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Domenico-Lucano

Modello Riace, un pezzo di Calabria rinasce grazie ai rifugiati


Visualizza Calabria: i paesi dell’accoglienza in una mappa di dimensioni maggiori

I bronzi, quelli veri, sono finiti al museo di Reggio Calabria. Ma a Riace non li rimpiangono più di tanto. Nel piccolo borgo della locride sono arrivati altri uomini dalla pelle di color del bronzo e li hanno accolti come sempre si è fatto da queste parti, da dove in tanti sono partiti. Sono rifugiati, immigrati irregolari con diritto di asilo o in attesa dello stesso. Sono più di 300 e stanno facendo rivivere gli angoli dimenticati di quest’angolo di Calabria, dove disoccupazione, ‘Ndrangheta e fughe verso il nord hanno lasciato vuote tante case e tante botteghe.

Un esempio per tutta la Calabria

La storia di Riace e dei paesi vicini di Caulonia (7mila abitanti) e Stignano (milletrecento circa) è diventata un esempio di politiche di integrazione e di accoglienza unico nell’Italia di oggi. Trasformato in una legge regionale che si è guadagnata il plauso dell’Unhcr, l’organizzazione Onu che ha duramente criticato il respingimento dei clandestini in Libia.
“Con la legge regionale abbiamo dato incentivi a quei progetti che includono i rifugiati. La Calabria è fatta per il 90% di montagne e colline, un territorio dunque che tende allo spopolamento. Con questa legge ristrutturiamo i borghi, diamo incentivi all’edilizia popolare, utilizzando i fondi europei” ha spiegato il presidente della regione Agazio Loiero.

Mimmo dei Curdi

Ne parla con orgoglio Domenico Lucano, per tutti “Mimmo dei curdi”, dal 2004 il sindaco di Riace, dove tutto è cominciato. “E’ stato un caso, ma anche tanto impegno”. Tutto inizia il 1 luglio 1998, con uno sbarco di 300 curdi sulla costa Ionica. “Ero sulla statale e ho visto questa folla che usciva dall’acqua”. Un’apparizione che gli avrebbe cambiato la vita. Da allora Lucano si impegna per l’accoglienza dei rifugiati e per trovargli un alloggio nell’emergenza. Ma la vera sfida vinta è stata trasformare l’emergenza in un’opportunità: “Noi in Calabria non chiediamo mai a un ospite ‘da dove vieni’?” spiega, “eravamo impegnati (con l’associazione Città Futura - Don Giuseppe Puglisi da lui fondata) a immaginare un riscatto per questi luoghi, un ritorno al senso di identità”. Nel dopoguerra Riace passa da 3mila a 1.650 abitanti. “La parte storica si svuota. Adesso è tornata a circa 1.800, di cui un centinaio circa sono immigrati”. Dal 2001 il comune aderisce al Piano nazionale di accoglienza e si fa carico di richiedenti asilo che arrivano dai centri di Lampedusa o di Crotone. “Si tratta soprattutto di Curdi, Eritrei, Nigeriani, Somali. Gente che scappa da guerre e carestie. Il nostro obiettivo era coniugare le aspettative del territorio e l’accoglienza”.

La rinascita del borgo

Ma com’è stato possibile? “Con progetti piccoli, concreti” spiega il sindaco. E con i finanziamenti europei e della banca etica: “abbiamo aperto le case disabitate da decenni, le abbiamo ristrutturate”. Hanno creato una specie di villaggio-albergo con ristorante, il ‘Riace Village’, nella campagna, in cui si valorizza un turismo diverso da quello della costa, ecosolidale e interessato alla cultura locale. In una terra flagellata dalla disoccupazione cronica, “si sono riaperte botteghe di artigianato e imprese edili ‘miste’: un immigrato e un locale, per mischiare il più possibile”. Sono arrivati mediatori culturali e volontari. Ha riaperto la scuola: adesso su 25 iscritti, 15 sono figli di stranieri. Una situazione che si ripete in tutta Italia con tensioni e problemi, ma che qui per Lucano rappresenta un motivo di orgoglio: “I bambini parlano già calabrese. Ci sono serbi,eritrei, iracheni: è il mondo in una stanza”.

Modello Riace

Ma è un modello esportabile in un’Italia in cui l’immigrazione rappresenta un problema di ordine pubblico, criminalità e tensione culturale? “Io parlo di questa realtà” dice Lucano, “accoglienza e legalità sono le parole d’ordine”. “Qui non ci sono state grosse tensioni” racconta, “per tre motivi: uno, la rassegnazione e la mancanza di stimoli era tale che qualsiasi novità avrebbe ristimolato un senso di curiosità che si era perso, due, la comunità qui ha avuto una storia recente di emigrazione e una storia antica di conquiste e confronti con gli stranieri che è millenaria, la nostra lingua è un miscuglio; tre, è stato un lavoro intenso e tutti hanno potuto vedere i risultati positivi sulla microeconomia locale e sul turismo”.

Intimidazioni

Tanto che Mimmo Lucano è stato rieletto alle ultime amministrative. Ma il “modello Riace” a qualcuno ha dato fastidio: ci sono stati spari contro il ristorante di proprietà del sindaco e i cani di suo figlio sono stati avvelenati. “Di questo non voglio parlare” spiega Lucano, che si è presentato sostenuto da una lista civica contro un avversario sostenuto dal Pd locale. “Il fatto è che se questo modello di imprese nate dal basso, di opportunità e riscatto sociale fa proseliti impensierisce qualcuno” dice, “e in queste zone si sa benissimo chi è questo ‘qualcuno’”, conclude. Fatto sta che Riace ha attirato l’attenzione dei media locali e nazionali e fatto proseliti: nel 2008 i sindaci dei paesi vicini, Stignano e Caulonia, di colori politici differenti, hanno chiesto di poter accogliere alcuni dei richiedenti asilo di Lampedusa per attivare attività simili. “Adesso sono circa 200 i rifugiati che sono rimasti e lavorano” illustra ‘Mimmo dei curdi’, “e insieme ai marocchini e a quelli dell’Europa dell’Est gli immigrati saranno in totale 350″. Le occupazioni? Artigianato, turismo, edilizia, agricoltura.

Le ronde? Agli immigrati

La politica, quella dei partiti, c’entra poco in questa storia. Ma è chiara la voglia di provocare del sindaco di Caulonia, Ilario Ammendolia, quando lancia l’idea delle “ronde di immigrati”, in risposta alle ronde “nere” (già tramontate) e alle tante iniziative per la sicurezza sponsorizzate dalla Lega al nord. “Se ronde devono essere ronde siano ma contro la ‘ndrangheta e i delinquenti di varia natura non certo contro i migranti che chiedono solo di potersi integrare” ha detto il 16 maggio scorso.
E così potrebbero essere le donne nigeriane ed eritree che hanno trovato ospitalità nel borgo a pattugliare le sue strade. “Vivono qui da oltre un anno, parlano francese e inglese correntemente, possono dare un contributo agendo come forza dissuasiva”.”In un paese” sostiene, “le opere pubbliche sono importanti, ma non vi è futuro se la gente che vive non si dà la mano. Soprattutto i paesi della locride, non potranno mai avere nessun riscatto per il prezzo pagato come tributo di sangue, alla mafia, alle faide ed ogni sorta di delinquenza, che sono la vera grande piaga che affligge la Calabria ed il meridione”.

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