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I paletti di Rutelli: Caro Veltroni, non voglio morire socialista

Rutelli, Veltroni, Madia

di Stefano Brusadelli

“Veltroni ha una grande occasione. Deve cogliere al balzo la palla che ci offre la vittoria di Barack Obama negli Stati Uniti, preludio all’apertura di un nuovo ciclo democratico in tutto il mondo. Ora abbia il coraggio di portare il Pd su un percorso nuovo, iniziando dalla sua collocazione internazionale, che certo non può essere legata né all’Internazionale socialista né al Partito socialista europeo”. Già nell’aprile del 2007, ancor prima della nascita del Pd, Francesco Rutelli giurava a Panorama: mai nel Pse. Adesso, mentre sta per partire la rincorsa verso le elezioni europee di giugno 2009, l’ex capo della Margherita, leader dell’ala più centrista del partitone veltroniano, conferma e rilancia. Con buona pace di Massimo D’Alema e di Piero Fassino, che proprio mentre Rutelli rilascia questa intervista sono in Messico, al consiglio dell’Internazionale socialista, e stanno lavorando a una federazione tra il Pd e il gruppo del Pse all’Europarlamento.
Lei vuole continuare a terremotare il povero Walter Veltroni, che ha già parecchie grane in Italia…
Al contrario, gli propongo un assist vincente. La grande politica è fatta di novità, di scelte coraggiose. E, del resto, perché è nato il Pd se non per rompere i vecchi schemi novecenteschi?
Rimettere in discussione una qualche forma di collegamento con il campo socialista rischia di sfasciare il partito, dividendo gli ex della Quercia dagli ex della Margherita.
Ma non si può non registrare l’enorme novità rappresentata dalla vittoria di Obama anche nel Congresso, che apre una nuova stagione politica all’insegna di valori che non sono certo quelli socialisti. Cosa c’entra Obama con il socialismo, che è una parola impronunciabile negli Stati Uniti?
Così, senza nemmeno passare per un congresso, lei vorrebbe cambiare identità al Pd?
Un partito nuovo non definisce la sua identità come mediazione tra le identità ex. È matura un’iniziativa internazionale per dare una prima risposta sulla nostra identità: siamo una moderna forza riformista che si è liberata dalle zavorre e dalle divisioni del dopoguerra italiano.
Il socialismo è una zavorra?
L’Italia è cambiata. Non è sopravvissuto uno solo dei partiti del dopoguerra. Sono spariti la Dc, il Pci, il Psi. E anche il mondo è cambiato: oggi i partiti guida del campo progressista sono il Democratic party di Obama, l’Indian national congress di Sonia Gandhi e il Partito dei lavoratori di Luiz Inácio Lula in Brasile. Nessuno fa parte della tradizione socialista.
È un no all’ingresso del Pd nell’Internazionale socialista?
Veltroni deve iniziare da subito (un anno è già trascorso) a lavorare per la creazione di un network di forze democratiche, europee e non. Non una Internazionale, formula ormai superata. Ma un’alleanza tra forze che condividano grandi traguardi: clima, ambiente ed energia; riforma coraggiosa delle istituzioni e delle regole economiche e finanziarie; multilateralismo efficace per combattere povertà, fame, terrorismo, violazione dei diritti umani.
In Europa, tuttavia, come ripete Massimo D’Alema, i socialisti sono un riferimento imprescindibile.
Nulla contro una tradizione di grande valore. Ma è una foto di famiglia datata. Il campo socialista è fatto di partiti in grave difficoltà e a rischio di smottamenti verso la sinistra radicale. I laburisti inglesi non sono più classificabili come una forza socialista. In Francia e in Germania i socialisti hanno perso le elezioni. In Spagna José Luis Zapatero è in difficoltà. Persino in Scandinavia la socialdemocrazia è dovunque all’opposizione.
Le elezioni europee incombono: che cosa dovrebbe fare il Pd?
Anche su questo fronte occorre muoversi subito. Ci sono ancora sei-sette mesi prima del voto. Il Pd deve affrettarsi a promuovere un’alleanza di centrosinistra tra le forze riformiste ed europeiste. Con i socialisti e altre forze ambientaliste e autonomiste c’è l’Alde, l’Associazione dei liberali e democratici europei, che ha 100 europarlamentari a Strasburgo e riunisce partiti di 22 paesi Ue. È un ottimo interlocutore, se vogliamo parlare anche a forze riformiste di centro, perché i socialisti da soli sono nettamente in minoranza.
Non sarà un’idea un po’ velleitaria?
E perché mai? Il Pd rappresenta 12 milioni di voti italiani. Avremmo un numero di seggi sufficiente a cambiare in pochi anni il quadro politico continentale. Guardi cosa è riuscito a fare Silvio Berlusconi con i suoi voti: in Europa era un outsider, oggi è uno dei padroni del Ppe.
Sì, ma intanto alle elezioni di giugno il Pd come va? Collegandosi a chi?
Ci va come Pd. Anche se spero ci siano già le condizioni per promuovere un nuovo raggruppamento nel Parlamento europeo.
E la federazione tra Pd e Pse, alla quale sta lavorando la segreteria del Pd? Non sarebbe accettabile, lasciando al Pd un suo spazio di autonomia?
No, sarebbe una finta autonomia. Basta leggere gli atti e i documenti del Pse, dove viene continuamente riproposto l’orgoglio dell’appartenenza socialista.
Il gruppo del Pse sarebbe anche pronto a cambiare denominazione, a diventare il gruppo dei “socialisti e dei democratici”…
Non mi pare una grande novità. E il Pd sarebbe sempre un ospite in casa d’altri. Con un peso elettorale doppio rispetto ai vecchi Ds.
Insomma, Veltroni dovrebbe sconfessare tutta la tradizione politica alla quale appartiene…
Qui parliamo di orizzonti nuovi, non di difendere ex ds o ex Margherita. Di Obama e della crisi socialista ho già detto. Aggiungo un’altra considerazione: abbiamo visto che anche in Italia le elezioni si perdono o si vincono a seconda del pendolarismo degli elettori moderati. Il Pd è nato per attirare anche quei voti. E adesso vogliamo risospingerli a destra dando al Pd una connotazione europea di sinistra?
La sua proposta sarebbe uno smacco per Veltroni.
No. Veltroni è in grado di assumere un ruolo da protagonista anche in Europa. A Strasburgo la scelta del presidente dell’Europarlamento è affare tra Ppe e Pse. Un nome per uno, meglio se di basso profilo, e poi via alla staffetta: mezza legislatura per uno. Il Pd dovrebbe rompere questo schema compromissorio, proponendo a tutto lo schieramento democratico, socialista, liberaldemocratico, ambientalista, il nome di una grande personalità per la presidenza.
Ha qualche idea?
A titolo di esempio, il liberale belga Guy Verhofstadt, la socialista francese Sègoléne Royal, o l’ambientalista tedesco Joschka Fischer. Il Pd potrebbe avviare subito un giro europeo per lanciare l’iniziativa, che con il suo segno di novità e di rottura degli schemi accompagnerebbe nel modo migliore la costruzione del nuovo soggetto nel quale collocare gli europarlamentari del Pd.
E se invece Veltroni la ignora e tira dritto?
Un partito nuovo non si afferma per forza d’inerzia: prevarrebbe la difesa dello status quo. Né per decisioni prese giorno per giorno. I cicli politici ed economici sono accorciati, ma la profondità della crisi richiede ai leader decisioni impegnative. Più di quando io guidavo la Margherita, dove pure convivevano culture politiche molto diverse, da Antonio Maccanico a Rosy Bindi. Abbiamo deciso sempre insieme, fissando traguardi difficili. Fino al più ambizioso, la nascita del Pd.
Nostalgia della Margherita?
Quando abbiamo sciolto la Margherita, se c’era una cosa certa era che non la stavamo sciogliendo per ritrovarci nel Pse.

D’Alema attacca Brunetta: “Energumeno tascabile”

Il ministro degli Esteri Massimo D'Alema

Parla a un incontro del Pd, l’ex ministro degli Esteri. Dove si dibatte, tra l’altro, sull’annoso tema: manifestare sì o no (e come), il prossimo 25 ottobre. Ma si vede che per Massimo D’Alema è già tempo di piazza. Attacca, ironizza, gioca con le parole, il presidente di Italianieuropei. E alla fine spara: “Brunetta? Un energumeno tascabile”. Cioè, l’uomo accreditato - anche a destra - di una certa statura politica se la prende con la statura fisica del ministro della Funzione pubblica, per sostenere che con la sua “virulenta campagna rischia di colpire beni pubblici essenziali e di fare di tutta l’erba un fascio”.

Per l’esattezza, la frase completa è stata: “L’altro giorno in parlamento ci siamo dovuti battere per difendere i diritti dei disabili gravi ad avere un’assistenza degna di questo nome. E ci siamo sentiti rispondere da parte di quell’energumeno tascabile che è il ministro Brunetta che ci sono degli abusi”.
Ma per non farsi mancare nulla l’ex titolare della Farnesina ha attaccato anche i ministri di Istruzione ed Economia, Mariastella Gelmini e Giulio Tremonti: “Il taglio di risorse per scuola, università e ricerca è drastico e danneggia il futuro del nostro paese”.
È andata pure peggio al Pdl intero, definito “faccia di tolla” perché con il premier Berlusconi, in mattinata, aveva osato contestare la scelta del Pd di scendere in piazza in una situazione economica così difficile: “Trovo curioso che la destra con una faccia di tolla, faccia polemica sulla nostra manifestazione quando loro scesero in piazza ed abbandonarono il Parlamento per protestare contro l’ingresso nell’euro”. Insomma, per D’Alema “il governo non è all’altezza dei problemi del Paese, al di là di un premier superman che dice di risolvere tutto”.

Che sia stata una di quelle battute che, ogni tanto, all’ex segretario Ds scappano (come quando disse che per il Pd votano giovani, laureati che leggono libri e giornali)? Può essere. Di certo al ministro Brunetta la frase non sia piaciuta è poco: “Quelle del deputato D’Alema sono solo volgarità razziste, evidentemente la mancanza di potere gli ha fatto perdere la testa”.
A Brunetta è arrivata la solidarietà di tutto il centrodestra:”Massimo D’Alema, giunto al tramonto di una carriera politica tanto promettente quanto fallimentare, ha compiuto oggi una svolta epocale: ha abbandonato la cultura stalinista per abbracciare, con convinzione, quella nazista”, afferma Giorgio Stracquadanio, deputato del Pdl.

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Discutine sul FORUM: “D’Alema: Brunetta “energumeno tascabile”. Stavolta ha esagerato?

L’idea di Chiamparino: il Pd diventi una rete federalista

Sergio Chiamparino e Piero Fassino

Ogni dieci anni, un imprevisto cambia la vita di Sergio Chiamparino.
Nel 1991 lavorava alla Cgil e fu catapultato alla guida del neonato Pds torinese dalle improvvise dimissioni di Giorgio Ardito, ultimo segretario del Pci sotto la Mole. Nel 2001 fu scelto come candidato sindaco di Torino in extremis: al posto di Domenico Carpanini, stroncato da un infarto all’inizio della campagna elettorale. Cosa gli succederà nel 2011 quando dovrebbe lasciare, dopo due mandati, la guida della città della Fiat? Intanto, essendo anche ministro ombra del Pd per il federalismo, Chiamparino rafforza la sua rete nel Nord Italia: da qui potrebbe puntare alla leadership nazionale se dovesse nel frattempo esaurirsi la spinta propulsiva di Walter Veltroni.
Fantapolitica? L’interessato la prende alla larga: “C’è un’ansia da prestazione in qualche nostro dirigente”, dice Chiamparino a Panorama. “Invece bisogna ragionare all’anglosassone, in un clima di bipolarismo mite, per costruire in 5 anni un’alternativa di governo”. Partendo, naturalmente, dal Nord: “Il Pd diventerà un partito nuovo e non un’etichetta se sarà capace di essere un contenitore federalista di esperienze locali”, dice il sindaco di Torino. Che vuole dare continuità al manifesto che ha firmato con altri amministratori come Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, Filippo Penati, presidente della provincia di Milano, Marta Vincenzi, sindaco di Genova, e Mercedes Bresso, presidente del Piemonte. “Sì, semmai, il nostro errore è stato di non aver fatto una lista federalista alle primarie del Pd, a favore di Veltroni”. E così il “fenomeno Chiamparino” travalica i confini cittadini cercando di mettere la sordina alle difficoltà che ha in casa.
Infatti il Comune di Torino ha appena dovuto tagliare 37,5 milioni dal bilancio: un buco che ferma cantieri come il prolungamento del tunnel di corso Spezia. E pesano ancora i costi delle Olimpiadi invernali del 2006 per le quali, dice Chiamparino, “abbiamo investito almeno 600 milioni” (lo Stato ci ha messo circa 2,2 miliardi, ndr). Non solo. Sfiora i 500 milioni il preventivo per la metropolitana: costo totale 1,2 miliardi, il 40 per cento a carico delle casse comunali.
Ma ora, dopo aver speso altri 200 milioni in opere di abbellimento della città e parcheggi, i soldi scarseggiano. E serpeggia il malumore, nel Pd piemontese, nei confronti di Chiamparino. C’è poi un’altra tegola: quella dei contratti finanziari derivati sottoscritti dal Comune di Torino. La perdita potenziale è “di 100 milioni, calcolata a fine 2007: ora stiamo riducendo l’esposizione, abbiamo già rinegoziato i contratti”, afferma il sindaco. Che si era già dissanguato, pochi anni fa, con il contributo di 70 milioni dato da Comune di Torino e Regione Piemonte alla Fiat, quando era in difficoltà. Scelta che rivendica: “Abbiamo acquistato aree per 1,3 milioni di metri quadri, con questi soldi la Fiat ha portato la linea della Grande Punto a Mirafiori”.
Insomma, sembra saldo l’asse con l’amministratore delegato Sergio Marchionne, “che ha ribaltato come un guanto la situazione economica alla Fiat”. Mentre oggettivamente scricchiola l’altro asse su cui si regge il centrosinistra torinese: quello con Enrico Salza, presidente del consiglio di gestione della superbanca Intesa Sanpaolo. Non è piaciuta a tutti la scelta di Chiamparino di puntare sull’avvocato Angelo Benessia alla presidenza della Compagnia di San Paolo, grande azionista della superbanca. Infatti Salza e Franzo Grande Stevens, ex presidente della Compagnia, avrebbero preferito nominare il giurista Gustavo Zagrebelsky. Invece è passato Benessia (pare anche grazie all’appoggio di Marchionne e di Gianluigi Gabetti) e ora il sindaco dice che “l’operazione non è stata subalterna ai poteri forti, ma ha introdotto elementi di rottura nel sistema”. E su questo, ha una visione chiara: “Si deve governare con i poteri forti. Senza, al massimo, si amministra”.
Lo stretto rapporto tra Chiamparino e Benessia è dimostrato anche dal fatto che l’avvocato, quest’estate, ha corretto le bozze del piano economico portato dal sindaco in consiglio comunale: un episodio su cui è scoppiata la polemica. C’è un particolare: Benessia è anche advisor di Gtt, la società torinese dei trasporti, e di Iride, la joint-venture dell’energia con il Comune di Genova, dalle quali il sindaco (rispettivamente alleandosi con la milanese Atm e le emiliane Hera ed Enia) vuole ricavare risorse per rimpinguare le esangui casse comunali. “Se gli Agnelli controllano la Fiat col 30 per cento, non vedo perché noi dobbiamo mantenere il 51 per cento immobilizzando risorse che si possono destinare altrove”, argomenta Chiamparino. Insomma, privatizzare è di sinistra? “Penso sia di sinistra avere un controllo pubblico contendibile: poi mi facciano pure un’opa, ma mi devono pagare bene.E comunque, facendo l’accordo Iride-Hera se ne potrà discutere tra due anni, quando scadrà il patto di sindacato”.
E nel frattempo, il progetto è rafforzare la collaborazione Milano-Torino-Genova. “Credo nella megalopoli a rete al posto del vecchio triangolo industriale”, dice Chiamparino, che anticipa a Panorama una sua nuova iniziativa: un convegno delle città del Nord Ovest, il 29 novembre, proprio su “modello Torino e megalopoli a rete” con la partecipazione, oltre agli amministratori del Pd, del sindaco di Milano Letizia Moratti e del ministro leghista Roberto Calderoli. Una solida rete di rapporti per un sindaco che a 60 anni dice di “non avere obiettivi in politica” e scherza sul suo futuro: “Cosa farò nel 2011? La comparsa nelle celebrazioni del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Vorrei interpretare la controfigura del conte di Cavour”.
LEGGI ANCHE: Federalismo fiscale al via

Esclusivo: ecco il verbale sui presunti conti dei Ds

Giuliano Tavaroli

L’inchiesta della procura di Milano sui dossier illegali realizzati dalla security di Telecom ai tempi in cui era guidata da Giuliano Tavaroli non finisce di riservare sorprese.
L’ultimo capitolo riguarda il rapporto riservato, denominato “Operazione fondo”, sui presunti conti riconducibili ad alcuni esponenti di spicco degli ex Ds-Pds. L’argomento è tornato di moda nei giorni scorsi, grazie ad alcune interviste dello stesso Tavaroli. Panorama.it pubblica (qui in formato .Pdf) il verbale dell’uomo che quel dossier fece realizzare: l’investigatore fiorentino Emanuele Cipriani, vecchio amico di Tavaroli e suo fornitore sia in Pirelli che in Telecom.

Il 28 marzo 2007 Cipriani, davanti ai sostituti procuratori Fabio Napoleone e Stefano Civardi, parla dell’”Operazione fondo”. Prima, però, racconta i controlli che Tavaroli aveva ordinato sull’ex amministratore delegato di Telecom, Enrico Bondi. Quindi passa al dossier sui Ds che avrebbe decine di allegati. I più importanti sarebbero “uno schema particolarmente approfondito di tutti i passaggi che dimostravano la riconducibilità del fondo a determinati soggetti” e “la copia di un documento che indicava un noto soggetto politico”.

Cipriani ai magistrati dice di aver informato del dossier Marco Mancini, ex capo del controspionaggio del Sismi: “Io a Mancini ne ho parlato anche nel dettaglio, ma non ricordo se ebbi a consegnargli singoli documenti. È possibile che gli abbia consegnato degli appunti. Mancini in ogni caso si limitò a dirmi che ne avrebbe parlato con il suo direttore (Nicolò Pollari, ndr)”.

LEGGI IL VERBALE dell’interrogatorio di Emanuele Cipriani

Il Pd nelle correnti. Ed Enrico Letta lancia l’operazione Nord

Enrico Letta

di Stefano Brusadelli 

Come il prezzo del barile, anche il numero delle correnti del Pd sembra destinato a salire senza limiti. Venerdì 27 e sabato 28 giugno a Piacenza l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta (ex Margherita) terrà a battesimo la propria.
Si chiamerà 360, un riferimento al cerchio dell’orizzonte per esprimere il rifiuto di ogni settarismo, e sarà formalmente un’associazione, in ossequio alla virtuosa tendenza (vedi la dalemiana Italianieuropei) a dar veste culturale alle nuove componenti. Cofondatore è l’ex ds Umberto Ranieri, ex presidente della commissione Esteri della Camera, molto vicino a Giorgio Napolitano. Come anticipa Letta a Panorama: “Sarà la prima componente nella quale ex diessini ed ex della Margherita si troveranno mescolati”.
Le altre sette correnti appaiono infatti monocolori: dalla Quercia ne sono già scaturite quattro (Veltroni, D’Alema, Fassino, Turco) e dalla Margherita tre (Marini, Rutelli, Prodi). Rosy Bindi potrebbe presto battezzare la nona.
Il debutto dei lettiani avverrà con un convegno intitolato “Nord terra ostile”, dove con l’aiuto degli studiosi Aldo Bonomi, Beppe Berta, Marco Alfieri e Daniele Marini si discuteranno le ragioni del flop del Pd oltre il Po. Essendo Piacenza la città del ds Pierluigi Bersani, molto legato a Letta, non si esclude che si faccia vedere anche lui.

Addio Festa dell’Unità. Ora è “Democratica” e fa litigare i vertici del Pd

Preparativi per la Festa de L'UnitÃ

Cambiano i tempi e cambiano anche i nomi. Anche se a volte non lasciano affatto indifferenti. Come già si sussurava da diversi mesi, la vecchia e gloriosa “Festa dell’Unità” non ha trovato più posto nel loft del Pd. Va in soffitta, con buona pace dei suoi militanti. Da quest’anno, al suo posto, ci sarà la “Festa democratica”: “c’è un partito nuovo, che mescola varie culture, è giusto che la Festa nazionale tenga conto di un’identità e un’immagine nuova” fanno sapere gli organizzatori della storica kermesse.

Ma la discussione, in casa Pd, non è affatto pacifica. Anzi: rischia di rivangare vecchie scorie e antichi sensi di appartenenza, forse mai sopiti.
A muoversi in difesa della rassegna è stata nei giorni scorsi L’Unità (da poco acquisita dal governatore della Sardegna e fondatore di Tiscali, Renato Soru) con un battagliero editoriale del suo direttore, Antonio Padellaro : “Le feste dell’Unità sono le feste dell’Unità e non basterebbe una intera biblioteca per raccontare, spiegare, esprimere la quantità di sentimenti, di passioni, di valori che questo nome suscita”. Meglio quindi “evitare la cancellazione di qualcosa che resta comunque nel cuore di milioni di persone”.

Passa qualche giorno è a rispondere è un altro quotidiano di partito, sempre del Pd ma di area ex Margherita, Europa. Che pensa bene di pubblicare in prima pagina un articolo dal titolo inequivolcabile: “Feste dell’Unità, storia finita”. “Finalmente” si legge nell’articolo “una buona notizia: non ci sarà più la festa nazionale dell’Unità”. Via dunque a “tutte le liturgie delle precedenti forme organizzative”, via a birre e salsiciotti grigliati all’ascolto di musica e canti nostalgici.
Ma il giornale diretto da Stefano Menichini non si ferma qui. E rincara la dose, ricordando ai giornalisti della testata fondata da Antonio Gramsci che “l’Unità non è più il quotidiano di un partito ma è diventato il quotidiano di un imprenditore impegnato in politica nel Pd” e che quindi “non c’è alcun bisogno di mantenere vivo attraverso le feste dell’Unità quel legame simbolico che attribuisce alla testata un ruolo di organo ufficiale e che da anni non corrisponde alla realtà e di cui forse il Pd non ha più bisogno”.

Nel frattempo, Walter e il suo loft tengono duro. Già fissata la data (23 agosto - 3 settembre), già fissato il luogo dell’incontro principale (Firenze: Fortezza da Basso). Unica concessione, la possibilità di chiamare gli altri incontri che si svolgeranno nelle città d’Italia come meglio si crede (e non è un caso che a Bologna la kermesse continuerà a mantenere il vecchio stampo). Lì, come del resto in altre città, il vecchio nome, sopravviverà. Almeno per quest’anno.

Faccia a faccia tra il candidato Fassino e il direttore Belpietro. In video

Piero Fassino, ultimo segretario Ds, oggi capolista per il Pd, alla Camera in Piemonte | Ansa

“Veltroni leader anche sotto il 35 per cento; Visco competente ma con un cattivo carattere; non stiamo oscurando Prodi e non ci saranno intese tra Pd e Pdl in caso di pareggio al Senato”.
Così Piero Fassino ha risposto ad alcune delle domande del direttore di Panorama Maurizio Belpietro durante una video intervista (prodotta da Dolmedia) realizzata per il blog dell’ultimo segretario dei Ds, oggi capolista del Pd in Piemonte per la Camera.
È stato lo stesso Fassino a chiedere di essere intervistato dal direttore di Panorama per un faccia a faccia a 360 gradi, durato circa un’ora.

Il VIDEO dell’intervista:

Mussi: Essere di sinistra ha ancora un senso. Che il Pd ha perso

Il ministro dell'Università , Fabio Mussi, leader di Sinistra Democratica dell'alleanza La Sinistra Arcobaleno | Ansa
Negli ultimi quarant’anni Fabio Mussi non si è perso neppure una campagna elettorale. Migliaia di comizi, prima sotto le bandiere del Pci, poi del Pds e infine dei Ds. Questa volta invece è costretto in panchina. E non per la regola che pensiona i parlamentari con più di tre mandati, ma per disposizione dei medici. Il 12 febbraio il ministro dell’Università si è sottoposto a un trapianto di reni. La convalescenza non è la sola novità di questa chiamata alle urne: al suo fianco per la prima volta non ci sono Massimo D’Alema, Walter Veltroni e Piero Fassino. Soltanto la moglie, Luana. Non solo perché i medici gli hanno imposto rarefatte visite, ma anche per lo strappo che tra i quattro si è consumato mesi fa, quando Mussi invece di entrare nel Pd ha scelto la Sinistra arcobaleno, lo schieramento guidato da Fausto Bertinotti.
Ministro, che effetto le fanno queste elezioni senza i compagni di una vita?
D’Alema, Veltroni e Fassino restano amici, ma sono contento delle scelte che ho fatto.
Non la chiamano più babbo?
Ci siamo un po’ persi. Come dissi una volta: un giorno il babbo si è svegliato e i figli se n’erano andati.
Dove?
In un curioso aggregato americanizzante, un partito all’americana ma senza l’America. Gli Stati Uniti non sono solo il bipartitismo, ma anche un sistema istituzionale di pesi e contrappesi. E poi si fa una scelta stelle e strisce proprio nel momento in cui quel grande paese è in crisi…
Spunta l’antiamericanismo?
Io sono di cultura tedesca, ma non sono antiamericano: mi limito a osservare che per gli Stati Uniti è un momento critico. In questi anni gli Usa sono stati esportatori di debito, inquinamento e guerra.
Tifa per Barack Obama o per Hillary Clinton?
Per ora non ho capito cosa annunciano al resto del mondo. A parte la vision, la mission e la passion. Speriamo tirino fuori idee vere, grandi proposte.
Torniamo all’Italia: perché ce l’ha tanto con i suoi ex compagni?
Non ce l’ho con loro, anzi credo di aver lasciato con una certa eleganza. Ce l’ho con il loro progetto, con questa presunta modernità.
Non le piacciono le innovazioni?
Vede, nuovo e vecchio, moderno e antico, non vogliono dire nulla. Sono categorie descrittive, ma non significano meglio o peggio, sensato o sbagliato. Moderno è ciò che viviamo ora, ma infinite cose moderne sono aberranti.
Il Pd per lei è aberrante?
No, apprezzo l’energia che ci sta mettendo Veltroni, la sua è una campagna forte. Ma è l’idea di fondo che non mi convince: che senso ha parlare di nuovo partito se non si chiarisce che cosa si vuole fare, se dentro c’è un po’ di tutto?
Allude ai precari e a Massimo Calearo?
Con tutto il rispetto, Calearo non è un imprenditore qualsiasi. Ha interpretato la protesta contro la tassazione, è stato uno dei duri nella trattativa dei metalmeccanici. Si è scelto un falco.
Veltroni ha detto di voler fare un patto con i produttori.
Ma quello sta nella tradizione del Pci. Lo stato sociale è il frutto del patto con i produttori, di un compromesso tra capitale e lavoro. Ci si arriva dopo lotte e conflitti. A me piacerebbe un patto tra imprenditori e lavoratori sulle grandi questioni di formazione, ricerca, innovazione e ambiente. Ma non c’è. Si possono fare compromessi solo ammettendo l’esistenza di un conflitto tra capitale e lavoro. Salario e profitto non sono la stessa cosa e l’operaio non è un imprenditore. Veltroni ha una visione armonica che non esiste.
Per lei il mondo resta sempre diviso in destra e sinistra?
Sì, destra e sinistra sono categorie dotate di un senso. Io sono di sinistra.
Il Pd non è di sinistra?
È Veltroni che, nell’intervista a El País, ha detto che il Pd è “riformista”, non di sinistra.
Dica la verità: è un nostalgico del vecchio Pci?
No, sono stato uno dei più accesi sostenitori della svolta del 1989, quando il Pci si trasformò in Pds. La scelta era matura già da quando Enrico Berlinguer intervenne sui fatti di Polonia, ma il gruppo dirigente del Partito comunista costrinse il segretario generale a fare retromarcia. Tre anni dopo Berlinguer morì e ci volle ancora molto tempo perché si decidesse di superare il Pci. Il Partito comunista italiano era un’eresia, ma l’eresia ha senso fin che esiste una chiesa. Fu Achille Occhetto alla fine a decidere di cambiare, caricandosi sulle spalle la responsabilità della svolta e salvando la sinistra italiana.
Per questo gli avete dato il benservito?
Fu costretto a dimettersi dopo la sconfitta elettorale del 1994 con una certa brutalità. Da lì inizia il momento di raffreddamento dei miei rapporti con D’Alema.
Sulla svolta di Occhetto, D’Alema con chi stava?
Era il più dubbioso: altri come me erano più convinti della trasformazione in senso europeo del partito.
È una critica all’ex compagno?
Massimo ha grandi meriti: fu tra gli edificatori dell’Ulivo, ma anche colui che lo liquidò. Era una grande idea di coalizione: una grande sinistra in un grande Ulivo. Questo è il progetto in cui ho creduto. Ma adesso non ci sono più né l’Ulivo né la sinistra.
Lei magnifica l’Ulivo, ma dimentica di parlare di Romano Prodi e del suo governo.
Ci arrivo. Con il governo Prodi si sono commessi errori, ma ciò che mi colpisce della campagna elettorale di Walter è la mancata assunzione di responsabilità nei confronti dell’esecutivo e degli sbagli commessi.
Beh, Veltroni non c’era, faceva il sindaco di Roma.
Ma io c’ero e c’erano molti di quelli che ora stanno nel Pd. Su 25 ministri, 18 fanno parte del Partito democratico: il presidente del Consiglio, i due vicepresidenti, alcuni dei ministri più importanti. Non si può dire allora che le cose sono andate male per colpa dei partiti minori. Ma chi ha impedito al governo di intervenire a favore dei salari? I piccoli partiti o quelli maggiori?
Il leader del Pd accusa alcuni ministri di essere andati in piazza contro il governo.
Sì, ma non eravamo noi. Al Family day, contro una legge del governo, i Dico, c’erano Giuseppe Fioroni, che sta nel Pd, e Clemente Mastella. E contro l’indulto c’era Antonio Di Pietro, che ora è alleato del Pd.
Veltroni vi ha messo nel mirino?
Scarica su di noi perché è la cosa più facile. Ora sento che promette di ridurre l’Irpef, di dare soldi ai precari, case popolari, asili nido e perfino 2.500 euro per figlio. Mi domando: ma se a maggio si potrà fare tutto ciò nonostante la recessione internazionale, perché non lo si è fatto con l’ultima Finanziaria? Perché invece di far scendere il deficit all’1,9 non ci si è fermati al 2,4, com’era previsto nel pieno rispetto dei parametri europei? Lo sa quanto vale lo 0,5 del deficit? Otto miliardi di euro. Lo sa cosa si sarebbe potuto fare con 8 miliardi di euro?
Scusi, ma anche lei parla ora. Perché non l’ha detto quando era al governo?
Io ho minacciato due volte le dimissioni perché volevano tagliare i soldi alla ricerca. A parole volevano finanziare l’università, gli studi e l’innovazione, ma se fosse stato per loro non avremmo neppure confermato i fondi già bassi stanziati da Letizia Moratti col governo Berlusconi. E quando minacciavo di dimettermi non ho mai trovato al mio fianco i ministri del Pd.
Con i suoi ex compagni ha proprio il dente avvelenato.
Diciamo che i rapporti si sono raffreddati. Sono lontani i tempi in cui D’Alema, Veltroni e Fassino regalarono a Mussi un riproduttore di cd Bang & Olufsen per il suo compleanno. Ormai è un’altra musica.

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