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Quel patto segreto tra Fassino e Mastella


Nel 2005 fu siglato dal notaio un contratto elettorale tra i Ds e l’Udeur, controfirmato da Piero Fassino e Clemente Mastella. Lo rivela il settimanale Panorama in edicola domani, che ha letto in anticipo «Napoli Italia», il libro autobiografico dell’ex governatore Antonio Bassolino, in uscita il 20 gennaio per l’editore Guida. «La scelta di ricandidarmi in Regione nel 2005 è il mio errore più grande» scrive Bassolino «Cambiano subito tante cose, infatti. Emblematico è un incontro con Mastella (…).

A un certo punto tira fuori dalla giacca un foglio di carta. È un singolare “contratto” e porta le firme di Mastella e di Fassino. È scritto che all’Udeur, in Campania, toccano due assessori e il presidente del consiglio regionale. “Puoi tenerlo, io ho l’originale” mi dice con gentilezza. “No grazie, non ce n’è bisogno” gli rispondo». Ecco, si sfoga Bassolino «ma con quale faccia e con quale moralità diversi dirigenti nazionali dei Ds e del Pd, che ne hanno fatto politicamente di ogni colore, si tirano poi fuori da ogni responsabilità, si rifanno in una clinica straniera una verginità e si presentano come antichi e coerenti combattenti contro Mastella, Ciriaco De Mita, e il marziano mostro dell’Unione?».

Non solo. Panorama riporta, tra gli altri, un altro episodio singolare che investe il direttore di Repubblica Ezio Mauro. «Una sera a Roma, a casa di Fabiano Fabiani» scrive Bassolino «scoppia un’accesa discussione tra me e Mauro (…). Cerca di convincermi dell’opportunità di candidare Mastella a sindaco di Napoli. È un alleato in Campania, a Napoli, a Roma. Mastella, poi, è parte dell’alleanza per Rutelli e contro Berlusconi. È naturalmente, e comprensibilmente, quest’ultimo il punto vero (…) Faccio osservare che Mastella è lontano da Napoli e soprattutto che viene con noi dopo un’esperienza con il centrodestra».

Matrimonio senza patrimonio: se la fusione dei partiti non è in comunione di beni

fassino e rutelli

Che fine ha fatto il patrimonio dei partiti della seconda repubblica? Sezioni, cimeli storici, opere, palazzi e persino giornali. In tempi di crisi, insomma, anche la politica mette al sicuro i gioielli di famiglia. I primi a farlo sono stati i Ds. Ora ci sta pensando An. Il Pd e il Pdl hanno unito e semplificato, a sinistra e a destra, la politica italiana, ma con la separazione dei beni.
Fioccano, difatti, le fondazioni, a volte think thank, come “Fare Futuro” di Gianfranco Fini e “Italianieuropei” di Massimo D’Alema, ma spesso vere e proprie casseforti per custodire i beni di due partiti che hanno attraversato il ‘900, come Ds e An. La spiegazione? La dà Ugo Sposetti, ex tesoriere dei Ds, intervistato due anni fa all’ultima Festa dell’Unità di Reggio Emilia, mentre stava progettando la messa in sicurezza (come disse anche a Panorama) del patrimonio diessino nel futuro Pd. “Chi ha avuto la ventura di celebrare matrimoni civili sa che quando si presentano davanti al sindaco un uomo e una donna che non hanno nulla, e il sindaco gli dice: ‘Fate la comunione dei beni o la separazione dei beni?’, non sanno nemmeno cosa significhi quella domanda. Ma se quei due, quell’uomo e quella donna che si presentano, hanno qualche cosa, sicuramente fanno la separazione dei beni. È così, il 90% è così”. “Questo perché non ci si fida?”, chiedeva l’intervistatore malizioso. “Sono matrimoni d’amore, però con separazione dei beni”, rispose Sposetti. “Non ci si fida l’uno dell’altro…”, continuò il cronsita. “Nooo… è una cosa che… Meglio fare così. Meglio stare all’erta”. I partiti della seconda repubblica, infatti, non si sono fidati.
Sposetti, il cognome un programma, ex sindaco di Bassano in Teverina (Viterbo) per due mandati consecutivi, di matrimoni ne ha celebrati parecchi e quando è stato nominato tesoriere dei Ds ha traghettato l’ingente patrimonio della storia del Pci – Pds -Ds in 50 fondazioni create ad hoc. Un vero e proprio tesoretto da custodire, formato da 2399 immobili per un valore stimato in almeno mezzo miliardo di euro. Senza contare un cospicuo numero di cimeli e donazioni, con oltre quattrocento opere d’ arte, a cominciare dal celebre quadro di Renato Guttuso “I funerali di Togliatti”.
Ma c’è pure chi, dall’unione, ci ha guadagnato. Come la Margherita, che in eredità aveva ben poco: l’unico bene da tutelare era il giornale di partito, Europa, perché tutti gli immobili erano stati presi in locazione, compresa la sede di via San Andrea delle Fratte, diventata poi quartier generale dei Democrats che vantano tre fondazioni di peso, come Fondazione White di Pierluigi Castagnetti, Astrid di Franco Bassanini ed Enrico Letta, e Fondazione Centro per un futuro sostenibile di Francesco Rutelli.
Nell’emiciclo opposto lo scenario non muta. Anche nel Pdl sposarsi è bene, ma separare il patrimonio è meglio. Il coniuge ricco, un po’ a sorpresa in questo caso, è Alleanza Nazionale che, con i suoi 63 anni di storia, è stata la prima a muoversi in anticipo. Chiuso il bilancio 2008 in attivo, ora sta facendo un censimento di tutte le proprietà per circa 300 - 400 milioni di euro: 100 appartamenti, sedi delle federazioni di An. Tra questi, i locali che ospitano la sede del partito e il quotidiano ‘Il Secolo d’Italia’, ora organo vicino al Pdl, in via della Scrofa. Una fondazione, dal nome Fondazione Alleanza Nazionale, gestirà l’intero patrimonio, il simbolo della fiamma tricolore e l’archivio storico nazionale della destra. “La sua sede sarà quella storica di via della Scrofa, al numero civico 39″, spiega Donato La Morte, memoria storica di An e parlamentare di lungo corso. Nessun problema, invece, per Forza Italia, l’altro coniuge del Popolo della libertà, che non ha blindato il patrimonio in fondazioni, perché non ha mai avuto immobili di proprietà. Tutto è sempre stato preso in affitto. A cominciare dalla sede storica di via dell’Umiltà, a Roma, vicino alla Fontana di Trevi. Stesso discorso per palazzo Grazioli, che il Cavaliere ha eletto a residenza -ufficio nella capitale. Per il resto, nel centro destra la maggior parte delle fondazioni sono think thank, come Magna Carta presieduta da Gaetano Quagliariello; Medidea, promossa dall’ex ministro dell’Interno e attuale presidente della Commissione Antimafia, Beppe Pisanu; Nuova Italia, che è presieduta dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno; Res Publica, che ha nel comitato Giulio Tremonti, e la Fondazione Craxi, diretta della figlia Stefania.

Il Pd e i versamenti degli eletti. E la sinistra va in crisi (economica)

Franceschini e Fassino

di Paola Sacchi

Gli ex margheritini Linda Lanzillotta e Pierluigi Mantini, deputati del Pd, di fronte a un’indiscrezione in Transatlantico raccolta, che li mette in una lista di 12 parlamentari sospetti “evasori” del contributo volontario al partito, non si scompongono. Con il sorriso sulla bocca, seccamente smentiscono: “Versiamo il contributo sia al partito nazionale sia a quello territoriale”. Anzi, Mantini, protagonista di una lite su una storia di quattrini tra Ds e Margherita con Piero Fassino, che lo apostrofò con un “Cretino, mi hai rotto i c…” ricorda a Panorama che lui finanzia “una sede del Pd a Cinisello Balsamo e una dell’ex Ulivo a Milano”.
Ma c’è pure chi ammette di non dare parte del proprio stipendio al partito locale. Quasi si inalbera l’ex margheritino Roberto Zaccaria, ex presidente Rai e deputato Pd, a un lapsus del cronista e scandisce: “V-o-l-o-n-t-a-rio! Il nostro contributo non è dovuto. Io certamente lo verso a Roma, non l’ho ancora potuto fare a Milano, dove ho sostenuto una campagna elettorale il cui costo è dell’ordine di 60-65 mila euro, cifra che è nella norma per una città come quella”. Poi precisa: “Tenendo anche conto che, pur essendo alla terza legislatura, sono poco più di tre anni che sto in Parlamento, ho detto al Pd che devo prima rientrare delle spese sostenute per la campagna elettorale”.

Altra motivazione viene data da Furio Colombo, ex direttore dell’Unità. Anche lui dice di versare soldi a Roma, ma non a Milano, il collegio dove è stato eletto. Spiega Colombo: “Li ho subito avvisati che non posso ancora farlo, devo accantonare una certa cifra perché ho cause civili alle quali devo far fronte. Sa, come ex direttore dell’Unità si resta ansiosi, basta solo che ne perda una…”. Colombo dice di averne collezionate abbastanza, tutte intentate “da esponenti della destra”. E c’è da credergli, dal momento che la sua era un’Unità più barricadera di quella oggi guidata da Concita De Gregorio.
“Ah, poveri soldi miei. Ma che siete diventati nostalgici del Msi?” ha scherzato, ma non troppo, l’ex tesoriere dei ds Ugo Sposetti in Transatlantico con i cronisti dell’Unità, sulla cui prima pagina il 17 marzo campeggiavano i saluti romani della destra che si scioglie. Anche questo è un segno dei tempi. Sarebbe stato inimmaginabile nel vecchio Pci che un solo parlamentare non versasse la sua quota.
Tra gli ex ds non mancano sospetti sul fatto che a non pagare siano soprattutto gli ex margheritini. Accusa che nell’ex partito di Francesco Rutelli commentano così: “Noi siamo gente libera, abituata a discutere e a lasciare libertà d’azione. Senza residui di stalinismo”.
Renzo Lusetti ammette: “Io pago la mia quota a Roma, non a Varese, dove sono stato eletto, anche perché da lì nessuno me la chiede. Ma ho già versato 50 mila euro per la campagna elettorale”.

Da una ricostruzione di Panorama emerge che il grosso dei contributi territoriali (1.500 euro al mese che vanno sommati ad altrettanti richiesti a Roma) viene da deputati e senatori delle regioni rosse: Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche. Altra musica al Sud. A Roma è stata sfrattata per morosità la sezione dell’ex Pci di viale Mazzini, quella di Massimo D’Alema. La sede pd che era subentrata ha mantenuto il nome, “Circolo Mazzini”, ma è ospitata nei locali del Pd di via Trionfale. A Milano il Pd ha sollecitato maggiori contributi per la campagna elettorale delle europee e amministrative. Se si dovessero confermare gli ultimi sondaggi che vedono il partito di Dario Franceschini sotto il 25 per cento, gli esiti sarebbero negativi anche sul piano finanziario: meno eletti, meno rimborsi elettorali.
L’ex segretario Walter Veltroni sudò sette camicie per raddrizzare i conti. Impose che i candidati si pagassero la campagna elettorale. E a Montecitorio mise alle calcagna dei deputati, perché pagassero tutti la quota, un cerbero dal pugno di velluto come l’ex parlamentare di Padova Piero Ruzzante, che era sul palco accanto a Enrico Berlinguer. Dice l’ex braccio destro di Veltroni, il senatore Giorgio Tonini: “Non mi risulta che ci siano evasori per le quote al partito nazionale. Per quanto riguarda invece quelle territoriali è un po’ una giungla sulle cui regole stiamo discutendo”. Aggiunge Tonini: “Non credo ci sia gente che i soldi li tiene in tasca per sé. Ci sono due concezioni diverse che non vanno demonizzate. Nella componente ex Ds vige la disciplina di partito, nell’ex Margherita c’è una dimensione più individuale. Magari i parlamentari provenienti da quel partito preferiscono spendere i soldi allestendo un proprio ufficio”.
Una soluzione l’ex presidente della vigilanza Rai Riccardo Villari, margheritino espulso dal Pd, l’avrebbe: il federalismo delle quote: “Si paga sulla base dei rimborsi elettorali che il Pd locale riceve”. Lei la quota la pagava? “Non in modo costante e continuativo a Roma. E mai quella locale”.
Altra musica nella Lega nord: 3 mila euro a testa e non si discute. È l’ultimo “partito comunista” d’Italia.

Giovane e antisistema: Renzi corre da sindaco Pd a Firenze

Matteo Renzi

Trentaquattro anni, laurea in legge, tre figli, volto da bravo ragazzo, parlantina sciolta. Ma soprattutto una ferrea determinazione che ai suoi detrattori pare in raltà una insana ambizione di arrivare. Ecco il profilo del prossimo candidato a sindaco di Firenze. Si chiama Matteo Renzi, è stato il più giovane presidente della provincia (in quella fiorentina è stato eletto alla verdissima età di 29 anni), ha un trascorso da margheritino rutelliano, ed è oggi iscritto al Pd.
Col 40,52% delle preferenze ha battutto gli altri candidati (erano tanti, ben quattro: Lapo Pistelli, Michele Ventura, Daniela Lastri, Eros Cruccolini), incassando, niente meno che i complimenti del segretario democratico Walter Veltroni (che pure non aveva puntato su di lui).
Sembra che da sempre Renzi studi per la politica. Tanto da aver improntato una campagna elettorale sulla sfida e sul cambiamento (uno dei suoi slogan preferiti era “Facce nuove a Palazzo Vecchio). Non è un caso che lui, di siti ne abbia addirittura due: uno, più istituzionale, da “Presidente”, l’altro più frizzante, da candidato. E che proprio stanotte (erano le due) su entrambi scriveva: “Penso che stanotte abbiamo vinto tutti. Insieme. Un pensiero agli altri candidati. E uno a tutti i cittadini che hanno creduto alle primarie. Grazie!”.

Il passato lo racconta come coordinatore del servizio di vendite del quotidiano La Nazione, e prima ancora tra le fila dei boyscout con una parentesi persino in televisione. Correva l’anno 1994 (Renzi aveva iniziato la politica attiva sostenendo i primi comitati a favore di Prodi) e c’era Mike Bongiorno che lo festeggiava come campione della Ruota della Fortuna: “A soli 19 anni già campione”, titola un video su YouTube: 33 milioni di lire vinti in cinque puntate, più il bacio di Paola Barale e l’investitura di Mike Bongiorno (”lui è toscano, conosce bene l’italiano”). Ne ha parlato con bonario compiacimento l’Unità dei giorni scorsi, ricordando come Renzi - ai tempi dotato di occhialoni da secchione, innamorato della propria donna - chiamasse le lettere utilizzando i nomi dei suoi cari e non le città: “Diceva “A di Agnese”, sua moglie”.
Le sue posizioni moderate (”Ma lei è proprio di destra”, ha esclamato Daria Bignardi intervistandolo alle Invasioni barbariche) lo hanno inviso a qualcuno e gli hanno fatto conquistare le simpatie di qualcun altro (si dice di un lungo corteggiamento del coordinatore di Forza Italia Denis Verdini).

Con un certo distacco, e non senza sorpresa, quindi Renzi ha ottenuto la candidatura al primo turno alle primarie del centrosinistra. Anche grazie all’uso ricorrente del web: e infatti qualcuno lo ha già paragonato a Obama. Nei 55 seggi dove ieri hanno votato 37.468 fiorentini (circa 2.000 in più rispetto a quanti votarono per Veltroni), secondo i dati forniti dal sito ufficiale delle primarie, ha raccolto 15.104 voti (pari al 40,52%), contro i 10.031 voti di Lapo Pistelli (che si è fermato al 26,91%, pur avendo il sostegno di Veltroni, dopo aver accompagnato il capo nel pellegrinaggio di quest’estate alla convention di Obama). Ha battuto anche Daniela Lastri che ha portato a casa 5.436 preferenze (14,59%): era ponsorizzata da Livia Turco e “dalle donne, dalle nonne e dalle ragazze”, già assessore all’Istruzione, avrebbe voluto essere”Un sindaco come TE”, ma non ce l’ha fatta; Michele Ventura, deputato, già consigliere regionale ha ottenuto 4.653 (12,48%) nonostante l’appoggio dei big come Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani ed Eros Cruccolini, candidato di Sinistra democratica, uomo di Claudio Fava e dei vendoliani andati via da Rifondazione: si è fermato a 2.047 voti (5,49%).
Renzi, nei primi commenti, ha sottolineato come “Non si tratta di una vittoria di parte ma di partito”, anche se pare netta la voglia dei fiorentini di dare un taglio con il passato, bocciando la componente diessina (che ora litiga per le troppe candidature messe in campo) e ringalluzzendo l’area cattolica della Margherita (in un momento delicato per il Pd, ora che si dibatte di testamento biologico e di collocazione europea del partito).
Questioni spinose, urgenti, tutte politiche. Alle quali lo stesso Renzi preferisce ricordare che c’è molto da lavorare: “Da domani tutti al lavoro per un partito più forte e per arrivare sereni e tranquilli all’appuntamento di giugno”. Perché “la gente chiede di dare risposte concrete su singoli temi”. Il resto si vedrà, elezioni comunali permettendo.

Il VIDEO di Renzi a La Ruota della Fortuna da YouTube:

Crisi di nervi nel Pd, Fassino striglia un deputato: “Hai rotto i c…”

Piero Fassino

Che la tempesta fosse nell’aria si era capito. La tensione nel Pd è alta da qualche mese a questa parte e un po’ in tutta Italia. Ma a far salire la temperatura ci ha pensato l’onorevole Pierluigi Mantini. L’interventismo di questi ultimi giorni del deputato di estrazione margheritina ha letteralmente fatto perdere le staffe, e il proverbiale aplomb, a Piero Fassino. Che infatti gli ha gridato: “Sei un irresponsabile, un cretino…”. In due riprese.
Prima, l’ex segretario Ds avvicina il collega mentre lo sta intervistando Radio Radicale sulla questione giustizia, poi torna alla carica, in pieno Transatlantico, all’uscita dell’aula dopo il voto sul dl Gelmini. Una doppia “scenata” davanti a deputati e giornalisti.
Come accade spesso nelle liti domestiche, la bagarre è stata scatenata da una questione di soldi. Ad accendere la miccia è stata l’intervista dell’ex dielle a Libero in cui Mantini denuncia che solo la Margherita versa tutti i soldi sul conto comune del nuovo partito. “Hai detto un sacco di cazzate” ha aggredito Fassino “non basta dichiarare per andare sui giornali. Io mi sono rotto i coglioni” (ascolta qui l’AUDIO).

E a niente sono serviti i tentativi di difesa di Mantini “sono nel comitato tesorieri” ha detto l’ex Margherita, “ho detto cose di cui si discute pubblicamente”. Fassino è inarrestabile: “Mi sono rotto i coglioni di leggere tutti i giorni queste cazzate. Ci vediamo in tribunale” infierisce.
Nel colloquio con Libero, Mantini spiega, ad esempio, che siccome molti circoli del Pd sono nelle “ex sezioni dei Ds, che ora sono diventate proprietà delle fondazioni della Quercia, siamo al paradosso per cui il Pd paga i Ds, li finanzia, fa in modo che continuino ad esistere”. Non solo: Mantini sottolinea anche che questo è uno dei problemi per cui il Pd stenta a nascere. Di più: se la prende direttamente con Fassino e con la sua scelta di firmare il manifesto del Pse come segretario dei Ds. “Questo più gli elementi patrimoniali dimostrano che i Ds continuano ad agire”.
Della sfuriata si è detto sorpreso lo stesso Mantini: “Era fuori di sè” commenta “mi dispiace perché da sempre stimo Fassino e forse è ora di rivedere il mio giudizio perché non è possibile dare del ‘cretino’ a una persona solo perché esprime il suo pensiero. Comunque, cercherò Fassino privatamente per farlo ragionare. Quanto alla minaccia di andare in tribunale, in questa fase forse è meglio lasciare stare i tribunali…”

Veltroni e D’Alema firmano la tregua. Ma i “nodi” morali ed europei restano

Walter Veltroni e Massimo D'Alema

Dopo un mese di messaggi ostili recapitati a mezzo stampa e per interposta persona, Walter Veltroni e Massimo D’Alema si sono sentiti al telefono e hanno voluto che l’informazione trapelasse.
I due hanno si sono dati appuntamento per un colloquio a quattr’occhi questa mattina, prima della riunione del “caminetto” che affronterà il nodo della collocazione europea. Ma, soprattutto, D’Alema e Veltroni hanno deciso di diffondere una nota congiunta sulla questione morale, per dire a tutti che di fronte ad una vicenda che rischia di colpire duro il partito, anche le storiche rivalità passano in secondo piano.
Non che anche su questo punto siano mancati accenti differenti, nei giorni scorsi, con il segretario ad insistere molto sulla necessità di un “rinnovamento”. Ma di fronte alla portata della vicenda entrambi hanno ritenuto di serrare i ranghi e di farlo sapere a tutti. Tutti e due, raccontano, hanno concordato che non era possibile subire gli affondi della destra che ora si scopre giustizialista dopo aver invocato per anni il garantismo. Certo, il segretario ha insistito, come si legge anche nel comunicato congiunto diffuso, perché il Pd ribadisse l’intenzione continuare il rinnovamento, ma dopo aver chiarito che la questione morale “riguarda anche e soprattutto la destra”.
Nonostante, almeno esternamente, il fronte è comune, i nodi politici restano. Veltroni, assicurano i suoi, in direzione chiederà un voto sulla linea del Lingotto, quella che ha portato il partito fin qui. Il segretario tornerà a sollecitare eventuali perplessità sulla leadership e solo se qualcuno porrà questa questione si riaprirebbe l’ipotesi di una resa dei conti anticipata. Uno scenario che non sembra ormai più all’ordine del giorno. Quel che è certo, come spiegano nello stretto entourage dalemiano, è che il patto non annacquerà il confronto che si attende nella direzione del partito convocata per il 19 dicembre: D’Alema dovrebbe intervenire in direzione, facendo sentire la sua voce su molti temi, ponendo sì questioni politiche, ma senza chiedere la conta sulla leadership.

Intanto va in scena il ritrovo del “camineto” del Pd, iniziato stamane alle 08,30. Sul tavolo anche la collocazione europea in vista delle elezioni per il Parlamento di Strasburgo. Attorno, tutti i big del partito, tranne Arturo Parisi che in una lettera alla Stampa spiega i motivi della sua assenza. Secondo il leader degli ulivisti la questione rilevante della collocazione europea va affrontata non in una sede ristretta ma nell’Assemblea nazionale del partito dove andrebbe condotto “un largo confronto sulla nostra idea di Europa”.

Mentre l’incontro era ancora in corso Massimo D’Alema, poco prima delle 10, ha lasciato il suo posto insieme a Giuliano Amato. Nessun giallo: i due hanno un impegno a Napoli con la Fondazione Italianieuropei. E comunque la linea messa a punto da Max e Walter, in un periodo di tensione, serve proprio a compattare tutto il partito anche perché i sondaggi degli ultimi giorni dimostrano che la questione da morale sta assumendo un carattere elettorale: fa perdere voti, simpatia e fiducia al popolo di centrosinistra.
Urge intervenire, quindi. E meglio farlo uniti. A cominciare dalle primarie di Firenze, per le quali la soluzione trovata sembra essere quella di sostituire la gara interna tra i quattro candidati democratici con primarie di coalizione e la scelta “dall’alto” di un candidato del Pd (Vannino Chiti il prescelto), ben più intricata appare la matassa napoletana.
Per quanto riguarda il caso partenopeo, Veltroni ha espresso il suo sostegno a Rosa Russo Iervolino ma non recede dall’idea che sia necessario un rilancio della giunta. E quindi ai vertici locali del partito chiede un “patto di fine consigliatura”, che vuol dire un rimpasto di giunta per ridare smalto all’immagine offuscata dell’amministrazione.

Non meno complessa, e più legata ai vertici del partito che alla periferia, è la soluzione del braccio di ferro, che dura dalla nascita del Pd, sulla collocazione europea del partito.
Argomento affrontato da Veltroni e D’Alema nella telefonata di ieri e nel colloquio di stamattina. I due si sarebbero trovati d’accordo sulla mediazione da proporre ai big del partito: nessun ingresso nel Pse, ma una soluzione che riconosca la specificità dei democratici italiani in un’alleanza con i socialisti europei. Soluzione della quale nei giorni scorsi Veltroni avrebbe parlato anche con Franco Marini, per il quale bisognerebbe lavorare a un gruppo europeo autonomo e poi fare un patto politico con il Pse.

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Discutine sul FORUM: “Gli “stravolgimenti” di D’Alema e Veltroni

Caos Sardegna, parla Cabras: “Le dimissioni di Soru? Un errore. E un’opportunità”

Antonello Cabras è stato presidente della Regione Sardegna dal 1991 al 1994. Oggi senatore del Pd è tornato in Parlamento, dove dal 1994 è stato due volte sottosegretario, nella segreteria Ds con Fassino. Con Renato Soru si è incontrato nelle fila del Pd e scontrato nelle primarie per la segreteria regionale del partito, vincendo. Oggi assiste alle dimissioni del suo “ex avversario” dopo la bocciatura in Consiglio regionale di un emendamento della Giunta alla legge urbanistica.

Non c’è più la fiducia della maggioranza e Soru lascia. Ma Cabras non crede che il problema sia dovuto solo al voto contrario: “La discussione che ha portato alle dimissioni non era su un emendamento che consentiva di edificare chilometri di costa. L’oggetto della discussione era su quale ruolo doveva svolgere il Consiglio e quale la Giunta nella gestione del piano paesistico. Ovviamente il presidente tendeva a trasferire più poteri in capo alla Giunta e il Consiglio voleva uguale competenza. Come se affermassimo che la prima difende il territorio e il secondo invece lo distrugge. C’è stato un appesantimento su una questione di normale amministrazione ed è stata fuorviata la vera questione”.
Qual è?
Il presidente ha colto la palla al balzo e si è dimesso perché voleva certificare una difficoltà nei rapporti politici con la maggioranza. Che in realtà dura almeno da un anno. Questi rapporti si sono complicati con la discussione che si è aperta all’interno del Pd regionale per le primarie di un anno fa. Quando Soru si mise in corsa per diventare segretario regionale del Pd, trasformando il presidente della Regione, che di solito è una figura sostenuta da tutti, di sintesi, in una figura che si metteva come parte in competizione con altri. E questo non è piaciuto a molti.
Neanche a lei, visto che in quelle primarie del 14 ottobre 2007 si era candidato alla segreteria in competizione con Soru.
Vinsi con oltre tre mila voti in più. Mi trovai dentro una competizione per via della sua determinazione a voler fare il segretario. All’interno del Pd vollero candidarmi per contendere a lui la funzione. Non era ammissibile che il presidente della Regione fosse anche il leader del partito.
Quella mancata elezione ha causato una spaccatura nel Pd?
Soru diventò un presidente che aveva perso le primarie dentro il suo partito, quindi questo ha introdotto nella vita interna del partito delle frizioni. Che io ho provato a superare, da ottobre a luglio, poi alla fine ho preso atto delle difficoltà e mi sono dimesso dal ruolo di segretario. E la situazione si è ulteriormente complicata. L’attuale segretaria Francesca Barracciu fu eletta a fine luglio solo da una minoranza dei delegati con una elezione contestata. Fu poi la commissione di garanzia nazionale a interpretare la norma statutaria dicendo che anche se non aveva preso la maggioranza dei voti poteva essere considerata eletta. Un partito che per eleggere un segretario chiama a raccolta oltre 110 mila elettori, poi non può risolvere così. Oggi c’è una segretaria che non rappresenta la maggioranza del partito.
E alla Regione una maggioranza che non ha fiducia nel suo presidente? È tutta colpa dei dalemiani?
Non c’entrano niente. Queste dimissioni sono frutto di una sua autonoma valutazione rispetto alla difficoltà politica. Anche l’investitura a fare il nuovo leader della coalizione del centrosinistra comporta forti discussioni.
Questa crisi quanto inciderà sulle prospettive economiche? Il Consiglio regionale avrebbe dovuto iniziare la discussione della legge finanziaria e del bilancio 2009.
Se il presidente non ritirerà le dimissioni, noi avremo uno dei periodi più lunghi di esercizio provvisorio nella storia dell’autonomia regionale. Anche se in Sardegna è più una norma l’esercizio provvisorio che l’approvazione del bilancio nei termini. Ma con le elezioni anticipate a febbraio i tempi sarebbero ancora più lunghi e considerata la crisi finanziaria e la recessione economica, ciò aggrava la situazione. Per questo il presidente dovrebbe valutare con più attenzione le sue dimissioni. Fa malissimo a interrompere la legislatura in questo momento, per quanto possa avere delle giustificazioni, dovrebbe arrivare a fare la finanziaria e aspettare le elezioni a maggio. Altrimenti la Regione sarebbe vincolata alla programmazione dell’anno precedente.
Se prima delle elezioni regionali il Pd facesse le primarie per decidere il leader, si candiderebbe ancora una volta in competizione con Soru?
Non è all’ordine del giorno, anche se in politica non si sa mai cosa può succedere.
Con le primarie non si rischia di creare una ulteriore frattura all’interno del Pd regionale?
Un partito che ha nel suo statuto come elemento fondamentale le primarie e si sgretola nel momento in cui le fa, allora forse dovrebbe cambiare la sua ragione di vita. Se siamo in questa situazione difficile è proprio perché Soru è sempre stato contrario all’ipotesi delle primarie, pensava che siccome c’era un presidente uscente che si voleva ricandidare non c’era bisogno di farle.
Allora come scrive Il Sole 24 Ore Soru è davvero “one man show”, e il suo modo di parlare ha il suono e la forma della “prima persona imprenditoriale”?
Non so se dobbiamo scomodare le categorie dell’imprenditorialità, ma di fatto è così. Alle origini delle difficoltà che il Pd sta attraversando ci sono due motivi fondamentali intorno ai quali ruota non solo la crisi del partito ma dell’intera maggioranza: che Soru abbia deciso prima di candidarsi come segretario del partito essendo ancora presidente della Regione, e poi di mostrare la sua indisponibilità a fare le primarie per decidere democraticamente il leader.
Si arriverà al tanto temuto commissariamento del partito? Un intervento romano come soluzione per risolvere le frizioni interne?
Il commissariamento è purtroppo una medicina che viene somministrata quando il partito non trova una sua composizione per funzionare e ora l’elezione del segretario attuale fatta in quel modo non ha risolto i problemi e lascia il partito per aria. Se è possibile che ci saranno le elezioni a febbraio, è altrettanto possibile che a livello nazionale il partito decida di assumere un provvedimento straordinario per garantire un governo del partito riconosciuto da tutti. Perché andare alle elezioni così vorrebbe dire perdere la battaglia contro il centrodestra.

I paletti di Rutelli: Caro Veltroni, non voglio morire socialista

Rutelli, Veltroni, Madia

di Stefano Brusadelli

“Veltroni ha una grande occasione. Deve cogliere al balzo la palla che ci offre la vittoria di Barack Obama negli Stati Uniti, preludio all’apertura di un nuovo ciclo democratico in tutto il mondo. Ora abbia il coraggio di portare il Pd su un percorso nuovo, iniziando dalla sua collocazione internazionale, che certo non può essere legata né all’Internazionale socialista né al Partito socialista europeo”. Già nell’aprile del 2007, ancor prima della nascita del Pd, Francesco Rutelli giurava a Panorama: mai nel Pse. Adesso, mentre sta per partire la rincorsa verso le elezioni europee di giugno 2009, l’ex capo della Margherita, leader dell’ala più centrista del partitone veltroniano, conferma e rilancia. Con buona pace di Massimo D’Alema e di Piero Fassino, che proprio mentre Rutelli rilascia questa intervista sono in Messico, al consiglio dell’Internazionale socialista, e stanno lavorando a una federazione tra il Pd e il gruppo del Pse all’Europarlamento.
Lei vuole continuare a terremotare il povero Walter Veltroni, che ha già parecchie grane in Italia…
Al contrario, gli propongo un assist vincente. La grande politica è fatta di novità, di scelte coraggiose. E, del resto, perché è nato il Pd se non per rompere i vecchi schemi novecenteschi?
Rimettere in discussione una qualche forma di collegamento con il campo socialista rischia di sfasciare il partito, dividendo gli ex della Quercia dagli ex della Margherita.
Ma non si può non registrare l’enorme novità rappresentata dalla vittoria di Obama anche nel Congresso, che apre una nuova stagione politica all’insegna di valori che non sono certo quelli socialisti. Cosa c’entra Obama con il socialismo, che è una parola impronunciabile negli Stati Uniti?
Così, senza nemmeno passare per un congresso, lei vorrebbe cambiare identità al Pd?
Un partito nuovo non definisce la sua identità come mediazione tra le identità ex. È matura un’iniziativa internazionale per dare una prima risposta sulla nostra identità: siamo una moderna forza riformista che si è liberata dalle zavorre e dalle divisioni del dopoguerra italiano.
Il socialismo è una zavorra?
L’Italia è cambiata. Non è sopravvissuto uno solo dei partiti del dopoguerra. Sono spariti la Dc, il Pci, il Psi. E anche il mondo è cambiato: oggi i partiti guida del campo progressista sono il Democratic party di Obama, l’Indian national congress di Sonia Gandhi e il Partito dei lavoratori di Luiz Inácio Lula in Brasile. Nessuno fa parte della tradizione socialista.
È un no all’ingresso del Pd nell’Internazionale socialista?
Veltroni deve iniziare da subito (un anno è già trascorso) a lavorare per la creazione di un network di forze democratiche, europee e non. Non una Internazionale, formula ormai superata. Ma un’alleanza tra forze che condividano grandi traguardi: clima, ambiente ed energia; riforma coraggiosa delle istituzioni e delle regole economiche e finanziarie; multilateralismo efficace per combattere povertà, fame, terrorismo, violazione dei diritti umani.
In Europa, tuttavia, come ripete Massimo D’Alema, i socialisti sono un riferimento imprescindibile.
Nulla contro una tradizione di grande valore. Ma è una foto di famiglia datata. Il campo socialista è fatto di partiti in grave difficoltà e a rischio di smottamenti verso la sinistra radicale. I laburisti inglesi non sono più classificabili come una forza socialista. In Francia e in Germania i socialisti hanno perso le elezioni. In Spagna José Luis Zapatero è in difficoltà. Persino in Scandinavia la socialdemocrazia è dovunque all’opposizione.
Le elezioni europee incombono: che cosa dovrebbe fare il Pd?
Anche su questo fronte occorre muoversi subito. Ci sono ancora sei-sette mesi prima del voto. Il Pd deve affrettarsi a promuovere un’alleanza di centrosinistra tra le forze riformiste ed europeiste. Con i socialisti e altre forze ambientaliste e autonomiste c’è l’Alde, l’Associazione dei liberali e democratici europei, che ha 100 europarlamentari a Strasburgo e riunisce partiti di 22 paesi Ue. È un ottimo interlocutore, se vogliamo parlare anche a forze riformiste di centro, perché i socialisti da soli sono nettamente in minoranza.
Non sarà un’idea un po’ velleitaria?
E perché mai? Il Pd rappresenta 12 milioni di voti italiani. Avremmo un numero di seggi sufficiente a cambiare in pochi anni il quadro politico continentale. Guardi cosa è riuscito a fare Silvio Berlusconi con i suoi voti: in Europa era un outsider, oggi è uno dei padroni del Ppe.
Sì, ma intanto alle elezioni di giugno il Pd come va? Collegandosi a chi?
Ci va come Pd. Anche se spero ci siano già le condizioni per promuovere un nuovo raggruppamento nel Parlamento europeo.
E la federazione tra Pd e Pse, alla quale sta lavorando la segreteria del Pd? Non sarebbe accettabile, lasciando al Pd un suo spazio di autonomia?
No, sarebbe una finta autonomia. Basta leggere gli atti e i documenti del Pse, dove viene continuamente riproposto l’orgoglio dell’appartenenza socialista.
Il gruppo del Pse sarebbe anche pronto a cambiare denominazione, a diventare il gruppo dei “socialisti e dei democratici”…
Non mi pare una grande novità. E il Pd sarebbe sempre un ospite in casa d’altri. Con un peso elettorale doppio rispetto ai vecchi Ds.
Insomma, Veltroni dovrebbe sconfessare tutta la tradizione politica alla quale appartiene…
Qui parliamo di orizzonti nuovi, non di difendere ex ds o ex Margherita. Di Obama e della crisi socialista ho già detto. Aggiungo un’altra considerazione: abbiamo visto che anche in Italia le elezioni si perdono o si vincono a seconda del pendolarismo degli elettori moderati. Il Pd è nato per attirare anche quei voti. E adesso vogliamo risospingerli a destra dando al Pd una connotazione europea di sinistra?
La sua proposta sarebbe uno smacco per Veltroni.
No. Veltroni è in grado di assumere un ruolo da protagonista anche in Europa. A Strasburgo la scelta del presidente dell’Europarlamento è affare tra Ppe e Pse. Un nome per uno, meglio se di basso profilo, e poi via alla staffetta: mezza legislatura per uno. Il Pd dovrebbe rompere questo schema compromissorio, proponendo a tutto lo schieramento democratico, socialista, liberaldemocratico, ambientalista, il nome di una grande personalità per la presidenza.
Ha qualche idea?
A titolo di esempio, il liberale belga Guy Verhofstadt, la socialista francese Sègoléne Royal, o l’ambientalista tedesco Joschka Fischer. Il Pd potrebbe avviare subito un giro europeo per lanciare l’iniziativa, che con il suo segno di novità e di rottura degli schemi accompagnerebbe nel modo migliore la costruzione del nuovo soggetto nel quale collocare gli europarlamentari del Pd.
E se invece Veltroni la ignora e tira dritto?
Un partito nuovo non si afferma per forza d’inerzia: prevarrebbe la difesa dello status quo. Né per decisioni prese giorno per giorno. I cicli politici ed economici sono accorciati, ma la profondità della crisi richiede ai leader decisioni impegnative. Più di quando io guidavo la Margherita, dove pure convivevano culture politiche molto diverse, da Antonio Maccanico a Rosy Bindi. Abbiamo deciso sempre insieme, fissando traguardi difficili. Fino al più ambizioso, la nascita del Pd.
Nostalgia della Margherita?
Quando abbiamo sciolto la Margherita, se c’era una cosa certa era che non la stavamo sciogliendo per ritrovarci nel Pse.

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