gli accusati principali. Lo ribadisce una nota congiunta della Questura e della Procura, diffusa in serata. “L’impianto accusatorio originale non cambia di una virgola” ha ribadito il questore di Roma Giuseppe Caruso. Più difficile rispetto a Racz la posizione dell’altro arrestato, che era stato riconosciuto in foto dalla vittima. Ma anche nel suo caso il profilo genetico non combacia. Alexandre Loyos, arrestato per primo il 17 febbraio, aveva però confessato in un primo momento e poi ritrattato. Racz invece era stato preso a Livorno, dove era giunto in treno dalla capitale.
Lunedì prossimo i due romeni saranno davanti al tribunale del Riesame. Per il momento gli investigatori negano di essere sulle tracce di un “terzo uomo”, che sarebbe un altro cittadino romeno fermato prima di Racz sulla base dell’identikit della ragazza, ma che era risultato estraneo ai fatti perché si trovava all’estero il 14 febbraio.
Sulla vicenda accusa la deputata radicale Rita Bernardini, che era stata oggetto di insulti anonimi per aver chiesto più cautela: “Cos’hanno da dire ora quei direttori di giornali e tg che hanno sparato le immagini dei due romeni come autori dello stupro della Caffarella?” per la parlamentare si tratta di “doppiopesismo a seconda che il reato sia commesso da un italiano o da un extracomunitario”.

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Giallo di Garlasco, rinviata l’udienza con Stasi protagonista

Alberto Stasi

C’è Alberto Stasi, l’unico imputato per il delitto della fidanzata, Chiara. C’è la famiglia Poggi, (che oggi è tornata a vivere nella villetta di via Pascoli, a Garlasco). La prima udienza per il delitto di Chiara, uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007, è iniziata ed è stata subito rinviata al 7 marzo, dal gup di Vigevano Stefano Vitelli. L’unica decisione emersa è che i capi d’accusa contro Stasi, indagato anche per la detenzione di materiale pedo-pornografico, rimangono divisi in due procedimenti paralleli e separati.
L’ex studente modello è arrivato al tribunale di Vigevano a bordo di un’auto scura su cui c’era anche l’avvocato Angelo Giarda. Poco prima, dallo stesso portone principale del Tribunale, erano entrati i familiari della vittima: mamma Rita, papà Giuseppe e il fratello Marco. Le porte di accesso al chiostro su cui si affaccia l’aula magna in cui si terrà l’udienza sono presidiate dai carabinieri.

Ma tutto è durato poco: solo il tempo per la scontata richiesta di costituzione di parte civile della famiglia Poggi e per il deposito della corposa relazione della difesa con la conseguente richiesta di termini per esaminarla. Durante l’udienza non è stata dunque esaminata nel merito alcuna eccezione. L’udienza si è svolta in un clima sereno di rispetto reciproco tra le parti, nonostante l’iniziale inevitabile tensione. Il gup ha inoltre tenuto una breve introduzione nella quale ha invitato difesa e accusa a fare la propria parte nel rispetto delle regole in modo che ognuno possa lavorare con tranquillità e serenità tenendo conto sia degli interessi di Stasi, che fino a prova contraria è innocente, sia di quelli della famiglia Poggi.
Per loro, l’udienza di oggi è stata “una prova durissima, ma come abbiamo affrontato questa, affronteremo anche le altre”. I coniugi, al termine dell’udienza, hanno ignorato Alberto Stasi, unico indagato, e salutato solo i suoi difensori, ma non hanno rivolto neanche uno sguardo al 25enne.

Era difficile che oggi si potesse arrivare a una decisione. I legali del giovane hanno preannunciato una sfilza di eccezioni, oltre ad aver depositato una nuova consulenza sul computer di Alberto. Una relazione che mette in discussione le conclusioni dell’accusa e che punta il dito contro chi, in sede di indagine, non avrebbe rispettato i diritti della difesa.
La nuova memoria difensiva contiene la “Quinta Relazione” del professor Francesco Maria Avato, con la quale, in un centinaio di pagine, oltre a ribadire quanto già sostenuto nella consulenza depositata lo scorso agosto, cerca di smontare la tesi dell’esperto nominato dai Poggi, il professor Marzio Capra. Il professor Avato confuta, in particolare, i punti della recente consulenza di parte civile relativi al Dna di Chiara, ritrovato sul dispenser del sapone in bagno insieme alle impronte di Alberto e alla bicicletta sequestrata a Stasi e ripulita. La memoria difensiva, inoltre, contiene una relazione informatica che mira, a differenza degli accertamenti della Procura, a dimostrare che Alberto la mattina dell’omicidio di Chiara lavorò alla tesi.
Infine, le nuove carte depositate confutano, pare sotto il profilo metodologico, lo studio effettuato per conto del pm dal professor Piero Boccardo, docente del Politecnico di Torino, nel quale si ritiene impossibile che Stasi, la mattina in cui ha ritrovato il corpo della fidanzata, non si sia macchiato le scarpe di sangue.

Quella di oggi doveva essere una prima “tappa” per capire i tempi di un possibile rinvio a giudizio in vista di un processo. Alberto è pronto a dimostrare, senza scorciatoie, di essere innocente. Prima, però, il pm Rosa Muscio dovrà convincere il gup Vitelli che l’ex fidanzato è colpevole. Solo così potrà evitare l’archiviazione o la richiesta di ulteriori indagini in un delitto in cui, al momento, mancano l’arma e il movente.

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