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Cambiare si può: dieci idee per far ripartire l’Italia

Un bambino e il tricolore

1. Meno tasse, ovvio
Sconto fiscale su stipendi e pensioni, utili reinvestiti, interessi passivi, acquisto di beni durevoli, investimenti ecologici, studi di settore… Sono davvero molti a pensare che sia necessaria una sforbiciata alle tasse per rilanciare i consumi e l’attività delle imprese. Le ricette non sono sempre uguali, ma hanno un punto in comune: gli interventi adottati dal governo vanno bene, però tutti chiedono che si faccia di più.
Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, ha già indicato in un suo intervento di dicembre la necessità di detassare “salari e stipendi, a cominciare dalle fasce più basse di reddito”. Su questo piano sono i sindacati confederali a puntare. Cgil, Cisl e Uil continuano a ritenere necessaria una più consistente e duratura riduzione delle tasse su dipendenti e pensionati.
Certo, la dimensione degli interventi pone il problema dei conti pubblici: al minimo, si va da 6 a 10 miliardi di euro. Senza contare che, dal punto di vista fiscale, bisognerebbe aggiungere a questa spesa il costo dei suggerimenti che le imprese ritengono decisivi per il rilancio.
La Confartigianato ha già messo nel carniere il pagamento dell’iva al momento dell’effettivo incasso, deciso dal governo. Dice Cesare Fumagalli, segretario dell’organizzazione: “Il differimento dei pagamenti in questa fase potrebbe rivelarsi decisivo per far respirare le aziende”. Continua a puntare alla possibilità di rendere deducibili al cento per cento gli interessi passivi delle società (il governo ha fatto un intervento attraverso l’Irap) e al varo di un credito di imposta di 5 mila euro l’anno, per tre anni, a fronte di investimenti per l’energia pulita. Ma soprattutto per la Confartigianato è diventata decisiva la tempestività dei pagamenti da parte della pubblica amministrazione, un modo per evitare che le aziende fornitrici si trovino in difficoltà, pur essendo sane e con crediti da riscuotere.
La stessa Confcommercio, oltre alla completa deducibilità degli interessi passivi, ha avanzato alcune ipotesi: detassazione degli utili reinvestiti per favorire gli investimenti con capitale proprio; deducibilità delle somme spese per acquistare beni di consumo durevole; ma soprattutto revisione degli studi di settore per calibrarli meglio alla luce della crisi. (Roberto Seghetti)

2. Bond e opere
“Il cavallo non beve, ma l’acqua non manca” scherza Mario Ciaccia, amministratore della Banca delle infrastrutture, innovazione e sviluppo del gruppo Intesa Sanpaolo, uno dei massimi conoscitori dell’universo grandi opere. Una metafora per sintetizzare un paradosso: non è del tutto vero che non ci sono i soldi per i grandi progetti (ferrovie, strade, centrali, porti). Fino a oggi sono mancati coraggio politico e lungimiranza strategica per farli saltare fuori. Forse è arrivato il momento giusto. Con la recessione alle porte, se non ora, quando puntare sul rilancio delle infrastrutture per ridare fiato al Paese, recuperare il terreno perso facendosi trovare pronti quando l’economia ripartirà?
Se si guardasse alla faccenda con l’occhio fisso sullo specchietto retrovisore, i motivi per essere speranzosi sarebbero veramente pochi. Gli stanziamenti annuali in Italia sono assai distanti da quei 60 miliardi di euro ritenuti dagli esperti la soglia minima necessaria. Nella Legge finanziaria 2009, per esempio, non veniva rifinanziata neppure la cosiddetta Legge obiettivo e venivano addirittura tagliati gli investimenti ordinari alle Ferrovie (un miliardo circa) e all’Anas (300 milioni), mentre, come informa il presidente dei costruttori, Paolo Buzzetti, i comuni hanno smesso di pagare le aziende per non sforare il patto di stabilità interno. Nel frattempo in 4 anni sono stati spesi a pioggia 163 miliardi per opere del Genio civile, di cui meno della metà per nuove realizzazioni.
Un po’ di soldi (15 miliardi) il governo li ha recuperati grazie all’accordo recente con la Bei (Banca europea per gli investimenti) e altri 16 provengono dalla rimodulazione del piano infrastrutture. Ma forse è arrivato il momento di vendere sul serio parte del patrimonio pubblico da cui sono recuperabili almeno 100 miliardi di euro.
Nello stesso tempo è opportuno dare una scossa alla Cassa depositi e prestiti finora prodiga di impieghi con gli enti locali (78 miliardi nei primi 6 mesi 2008) ma assai lenta nel finanziamento di opere pubbliche (1,4 miliardi). Senza tralasciare l’idea, avanzata da Buzzetti, di un bond per le infrastrutture garantito dallo Stato come un Bot.
(Daniele Martini)

3. Puntare sul verde
Il presidente eletto americano ne è convinto: investire sulle energie rinnovabili è un affare. Per questo Barack Obama ha annunciato che intende varare un piano decennale da 150 miliardi di dollari nell’eolico, nel solare e nei biocarburanti, prendendo tre piccioni con una fava: inquinare meno, ridurre la dipendenza energetica e creare un volano per l’economia che genererà, si stima, 5 milioni di posti di lavoro.
Si può fare altrettanto in Italia? In misura ridotta sì, e senza gravare sulla finanza pubblica. La fonte di energia rinnovabile più efficiente e con maggiore spazio di crescita è quella eolica. Oggi in Italia i generatori a vento hanno una potenza pari a quasi 3 mila megawatt e coprono appena il 2 per cento del fabbisogno nazionale di elettricità. Uno studio dell’Associazione nazionale energia del vento (Anev) mostra che entro il 2020 sarebbe possibile passare a 16 mila megawatt installati, coprendo così dal 7 al 9 per cento del fabbisogno. I mulini salirebbero dagli attuali 3.500 a circa 10 mila, limitando al minimo possibile, ritengono all’Anev, l’impatto sul paesaggio.
Questo sviluppo sarà finanziato dai certificati che devono comprare le aziende più inquinanti, quindi senza prendere un euro dallo Stato. “In più” sottolinea Simone Togni, segretario generale dell’Anev, “una ricerca condotta con la Uil (presentata il 28 novembre) mostra che i posti di lavoro nel settore passerebbero da 13 mila a 66 mila e, parallelamente, verrebbe stimolato lo sviluppo di nuove aziende. Quello che chiediamo al governo è di rendere più semplici le procedure, come già stabilito dalla legge”.
Altro fronte su cui puntare è l’efficienza energetica: un rapporto curato dal Politecnico di Milano per Greenpeace indica che in Italia esiste un potenziale di risparmio ottenibile entro il 2020 superiore al 20 per cento fissato dal pacchetto clima europeo. Questa efficienza si può ottenere migliorando le tecnologie usate attualmente nelle case, negli uffici e nelle industrie (motori elettrici, sistemi di condizionamento dell’aria, elettrodomestici, illuminazione…). Basti pensare che un frigorifero comprato ora consuma un terzo rispetto a quelli degli anni 90. Ma il bello è che, oltre a tagliare 50 milioni di tonnellate di CO2, una maggiore efficienza energetica creerebbe in Italia, secondo il Politecnico, 60 mila posti di lavoro in 14 anni. Al di là delle polemiche con Bruxelles sugli oneri del pacchetto clima, investire sull’ambiente rappresenta un’opportunità che non va persa.
(Guido Fontanelli)

Impianto eolico

4. Più concorrenza
Con la brutta aria che tira sull’economia parlare di liberalizzazioni non è molto di moda. Peccato, perché eliminare gli ostacoli che limitano la concorrenza costa poco (in certi casi nulla) e produce ricchezza. In due modi: da una parte abbassa i prezzi e quindi lascia qualcosa in più nelle tasche dei consumatori, che non è male; dall’altra crea nuove opportunità di lavoro.
Certo, non tutte le liberalizzazioni hanno rispettato le attese. Quella delle assicurazioni, per esempio, è stata un mezzo flop. Una che gli esperti di Altroconsumo considerano invece riuscita è quella dei medicinali: una recente inchiesta condotta da questa associazione di consumatori su 60 prodotti senza ricetta in 102 punti vendita ha mostrato che nelle farmacie si risparmia il 3,7 per cento rispetto al 2007, nelle parafarmacie l’11,4 e negli ipermercati il 20,9. E in più sono stati assunti nuovi giovani farmacisti.
C’è un ampio consenso sugli effetti benefici che avrebbe un analogo intervento sulla vendita dei carburanti, mercato nel quale ancora oggi, per una serie di norme regionali, aprire un nuovo distributore è difficile quasi quanto trovare un giacimento di petrolio. Nella segnalazione al governo e al Parlamento del 9 giugno scorso, il presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà sottolineava che “le rigidità e le inefficienze della struttura distributiva incidono sul costo finale dei carburanti, con effetti che interessano l’intero sistema economico”.
L’autorità che vigila sulla concorrenza indica altri settori che vanno liberalizzati: la distribuzione del gas, il sistema ferroviario (le Ferrovie oggi offrono il servizio, gestiscono la rete e in alcuni casi regolano il mercato), i servizi pubblici locali (la cui riforma sembra finita nel cassetto), gli orari di apertura dei negozi, le assicurazioni, le professioni, dove i codici deontologici continuano a boicottare ogni tentativo di modernizzazione.
Il premio in palio è notevole: le liberalizzazioni, a regime, potrebbero provocare secondo uno studio della Prometeia una riduzione del livello dei prezzi al consumo dell’1,7 per cento e soprattutto un aumento del pil sempre dell’1,7 per cento. In tempi di vacche magre sarebbe una manna. Il ministro Giulio Tremonti dovrebbe insistere su questa strada.
(G.F.)

5. Una sola polizia
Gli investimenti dall’estero in Italia rappresentano in media l’1,13 per cento del pil. Ma nel Mezzogiorno questa percentuale crolla allo 0,05 per cento: meno di un ventesimo. Un divario in parte causato dalla criminalità. Che non arretra, anzi per la mafia la crisi economica sta trasformandosi in un affare. Decapitata da una dura offensiva giudiziaria, Cosa nostra approfitta però del momento per costruire un mercato del credito parallelo, usando la liquidità accumulata anche grazie a una ripresa massiccia delle estorsioni. È un salto di qualità pericoloso: dalla riscossione delle tangenti sugli appalti al cofinanziamento delle opere. È l’allarme dell’economista Mario Centorrino, attento studioso dell’economia criminale nel Mezzogiorno.
Come reagire? “Si possono attuare, prima di tutto, misure a costo zero, come l’anagrafe dei conti correnti, che consentirebbe di monitorare gli spostamenti di denaro sospetti. E bisognerebbe soprattutto rendere ancora più efficace l’aggressione ai patrimoni mafiosi. Per esempio consentendo di unificare indagini personali e indagini patrimoniali, che oggi procedono separatamente”. Sui nuovi settori d’investimento criminale, sostiene Centorrino, è necessario un accurato lavoro d’indagine: “Penso a una commissione parlamentare ad alto livello che indaghi settori opachi come la sanità, il traffico di rifiuti, le imprese di pulizia, la grande distribuzione, perfino il fiorire di alberghi di lusso in contesti di assoluto degrado”. Con una premessa, però: “Nella lotta alla mafia, il soggetto che più pare mancare è la politica. Finché resterà il convitato di pietra, è difficile cambiare davvero le cose”.
E sul fronte della criminalità comune? “Bisogna cambiare la filosofia degli interventi” suggerisce il criminologo Ernesto Savona. “Finora si è data la caccia ai delinquenti. Dobbiamo, invece, imparare a individuare i luoghi che producono criminalità. Per dirla con uno slogan: dobbiamo inseguire i luoghi, non le persone. Pochi luoghi producono molta criminalità”. Un punto sul quale intervenire è il numero delle forze dell’ordine. “Abbiamo un terzo di poliziotti in più rispetto alla media europea” ricorda Savona. “Dobbiamo averne meno, unificando per esempio polizia e carabinieri, pagarli meglio, renderli più professionali. Insomma, spendere meno soldi per la sicurezza, ma in maniera più virtuosa”.
(Bianca Stancanelli)

6. Costruire l’immagine
Per la prima volta, dopo stagioni di sostanziale stallo, gli indici del turismo in Italia sono in rosso: -11,9 per cento di spesa da parte dei visitatori, -16,5 per cento gli arrivi. A dirlo è il sottosegretario Michela Vittoria Brambilla, impegnata a rilanciare un settore che vale l’11,4 per cento del pil e impiega 2,8 milioni di persone. “E nonostante questo il budget a disposizione del turismo continua a ridursi”. La causa della flessione, tuttavia, non sta solo nella mancanza di investimenti da parte dello Stato ma anche “nell’incapacità dell’Italia di creare prodotti turistici, che sono cosa diversa dai contenuti di cui, invece, il Paese è ricco”. A sostenerlo è Joseph Ejarque, che ha contribuito a inventare, se così si può dire, il “prodotto” Barcellona, così come la Catalogna e Torino. Forte della sua esperienza in Spagna (paese che in alcuni periodi ci supera nella classifica dei più visitati al mondo), Ejarque suggerisce una ricetta per l’Italia: “Non si devono vendere mete ma esperienze. Il turista di oggi non sa dove vuole andare ma ha chiaro cosa vuole fare: sciare, mangiare bene, cercare l’avventura, visitare musei… Le offerte vanno incanalate secondo criteri motivazionali, non geografici: dovremmo dire sciate in Italia invece di scopri Madonna di Campiglio” raccomanda Ejarque. Il quale sottolinea la necessità di istituire, come in Francia e in Spagna, standard di qualità nazionali, fondamentali per un turista che è sempre più fai da te (il 60 per cento).
Convinto che il visitatore sia un borsellino promettente, Ejarque invita a investire massicciamente in attività di marketing: “Nel 2008 il 42 per cento di chi ha cercato informazioni turistiche online ha visitato siti italiani. Solo il 13 per cento però ha prenotato: 9 milioni di potenziali consumatori sono andati persi a vantaggio di Spagna e Grecia, più appetibili nelle offerte e nelle presentazioni su internet”. Attenzione all’immagine: proprio da qui è partito Matteo Marzotto nella sua attività di presidente dell’Enit (agenzia nazionale del turismo). “Nonostante i pesanti tagli, stiamo lavorando a una campagna per promuovere l’Italia nel mondo con testimonial di grande appeal. Il marchio Italia deve essere sexy” teorizza Marzotto, convinto della necessità di promuovere il Paese e non le regioni. “È ridicolo comunicare all’estero 22 realtà che nessuno conosce. Se andiamo avanti sparpagliati, tra un po’ si dimenticheranno persino dell’Italia”.
(Lucia Scajola)

Una ricercatrice

7. Ricerca in grande
L’Italia ha un grande problema: le imprese non investono in ricerca. Che fare? Intanto, prendere atto delle cause. Una è la carenza di grandi imprese private, così che la domanda di ricerca è scarsa. Come suggerisce Ugo Arrigo, docente di economia pubblica a Milano Bicocca, bisogna quindi “puntare su una politica industriale che integri le nostre imprese con quelle europee”. A quel punto aumenterà anche la domanda di ricerca italiana.
Qualche esempio: “Il settore dell’industria navale, rappresentato dalla Fincantieri, costituisce un’opportunità di sviluppo e lo Stato dovrebbe aumentare il capitale sociale con l’acquisizione di risorse esterne attraverso una parziale privatizzazione. Questa operazione è stata in passato impedita dai sindacati. L’aggregazione con l’industria navale norvegese avrebbe per esempio aiutato la Fincantieri nella competizione con Corea e Giappone e creato opportunità per la ricerca” aggiunge Arrigo.
Inoltre la nostra specializzazione produttiva è a bassa conoscenza aggiunta. Occorre quindi passare sempre di più alla produzione di beni ad alta tecnologia che hanno una domanda superiore e un valore aggiunto del 20-30 per cento più alto. Per molti settori ci sono poche speranze, tuttavia quello dell’energia è un’opportunità. “Negli ultimi anni sono sorte molte imprese capaci di produrre tecnologie innovative” ricorda Massimo Beccarello, docente di economia industriale a Milano Bicocca. Dobbiamo “semplificare i processi autorizzativi a livello locale e rendere più rapidi i decreti attuativi”.
Più di tutto l’Italia chiede, come dice Antonio Martino, docente di economia alla Luiss, “più concorrenza, meritocrazia e libertà di scelta. A partire dalle università”. Come? “Legando i finanziamenti ai risultati con valutazioni ex post”. Per esempio, un rettore riceverà finanziamenti solo in funzione della produzione scientifica dei docenti che ha reclutato, così che avrà interesse a favorire i più bravi e non gli amici. Anche la defiscalizzazione delle donazioni e il credito di imposta per una quota significativa del carico fiscale alle imprese possono essere utili strumenti per il rilancio.
(Luca Sciortino)

8. All’Università copiare la Pirelli
Il sistema universitario può giocare un ruolo decisivo nella crescita del Paese, sopratutto in una fase di crisi globale. “Uno dei motori della competitività internazionale dell’Italia è l’innovazione. Per favorirla è necessario stabilire una collaborazione sempre più stretta tra i luoghi dove nasce, ovvero l’università e l’impresa” raccomanda Marco Tronchetti Provera, presidente della Pirelli e vicepresidente della Mediobanca. “Abbiamo sottoscritto un accordo con il Politecnico di Torino, che ci aiuterà a dare vita alla nostra fabbrica di pneumatici più innovativa del mondo”. All’Università di Milano i manager Pirelli insegnano finanza aziendale. I dottorandi possono fare ricerca usando i laboratori di una delle imprese più efficienti d’Italia. Una collaborazione che però si limita ancora a pochi, fortunati casi.
Con le misure finite nel mirino di docenti e studenti, la Finanziaria ha stabilito tra l’altro che le università avranno la possibilità di trasformarsi in fondazioni di diritto privato. “È fondamentale che la gestione accademica sia separata da quella amministrativa. Soltanto così saremo sicuri che i corsi di laurea saranno istituiti in base alle esigenze degli studenti, non per favorire cordate di docenti” spiega Pier Luigi Celli, direttore generale della Luiss.
Secondo l’ultimo rapporto Ocse, l’Italia spende per la preparazione degli universitari 8.026 dollari annui, contro una media europea di 11.512. “L’università deve fare un bagno di realismo, valutare la spesa e utilizzare meglio i fondi disponibili. Abbiamo bisogno di più meritocrazia. Smettiamola di finanziare egualmente tutti gli atenei, premiamo i virtuosi e penalizziamo gli inadeguati” sottolinea Maurizio Beretta, direttore generale della Confindustria. Un sistema meritocratico da applicare all’università, ai docenti e anche agli studenti: “Se si istituissero delle borse di studio per i ragazzi meritevoli che frequentano le università disastrate, si darebbe vita a una mobilità studentesca che diminuirebbe il potere dei cosiddetti baroni” propone Roberto Perotti, docente di economia politica e autore del libro L’università truccata. Ma l’ultima parola spetta ai ragazzi.
Jacopo Silva, presidente dei Giovani di Confindustria di Padova, avanza un’idea: “Chi detiene il comando ha perso il contatto con la realtà, che è quella che gli studenti raccontano su internet. Segnalano i guasti e il malcostume, raccontano i difetti ma anche le eccellenze. È la voce vera della nuova generazione. Costruiamo un centro d’ascolto che ne tenga conto”.
(Karen Rubin)

bimbi

9. Fare più figli
Senza figli non c’è sviluppo. Per farli bisogna anche avere più asili. La domanda potenziale è di 1,6 milioni di posti-bambino dai 3 ai 29 mesi, quelli disponibili sono solo l’8,8 per cento. contro un obiettivo europeo del 33 nel 2010. Arrivare al 15 per cento, traguardo intermedio, vorrebbe dire circa 100 mila posti in più. “Non servirebbero grandi piani di costruzione, come mostrano esperimenti pilota” sostiene Giuseppe Roma, direttore generale del Censis. “Alcuni comuni hanno concesso immobili in disuso con cambi di destinazione d’uso facilitati, banche o fondazioni hanno messo a disposizione finanziamenti a tasso agevolato e le famiglie si sono riunite in cooperative per gestirle. Così sono nati 300 nuovi asili in tutt’Italia”. Altra idea è quella del buono per il terzo figlio o prestiti d’onore da restituire quando il ragazzo è grande, insieme a “bebè a tasse zero”, cioè con detraibilità fino ai suoi 3 anni delle principali spese, dalle tasse alle carrozzine. Sono misure possibili e utili, considerando che, secondo una ricerca del Censis, il 59,4 per cento degli italiani adduce redditi troppo bassi come motivazione per la riluttanza a far nascere figli.
“Bisogna decidere se le donne le vogliamo a casa o al lavoro” aggiunge Susanna Camusso, segretario confederale della Cgil. “In Lombardia si sta verificando un fenomeno che non succedeva da decenni, la diminuzione dell’occupazione femminile postmaternità”. La relazione della direzione regionale del lavoro illustra che dal 2006 al 2007 le dimissioni delle lavoratrici sono passate da 4.608 a 5.581, motivate quasi sempre dall’esigenza di accudire i figli, aggravate (nel 90 per cento dei casi) dalla mancata concessione del part-time. “Se davvero vogliamo che concilino lavoro e figli, la mia proposta è che si punti ai servizi, dagli asili all’assistenza degli anziani. Al contrario della politica dei bonus, creare servizi aumenta i posti di lavoro. E come dimostrano i paesi del Nord Europa, al crescere dell’occupazione aumenta la natalità”.
(Donatella Marino)

10. Tempi certi per la giustizia
Il conto l’ha fatto la Confartigianato: le lentezze della giustizia civile costano alle imprese 2,3 miliardi di euro. Rimedi? Natalino Irti, eminente civilista, avvocato, docente universitario e componente dell’Accademia dei Lincei, ne indica tre, da ottenere con leggi ordinarie. “Il primo consiste nell’obbligo di giocare a carte scoperte dall’inizio, fornendo argomenti e prove fin dall’atto che apre il processo. È un rimedio già applicato, ma che va rafforzato e irrigidito. Seconda misura da adottare: fissare intervalli perentori tra l’una e l’altra udienza e stabilire termini inviolabili per il deposito di provvedimenti del giudice. L’idea è sostituire, alla durata arbitraria del procedimento, una durata predefinita dalla legge. Terzo rimedio: estendere al giudizio d’appello quel vaglio di ammissibilità che è stato introdotto per il ricorso alla Cassazione. Se il giudice reputa l’appello infondato, non si procede oltre. E va anche prevista una responsabilità per infondatezza dell’impugnazione che determini non solo la condanna alle spese, ma pure una sanzione pecuniaria in favore dello Stato, perché il processo è stato utilizzato vanamente”.
Anche il costituzionalista Giovanni Pitruzzella, avvocato e docente universitario, è convinto che, contro il disastro della giustizia civile, sia possibile intervenire efficacemente con meccanismi semplici. “La prima correzione da fare è diminuire il numero delle cause civili, insistendo su meccanismi preventivi di conciliazione, peraltro previsti nel disegno di legge Alfano. Va previsto che, se le parti non aderiscono alla soluzione che è stata loro prospettata in sede di conciliazione e successivamente il giudice si orienta nella stessa direzione, vi sia una penalizzazione, per esempio al momento del calcolo delle spese. Parallelamente vanno adottate sanzioni per i riti temerari. Oggi la causa civile rappresenta a volte uno strumento di ricatto: si fa causa per premere sulla controparte, sapendo di poter contare sulla lunghezza del processo. Ultimo suggerimento: ridurre i termini previsti dal codice, per esempio nel caso della sospensione del processo. Capita che siano le parti a richiederla, ma bisognerebbe prevedere che vi sia una sola sospensione nel corso del procedimento e che abbia una durata limitata, non più di tre mesi. Altrimenti diventa un espediente dilatorio”.
(B.S.)

Le dritte di Altroconsumo: Spazzatura high-tech, che fare?


Di rifiuti non c’è solo la monnezza. Oggi più che mai è in aumento il carico di spazzatura legato al rapido ricambio degli elettrodomestici. Da quest’anno le carcasse di frigoriferi, lavatrici, computer e tutti gli apparecchi elettrici ed elettronici (comprese le lampadine) saranno destinate a nuova vita. Vecchi, rotti o sorpassati dalla rapida evoluzione tecnologica, i vecchi elettrodomestici non potranno più essere buttati in discarica, ma dovranno essere recuperati. Il provvedimento (qui il .pdf) a favore dell’ambiente, che impone una diversa gestione dei Raee (i rifiuti elettrici ed elettronici), allinea finalmente anche l’Italia alle norme previste tra i principali Paesi dell’Unione europea. L’intento è recuperare le materie preziose, come rame, zinco, alluminio, vetro e plastica, che l’usato elettronico restituisce a fine vita e che può essere ancora sfruttato.
Di nuovo c’è che la gestione della tecnospazzatura è passata dalle amministrazioni comunali ai produttori. Le aziende adesso si devono accollare il compito su tutto il territorio nazionale. I Raee possono essere depositati nelle apposite piazzole comunali (adesso gestite dai produttori) oppure possono essere consegnati direttamente nei punti vendita quando si acquista un nuovo prodotto. In questo caso, spetta al negoziante disfarsi dello scarto indesiderato, trasferendolo a spese proprie nei punti di raccolta. La legge permette ai produttori di rifarsi sui cittadini, che sono tenuti a pagare un ecocontributo su tutti gli acquisti high-tech.

Semplice? No. Altroconsumo ha verificato se i principali punti vendita della grande distribuzione a Milano si sono organizzati a fronteggiare le novità. Innanzitutto c’è poca informazione al pubblico. Sugli scaffali la separazione tra il prezzo dell’apparecchio e la minitassa ecologica è poco evidente. Ma gli stessi commessi sono poco informati. Alla domanda esplicita se potevamo consegnare lì il nostro usato in cambio di un apparecchio nuovo, il più delle volte ci siamo sentiti rispondere “ma noi non ritiriamo niente”.

Tutto tace anche per gli acquisti online.
Su dieci negozi via Internet esaminati solo due parlavano dell’ecocontributo e spiegavano che i prezzi indicati già lo comprendevano. Insomma, di organizzazione sembra essercene poca. Del resto l’inerzia del governo ha dato i suoi frutti. Il decreto “Mille proroghe” ha previsto uno slittamento dell’entrata in vigore dell’obbligo di ritiro dell’usato da parte dei venditori, che dovrebbe scattare 30 giorni dopo l’entrata in vigore di un apposito decreto attuativo, previsto per la fine di febbraio: quindi a fine marzo. Ma nella situazione attuale usare il condizionale è d’obbligo.


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Roma in bicicletta: il Comune investe in piste ciclabili. Le abbiamo provate per voi

Le rampe per far salire e scendere le biciclette o le carrozzine dai marciapiedi<br /> vengono spesso bloccate, non essendoci vigilanza né dissuasori. </p> <p>
Questo è un momento importante per la mobilità sostenibile in generale, ciclabile in particolare, di Roma. Ogni Municipio deve progettare la sua rete ciclabile locale ed entro dicembre tutta la rete cittadina dovrà essere approvata dal Consiglio Comunale, per essere realizzata nel triennio 2008/2010. Ma quello che si vede finora non lascia ben sperare.

L’investimento complessivo per la realizzazione di percorsi ciclo-pedonali si aggira sui 10 milioni di euro, di cui oltre 5 stanziati dall’assessorato all’ambiente per 43,5 km in corso di realizzazione, mentre altri 50 km sarebbero stati già progettati e finanziati con 3,3 milioni di euro. Inoltre l’assessorato alla mobilità ha stanziato 2 milioni di euro per la realizzazione della pista lungo Viale Palmiro Togliatti. Questi i numeri ufficiali snocciolati dall’Assessore all’ambiente e politiche agricole Dario Esposito, cui si aggiungono, come sottolinea il portavoce del Coordinamento Roma Ciclabile Maurizio Santoni, altri 2 milioni e 450 mila euro per collegare Roma al mare.
Nelle promesse dell’assessore Esposito “lo sviluppo di una rete urbana di piste ciclabili è una delle strategie strutturali su cui il Comune di Roma sta puntando per dare corpo, insieme al potenziamento del trasporto pubblico a basso impatto e alla realizzazione delle linee C e D della metropolitana, ad una mobilità alternativa e sostenibile. Utilizzare la bicicletta al posto dell’automobile, soprattutto nei tragitti brevi, consiste infatti nel mettere in pratica una concreta azione di contrasto a traffico e smog in città. Per questo motivo, negli ultimi anni è nata a Roma una rete ciclabile di oltre 150 km”.

Abbiamo provato sul campo due piste ciclabili romane: quella di Caracalla, nel primo Municipio, fa parte della “terza dorsale” della Cristoforo Colombo ed è appena stata inaugurata. Il “corridoio della mobilità” di Via Palmiro Togliatti (V Municipio), invece, è “in corso di realizzazione” dal 2005. Ecco che cosa abbiamo trovato.

LE PROVE SU PISTA: la Periferia: via PalmiroTogliatti e il Centro, tra Circo Massimo e Caracalla - La GALLERY

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Napoli, i rifiuti abbondano e puzzano. I politici si turano il naso

Le incredibili foto che testimoniano l'insostenibile emergenza rifiuti a Napoli.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]
La polemica sul Senato che lavora poco è di qualche settimana fa. Il problema dei rifiuti nel napoletano dura dal 1994 e in questi giorni è diventata, più che un’emergenza, uno scandalo davanti agli occhi del mondo.
Tra centrodestra e centrosinistra, nei banchi del Senato, per la XV Legislatura (cioè quella partita il 28 aprile 2006) siedono 30 eletti nella regione Campania e alcuni di un certo peso. Dai Ds Massimo Brutti e Massimo Villone, ai Dl Antonio Polito, Antonio Maccanico, al ministro Udeur Clemente Mastella. Nutrita anche la schiera del centrodestra: Giuseppe Pisanu, Franco Malvano, Lino Iannuzzi, di FI, Pasquale Viespoli, di An, e il transfuga Marco Follini.
Due soltanto invece gli interventi legislativi in materia di “monnezza” in circa 14 mesi di attività parlamentare. Frutto più dell’azione dell’esecutivo che del lavoro in Aula. La conferma viene sia dal motore di ricerca interno al Senato sugli Ultimi atti approvati, sia dal sito del Parlamento italiano, collegato a quelli di Camera e Senato, che riporta l’ Indice cronologico delle leggi approvate. Impostando una semplice ricerca con le parole chiave “emergenza rifiuti”, ne risultano due Decreti Legge governativi: quello del 9 ottobre 2006, convertito in legge nel dicembre dello stesso anno e quello dell’11 maggio scorso, con gli “Interventi straordinari per superare l’emergenza rifiuti nella regione Campania”, di cui non è ancora iniziato il dibattimento.
In compenso, cercando tra i disegni di legge in estenuante attesa di essere discussi a Palazzo Madama, si scopre che tra le 18 proposte (sull’istituzione del difensore civico per l’ambiente, sulle norme per l’approvazione del protocollo di Kyoto, sulla tutela delle popolazioni rom e sinti, ecc…) una sola c’entra il tema e chiede lo “scioglimento dei consigli comunali per mancato conseguimento degli obiettivi di raccolta differenziata dei rifiuti urbani”. Insomma, l’unica attività dei parlamentari pare sia quella di prorogare di anno in anno il decreto che dichiara lo stato di emergenza in Campania e nomina il commissario straordinario, che da ottobre 2006 è Guido Bertolaso, capo della Protezione civile (i cittadini possono “avvicinarlo” grazie al sito web dell’emergenza). Il Palazzo gli ha delegato il da farsi, lasciandolo spesso solo a lottare contro le resistenze di popolazioni e sindaci sul piede di guerra contro discariche e siti di smaltimento. Per risposta, il commissario in otto mesi ha minacciato almeno due volte di andarsene, facendo capire che lo stato di continua calamità dei rifiuti campani sembra diventato una storia infinita, oltre che maleodorante: l’immondizia che letteralmente ricopre Napoli è pari a 2.600 tonnellate.

Rifiuti: Napoli sommersa, la provincia protesta, Bertolaso promette

I rifiuti che letteralmente ricoprono Napoli sono diventati 2.600 tonnellat
“Napule è ‘na carta sporca e nisciuno se ne importa e ognuno aspetta a’ ciorta”.
Così cantava Pino Daniele nel ‘77. Lo sfogo del cantautore partenopeo, benché amaro, era comunque ottimistico: a 30 anni da quel testo, altro che ‘na carta. I rifiuti che letteralmente ricoprono Napoli sono diventati 2.600 tonnellate. Che ora, bruciano, di notte e di giorno per le strade.
Solo nella notte tra lunedì 21 e martedì 22 maggio sono stati circa 130 gli interventi dei vigili del fuoco in città e nella provincia e quasi il doppio le chiamate; un superlavoro che non è accennato a diminuire questa mattina con decine di segnalazioni. A Napoli l’Asia, l’azienda che si occupa della raccolta urbana, è riuscita a raccogliere e conferire agli impianti 1.400 tonnellate circa, sotto la media giornaliera del periodo, stoccando provvisoriamente in cassonetti scarrabili 300 tonnellate residue. “La situazione è un po’ migliorata nel centro di Napoli, ma continua ad essere grave in periferia” ha detto il sindaco Rossa Russo Jervolino.
In provincia, soprattutto lungo la fascia vesuviana, l’allarme igienico sanitario è alto, con segnalazione di topi e insetti; in molti comuni già da settimane i mercati all’aperto rionali erano stati sospesi, ed oggi il sindaco di Frattamaggiore Francesco Russo ha ribadito di voler firmare un’ordinanza che stabilisce la chiusura delle scuole per i 4mila quintali di immondizia sui marciapiedi del suo comune: “Troppi sono i rischi per la salute dei cittadini e, in qualità di responsabile della sanità pubblica, non potevo non adottare un provvedimento per tutelare gli alunni e quelli che lavorano nelle scuole”.
Bruciano i rifiuti nelle strade di Napoli. È allarme diossina nell'aria
Intanto, le proteste della popolazione contro le discariche non cessano. Manifestanti dei comitati spontanei di Terzigno, sito nel napoletano scelto dal decreto governativo per ospitarne una, hanno bloccato per due ore i treni della Circumvesuviana all’altezza della stazione nel comune vesuviano.
Il capo della Protezione civile Guido Bertolaso, appena riconfermato dal governo commissario straordinario per l’emergenza rifiuti, ha annunciato un piano discariche che dovrebbe ricalcare il decreto del Consiglio dei ministri in cui sono indicati quattro siti per altrettante discariche, una in ogni provincia. Dietro le dimissioni respinte, il braccio di ferro sul via libera all’ordinanza che spostava una discarica dal sito di Valle Masseria, in difesa del quale gli abitanti sono scesi in piazza, a quello di Macchia Soprana, sul quale i tecnici del commissariato avevano dato parere negativo. Venerdì, però, chiuderà la discarica di Villaricca, ed è corsa contro il tempo per allestire un nuovo sversatoio. Ma il commissario straordinario vuole procedere con ottimismo: “Sono qui perché sono convinto che si può affrontare la questione ed entro l’estate il problema si può risolvere”.
Chissà cosa canterebbe oggi Pino Daniele, nel suo concerto a Milano.

Ritorna la bella stagione. Dei rifiuti e delle proteste

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Blocchi sulle strade, sindaci incatenati alle ruspe, picchetti di protesta per bloccare i lavori per nuove discariche, con tanto di benedizione del vescovo (Monsignor Raffaele Nogaro a Caserta). L’unico robusto incremento nella sporca faccenda dei rifiuti in Campania (e in Sicilia) riguarda le proteste. Tante, vibranti e spettacolari. Al punto che l’emergenza ambientale è ormai questione di ordine pubblico. Prendiamo la Campania: 6 milioni di abitanti e 7.300 tonnellate di rifiuti ogni giorno. L’equivalente di 350 Tir. Eppure la soluzione ci sarebbe.

Secondo il direttore del progetto Nimby Forum, Alessandro Beulke, la ricetta è fatta di tre soli, fondamentali, ingredienti: “Più alfabetizzazione ambientale per i cittadini, maggiore disponibilità al dialogo e capacità comunicativa da parte delle istituzioni locali e nazionali, tecnologie all’avanguardia e procedure certificate delle aziende che lavorano nel ciclo dei rifiuti”. Il Forum, promosso da Aris, associazione non profit con l’obiettivo di avvicinare cittadini ed enti nella realizzazione di opere utili ma ostacolate da chi le vede sorgere nel proprio “cortile”, chiarisce: oggi non si può prescindere da termovalorizzatori e raccolta differenziata, come dimostrano i casi virtuosi di Francia e Germania, ma anche, senza varcare le Alpi, di Brescia. “In Campania invece” è l’amaro paradosso citato da Beulcke “i termovalorizzatori li bloccano come fossero ecomostri e i rifiuti li mandano in Germania dove, proprio grazie a questi impianti, li trasformano in energia. Guadagnandoci due volte”. Il perché è semplice “La legge Ronchi, tuttora in vigore, dice che un termovalorizzatore (un inceneritore di rifiuti in grado di generare calore e produrre energia elettrica), per assolvere al suo compito dovrebbe non precedere, bensì seguire un accurato processo di raccolta differenziata. Ed è qui il guaio” spiega Beulcke: “La Sicilia, per esempio, in questo è molto scarsa, intorno al 5%”.

Ed è cominciata una nuova corsa contro il tempo. “In Campania è il momento peggiore, la situazione più difficile e drammatica di questi ultimi 14 anni di amministrazione straordinaria” è costretto ad ammettere Guido Bertolaso, commissario per l’emergenza rifiuti dall’ottobre 2006: “L’unica discarica ufficiale sarà satura tra alcune settimane, e l’inceneritore costruito ad Acerra funzionerà da ottobre. Per il secondo inceneritore previsto, i lavori non sono cominciati. Dei dodici siti di smaltimento già progettati, uno solo funziona. Inoltre, gli otto centri di smaltimento esistenti sono in attesa di una ristrutturazione completa, in quanto progettati in maniera errata” ha detto Bertolaso.

Siciliani e campani chiedono una politica ambientale di smaltimento rifiuti più attenta alla salute delle persone, lamentando (leggi il caso della discarica di Basso dell’Olmo) di aver già patito conseguenze durissime per le discariche abusive, e non solo, nel loro territorio. “Sono aumentati i casi di tumore rispetto alla media nazionale e di malattie del sistema immunitario” sostengono al Comitato allarme rifiuti campano. Ribattono i Verdi di Caserta: “Si possono contrarre infezioni anche per la presenza dei rifiuti per le strade”. Per uscire dall’impasse, i comitati di protesta campani, sostenuti dal sacerdote pacifista e barricadero, Alex Zanotelli e dalle Assise per la città di Napoli e del Mezzogiorno, hanno rivolto un appello niente meno che alla Commissione Europea per disincentivare la realizzazione di termovalorizzatori, considerati ad alto potere inquinante. Uno di questi impianti dovrebbe sorgere, infatti, nei pressi di un’oasi protetta del Wwf, a Serre, nel parco naturale del Cilento, a sud della regione, da cui vengono molti prodotti alimentari Dop campani. L’altro sito dovrebbe sorgere nell’area di “Lo Uttaro”, nel casertano, progettata a solo 1 km da un ospedale in costruzione.
Proteste e appelli anche in Sicilia dove dovrebbero sorgere 4 termovalorizzatori pronti a mandare in fumo l’immondizia di casa propria e, forse, anche quella campana.

Senza contare gli ostacoli dovuti agli interessi delle ecomafie. Nella relazione sull’emergenza rifiuti redatta dalla Corte dei Conti si denunciano le irregolarità negli appalti per lo smaltimento assegnati anche a imprese indagate per mafia, il mancato rispetto e continue deroghe alla normativa europea e nazionale, e persino procedure non trasparenti nella scelta del personale che lavora al commissariato per l’emergenza rifiuti. Ora, un disegno di legge promette in soli 5 articoli di risolvere il problema, multe di 60 mila euro e fino a dieci anni di reclusione per chi commette reati ambientali, tra cui la frode, il danno, il disastro ambientale ed il traffico illecito di materiale radioattivo.
Già, ma la legge non basta a mettere fine all’allarme nelle due regioni martoriate dal problema rifiuti. Chi protesta chiede oggi l’approvazione di un nuovo piano che privilegi scelte meno inquinanti, come il riciclaggio e la raccolta differenziata ed una conferenza interregionale per non puntare tutto sulla termodistruzione. In fondo, anche Beulke è “d’accordo con chi, come Legambiente, dice sì alla termovalorizzazione sempre che sia un processo a valle di una corretta pianificazione della gestione dei rifiuti”.

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