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Al via il Giro del centenario, le tappe più dure della squadra Antidoping

Lance Armstrong

In Giro da cent’anni. E qualcuno riesce ancora a prenderlo “in giro”. La corsa rosa del ciclismo arriva al secolo di vita con un’edizione speciale. Anche per quanto riguarda la lotta al doping. Alla partenza della cronometro a squadre, nello scenario delle calli di Venezia, ci saranno i campioni più attesi (dal sette volte campione del tour Lance Armstrong al favorito Ivan Basso), le venti squadre, un’organizzazione mastodontica e molto pubblico.
Ma in parallelo partirà anche un altro giro, quello dei controllori, di plasma, urine, siringhe e pillole. Carabinieri dei Nas, esperti medici del Coni, dell’Uci e della Wada, l’agenzia mondiale per la lotta al doping, sono pronti a smascherare i bari su due ruote. “Sarà usato lo stesso metodo delle Olimpiadi di Pechino. Controlli mirati alle sostanze proibite e azioni a tenaglia per garantire un Giro da “bollino blu” rassicura il direttore ciclismo di Rcs sport Angelo Zomegnan.
Dei tre protagonisti dell’anno scorso, è uscito pulito solo il vincitore Alberto Contador. I due giovani italiani Riccardo “il cobra” Riccò ed Emanuele Sella che avevano emozionato con i loro scatti in salita, sono stati sospesi nel corso dell’estate per la positività alla Cera, la cosiddetta “Epo di terza generazione”, la cui sigla sta per “attivazione continua dei recettori dell’eritropoiesi”, in pratica eritropietina, un ormone prodotto dai reni che stimola la produzione di nuovi globuli rossi nel midollo osseo. “Rispetto all’Epo, che richiedeva iniezioni continue, la Cera resta di più in circolo” spiega a Panorama.it il professor Dario D’Ottavio, coordinatore del Consiglio nazionale dei Chimici per la lotta al doping, per anni nella Commissione antidoping del ministero della Salute, uno dei massimi esperti italiani in materia. “La Cera sembra fatta apposta per i ciclisti, ha un ciclo di vita più lungo, per sforzi più prolungati. E’ più difficile da rilevare nelle urine. E consente un aumento di prestazione notevole”. Ma adesso si può scoprire: “sono stati fatti molti passi in avanti” secondo D’Ottavio, “la gran parte delle molecole ora si può rilevare, anche se ogni tanto la ricerca ne immette di nuove sul mercato”. Il ciclismo è l’unico sport in cui si controllano sangue e urine, in cui ci sono tanti casi ma anche tanti controlli come quelli a sorpresa, che tanto irritano i ciclisti. “Bisogna chiarire, non si tratta di accanimento” spiega D’Ottavio, “è per la loro salute: alla lunga queste sostanze hanno effetti terribili”. Secondo il biochimico, anzi, i casi che emergono dai controlli sono ancora troppo pochi: “I test a sorpresa non sono sufficienti: l’unico sistema che sarebbe valido è una specie di passaporto biochimico dell’atleta: lo si segue fin dall’adolescenza controllando i parametri biochimici e si verificano così tutte le anomalie, le deviazioni inattese di alcuni valori, innaturali. Deviazioni non spiegabili fisiologicamente”.

Una procedura più completa rispetto al “passaporto biologico” che dal 2008 l’Uci impone alle squadre: in quel caso si tratta di un documento che riporta i valori di sangue e delle urine di ogni ciclista, in maniera tale da poter valutare caso per caso, la presenza di alterazioni dovute al consumo di sostanze proibite. Il profilo è elaborato base ad almeno sei controlli, effettuati sia nel corso delle competizioni che a riposo, alcuni dei quali a sorpresa. “Adesso i controlli sono gestiti dall’ Uci durante la preparazione e dal Coni che segue le direttive della Wada. In genere nelle corse a tappe avvengono la mattina, sui primi in classifica o sul vincitore della tappa”. Più facile che i “blitz” avvengano “in prossimità delle tappe di montagna o delle crono”, quando ci si gioca di più per la classifica. Ma, spiega D’Ottavio, “c’è anche il doping dei velocisti, che è diverso, più orientato all’aumento della potenza”. L’atleta “pizzicato” rischia grosso: due anni di sospensione dall’Uci (radiazione in caso di recidività) e una condanna penale da 2 mesi a 3 anni. Ma è un rischio che molti sono pronti a correre, fin dal livello amatoriale: “Lì è ancora più diffuso e pericoloso” secondo D’Ottavio, “c’è molto fai-da-te, sperimentazione, pochi controlli, ogni tanto qualcuno ci lascia le penne”.

Sostiene il professore che il “salto di qualità” nel doping si sia avuto a partire dagli anni ‘60. “Intendiamoci, sostanze per migliorare le prestazioni si usano dall’antica Grecia”, ma prima si trattava soprattutto di stimolanti “anfetamine, stricnina, simpamina. Simpson morì sul Mont Ventoux per un’overdose di anfetamine”. Poi sono arrivati gli anabolizzanti, le proteine che pompano l’emoglobina, le camere ipobariche. “Gh, insulina, Epo, perfluorocarburi, l’ Rsr che raddoppia la capacità dell’emoglobina di rilasciare ossigeno…” un’innovazione continua. “E la prossima frontiera” dice D’Ottavio, “è la genetica. Anzi, in teoria è già possibile”. Ma se e quando il primo scalatore o il primo velocista “Ogm” taglierà il traguardo, ci saranno i Nas ad aspettarlo dopo le interviste e le foto in maglia rosa o ciclamino. “Loro fanno un lavoro straordinario” commenta D’Ottavio, “ma dovrebbero avere più mezzi, più fondi, usare anche le intercettazioni”. Perché la lotta al doping non sia sempre un tappone dolomitico.

Sette casi di doping alle Olimpiadi, anche l’italiano Rebellin

Davide Rebellin vince l'argento

L’Italia perde una medaglia. Otto mesi dopo le Olimpiadi di Pechino, i risultati delle analisi antidoping più approfondite scoprono nuovi casi di doping tra gli atleti che hanno partecipato ai Giochi. Davide Rebellin, ciclista medaglia d’argento nella prova di ciclismo su strada dietro allo spagnolo Sanchez, è uno dei casi di positività alla Cera, l’Epo di ultima generazione. Una sostanza dopante che nel ciclismo ha già portato l’anno scorso alla squalifica di Riccardo Riccò. Oltre al ciclismo, nuoto, atletica e canottaggio gli altri sport coinvolti.
”Il Coni informa di aver ricevuto questa sera dal Cio una comunicazione riguardante un caso di positività per un atleta italiano in occasione dei Giochi Olimpici di Pechino 2008”, afferma il sito del Comitato olimpico nazionale.
”In ottemperanza a quanto richiesto dal Cio - aggiunge il testo - il Coni ha provveduto a comunicare immediatamente all’atleta interessato l’esito del test effettuato sul campione A. Il Cio ha ringraziato il Coni per essersi prontamente attivato. Inoltre, il Coni ha contestualmente trasmesso gli atti alla Procura Antidoping per quanto di sua competenza”. ”Il Coni ricorda che gli atleti, i tecnici, i medici e quanti facevano parte della Missione Italiana a Pechino 2008 hanno firmato un giuramento col quale si impegnavano a rifiutare e a non sottoporsi a qualsiasi pratica illecita in violazione del regolamento Antidoping . Tale dichiarazione è stata regolarmente sottoscritta anche dall’atleta risultato positivo”. ”Il Coni si riserva comunque ogni atto di sua competenza”, conclude il testo.

Smascherata la rete del doping, arrestato dai Nas il ciclista Da Ros

Una volante dei Carabinieri

I carabinieri del Nas di Milano, dopo una lunga indagine sul traffico illecito di sostanze dopanti coordinata dal pm Gianluca Prisco, questa mattina hanno arrestato 12 persone ed eseguito 60 perquisizioni in Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia e Veneto. Tra gli arrestati c’è anche il ciclista professionista Gianni Da Ros, 23 anni, di Pordenone. Da Ros verrà interrogato domani dal gip Andrea Pellegrino, il giudice che ha emesso le ordinanze di custodie cautelare in carcere.

Le indagini hanno coinvolto sportivi, professionisti e dilettanti, oltre che gestori di palestre e di attività commerciali, e hanno portato ad acquisire gravi indizi di colpevolezza per illecita importazione, detenzione, vendita, ricettazione e utilizzo di farmaci a effetto dopante, esercizio abusivo delle professioni sanitarie (del farmacista e del medico) e falsificazione della documentazione sanitaria consegnata presso farmacie che non erano al corrente del traffico.

Per una tredicesima persona è stato disposto l’obbligo di firma, mentre gli indagati sono in tutto 64, tra cui un ciclista dilettante, preparatori atletici, frequentatori di palestre di body building e anche due transessuali. L’inchiesta è partita un anno fa dalla diffusione delle sostanze anabolizzanti (ormoni gh, testosterone, nandrolone e altri) in alcune palestre di Milano. Da lì è stato individuato il canale di distribuzione e di approvvigionamento. Le sostanze sono state importate illecitamente anche da paesi extracomunitari.

L’inchiesta antidoping è nata da un servizio tv delle Iene andato in onda il 7 marzo 2008 e intitolato “Muscoli e doping”. Nel servizio uno degli inviati del programma per circa 700 euro acquistava in un Vitamin Store di Milano prodotti come il Sustanon, il Proviron o il Winstrol. Da qui sono stati identificati i venditori. Poi, tramite intercettazioni e pedinamenti effettuati dai carabinieri del Nas, sono state individuate tre filiere di distribuzione. Nelle intercettazioni telefoniche gli indagati usavano frasi e termini in codice come “Aggiungi due buttafuori da mettere a destra del palco” oppure “Mi serve Debora” o “due ufficiali”. Tra le 60 perquisizioni, due hanno riguardato altri due ciclisti dilettanti.

In una prima fase le indagini avevano portato al sequestro di diverse confezioni di sostanze ad effetto dopante importate illecitamente dai paesi dell’Est Europa e dal nord Africa o acquistate su Internet. Oggi, oltre ai 12 arresti e a un obbligo di firma, il gip Pellegrino ha emesso 64 decreti di perquisizione anche presso abitazioni private e palestre relativi a 81 luoghi sparsi tra Milano, Bergamo, Brescia, Pavia, Novara, Pordenone, Torino, Treviso, Varese e le loro province.

Da Ros è stato arrestato a Padova, dove si trovava con la Nazionale per allenamenti. Era diventato professionista da pochi mesi con la squadra Liquigas, con la quale ha già disputato alcune corse in Australia, in Qatar e, la scorsa settimana, in Friuli. Lo scorso anno l’atleta si era laureato campione italiano con la sua formazione (la Marchiol) nella gara “Open” di inseguimento a squadre su pista. Già nel 2002, da Allievo, con la maglia del Fontanafredda, aveva vinto il tricolore nell’inseguimento individuale su pista. Passista veloce, era considerato una promessa del ciclismo nazionale. In questi giorni era impegnato in un raduno della Nazionale in previsione dei Mondiali su pista, in programma a fine mese in Polonia: la sua convocazione nel quartetto dell’inseguimento su pista era praticamente scontata. Il ciclista, che compirà 23 anni in agosto, è iscritto alla Facoltà di Chimica dell’Università di Padova.

I destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, oltre a Da Ros, sono dieci. Si tratta di Giovanni Paolo Facchi, 45 anni, Pierangelo Colelli, 40 anni, Volodymyr Bushchyk, 41 anni, Vito Angelo Guerrieri, 33 anni, Davide Lucato, 29 anni, Stefano Marchesi, 42 anni, Fabrizio Pendesini e Leopoldo Romano, entrambi 37 anni, Walter Vaghi, 41 anni, e Antonio Verde, 45 anni. Altre due persone sono state colte in flagranza perché trovate in possesso di un ingente quantitativo di sostanze anabolizzanti. Per uno dei due il gip ha disposto solo l’obbligo di firma mentre l’altro, di intesa con la procura, è stato fermato.

Per quanto riguarda il giro di affari legato a questo traffico di sostanze dopanti si parla di diverse centinaia di migliaia di euro. Il comandante dei Nas di Milano, capitano Paolo Belgi, oltre a sottolineare che il fenomeno è diffusissimo, ha spiegato che queste sostanze “danno problemi cardiaci, al sistema scheletrico, renale, nervoso centrale. Inoltre l’assunzione di un ormone blocca la produzione naturale creando così una sorta di dipendenza”.

Le persone arrestate usavano nomi o frasi in codice come “ballerino sul palco” o “ballerino che trema” oppure “cd masterizzati” per indicare l’iniziale del nome della sostanza dopante. Nomi e frasi in codice come “due Viviana”, che stava per doppia W e cioè l’iniziale del Winstrol, sono emersi dalle intercettazioni riportate nell’ordinanza di custodia cautelare. Intercettazioni che per il procuratore aggiunto di Milano Nicola Cerrato sono state “fondamentali” e che protratte per alcuni mesi hanno consentito di allargare l’indagine che rischiava di rimanere circoscritta a pochi episodi. Le intercettazioni hanno anche consentito di accertare il coinvolgimento di Gianni Da Ros.

“A quanto è dato sapere, l’arresto di Da Ros s’inserisce in una più ampia operazione riferita ad un presunto traffico di sostanze dopanti nelle palestre. Liquigas, così come la Federazione ciclistica italiana, è dunque totalmente estranea alla vicenda. Lo staff tecnico della Nazionale ha offerto la massima collaborazione per facilitare il lavoro dei Nas”. Così si legge in un comunicato congiunto diffuso dalla Federciclismo e dalla Liquigas (la squadra dell’atleta finito in manette), in relazione alla vicenda che ha coinvolto l’azzurro. “Liquigas Sport”, fa sapere la Federciclismo, “ha disposto l’immediata sospensione del corridore. Qualora le responsabilità di Da Ros venissero provate, il gruppo sportivo procederebbe al suo immediato licenziamento e si riserverebbe di citarlo per danni. La Federazione ciclistica italiana ha sospeso l’atleta per l’attività della Nazionale”.

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La confessione di Riccò: “Per il Tour mi sono dopato”

Riccardo Riccò

Ha confessato quello che tutti già sapevano: “Ho fatto uso della Cera, l’Epo di terza generazione”. Ad ammetterlo davanti ai giornalisti è stato lo stesso Riccardo Riccò, appena uscito dall’interrogatorio, durato circa un’ora, davanti alla Procura Antidoping del Coni. Ammissione di colpa (”mia e soltanto mia” ha detto) e rinuncia alle controanalisi. “Dopo il Giro” ha spiegato il ciclista modenese “mi sentivo stanco e ho provato questa sostanza. Ma in Italia ero pulito”.
E pensare che lui al Tour non ci doveva neanche andare. Ma un Giro d’ Italia da protagonista (miglior giovane e secondo dietro allo spagnolo Contador) e la partecipazione alle Olimpiadi con la nazionale non erano abbastanza per la fame di vittorie della 24enne promessa del ciclismo italiano. Uno sempre sopra le righe, il “cobra”, fuori dal “gruppone”, sui pedali e davanti ai microfoni dei giornalisti. E così, con la sua squadra, la Saunier Duval, al via della Grande Boucle c’era anche lui, col fido scudiero Piepoli. Due settimane da protagonista per le strade di Francia, con due vittorie di tappa, una fuga sul Col d’aspin, nei Pirenei, che aveva fatto gridare molti al “nuovo Pantani”. Ma il risultato delle analisi lo aspettava. Il 16 luglio la doccia fredda. Positivo, fermato e portato in carcere. La squadra si ritira, lui e Piepoli vengono licenziati. Adesso con la collaborazione dimostrata e la confessione Riccò potrebbe avere uno sconto di pena sui due anni di squalifica previsti dal codice Wada. L’atleta verrà deferito dal Coni alla procura nazionale antidoping, la sentenza della giustizia sportiva è attesa tra pochi giorni. Ma quella dei tifosi è già stata emessa. La riabilitazione ai loro occhi sarà la sua salita più dura.

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Pizzicato il Cobra Riccò: positivo all’Epo. Via dal Tour anche la squadra

Riccardo Riccò

Portato in gendarmeria, tra i fischi degli appassionati del Tour de France, prima della partenza della 12/a tappa. Così finisce l’avventura sulle strade francesi per l’italiano Riccardo “Cobra” Riccò risultato positivo all’Epo di terza generazione dopo il controllo effettuato al termine della gara a cronometro del Tour de France dell’8 luglio scorso a Cholet. Le indiscrezioni anticipate dal sito de L’Equipe sono state confermate dall’agenzia francese antidoping. Il ciclista della Saunier Duval, vincitore di due splendide tappe in questa edizione della “Grande Boucle”, è stato sospeso dalla corsa a tappe e non prenderà il via oggi da Lavelanet, dodicesima tappa. Mentre la squadra dell’italiano ha abbandonato la corsa, dopo aver conquistato tre tappe, due con lo stesso Riccò e una con Leonardo Piepoli, mentre era ottavo in classifica generale Josè Cobo Acebo, il meglio piazzato.
E pensare che lo chiamavano già il Pirata, perché Pantani era l’idolo di Riccò e sulle montagne pirenaiche era andato in fuga proprio come il suo mito romagnolo. La favola del Cobra però è durata poco, si è spenta dopo due tappe del Tour vinte con le braccia alzate e l’entusiasmo dei tifsosi, anche quelli francesi, che credevano di aver trovato il nuovo eroe delle scalate. 24 anni, di Sassuolo: la bufera lo ha travolto alla vigilia della 12/a tappa della corsa francese, anche se su di lui le ombre si erano addensate già quando alla Grande Boucle erano caduti gli spagnoli Manuel Beltran e Moses Duenas Nevado, e si erano levati i sospetti su un’altra decina di ciclisti, compreso lo scalatore italiano. Colpa anche di quel valore un po’ alto dell’ematocrito, prodotto naturalmente dal suo organismo, e per il quale lo scalatore aveva il certificato Uci.
Tutti finiti nella trappola dell’eritropoietina, quella di ultima generazione definita Cera (Continous erythropietin Receptor Activator: un attivatore “ritardo” dei recettori dell’eritropoietina che stimola la produzione di globuli rossi i cui effetti durano più a lungo): tracce della stessa sostanza sono state trovate anche nelle urine del corridore della Saunier Duval, ha fatto sapere il presidente dell’agenzia francese per la lotta al doping, Pierre Bordry.
Le analisi ripetute avevano provocato alcune repliche stizzite del corridore: “Io di dubbi non ne ho neanche uno - aveva detto Riccò qualche giorno fa. “I miei valori sono quelli. L’Uci li conosceva, li conoscevano tutti ma in Francia no, perchè qui non sono mai venuto a correre”. Poi l’autodifesa si era fatta sfogo: “Vorrei si parlasse di me per la gara, non per cose buttate lì. Io sono tranquillo ma si stava meglio al Giro”.
È stata la stessa agenzia antidoping francese a rivelarlo proprio prima della partenza della frazione odierna: a Riccò la notizia choc è stata data mentre era sul bus che conduceva gli atleti a Lavelanet. “Si tratta dello stesso prodotto degli altri due corridori”. Riccò ha dovuto lasciare la comitiva a bordo di un’auto dell’organizzazione: stavolta la sua passerella non è stata a suon di incitamenti, quelli che lo avevano sostenuto sui tornanti pirenaici. Sono volati fischi e ululati: insomma una fine nella polvere per Riccò, che occupava il nono posto nella classifica generale del Tour e indossava la maglia a pois degli scalatori, portato via dai gendarmi francesi e ora in stato di fermo, così come vuole la legge transalpina.
“È assolutamente sconvolgente” le parole del presidente dell’Uci, Pat McQuaid. “Lui non è spagnolo, ma ha legami con la Spagna” ha aggiunto riferendosi al team. Un altro choc, l’ennesima bufera: non si salva nemmeno il giovane emiliano.

A difendere con convinzione Riccò ci pensa la sorella Melissa, che anzi lancia duri attacchi al mondo del ciclismo “Se uno va forte ed è esuberante come mio fratello Riccardo, prima o poi trovano il modo di farlo fuori. Fu così anche per Marco Pantani”. Melissa prosegue ricordando alcuni episodi che avevano coinvolto lo scalatore in passato “Tutti sanno che già due volte era finito sui giornali per l’ematocrito, salvo poi rivelarsi un valore naturalmente alto per il suo fisico”.

Su di lui è aperta un’inchiesta preliminare, ma resta in stato di fermo, nell’attesa di raccontare la propria verità: davanti al magistrato francese, Riccò ha negato di avere fatto uso di sostanze proibite, ma la sua favola di atleta destinato a sostituire Marco Pantani, nel cuore dei tifosi italiani, è già finita, tra le quattro mura della piccola gendarmeria di Mirepoix, un centro di 4 mila abitanti.

Il VIDEO servizio:

Morte di Fois: l’abuso di droghe nelle ipotesi dell’esperto di doping

Il professor Dario D’Ottavio , biochimico clinico e coordinatore del consiglio nazionale dei chimici per la lotta al doping, ha dedicato quasi l’intera vita professionale a contrastare l’uso delle sostanze proibite nel mondo dello sport. Da consulente ha affiancato i carabinieri del Nas in molte inchieste, in particolare quelle che negli ultimi anni hanno agitato il mondo del ciclismo. Ha fatto parte della Commissione antidoping del ministero della Salute, dove ha avuto contrasti con altri specialisti, meno intransigenti di lui, tanto da guadagnarsi il soprannome di «talebano».
Professore che cosa pensa della fine di Valentino Fois?
Non conosciamo ancora esattamente le cause della morte, in quanto mancano i risultati autoptici. A livello di supposizione si può ipotizzare che il decesso sia avvenuto per una smodata assunzione di droga.
Potrebbe averlo ucciso un coktail di sostanze dopanti, alcol e droga che Fois ha ammesso in passato di aver assunto?
Non è il miscuglio di una sera ad ammazzare un atleta, ma la quantità di sostanze che vengono assunte nel lungo periodo. A essere deleterio è il consumo cronico. È a distanza di tempo che gli effetti collaterali possono diventare devastanti. La cocaina per esempio può dare alterazioni gravi della funzionalità cardiovascolare. Gli anabolizzanti danno gli stessi problemi.
Fois in un’intervista
disse di aver utilizzato il Dea (un precursore degli anabolizzanti, con una funzionale simil ormonale), cocaina, alcol e ansiolitici, un po’ come Marco Pantani, suo ex compagno di squadra. Quale tra queste sostanze è la più deleteria per un campione?
A parità di dosi, in cima alla scala di tossicità metterei la cocaina, poi l’alcol, quindi le sostanze dopanti…
Un accostamento tra Pantani e Fois è possibile?
Se verrà dimostrato che anche Fois è morto per colpa della cocaina, allora bisognerà soffermarsi, nuovamente, sulle motivazioni che spingono questi campioni a drogarsi. Sono banali a livello psciologico: quando questi idoli perdono fama e notorietà, si deprimono e in loro scatta la perversione più assoluta…
Secondo lei il caso di Pantani è completamente chiuso?
La ricostruzione dei fatti riportata dai media non mi convince, ma non mi faccia dire altro…
Per il tipo di sostanze citate?
Preferisco non aggiungere altro…

Dal Monte: il doping è come il fumo, gli atleti sanno cosa prendono

Laboratorio antidoping del Coni, a Roma
“È vero che prima non c’erano molti controlli, ma è altrettanto vero che c’erano meno sostanze in circolazione. Rimane il fatto che molta gente, atleti in questo caso, abbiamo fatto tutto coscientemente”.

Appare subito netta (e dura) la posizione del professor Antonio Dal Monte - uno dei fondatori dell’Istituto di Medicina e Scienza dello Sport - tra i più critici e, allo stesso tempo, strenui difensori della lotta al doping, nel sostenere la sua opinione sul caso Garritano e, in generale, sulle malattie che dopo anni si manifestano per assunzione di sostanze proibite.
Professor Dal Monte, molte di queste persone, che anche recentemente hanno fatto denunce, hanno ammesso di non sapere quali sostanze utilizzavano.
Io non capisco, non siamo nel 1300. Non posso credere che questa gente abbia fatto tutto in modo superficiale. È come chi fuma: sa che il fumo fa male, ma sta con la sigaretta all’angolo della bocca.
Secondo lei, perché allora questi atleti, e non solo nel caso di Garritano, escono allo scoperto all’improvviso?
Qualcuno va a caccia di notorietà. Altri ancora, invece, vogliono sondare il campo, cercando dei responsabili a cui magari poi chiedere dei soldi. Non vi è quindi un impegno morale, altrimenti avrebbero parlato molto prima, non le pare?
Ma cosa si può fare per arginare un fenomeno ormai dilagante come quello del doping?
Lo dico spesso nelle interviste: repressione, repressione, repressione. È solo la “strizza” di essere beccati che poi fa dir loro certe cose. Credo poco a quelle persone che sulle soglie della pensione ci vengono a dire: “Non sapevo quale prodotto ero costretto ad assumere”. Così fanno solo la figura degli sprovveduti.
È lecito parlare di sport in cui ci si dopa di più rispetto ad altri?
Gli sport sono legati alle manifestazioni di massima espressione di una qualità meccanica che sono gli sport, appunto. Questi non sono altro che una scusa che l’uomo si è dato per misurare quanto di massimale la macchina corporea è in grado di fare nelle diverse situazioni operative nelle quali può esprimersi.
Una siringa
Tradotto?
Ciascuno sport stimola parti diverse dell’organismo umano e deve richiedere diversi tipi di stimolazione, quindi di doping che migliora e modifica la performance. Se lei prende un tiratore a segno che, per esempio, è leggermente tremebondo e gli dà un betabloccante diventa stabile come una roccia. Se, invece, dai ormoni a chi deve correre, lo gonfi e non cammina più. In sintesi ogni sport ha il suo doping specifico.
Ma chi si dopa di più allora?
Le faccio io una domanda. Chi in genere cerca qualcosa, in questo caso atleti dopati, dove si concentra, dove c’è un caso o dove è possibile trovarne molti?
La seconda che ha detto…
Esatto. Quindi, per esempio i ciclisti, la smettano di farsi trovare positivi e vedrete che nessuno li cercherà più. Basta, alla fine, avere un po’ di buona volontà e magari lo sport sarà finalmente tale.

Doping minore, il caso Garritano fa alzare le antenne a Guariniello

Salvatore Garritano è stato un buon giocatore di calcio, di quelli che si posso ritrovare, con un po’ di nostalgia, nelle figurine Panini. Ha indossato le maglie della Ternana, la squadra che lo ha lanciato, ma soprattutto del Torino, dove vinse uno scudetto nella stagione 1975-76. Poi le casacche sono cambiate e la popolarità dell’attaccante calabrese, classe 1955, è scemata.
Come per tanti comprimari non si è più sentito parlare di lui, fino a poche settimane fa quando Garritano, dalle pagine del Quotidiano della Calabria, ha lanciato un’accusa pesante parlando della sua malattia: la leucemia: “Il mio male potrebbe essere dovuto a quello che ci iniettavano quando giocavamo”. Una dichiarazione che ha fatto e fa discutere molto, visto che non è Garritano il primo ex calciatore a fare affermazioni simili.
Basti ricordare Carlo Petrini, che fu suo compagno di squadra e che da anni scrive libri sul lato oscuro del “dio pallone”, ma anche Ferruccio Mazzola, fratello del più noto Sandro, che mise sotto accusa la grande Inter di Elenio Herrera parlando di “pasticche nel caffè”.
Garritano ha così raccontato al giornale la sua esperienza sportiva costellata anche dal (presunto) doping: “Nel corso della mia carriera venivo sottoposto a punture, come i miei compagni. E questo accadeva in tutte le squadre”, ha detto Garritano che poi ha citato anche la sostanza che assumevano: il Micoren.
Il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello in una foto d'archivio in tribunale a Torino
Intanto in molti si sono mobilitati per dare una mano all’ex centroavanti. Ciccio Graziani, al quale Garritano al Toro faceva da riserva, per esempio ha messo su Ebay alcune maglie della Roma, tra cui quella di capitan Totti. Insieme a Graziani anche il quotidiano Il Romanista e Rino Gattuso, calabrese come Salvatore: sono riusciti a raccogliere 8590 euro.
Le parole di Garritano hanno, però, fatto alzare le orecchie alla procura di Torino. Il pubblico ministero, Raffaele Guariniello, vuole vederci chiaro e allargare il fascicolo aperto anche ad altri giocatori che a fine carriera hanno denunciato gli stessi seri problemi. Anche perché Garritano ha vestito varie maglie: Fiorentina, Genoa, Pisa, Sampdoria. Tutte squadre nelle quali, secondo la procura, ricorrono le medesime tristi vicende.
Intanto per Salvatore Garritano, che vive con una pensione di 1.400 euro e che a fatica riesce a pagarsi le spese delle cure, si sono aperte le porte del Torino Calcio.
Il presidente Urbano Cairo gli ha offerto un posto da osservatore della società per le regioni del Sud d’Italia. Una possibilità in più per Salvatore, che oggi sta giocando la partita più dura della sua vita.

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