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Non tutte le intercettazioni o i dossier illegali devono essere distrutti. Visto che, alcune norme contenute nell’articolo 240 del codice di procedura penale sono state dichiarate illegittime dalla Corte Costituzionale, che ha così accolto parzialmente le eccezioni sollevate dal gip di Milano Giuseppe Gennari nel procedimento che vede tra gli imputati l’ex capo della sicurezza di Telecom-Italia Giuliano Tavaroli.
La norma bocciata dalla Corte riguarda la nuova formulazione dell’art. 240 del codice di procedura penale modificato dal decreto (poi convertito in legge nel novembre del 2006 con voto bipartisan), con cui il governo Prodi intervenne all’indomani dell’arresto di Tavaroli, dell’investigatore privato Emanuele Cipriani e dell’ex capo della sicurezza informatica Fabio Ghioni. La norma imponeva la distruzione di tutto il materiale illegalmente acquisito (comunicazione telefoniche, telematiche, etc) in un’udienza camerale celebrata dal gip che però avrebbe dovuto redigere un verbale riassuntivo di quanto distrutto. La Corte - si legge in una nota di Palazzo della Consulta - ha dichiarato l’illegittimità dell’art 240 del codice di procedura penale in due punti: i commi 4 e 5, nella parte in cui non prevedono l’applicazione delle stesse regole fissate per l’incidente probatorio (art.401,commi 1 e 2) durante l’udienza per la distruzione dei documenti; il comma 6, “nella parte in cui non dice che il divieto di fare riferimento al contenuto dei documenti, supporti e atti nella redazione del verbale” di distruzione “non si estende alle circostanze inerenti la formazione, l’acquisizione e la raccolta degli stessi documenti, supporti e atti”.
Con la decisione presa oggi, la Consulta ha di fatto ampliato le garanzie della difesa nella distruzione degli atti (intercettazioni, foto, comunicazioni telematiche) illecitamente acquisiti. Ciò non significa che tali documenti non saranno più distrutti, ma che per farlo si dovranno seguire regole che garantiscano maggiormente le parti.
Se infatti il decreto approvato nel 2006 dal governo Prodi prevedeva che la distruzione dei documenti avvenisse su decisione del gip in un’udienza da tenersi entro dieci giorni dopo averne dato avviso alle parti, ora non sarà più sufficiente una decisione adottata in camera di consiglio: accusa e difesa dovranno essere garantite con un contraddittorio pieno, così come avviene nei casi di incidente probatorio. A questa procedura più garantista la Corte Costituzionale ha deciso di aggiungerne un’altra: nel verbale di distruzione degli atti e dei documenti illeciti si continuerà a far divieto di riferirne il contenuto ma - ha aggiunto la Corte - d’ora innanzi il verbale dovrà essere più puntuale e contenere le circostanze che riguardano la “formazione, l’acquisizione e la raccolta” dei documenti illegali. E questo perché si tratta pur sempre di materiale probatorio.
La sentenza della Consulta sarà scritta nei prossimi giorni dal giudice costituzionale Gaetano Silvestri, ma dal dispositivo si intravede una soluzione di compromesso per salvaguardare due esigenze in contrasto: da un lato non favorire la dispersione di materiale probatorio, dall’altro garantire la tutela della riservatezza delle persone vittime del “dossieraggio” illegale.
- Tags: attività, azienda, crisi, dossier, Fondazione-Ethnoland, immigrato, imprese, iva, lavoro, Lega, Migrantes, Otto-Bitjoka, permesso, soggiorno
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Scordatevi i vù cumprà. Oggi in Italia l’imprenditore straniero ha cambiato pelle. Anzi, lo ha fatto da un bel po’. Salvo che ad accorgersene sono ancora troppo pochi. La Fondazione Ethnoland ne ha preso atto ed ecco la decisione del suo presidente, il camerunense Otto Bitjoka (qui la copertina che Panorama Economy gli ha dedicato qualche mese fa), di pubblicare il primo rapporto organico sulle circa 165.000 aziende degli immigrati disseminate nel territorio italiano. Grazie alla collaborazione dei redattori del“Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes” e al contributo di strutture e organizzazioni che si occupano del fenomeno migratorio secondo l’ottica imprenditoriale, “ImmigratImprenditori in Italia” è un volume stracolmo di dati, storie, analisi e prospettive che aprono un mondo diverso da quello veicolato nei mass-media. Quello presentato oggi a Milano presso il Circolo della stampa si può riassumere in tre cifre: i 165.114 immigrati titolari d’impresa recensiti nel giugno 2008 (il triplo rispetto al 2003) offrono uno sbocco occupazionale ad almeno 500.000 persone e un contributo al sistema Italia pari all’11% del Pil.
“In tempi così difficili, bisogna lottare contro la crisi e non contro la capacità progettuale degli immigrati” sostiene Bitjoka riferendosi alla proposta della Lega Nord di imporre una fideiussione di 10.000 euro sulle partite Iva aperte dagli extracomunitari. “I dati statistici raccolti nella ricerca di Ethnoland adducono ragioni a sostegno di una società plurale”. E la società plurale, eccola qua: con 27.952 imprese, la comunità marrocchina risulta quella più attiva fra gli immigrati; seguono a breve distanza i rumeni (23.554), mentre più distaccati sono cinesi e albanesi (entrambi con 17.913 imprese), e soprattutto senegalesi (8.138), tunisini (7.293), egiziani (7.169) e bengali (5.296).
Con oltre 83.578 aziende (50,6%), l’industria risulta essere il settore maggiormente privilegiato dagli imprenditori immigrati, con una netta prevalenza del comparto edile (oltre 64.000 imprese), quello tessile, abbigliamento e calzature (10.470 imprese). L’altra fetta di mercato viene risucchiata dai servizi (46,9%), in particolar modo dalle aziende commerciali che, insieme a quelle edili totalizzano otto ogni dieci imprese gestite dai migranti.
Ma quali sono i settori privilegiati dalla comunità immigrate? Per il 67,5% degli imprenditori marocchini recensiti non ci sono dubbi: è il commercio. La stessa scelta operata dai cinesi (attratti anche dall’industria manifatturiera), mentre albanesi e rumeni sono molto più orientati verso l’edilizia.
Sul piano regionale, la Lombardia è la realtà territoriale che accoglie il maggior numero di aziende extracomunitarie (circa 30.000), seguita dall’Emilia Romagna (20.000), Lazio, Piemonte, Toscana e Veneto (15.000). A chiudere la classifica sono Basilicata, Molise, Umbria e Valle d’Aosta con meno di 1.000 imprese gestite da stranieri. Entrando nel merito, il rapporto sottolinea che “si riscontrano casi di eccellenza, per giunta nel Meridione: in Sardegna, Sicilia e Calabria gli immigrati hanno uguagliato il tasso di imprenditorialità degli italiani e anche in diverse Regioni del Nord e del Centro (Piemonte, Emilia Romagna e Toscana) la situazione è più soddisfacente rispetto alla media nazionale”. Questo conduce a una riflessione più amplia sulla crescita spropositata di aziende in mano a stranieri rispetto a quelle dirette dagli italiani. “Gli immigrati stanno facendo rivivere in diverse Regioni del Nord quanto si verificò tra gli anni ‘60 e ‘70 con il boom delle piccole imprese create dai meridionali prima impiegati nelle fabbriche: questa volta, però, la diffusione dell’imprenditoria riguarda tutta l’Italia e l’inserimento come lavoratori dipendenti è avvenuto in prevalenza nelle aziende piccole e medie”.
Da questa smania imprenditoriale, l’Italia trae parecchi benefici (e non ha tutti i torti, da questo punto di vista, don Gianromano Gnesotto, responsabile migranti e profughi della Fondazione Migrantes della Cei quando afferma che il Belpaese “di immigrati ha e avrà bisogno). Intanto perché assorbe una massa salariale pari a 500.000 lavoratori. A livello economico poi, “la presenza lavorativa degli immigrati contribuisce alla formazione di circa un decimo del prodotto interno lordo. In molti Regioni” prosegue il rapporto di Ethnoland allargando il tiro all’insieme dei lavoratori migranti, “la ricchezza prodotta dagli immigrati supera i dieci miliardi di euro” (è il caso in Lombardia, Lazio, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte). Sul piano finanziario, “Caritas/Migrantes” stima il gettito fiscale assicurato dagli immigrati (e non soltanto delgi imprenditori) nel 2006 a circa quattro miliardi di euro, per salire a 5,5 miliardi nel 2007. E cinque miliardi sono gli euro che i migranti garantiscono ogni anno al paese a titolo di contributi previdenziali, mentre come ricorda il volume essi sono “minimali percettori di prestazioni pensionistiche in considerazione della loro giovane età”.
Tornando agli imprenditori, la ricerca pubblicata da Ethnoland si chiude con l’invito a facilitare l’avvio di un’attività autonoma (indipendentemente dal colore della pelle dell’imprenditore, ndr), un maggior sostegno finanziario all’imprenditoria sociale, una più alta attenzione da parte delle strutture creditizie e degli Enti Locali rispetto alle esigenze espresse dagli immigrati in termine di informazione, assistenza e sostegno durante la fase di gestione quotidiana delle loro imprese e, infine, più risorse per l’economia della conoscenza e dell’innovazione. “Gli imprentori immigrati sono pronti a fare la loro parte per il benessere del paese” conclude Bitjoka.
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Se la libera circolazione dei lavoratori è uno dei concetti chiave dell’integrazione europea, la realtà dei fatti rispecchia perfettamente le intenzioni. L’Europa è ormai stabilmente abitata da cittadini provenienti da altri paesi, comunitari e non. Secondo il dossier Caritas -Migrantes sull’immigrazione gli immigrati con cittadinanza straniera, infatti, sono circa 28 milioni, ma salgono a 50 se si considerano anche quelli che nel frattempo hanno acquistato la cittadinanza. In Italia i dati sono sorprendenti: con 3 milioni 690 mila stranieri regolari siamo secondo Paese di immigrazione, nella UE, dopo la Germania e “pari merito” con la Spagna. Gli extracomunitari sono la metà: su 10 immigrati 5 sono europei (in particolare più di mezzo milione proviene dalla Romania e quasi 100mila dalla Polonia), 4 sono suddivisi tra africani e asiatici e 1 è americano (sudamericano, con più probabilità). Negli ultimi due anni la crescita in Italia è stata davvero corposa, dovuta alla domanda di manodopera delle industrie e delle famiglie (540mila domande), i ricongiungimenti familiari (quasi 100mila) e le nuove nascite tra gli immigrati (60mila).
Mentre l’Europa è caratterizzata da una concentrazione dell’immigrazione in alcune regioni o città, ad esempio Parigi accoglie il 40% di tutti gli stranieri in Francia, e Londra un terzo di quelli presenti in Gran Bretagna, in Italia gli stranieri si distribuiscono molto di più: un quinto degli immigrati vive tra Roma e Milano, sei su dieci sono al nord, ma anche il sud tende ad aumentare la sua quota.
Anche se l’immigrazione regolare è consistente, gli italiani sembrano preoccupati soltanto degli irregolari, che sono anche quelli su cui gravano più denunce penali: i cittadini stranieri incidono per quasi un quarto sulle denunce penali e per oltre un terzo sulle presenze in carcere, ma gli irregolari in determinati reati sono implicati anche in 4 casi su 5 (lo sfruttamento della prostituzione, l’estorsione, il contrabbando e la ricettazione). Per gli stranieri in posizione regolare le denunce si pongono invece negli stessi termini degli italiani.
E agli stranieri l’Italia piace? Incontrano grandi difficoltà nel lavoro, ma ancor di più nella ricerca di una casa: più della metà dei proprietari non vuole affittare a immigrati. Però, a sentire le interviste, il modo di vivere, la cucina, la bellezza e il clima si direbbero impareggiabili.
Guarda la GALLERY sugli ultimi drammatici sbarchi in Sicilia e Calabria . Il VIDEO servizio:
- Tags: Claudio-Hummes, Congregazione-per-il-clero, Curia, denuncia, dossier, Exit, La7, monsignore, omosessualità, prelati, preti, Telepace, Tommaso-Stenico, Vaticano, vescovi, video
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Clamorosa svolta nelle indagini su Tommaso Stenico (questo il suo blog), l’alto funzionario della curia vaticana che avrebbe adescato un gay su internet per un incontro a luci rosse tra le mura dei sacri palazzi. Il filmato trasmesso da La7 nel corso del programma Exit sarebbe “taroccato”. Nessuna trappola ai danni dell’alto prelato e nessuna telecamera nascosta. Secondo le autorità vaticane, Stenico era d’accordo con gli autori di Exit e nella stanza c’era un terzo uomo che filmava l’incontro.
A insospettire gli inquirenti è stata la qualità delle immagini. Il video è stato esaminato dai tecnici del Centro televisivo vaticano. Numerosi gli elementi che, secondo gli esperti, portano a escludere che le immagini siano state registrate con una telecamera nascosta: i ripetuti cambi di angolazione nelle riprese, le inquadrature che si stringono e si allargano, ma soprattutto gli spezzoni che mostrano “l’inviato” della 7 che arriva nello studio del prelato posando in terra lo zaino (dove presumibilmente doveva essere nascosta la telecamera) e poi lo raccoglie al momento di lasciare la stanza. Immagini che potevano essere riprese solo da un terzo operatore presente alla scena.
Partendo da queste osservazioni le autorità vaticane hanno aperto due filoni di indagini. Il primo affidato al cardinale Cláudio Hummes, prefetto della Congregazione per il clero, il secondo a Domenico Giani, capo della Gendarmeria vaticana. Entrambi riferiranno al Papa e al cardinale Julián Herranz, presidente della commissione disciplinare della Curia romana.
Questa la prima, parziale ricostruzione dei fatti che filtra dal palazzo apostolico. Durante l’estate Stenico sarebbe entrato in contatto con gli autori di Exit che stavano preparando una puntata sui preti gay. Secondo il progetto iniziale, il monsignore avrebbe dovuto rilasciare un’intervista, con il volto coperto e la voce contraffatta, denunciando il proliferare dell’omosessualità nella Curia vaticana. Successivamente, per ottenere un maggiore impatto emotivo, si è scelta la soluzione del finto reality a sfondo omosessuale.
Il prelato si è procurato una copia della chiave dell’ascensore di servizio che consente di accedere direttamente agli uffici della Congregazione per il clero, passando da un garage sotterraneo. Quindi avrebbe combinato l’appuntamento con l’inviato e l’operatore della 7 fuori dell’orario di ufficio.
La Gendarmeria vaticana sta cercando di scoprire chi ha fornito a Stenico copia della chiave dell’ascensore e, soprattutto, sta interrogando alcuni testimoni che avrebbero visto uscire dalla Congregazione due uomini, che potevano essere l’inviato della 7 con il suo operatore.
Convinto di non essere riconosciuto nelle immagini, il prelato puntava a far scoppiare in maniera clamorosa lo scandalo dei preti omosessuali in Vaticano. A questo scopo aveva già redatto un dettagliato dossier con un elenco di nomi e di circostanze che chiamerebbero in causa un certo numero di sacerdoti e persino alcuni vescovi impegnati in Curia. Un’autentica schedatura che Stenico avrebbe curato nel corso degli anni approfittando del ruolo di capoufficio della Congregazione per il clero e di psicologo presso il Centro di assistenza sanitaria (Fas) della Città del Vaticano. Per un certo periodo di tempo il monsignore aveva anche aperto uno studio per l’assistenza psicologica ai sacerdoti in difficoltà.
Nei giorni scorsi Stenico ha inviato al cardinale Hummes una memoria difensiva. Poco più di due pagine dattiloscritte, che Panorama ha potuto leggere in esclusiva. Lungi dal cercare giustificazioni, il prelato attacca con forza il degrado morale e dei costumi che, a suo dire, si è progressivamente diffuso nella Curia vaticana.
Nella memoria difensiva il monsignore tace sui suoi reali rapporti con La7, ma sostiene di aver organizzato l’incontro con il giovane omosessuale per avere materiale destinato alla sua documentazione. Insomma da imputato a testimone: questo l’obiettivo di Stenico che con il suo dossier potrebbe far tremare i sacri palazzi.

Le autorità vaticane lo ascolteranno, ma difficilmente le informazioni che fornirà gli eviteranno la radiazione dal Vaticano. Solo se fornirà una dettagliata descrizione dell’accaduto Stenico potrà forse evitare il massimo della pena, cioè la riduzione allo stato laicale.
Finisce così, in maniera ingloriosa, la carriera del monsignore che tutti conoscevano per la sua ambizione a diventare vescovo. Amico di prelati importanti e giornalisti influenti, Stenico non passava inosservato con il suo grande cappello a tesa larga e la Bmw bianca. Trascorreva le estati a Passoscuro, vicino a Fregene, frequentando lo stabilimento del Vaticano dove fanno i bagni i prelati più in vista della Curia.
Infaticabile nello scrivere libri (una quarantina di titoli, spesso con la prefazione del cardinale Angelo Sodano) e nel condurre trasmissioni su Telepace. Ma tutto questo non è bastato per fargli ottenere la promozione episcopale. Ironia della sorte: la sua candidatura sarebbe stata bloccata perché il monsignore è stato accusato di aver avuto avventure galanti con alcune giovani donne.
I fatti risalirebbero a 30 anni fa, quando il giovane e attraente sacerdote si era trasferito dalla provincia di Trento a Bracciano al seguito del vescovo di Civita Castellana, Marcello Rosina, di cui era segretario.
Dopo violenti contrasti con il successore di Rosina, Divo Zadi, Stenico chiede di essere assunto in Vaticano, dove fa tutta la carriera: da addetto di segreteria a capufficio. Fino all’ultima delusione: la nomina dell’arcivescovo Mauro Piacenza a segretario della Congregazione per il clero, carica a cui Stenico aspirava. Poi la decisione di denunciare in modo clamoroso l’omosessualità in Curia. Che si è rivelata un autogol.
INTERVENTO DELLA REDAZIONE:
In riferimento all’articolo pubblicato il 25 ottobre 2007 su Panorama, quale difensore di Monsignor Tommaso Stenico, smentisco categoricamente gli eventi attribuiti al mio assistito perché destituiti di ogni fondamento, nonché il contenuto della cosiddetta memoria difensiva a lui attribuita, nonché ogni altra affermazione priva di qualsiasi riscontro. Respingo ogni insinuazione e/o accusa del tutto fantasiosa.
Avv. Michele Morenghi
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Dal suo sito: Nicola Latorre è nato a Fasano (Br) il 14 settembre 1955. Avvocato, sposato, due figli. Vicepresidente del gruppo dell’Ulivo al Senato e componente della IV commissione - Difesa. Membro della segreteria nazionale dei Democratici di sinistra (Ds) dal 2005. Eletto nel collegio senatoriale di Bari-Bitonto alle elezioni suppletive del 2005 e nel 2006 nella lista dei Democratici di sinistra al Senato. Nel 2000 ha fondato, insieme con Massimo D’Alema e Giuliano Amato, l’Associazione Futura. Capo della segreteria del presidente del Consiglio durante il governo D’Alema dal 1998 al 2000.
Latorre, piange il telefono. Nulla di penalmente rilevante, ma molto di simbolicamente imbarazzante.
Nessun imbarazzo, io credo che la politica non si debba disinteressare di queste questioni. Semmai sarebbe sbagliato se intervenisse per alterare il mercato, o peggio per trarre dei benefici personali. Cosa di cui non c’è traccia.
Ma allora non era meglio giocare alla luce del sole, invece che fare le verginelle che nulla sanno o vogliono sapere?
Nelle poche volte in cui sono stato chiamato a esprimermi l’ho fatto. Le ripeto, la politica ha tutto il diritto di interessarsi a ciò che succede in economia e in finanza.
E il compagno Ricucci che vuol prendere la tessera del partito?
Ho ricevuto una telefonata da Stefano Ricucci: tono e contenuti la dicono lunga sulla natura insignificante di quella conversazione.
Allora non è andato al suo matrimonio con Anna Falchi…
Ma scherza? Fra l’altro alle nozze non sono neanche stato invitato. Quella di Santo Stefano a cui mi invitava era una festa cittadina che viene sponsorizzata da lui, dove di solito chiama varie autorità.
Al di là del compagno, dal tono delle conversazioni sembrava che tra lei e Ricucci ci fosse una certa familiarità.
Ma no, era il periodo in cui alcuni giornali l’avevano definito compagno, dunque si accreditava avesse rapporti con il nostro partito.
Era quando Massimo D’Alema fece quella intervista in cui disse che Ricucci in fondo non aveva la rogna?
No, credo fosse dopo. Ma non mi faccia domande da pubblico ministero.
Beh, sono mestieri un po’ simili. Anche i giornalisti, nel loro piccolo, indagano. E Piero Fassino che non ci capisce nulla?
L’ho detto per tagliare corto, non era assolutamente irriverente. Anzi, era un modo per proteggere il mio segretario, per dire che non c’entrava niente con queste operazioni finanziarie.
Ammetta almeno che il “Facci sognare” di D’Alema a Giovanni Consorte è un po’ eccessivo.
Lei conosce D’Alema e sa benissimo che lui è uno che fa del sarcasmo la forma retorica del suo discorso. Dunque è così che bisogna leggere quell’esortazione. Del resto tutto il tono della conversazione era ironico. Lo so perché io vi ho assistito per intero, visto che D’Alema l’ha fatta col mio telefono. E le giuro che invece era molto serio nel dire che bisognava rispettare le regole e le domande poste dagli organi di controllo.
E gli amici milanesi di cui il presidente dei Ds fa menzione con Consorte chi sono?
Visto che c’ero le traduco il senso di quella frase. D’Alema voleva dire: adesso l’operazione Unipol su Bnl incontra resistenze, ma se andrà in porto alla fine sarà accettata anche da quegli ambienti finanziari milanesi che ora sono scettici verso chi è considerato un parvenu della grande finanza. Tutto qua.
E l’”Attento alle comunicazioni” con cui avverte Consorte di essere intercettato?
Questa è fantastica, peccato manchi un pezzo che lei potrà trovare leggendo tutta l’intercettazione. D’Alema dice: “Attento alle comunicazioni agli organi di controllo”, non si riferisce alle comunicazioni telefoniche intercettate. È un invito al rigore. E poi le pare uno così ingenuo da dire una cosa simile se avesse saputo che la conversazione era intercettata?
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Diciamo la verità: facili battute sul collateralismo di Unipol e compagnia a parte, il Pci, poi Pds, poi Ds, sulle banche non ci ha mai campato, anzi. Come dice Nicola Latorre parlando di Piero Fassino, il suo segretario, non ci ha mai capito nulla. E quelle poche volte che ha deciso di capirci qualcosa si è mosso tra goffaggini, titubanze e ingenuità. Una per tutte: ma si può permettere, simpatizzando il partito per la scalata della Olivetti alla Telecom, che nell’azionariato della lussemburghese Bell di Roberto Colaninno, Chicco Gnutti e soci ci fosse un fondo di nome Oak, Quercia, su cui si sarebbero scatenate le facili insinuazioni di molti? E pensare che persino Giuliano Tavaroli e la security-spectre della Pirelli, che sull’Oak hanno cercato fino alla morte tracce di tesoretti diessini, alla fine si sono dovuti arrendere al nulla che emergeva.
Al confronto, i democristiani erano dei marziani, gente che si muoveva con stratosferica perizia, specie quando si doveva decidere di nomine e finanziamenti nelle famose nottate spese dai notabili bivaccando a Palazzo Chigi per sistemare nomi e caselle.
Tant’è che la Dc ha dato al mondo bancario fior di dirigenti, mentre i Ds sono rimasti a bocc’asciutta. L’elenco scudocrociato è lungo, va da Giuseppe Guzzetti a Roberto Mazzotta, da Gianni Zandano a Fabrizio Palenzona, solo per citare gli ultimi.
E i Ds? La lista dei banchieri di riferimento è sempre stata piuttosto scarna: il massiccio Giuseppe Zadra, poi finito alla direzione generale dell’Abi. Il pensoso Alfonso Iozzo, che ora sta alla Cassa depositi e prestiti. Il tenace Silvano Andriani, che fu presidio al Montepaschi, che però, più che la banca comunista per eccellenza, è sempre stata la banca dove le correnti del partito, anche quando vigeva la ferrea regola del centralismo democratico, si facevano la guerra.
Last but not least, Pietro Modiano, il direttore generale dell’Intesa Sanpaolo, il quale deve la nomea diessina forse più al fatto di essere sposato con il ministro delle Pari opportunità Barbara Pollastrini che non per intima vocazione. Leggenda vuole, comunque, che Massimo D’Alema lo sponsorizzi ogniqualvolta si libera qualche poltrona di rango, di recente quella di Matteo Arpe quando ancora la Capitalia non si era promessa in sposa all’Unicredito. Leggenda vuole, ma non è vero, che D’Alema abbia cercato di spingere Modiano anche in un recente colloquio milanese con Giovanni Bazoli.
Andando indietro nel tempo (non poi tanto) il banchiere diessino per eccellenza è stato Angelo De Mattia, ex sindacalista della Cgil, famoso responsabile della sezione credito del partito, arguto corsivista del Manifesto con lo pseudonimo di Galapagos, ora commentatore con nome e cognome sulle pagine dell’Unità. Una breve militanza, la sua, prima di essere folgorato sulla via del pio Antonio Fazio, che seguì come un’ombra nei suoi anni di governatorato alla Banca d’Italia.

Tutto qui, e francamente è un po’ poco per parlare di presenza nel mondo delle banche. Persino il tanto biasimato rapporto con Giovanni Consorte e la sua Unipol alla fine si riduce a un blando collateralismo dove i diessini guardano dal buco della serratura le mirabolanti mosse del capo delle cooperative, perfettamente a suo agio tra le alchimie della finanza. Il quale ha buon gioco nel dire, con un certo sarcasmo simildalemiano, che erano i diessini a informarsi da lui, non lui a cercare loro per farsi dettare la linea.
Alla base di questa estraneità quasi antropologica al mondo del credito ci sono almeno due buone ragioni.
La prima: i comunisti hanno sempre pensato che fossero altri i settori della società da privilegiare. Per esempio il sindacato e la cultura, cui hanno infatti fornito fior di uomini e idee.
La seconda, di fatto quella pregiudiziale: come Bertolt Brecht, avevano sempre pensato che reato non fosse svaligiare una banca, ma fondarla. Perché ci fu un tempo in cui il denaro era sterco del demonio e l’ideologia non consentiva il ben che minimo immerdamento. E quando lo consentiva, era sempre stato difficile andare d’accordo sulla spartizione della torta e del territorio.
Abbiamo detto del Montepaschi, per antonomasia l’unica banca dove i comunisti potevano fare il bello e il cattivo tempo. Quando il fu sindaco Pierluigi Piccini, inviso a Botteghe Oscure, cercò di diventare presidente della fondazione che controllava la banca, l’allora ministro delle Finanze Vincenzo Visco firmò dal giorno alla notte un decreto (questo sì davvero speciale) che gli sbarrava la strada.
Piccini, che prima di fare il sindaco lavorava al Monte, avrebbe dunque dovuto ritornarsene al suo modesto incarico da 35 mila euro lordi l’anno. Invece, “promoveatur ut amoveatur”, fu mandato a capo dell’ufficio parigino della banca per il modico stipendio di 442 mila euro, più casa, più una quarantina di voli business pagati nel caso gli fosse venuta con una certa frequenza la nostalgia di rivedere Siena.

Segno, inequivocabile, che il denaro non era più sterco del demonio. Una consapevolezza arrivata però troppo tardi per influenzare il grande risiko bancario che stava per iniziare. E se Massimo D’Alema ha governato due anni senza che nessun matrimonio epocale venisse celebrato, Romano Prodi ci ha messo sei mesi a benedire quello tra Intesa e Sanpaolo. E altri sei per l’ultimo, tra Unicredito e Capitalia, celebrato alla velocità della luce, su cui i Ds hanno cercato di mettere il cappello nel tentativo di bilanciare l’attivismo prodiano in materia.
Leggenda vuole che D’Alema abbia insistito con Cesare Geronzi perché acconsentisse alle nozze, ma non è vero. Che tra il banchiere di Marino e il presidente diessino ci siano buoni rapporti è cosa nota, altro però è pensare che il bianco Cesare sia uno che si fa suggerire le mosse. Lui le mosse non se le fa suggerire da nessuno e i politici, semmai, sono quello che erano per la buon’anima di Enrico Mattei: dei taxi buoni a farci un pezzo di strada. Nel caso dei Ds, poi, nemmeno tanto lungo.
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Che ricadute ci saranno alla prima ondata di intercettazioni che coinvolgono i massimi vertici dei Ds e Giovanni Consorte? Intanto c’è da dire che proprio l’ex capo della Unipol ha spiegato oggi che “siamo solo agli inizi”.
Ma già ora si possono prevedere le conseguenze sul governo, sulla sinistra e nei rapporti con l’opposizione. Tutti hanno notato che il centrodestra è stato cauto, cautissimo sulla faccenda. Ipergarantista. È un atteggiamento dettato non solo dal fatto che la vicenda coinvolge anche esponenti del centrodestra (Roberto Calderoli della Lega, Aldo Brancher di Forza Italia, Ivo Tarolli ex Udc e altre 46 persone tra cui il presidente del Palermo Maurizio Zamparini sono accusati di appropriazione indebita in un filone laterale dell’inchiesta Antonveneta), ma soprattutto dal desiderio di non rompere definitivamente i ponti con Massimo D’Alema, una sponda utile per puntare al dopo Prodi. Non solo.
Il coinvolgimento dello stato maggiore diessino nelle scalate bancarie azzera molti discorsi sul conflitto d’interesse; anzi Berlusconi spera che azzoppi la legge varata dal governo.
Ma l’atteggiamento dell’opposizione è un problema minore. Perché i regolamenti di conti sono tutti attesi nella maggioranza. Tra Margherita, prodiani e ds è gelo: già nell’estate scorsa personalità come Francesco Rutelli e Arturo Parisi condannarono senza mezzi termini le scalate bancarie, evocando la questione morale e difendendo l’establishment tradizionale. Oggi quei discorsi stanno tornando. Ad approfittare della situazione è ovviamente Romano Prodi, che si è esposto al massimo per togliere dagli impicci Vincenzo Visco nell’affaire della Guardia di Finanza (e ora si capisce meglio qual era la posta in gioco), e dunque vanta nei confronti della Quercia cospicui crediti.
Ma neppure Prodi può sentirsi più tranquillo. C’è una parte dell’Unione che non ha crediti da incassare né rivincite da consumare, ed è la sinistra massimalista di Rifondazione e dei Verdi. Il flop della manifestazione anti Bush, in contrasto con l’affollamento di quella dei no global, ed i cattivi risultati delle amministrative stanno aumentando la voglia di sfilarsi dal governo. L’ala estrema presenterà il conto sulle questioni economiche: tesoretto, pensioni, lavoro. Se il Documento di programmazione economica (Dpef) che il governo deve portare in Parlamento entro giugno non conterrà precise garanzie di carattere “sociale”, Rifondazione e soci potrebbero uscire dall’esecutivo.
Un appoggio esterno che, tra non molto, potrebbe essere l’anticamera ad una nuova opposizione. Da dove, del resto, i duri della sinistra hanno sempre portato a casa molti voti, a differenza di adesso.
Il VIDEO servizio:
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“Facci sognare! Vai!”: così, con un’espressione destinata ad entrare di corsa tra le frasi cult del gergo politico, Massimo D’Alema risponde a Giovanni Consorte, numero uno di Unipol, che annuncia al leader ds che presto avranno “il 70 per cento della Bnl“.
Siamo in una delle 73 telefonate che il giudice milanese Clementina Forleo ha messo da oggi a disposizione degli avvocati, sia pure con il divieto di registrazione, di scannerizzazione, di fotocopia. Solo appunti, in pratica.
È il luglio 2005, l’estate delle scalate bancarie. Consorte parla con Nicola Latorre, braccio destro di D’Alema, il quale a un certo punto si inserisce nella conversazione. All’entusiasmo dell’attuale ministro degli Esteri, allora presidente della Quercia, Consorte risponde: “È da fare uno sforzo mostruoso ma vale la pena a un anno dalle elezioni”. E D’Alema: “Va bene, vai!”.
Si tratta fino ad ora del passaggio più scabroso delle intercettazioni. Anche se in un’altra telefonata è il segretario ds Piero Fassino a lasciarsi andare, sia pure con minore slancio onirico. Fassino deve incontrare il presidente della Bnl, Luigi Abete, sotto scalata, e chiede istruzioni a Consorte: “Io non gli dico niente, voglio sapere, voglio solo avere elementi utili per il colloquio”. Consorte: “No, ma ti dico anche quello che puoi dire e non dire, solo questo. Fassino: “Sto abbottonatissimo”. Il manager di Unipol mette Fassino a parte di dettagli considerati “sensibili” dalle leggi sulla borsa: per esempio che si stanno mettendo d’accordo con gli spagnoli del Bbva, fino ad allora controllori della Bnl, mentre non riescono a convincere l’imprenditore Franco Caltagirone a cedere la sua quota.
Ancora, Consorte rivela a Fassino: “Abbiamo il 51,8% di Bnl e nell’operazione ho coinvolto quattro banche cooperative che fanno capo a Stefanini”. In un’altra conversazione, di fronte all’incalzare delle notizie, Latorre cede all’entusiasmo: “Ormai, stamattina a Consorte gliel’ho detto, datemi una tessera perché io non ce la faccio più” dice ridendo. Già, ma con chi parla Latorre? Con Stefano Ricucci, che in quel momento stava scalando assieme a Gianpiero Fiorani, la banca Antonveneta ed il Corriere della Sera.
Da queste prime rivelazioni ne esce il quadro di un vertice diessino costantemente informato della scalata alla Bnl, e non solo a quella, ma all’insieme delle mosse dei “furbetti del quartierino”. Tali mosse sembrerebbero avere una sorta di unica regìa (confermando così i sospetti dei magistrati e di larga parte del mondo politico e imprenditoriale ostile alle scalate).
E, a quanto pare, alquanto partecipe. Dice per esempio Latorre a Ricucci: “Eccolo il compagno Ricucci all’appello. Ormai sei diventato un pericoloso sovversivo. Rosso oltretutto”. Ricucci replica: “Ho preso da Unipol io: tutto, tutto a posto, abbiamo fatto tutte le operazioni con Unipol”. Mentre D’Alema, parlando ancora con Consorte, gli consiglia: “Dobbiamo vederci personalmente, stai attento alle comunicazioni”.