
La polizia tedesca ha pubblicato oggi su internet (clicca qui per vedere) le prime immagini, tratte da una telecamera a circuito chiuso, nelle quali compaiono due ombre che potrebbero essere gli autori del massacro di Ferragosto, in Germania, in cui sono rimaste uccise sei persone in una vendetta tra cosche della ‘ndrangheta.
Dopo aver tempestivamente reso noto l’identikit del presunto autista dei killer che sono entrati in azione il 15 agosto scorso, la polizia tedesca fa quindi un altro passo avanti nelle indagini sulla strage di Duisburg. E pur rammaricandosi che le immagini siano di qualità piuttosto scadente, gli investigatori sperano comunque che i quattro secondi della sequenza possano servire a qualcuno per riconoscere una scena già vista. Nel video si vedono due persone che attraversano di corsa una stazione di rifornimento, nella Danziger Strasse, nei pressi del ristorante “da Bruno” davanti al quale è avvenuta la strage. I due sospetti killer sono armati, come lascia supporre - secondo gli inquirenti - l’angolazione delle loro braccia.
Per il resto delle riprese delle telecamere di sorveglianza nella zona intorno al ristorante, la polizia ammette che, nonostante tutti gli sforzi per renderle più intelligibili, tuttavia non è stato possibile trarne maggiori particolari.
La breve sequenza mostrata sul web, sul sito della polizia di Duisburg, è tutto quello che è stato possibile trovare di utile. A maggior ragione, secondo un portavoce, è indispensabile che vadano a deporre due ciclisti, uno o entrambi potrebbero essere una donna, visti passare in quella zona poco prima della sparatoria.

“Questi sei morti ne chiamano almeno sette”. Salvatore Boemi non è tipo che si nasconda dietro le parole. E quando si parla di ‘ndrangheta poche persone in Italia ne sanno più di lui. Coordinatore della Direzione distrettuale Antimafia di Reggio ha una lunga storia di lotta ai clan in Calabria, che proprio per questo gli hanno recapitato più d’una volta minacce di morte. Commenta con Panorama.it la strage di Duisburg e descrive gli scenari, drammatici, che si aprono adesso. Per la Calabria e non solo.
Si poteva immaginare un’azione tanto feroce della ‘ndrangheta, per di più all’estero?
Quando ho ripreso servizio alla Dda, alcuni mesi fa, leggendo le carte che mi sono state messe a disposizione, l’omicidio di Maria Strangio a Natale mi è saltato subito agli occhi. L’uccisione di una donna o di un bambino sono capaci di suscitare un odio supplementare anche nella faida più violenta e determinano la necessità di una risposta ancor più eclatante. Per questo mi sono permesso di consigliare ai carabinieri, che sono gli unici a operare sul campo nella zona di San Luca, di avviare attività ancor più intense e particolari.
Ma proprio per questo, la vendetta è scattata all’estero.
Quello che è accaduto non è casuale. Agire in Europa, e anche farlo a Ferragosto, quando i politici sono in vacanza e i media danno ancora più risalto alla strage, è una decisione presa con lucidità per creare un effetto traumatico, per dare un segnale forte: per questa, che tra le mafie è la più tradizionale, era quasi un obbligo morale rispondere con un pluriomicidio che avesse la sua chiara firma.
Che succederà ora?
Questi sei morti, ne chiamano sette. E’ una faida aperta su cui è difficile intervenire. I clan ionici sono refrattari a qualsiasi tipo di accomodamento. A Reggio Calabria c’è una sorta di pax mafiosa proprio perché l’hanno decisa i sanlucoti e i sinopolesi: sono le famiglie della grande montagna che si impongono in città. Ma nel loro territorio la regola della faida prevale.
Non c’è quindi un padrino che possa imporre la tregua?
Nel sistema federalista della ‘ndrangheta, la vendetta e la ritorsione sono una delle prime norme previste dal codice mafioso. Nessuno oserà suggerire di abbassare il livello dello scontro anche se, certo, questa mattanza, e l’esplosione del caso ‘ndrangheta in tutto il mondo, darà fastidio a qualcuno.
Ad esempio?
Alla mafia bianca, quella che condiziona l’economia e preferisce che i fenomeni criminali restino nell’ombra. Non escludo che si vendano qualcuno, per placare le acque. Ma poi la faida continuerà. Sa cosa è agghiacciante?
Cosa?
Per anni, l’antimafia calabrese ha pontificato che ormai la ‘ndrangheta avesse un impero economico da tutelare e che perciò fosse cambiata che non aveva interesse a delinquere in modo evidente. La strage di Duisburg è una batosta per questa interpretazione. I boss di queste parti continuano ad ammazzarsi anche con il coltello. E non c’è nessun padrino in grado di dire ai clan ionici “State al posto vostro”.
Dunque, con San Luca presidiato e gli uomini del paese lontani dalle loro case, la vendetta potrà colpire ovunque.
C’è un problema di ordine pubblico. Non siamo in grado di garantirlo in Calabria, figuriamoci in Italia o nel resto d’Europa. I killer però non sbagliano: sparano al momento giusto (anche in Germania hanno colpito tutte persone che c’entravano qualcosa) e evitano di entrare in conflitto con i siciliani o i napoletani.
Si può sperare nel cedimento di qualche componente di queste famiglie devastate, di una madre che vuole fermare il destino di morte dei suoi figli?
Non in quello che io chiamo il triangolo della morte: tra San Luca, Platì, Natile di Careri dove c’è il gotha della mafia ionica. Lì non parla nessuno, non ci sono cedimenti, non abbiamo mai avuto nessuna forma di collaborazione con la giustizia.
Davvero tutto questo nasce da un lancio di uova a Carnevale degenerato in rissa?
Lo scontro non è direttamente legato a un fatto economico, ma non c’è dubbio che nasconda una gara conquistare il maggior prestigio sul campo. Questa violenza è funzionale ai boss che vogliono imporsi sul potere politico locale. D’ora in poi, quando vorranno infiltrarsi in qualche business potranno sfoggiare il biglietto da visita con su scritto “noi siamo quelli di Duisburg”.
E lo Stato non potrà fare nulla?
Adesso si stanno muovendo tutti, tutto il mondo si è accorto della ‘ndrangheta. Ma per ora generano più confusione che altro. Comunque, io sono qua ancora sei mesi: qualcosa di sicuro, vedrete che la faremo. Basta che poi non ci ritirano fuori le scarcerazioni facili e il garantismo…
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San Luca, quattro mila anime tormentate dalla guerra di ‘ndrangheta. Una manciata di cognomi che ricorrono e dividono. Strangio innanzitutto.
Come Sebastiano Strangio, latitante fino al 28 ottobre 2005 quando un’operazione internazionale di polizia ha permesso di catturarlo ad Amsterdam: era considerato uno dei più importanti narcotrafficanti delle cosche calabresi. O come don Pino Strangio, il parroco del paese della locride. O come nel municipio di San Luca: sindaco Giuseppe Mammoliti, vicesindaco, Salvatore Strangio. E poi tra assessori e consiglieri comunali tre Alvaro (proprio come lo scrittore e giornalista Corrado Alvaro che era nato qui), tre Trimboli, due Romeo.
Secondo il censimento Istat ci sono 1242 famiglie, ma per chi si occupa di cronache locali sono solo due: Nirta-Strangio e Pelle-Romeo-Vottari. Cognomi che sono sinonimo di clan contrapposti, anche se non sempre quanto registrato all’anagrafe corrisponde alla rete delle affiliazioni mafiose. Dall’elenco telefonico di San Luca risultano 35 Strangio e 20 Nirta. Uomini per bene e piccoli e grandi boss. Donne che hanno visto uccidere i propri fratelli, i mariti, i figli. O che sono state ammazzate con ferocia.
Tutto iniziò nel febbraio 1991 con lo scoppio di mortaretti, in occasione dei festeggiamenti del Carnevale. Qualcuno replicò con il lancio di uova. E il rispondere alzando sempre il livello divenne la condanna a morte della comunità. Scoppiò una rissa e il giorno di San Valentino scattò il primo agguato contro i componenti della famiglia Nirta-Strangio: due morti e due feriti. Da allora intimidazioni, omicidi e tentati omicidi che si trascinarono fino al 2000. Da quell’anno la faida aveva registrato una lunga pausa, forse anche perché i boss che da San Luca avevano fatto il salto di qualità e dirigevano traffici di droga in ogni parte del mondo non volevano veder concentrata l’attenzione di polizia e carabinieri proprio in casa loro.
Ma la tregua si è interrotta nel 2006, con l’omicidio, il giorno di Natale, di Maria Strangio. Era la moglie di Giovanni Luca Nirta, scarcerato appena 4 giorni prima: nella sparatoria l’uomo era rimasto illeso, ma erano stati feriti il nipote di cinque anni e il fratello Francesco. Nirta non partecipò neanche ai funerali della moglie preferendo allontanarsi da casa per sfuggire ai killer. Non sbagliò, visto che la cerimonia fu piuttosto movimentata. Al cimitero c’erano uomini armati che non hanno esitato a sparare contro la polizia che voleva identificarli. Manco a dirlo, si chiamava Giovanni Strangio l’uomo fermato in quell’occasione.
Una cosa fu immediatamente chiara a tutti, sanlucoti, magistrati, investigatori: l’uccisione di una donna in un giorno di festa era una provocazione che non poteva cadere nel vuoto. Da quel giorno la faida ha registrato altri cinque omicidi e sei tentati omicidi. L’ultimo il 3 agosto scorso, con l’agguato contro Antonio Giorgi, ucciso a colpi di fucile mentre si trovava in un terreno di sua proprietà. A San Luca carabinieri e polizia hanno aumentato le misure di sicurezza, stretto la vigilanza.
Ma , forse proprio perché in Calabria adesso sarebbe stato più difficile colpire, l’ennesimo atto di quella lotta per l’annientamento fratricida è andato in scena a Duisburg.
Secondo la polizia di Reggio Calabria, i sei uomini assassinati in Germania sono da considerarsi vicini al clan Pelle-Vottari-Romeo. E non deve trarre in errore il nome del gestore del ristorante Da Bruno, dove è avvenuta la mattanza, una delle vittime: Sebastiano Strangio. Quando si tratta di rispondere colpo su colpo nella faida senza fine, le lontane parentele o le omonimie non contano più.
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