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Il piano casa secondo Giulio: “Creiamo ricchezza a costo zero”

Giulio Tremonti, ministro dell’Economia

Giulio Tremonti, ministro dell’Economia

“Il presidente del Consiglio, illustrando il piano casa a una delegazione qualificata di piccoli e medi imprenditori invitata a Palazzo Chigi, prese in prestito, come spesso fa, un modo di dire diffuso in Francia: ‘Quand le bâtiment va, tout va‘. Quando si costruisce, tutto va bene. Uno dei nostri interlocutori, un dirigente, gli rispose: ‘Presidente, io non parlo il lombardo come lei, però mi sembra in effetti un’idea fantastica’”.Oggi Giulio Tremonti ci scherza su, eppure riconosce che portare a casa questo risultato, per il governo, non è stata una passeggiata: Leggi l’intervista

Casa, nessun decreto. Il Governo apre alle Regioni: “Lavoriamo insieme fino a martedì”

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L’unica cosa certa è che il decreto sul piano casa non ci sarà. Almeno non nel consiglio dei ministri di venerdì. Il governo prende tempo e apre un tavolo tecnico-politico con le Regioni. Non si tratta però di un rinvio sine die: la scadenza per trovare un’intesa è stata fissata a martedì. E, a fine giornata, Silvio Berlusconi addirittura rilancia.

La ricerca del dialogo con le Regioni, dice, “non è una frenata”, ma una confronto sullo “strumento” da adottare”; e comunque venerdì in Cdm “qualcosa ci sarà”. Così come il premier punta a misure con “effetti immediati” e avverte: “Le Regioni non possono sottrarsi perché sul piano casa in giro c’é un’aspettativa fantastica”; il problema, aggiunge, è che sono “gelose delle proprie competenze”. La strada per un’intesa, insomma, è molto più in salita di quanto non apparisse in mattinata.
Merito e metodo, comunque, saranno entrambi al centro della discussione. Anche se, dopo l’incontro con le Regioni, era sembrata tornare alla ribalta l’ipotesi di procedere con un provvedimento “cornice” che salvaguardi l’autonomia del territorio. “Vogliamo lavorare” aveva ribadito infatti più volte Berlusconi “in sintonia e in accordo con le istituzioni locali”.

Che si erano dette soddisfatte per il passo indietro. “Ora siamo sul binario giusto”, aveva commentato il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, governatore emiliano. Disponibile al dialogo anche il Pd: “Hanno ritirato il decreto cementificazione” ha commentato nel pomeriggio il segretario Dario Franceschini “che avrebbe creato danni spaventosi. Ora si vuole dare un piano casa d’intesa con le Regioni e i Comuni per rilanciare l’edilizia? Noi siamo pronti a discutere, anche in Parlamento”. La mediazione era stata raggiunta nel corso di un confronto a Palazzo Chigi: un’ora e mezza di riunione, a metà della quale il presidente del Consiglio era sceso in sala stampa per parlare con i cronisti e spiegare la posizione del governo: “L’urgenza del piano c’é e resta - aveva detto - ma non è detto che il decreto sia lo strumento più opportuno”.
Messaggio distensivo e che segue anche la linea indicata dal Quirinale e quella auspicata dalla Lega, ma che ancora punta i fari sul Consiglio dei ministri di venerdì: “Ci sono 70 ore per trovare l’armonia con le Regioni”, aveva aggiunto infatti il Cavaliere. Tre quarti d’ora dopo, il ministro per gli Affari Regionali Raffaele Fitto, con a fianco Errani e il numero uno dell’Anci Leonardo Domenici, spiegano però che tutto è stato rinviato alla settimana successiva: “Due o tre giorni” rassicura il ministro “non sono determinanti. E’ molto più importante che si giunga ad una piattaforma comune”. Obiettivo che questa mattina era ancora lontano.

Regioni, province e comuni non hanno fatto mistero di aver ricevuto la bozza di decreto legge e di non apprezzarla: di fronte a un atteggiamento intransigente avrebbero manifestato altrettanta rigidità, fino a rischiare di creare il caos: “Stiamo cercando di lavorare per fare in modo che non ci possano essere contrasti o impugnazioni” aveva riconosciuto Berlusconi “alla Corte costituzionale”. Una eventualità che inoltre vanificherebbe completamente l’accelerazione impressa dal governo con il decreto legge.
Ostacolo al quale si somma l’altolà della Lega: “Ieri ho detto a Berlusconi” racconta il leader del Carroccio Umberto Bossi “che molte Regioni, come la Lombardia, hanno già un piano casa e quindi è meglio trovare un accordo con le Regioni per evitare scontri e Berlusconi ha aperto”. La discussione che si è aperta non fa però retrocedere il premier di un millimetro dalla convinzione che si tratti di un progetto giusto e urgente perché interessa gli italiani ed è in grado di aiutare l’economia del Paese: “Il provvedimento sulla casa” dice “riguarda quasi il 50% delle famiglie italiane”. E a sera, da Napoli, interviene di nuovo per chiarire che non vuol fare passi indietro.

Ma non solo. Il presidente del Consiglio rilancia anche un altro cavallo di battaglia, quello delle cosiddette “new town” e di cui il piano per l’edilizia popolare già messo a punto è il primo tassello: una promessa della campagna elettorale che ora vuole onorare. D’accordo anche le Regioni, che hanno convenuto la convocazione di un tavolo ad hoc.

Il VIDEO servizio:

Piano casa, La Cgia: possibili 745.000 nuovi posti di lavoro

Cantiere al lavoro

Intorno al piano casa scoppia e sale la polemica. La riunione della Conferenza unificata si preannuncia accesa, con i governatori che si presentano uniti nel dire no al decreto e Berlusconi pronto ad assicura che “il disegno circolato non è quello a cui avevo già lavorato”. Il premier ha spiegato ieri che il “decreto o ddl che sia, si fermerà alle case mono e bifamiliari e alle costruzioni da rifare dopo che queste saranno demolite” e non riguarderà “gli immobili urbani”.
Il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani (governatore dell’Emilia Romagna), ha più volte sottolineato come il decreto abbia “chiari profili di incostituzionalità”, perchè rende immediatamente operative in tutta Italia norme di competenza concorrente delle Regioni. Il rischio, secondo Errani, è che si apra un conflitto istituzionale. Molte Regioni, quelle di centrosinistra, chiedono il ritiro del decreto e minacciano il ricorso alla Corte Costituzionale.
A confermare che il piano del Governo sia “solo una bozza”, ci pensa Raffaele Fitto. Il ministro per i rapporti con le Regioni, in due interviste ai quotidiani Il Messaggero e Libero, chiudendo la polemica su un presunto scontro tra il Governo e il Quirinale: “Io della lettera non so nulla. Di certo non c’è e non ci sarà alcun rischio di contrasto né con il Quirinale, né con i presidenti di Regione”. “Sono sicuro che troveremo un punto di convergenza”, dice il ministro, che avverte: “Non ha proprio senso andare allo scontro”.
Fin qui le polemiche. A spulciare invece tra le cifre ci ha pensato la Cgia: con il progetto del governo dovrebbero essere creati 745.000 nuovi posti di lavoro. Secondo gli artigiani di Mestre, dunque, l’impatto occupazionale dovuto all’applicazione del piano casa potrebbe creare, chiaramente in più anni, almeno 745.000 nuovi addetti. E uno su tre potrebbe essere straniero dal momento che il settore delle costruzioni è ad alta concentrazione di lavoratori non italiani.
Nei giorni scorsi la Cgia di Mestre ha infatti stimato che l’applicazione su tutto il territorio nazionale del provvedimento allo studio del Governo in materia di ristrutturazione ed ampliamenti dell’edilizia residenziale privata dovrebbe dar origine ad un giro di affari di 79 miliardi di euro. “Partendo da questo assunto” si legge in una nota - si è analizzata la serie storica della produttività per addetto del settore casa e di tutta la filiera registrata negli ultimi anni arrivando a stimare, alla luce del nuovo impatto economico, nuovi addetti per 745.000 unità”.
Quali professionalità saranno richieste? “In primo luogo” commenta Giuseppe Bortolussi della Cgia “sono muratori semplici, capi cantiere e progettisti nella misura complessiva di 350mila unità. In secondo luogo gli installatori di impianti elettrici per circa 104.000 unita’ e a seguire gli idraulici con altri 79.000 nuovi posti di lavoro. Altri 69.000 saranno figure generiche e 27.000 unità riguarderanno sia gli imbianchini e posatori di vetrate sia gli installatori generici (come i bruciatoristi)”.
Essendo il settore delle costruzioni ad alta concentrazione di lavoratori non italiani, “ipotizziamo”, prosegue la Cgia “che almeno un terzo di questi 745.000 nuovi posti di lavoro saranno occupati da maestranze straniere. Sia chiaro” precisa Bortolussi “la nostra stima è stata realizzata presupponendo che tutte le Regioni italiane adotteranno questo provvedimento e che le nuove assunzioni avverranno secondo le disposizioni di legge oggi in vigore”.

Ecco perché l’incontro di mercoledì è fondamentale. Ecco perché il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni le ha tentate tutte, riuscendo a coivolgere il premier Berlusconi, il preseidente Errani e il sottosegretario Gianni Letta, in un fitto colloquio a bordo del Frecciarossa Milano-Roma

Il VIDEO servizio:

Piano casa: istruzioni per l’uso. Per cittadini, comuni e regioni

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Una stanza in più, la sopraelevazione di un piano, l’allargamento del capannone per l’azienda, la pensilina per coprire l’auto… Più metri quadrati e presto, magari entro un paio d’anni. La promessa del governo è chiara, le aziende delle costruzioni hanno già l’acquolina in bocca. Secondo il Cresme, uno dei centri studi sull’edilizia più accreditati, sarebbero 9,5 milioni gli immobili potenzialmente interessati, 490 milioni i metri quadrati aggiuntivi realizzabili e addirittura 60 i miliardi di euro che verrebbero investiti se tutti i proprietari decidessero di avvalersi delle semplificazioni previste dal piano per l’edilizia.
Le questioni aperte. Dal punto di vista del singolo cittadino, però, le domande sono ancora numerose. Quali procedure seguire? Quali costi bisognerà sostenere per balzelli, tasse e bolli vari? Quali approvazioni sarà necessario ottenere e quali limiti non dovranno comunque essere superati? Insomma, che cosa potrà fare davvero una famiglia? Per capirlo bisognerà verificare quali norme saranno approvate da ogni regione, perché è a queste amministrazioni che, sulla scia del progetto nazionale, spetterà il potere di decidere se e come tagliare lacci e lacciuoli che regolano l’attività edilizia dei privati.
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Proprio per offrire queste informazioni Panorama ha svolto un lavoro di ricerca, raccogliendo esempi concreti di possibili interventi e delle relative procedure dai tecnici delle regioni favorevoli al provvedimento, come la Sardegna , la Lombardia e soprattutto il Veneto, dove la giunta del presidente Giancarlo Galan ha già approvato un disegno di legge che ora passa all’esame dell’assemblea.

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Il primo capitolo riguarda gli ampliamenti per gli immobili destinati ad abitazione. Ma non tutti: sarà vietata qualunque iniziativa sugli edifici abusivi, costruiti su aree demaniali o destinate a uso pubblico. Per gli edifici vincolati per motivi storici, artistici, ambientali, e là dove vi siano limiti urbanistici più stringenti fissati dai piani dei Comuni, sarà invece necessario il benestare delle autorità competenti. Cioè non sarà vietato ampliare la cubatura, ma bisognerà ottenere l’autorizzazione.
In tutti gli altri casi in Veneto si potranno fare lavori per ampliare del 20 per cento la cubatura della propria abitazione con la semplice Dia, la denuncia di inizio attività redatta da un professionista.
Un esempio concreto: per una casa di 100 metri quadrati e con un soffitto a 3 metri di altezza, si potrà aggiungere una cubatura di 60 metri. Tradotta in superficie, significa circa 20 metri quadrati. Come dire: una stanza da 5 metri per 4. Gli esempi sono numerosi.

La chiusura del terrazzino. Tamponare un poggiolo, come si dice al Nord, e creare così una nuova stanzetta è uno degli interventi più diretti e meno difficili da eseguire. Oggi c’è bisogno della concessione edilizia del comune. Domani basterà la Dia (e che il condominio non si opponga). Se l’immobile funge da prima casa, la Regione Veneto propone di abbattere i costi di urbanizzazione del 60 per cento.
La sopraelevazione. Con le stesse modalità del terrazzino si potrà sopraelevare l’immobile, sempre che sia tecnicamente possibile. Nel caso di un condominio, la decisione sarà collettiva e la nuova cubatura apparterrà pro quota a tutti i condomini.
Allargamento casa unifamiliare. Nel caso di un villino, si potrà allargare la costruzione fino al 20 per cento in più di cubatura.
Costruzione separata. Se si ha un giardino, o comunque un’area annessa, si potrà realizzare la cubatura aggiuntiva separata dall’immobile principale, con una costruzione a parte.
Box e cantine. Là dove possibile dal punto di vista tecnico, si potrà ampliare del 20 per cento la cubatura anche di box e cantine. Ma ciò non cambierà la destinazione d’uso dell’immobile.
Un caso diverso riguarda l’ampliamento degli edifici con destinazione diversa dall’abitazione. I grandi centri commerciali non potranno fare alcunché. Tutti gli altri, fermi restando i limiti previsti anche per le abitazioni, potranno ampliare la superficie dell’immobile del 20 per cento.
Il capannone. A un edificio industriale di 1.000 metri quadrati se ne potranno aggiungere 200.
Il negozio o la bottega artigiana. Se c’è la possibilità tecnica, si potrà allargare la superficie dell’immobile del 20 per cento.
Tettoie e pensiline. In tutti i casi, abitazione o no, ma anche semplice terreno, non saranno considerate cubatura le tettoie e le pensiline costruite o usate per impianti fotovoltaici per la produzione di energia fino a 6 chilowatt. Stando al parere dei tecnici del settore, si parla di una superficie che potrà arrivare a 45-50 metri quadrati. Così, per esempio, si potranno coprire i posti auto del villino senza che la struttura rientri nella cubatura della casa.
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Berlusconi: meno vincoli nell’edilizia, ma nessun abuso

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Silvio Berlusconi ne è convinto: “Se riparte l’edilizia, riparte tutta l’economia”. E per questo ha deciso che una delle mosse per dare nuova carica ad un sistema economico ingessato dalla crisi internazionale deve necessariamente passare per maggiori liberalizzazioni nel campo delle nuove costruzioni. Di qui la scelta di varare un piano ad hoc, come anticipato oggi dal Corriere della Sera. L’idea del premier ha subito fatto scattare più di un campanello di allarme tra chi considera l’allentamento dei vincoli burocratici ipotizzato dal Cavaliere come una sorta di via libera alla deturpazione del paesaggio. Ma è stato lo stesso Berlusconi, nel corso di una pausa di shopping per le vie del centro di Roma, a parlare con i cronisti spiegando che il provvedimento sarà esaminato venerdì dal consiglio dei ministri, che questo avrà “effetti straordinari” ma che non ci saranno abusi.

“Saranno le singole Regioni”, ha spiegato il presidente del Consiglio, “che dovranno valutarle il piano: serve per smuovere l’economia e in particolare l’edilizia da sempre ferma e impastoiata da mille burocratismi”. E a chi gli chiedeva se non si corre il rischio di allargare troppo le maglie delle concessioni aprendo la strada a possibili abusi Berlusconi ha risposto che questo non succederà, “perché tutto quello che si farà sarà in aderenza e in continuazione di case esistenti, quindi nelle zone che sono previste dal piano regolatore e con una vidimazione sotto responsabilità dei progettisti”. Insomma, ha proseguito il premier, “significa soltanto dare a chi ha una casa, e nel frattempo ha ampliato la famiglia perché i figli si sono sposati e hanno dei nipotini, la possibilità di aggiungere una stanza, due stanze, dei bagni, con i servizi annessi alla villa esistente”.

Il premier, stando a quanto riportato dalle agenzie di stampa, dice proprio così, “villa”, ma evidentemente la cosa riguarderà tutti i proprietari di qualunque tipo di immobile. La prima Regione ad andare incontro al progetto del Cavaliere sarà il Veneto che martedì discuterà la possibilità per i proprietari di ampliare la cubatura dell’immobile o di ricostruire le abitazioni realizzate prima del 1989, ingrandendole e dotandole di criteri di ecosostenibilità.

Nel dettaglio, il piano, concordato con le Regioni, prevede 550 milioni per l’edilizia popolare. Le abitazioni saranno date in affitto con diritto di riscatto. I primi interventi prevedono la costruzione di circa 5.000-6.000 alloggi.
Previsto un aumento delle cubature, pari al 20%, delle costruzioni esistenti.
Prevista la possibilità di abbattere edifici vecchi (realizzati prima del 1989), non sottoposti a tutela, per costruirne nuovi con il 30% di cubatura in più. Qualora si utilizzino tecniche costruttive di bioedilizia o che prevedano il ricorso ad energie rinnovabili l’aumento della cubatura è del 35%.
Questi interventi dovranno rispettare le norme sulla tutela dei beni culturali e paesaggistici e non potranno riguardare edifici abusivi.
Previsti sconti fiscali: il contributo di costruzione sugli ampliamenti sarà infatti ridotto del 20% in generale e del 60% se l’abitazione è destinata a prima casa del richiedente o di un suo parente fino al terzo grado.

Rivoluzione per la casa

I cantieri

Silvio Berlusconi ha sempre detto di ammirare l’Utopia di Tommaso Moro, opera del 1516 che si svolge in un teatro di 54 città (le contee inglesi). Berlusconi di città ideali ne immagina 100 e non ha intenzione di lasciarle sulla carta: vuole costruirle. Il premier ha in mente un new deal che si muove su due linee: attenzione alle classi sociali sulle quali impatta la crisi, lancio di un piano di opere pubbliche e investimenti per stimolare la crescita e aumentare i posti di lavoro. Il piano casa fa parte di questo progetto.

Lo scenario economico. Se il 2008 si chiude con la grande crisi e un governo impegnato a fronteggiarla con una serie di misure “cash”, l’anno prossimo per il presidente del Consiglio deve essere quello del rilancio dell’economia con una serie di misure, tra le quali il piano di infrastrutture. Il premier parlando alla platea degli industriali di Roma ha ribadito “che non dobbiamo nasconderci le difficoltà”; ma da uomo che ha le sue radici nella cultura d’impresa cerca di infondere fiducia al Paese. Se la crisi c’è, il miglior antidoto non è certo quello del pessimismo (a mezzo stampa o tv) o degli scioperi generali autoreferenziali (quello della Cgil). La bussola di Berlusconi è sempre quella del programma elettorale, rivisto e corretto alla luce della recessione e delle difficoltà strutturali in cui si dibatte l’Europa (vedi alla voce patto di stabilità e Banca centrale europea). Quando Berlusconi dice che l’Italia se la passa meglio di altri paesi, ha pienamente ragione. Come anticipato da Panorama, la crisi finanziaria sta assorbendo risorse ben più consistenti rispetto al bail-out (salvataggio) da 700 miliardi di dollari pensato in origine dagli Stati Uniti. Secondo le stime dell’analista Barry Ritholtz, fondatore del sito di analisi finanziaria The big picture (11 milioni di visitatori), la Casa Bianca finora ha impegnato nella cura del sistema finanziario oltre 4.600 miliardi di dollari. Una cifra che non ha precedenti nella storia dell’economia: basti pensare che il piano Marshall, attualizzando i costi, si fermò a 115 miliardi di dollari e il New deal di Franklin Delano Roosevelt è stimato in circa 500 miliardi di dollari. L’Italia è rimasta al riparo dai fallimenti delle banche, ma è colpita da credit crunch e recessione.

Debito pubblico e deflazione. Mentre Giulio Tremonti sorveglia la cassa, presenta la social card e spiega che la Robin Hood tax ha dato un gettito di 4 miliardi di euro, il presidente del Consiglio può guardare all’altra faccia della crisi, agli effetti positivi che può produrre. In particolare sul costo del debito pubblico e i consumi. Come? La diminuzione del tasso ufficiale di “policy” (1 punto nell’ultimo quadrimestre) operata dalla Bce e la diminuzione dei prezzi. Secondo le stime di Angelo Baglioni e Luca Colombo per Lavoce.info, porterà nel 2009 un risparmio netto di circa 4 miliardi di euro. Rispetto alle stime fatte in giugno nel Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef), lo scenario è cambiato radicalmente: in scadenza per il 2009 ci sono titoli di Stato per 280 miliardi di euro e l’onere per interessi sul debito da rinnovare si ridurrà con un risparmio di 3,82 miliardi di euro.

All’effetto positivo sul debito pubblico si accompagna una diminuzione dei prezzi. Nel mese di ottobre in Europa e in Italia i prezzi sono rimasti fermi. Questo fenomeno nel breve-medio periodo sarà un sollievo per i consumatori, che hanno perso potere d’acquisto durante i mesi di decollo verticale dei prezzi delle materie prime. L’economista Geminello Alvi riconosce entrambi gli elementi, tuttavia giudica “ancora più importante che il governo riesca ad accompagnare i suoi lodevoli inviti all’ottimismo con un’autentica politica di economia sociale di mercato. Qui la concretezza è decisiva perché modifica lo stato d’animo degli italiani, influenzando la tenuta della situazione e il giudizio dei mercati”.

Infrastrutture e casa. Il governo al piano di infrastrutture (Berlusconi ha annunciato che il Cipe darà il semaforo verde a opere per 16,6 miliardi) farà seguire il piano casa. Purtroppo la rinegoziazione dei mutui finora non ha avuto le adesioni sperate (soltanto 30 mila famiglie su 2 milioni di mutui a tasso variabile sottoscritti), anche a causa delle resistenze del settore bancario. Tuttavia, come ha ricordato a fine ottobre il governatore di Bankitalia Mario Draghi, “il 70 per cento delle famiglie possiede un’abitazione di residenza. Quelle che hanno contratto un mutuo non raggiungono il 15 per cento” (circa 3 milioni, ndr). Secondo Draghi, inoltre, “la forte crescita dei mutui registrata in questo decennio ha riguardato principalmente le famiglie che appartengono alle classi di reddito e di ricchezza medio-alte, meglio in grado di far fronte all’onere del debito”.

Il problema casa in Italia dunque riguarda in larga parte non chi ce l’ha e la deve pagare, ma chi non la possiede e la vuole acquistare. Le soglie d’accesso all’acquisto infatti sono altissime, soprattutto nelle grandi città. Il governo sta pensando di costruire, entro il 2013, 100 mila nuovi alloggi grazie a una riforma che prevede la cooperazione di fondi immobiliari pubblici e privati. Il dossier è nelle mani del ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli e del sottosegretario con la delega alle politiche abitative, Mario Mantovani. “Berlusconi ha compreso che per vent’anni in Italia il problema della casa è stato trascurato” dice Mantovani a Panorama “e ora il governo punta a far diventare questo piano opera strategica di interesse nazionale”.

Così il presidente del Consiglio tornerà alla sue origini di costruttore, indosserà il casco da capocantiere e… prenderà l’elicottero.Vuole infatti individuare dall’alto le aree dove costruire nuovi quartieri. “Berlusconi vuole sorvolare le città: lui ha sempre costruito così i suoi centri residenziali. Non c’è strumento migliore per individuare le zone dove sviluppare un nuovo aggregato urbano” racconta Mantovani. “Abbiamo visto le periferie che cosa sono, rattristano e accumulano disagio sociale. Grandi agglomerati senza collegamenti e servizi, non armonici, e quindi abbiamo Quarto Oggiaro a Milano e il Corviale a Roma e lo Zen a Palermo e Scampia a Napoli. Berlusconi pensa alle 100 città, vuole andare incontro alla grande richiesta di abitazioni. Vuole acqua, verde, rispetto della natura, abitazioni basse, contenimento energetico e domotica”.

Per avviare il piano il governo deve sbaraccare l’attuale sistema di edilizia popolare, vendere il patrimonio pubblico, trovare un accordo con le regioni e coinvolgere i privati. A regime, secondo Mantovani, “il fondo potrebbe superare il miliardo di euro”. Dove costruire? Ovviamente dove c’è più richiesta, nelle aree metropolitane. A metà dicembre si terrà un incontro con le regioni, nel frattempo il governo lavora alla costituzione di una commissione di esperti, della quale faranno parte gli architetti del Politecnico di Milano Luigi Chiara e Paolo Caputo. La palla, come si vede, non la gioca solo il governo. Se gli enti locali accettano la scommessa si apre una partita di notevole dimensione. In caso contrario l’Italia resterà ferma all’edilizia impopolare.

Un’installazione contro le morti bianche

Una campagna di comunicazione per far riflettere sul tema della sicurezza sul lavoro, andando a utilizzare luoghi fisici della città, luoghi storici e centrali di Lecce, per ribadire ancora una volta che si tratta di un affare che riguarda tutti. È l’obiettivo che si sono dati al Comune di Lecce. Dove la Cooperativa P.A.Z., nell’ambito del progetto Lavorare in Sicurezza - Un affare di tutti, ha presentato oggi alle ore 12 l’installazione che vedete in queste foto. Sono stati cioè poggiati sulle gradinate dell’anfiteatro romano, a partire dalle ore dieci, 235 caschi antinfortunistici a simboleggiare le morti sul lavoro in edilizia registrate nel 2007. Nell’anfiteatro è inoltre affisso un pannello di 6 metri per 3 sul tema degli infortuni sul lavoro. Infine, dal Sedile di Piazza Sant’Oronzo è stato calato un banner in pvc di 4 metri per 2, relativo alle morti nel settore dell’edilizia.
Della sicurezza sul lavoro si parla da giorni anche nei forum di Panorama.it. Voi quali suggerimenti dareste a chi ci governa? Come possiamo evitare che episodi del genere si ripetano e con questa terribile frequenza? Il dibattito è in corso.

Italia che cambia: con il melting pot si trasformano anche i quartieri

Il quartiere Chinatown a Milano
di Terry Marocco

Nelle grandi città, sostiene Stefano Boeri, architetto, urbanista e direttore della rivista Abitare, crescono “anticittà parallele a quelle ufficiali. Crescono invisibili fino al momento in cui sprigionano forme radicali di antagonismo e rivolta”.
Saranno le banlieue italiane?
No, da noi le periferie sono una condizione mobile. Arcipelaghi e non ultima cintura prima della campagna, come a Parigi. Si alternano a quartieri popolari, a villette del ceto medio, oppure sono dentro i centri storici che, in certe ore del giorno, diventano a loro volta periferia. Così accade a Milano, nella zona intorno al Duomo che, dopo l’happy hour si svuota e, con gli uffici chiusi, si popola di chi non ha spazio per abitare.
Periferie dentro i centri storici?
Pensi ai Quartieri Spagnoli di Napoli, dove il degrado fa posto all’immigrazione, collocandosi al centro della città. Ma ci sono immigrati, come i cinesi, che tendono a ricreare veri quartieri monoculturali. Quello è un fenomeno antico e unico. La Chinatown di Milano è un quartiere che con i suoi cortili interni, i piccoli magazzini, si è prestato perfettamente all’isolamento. Negli altri casi le nostre città sono come caleidoscopi: realtà diverse che si mischiano, una divisione più socioeconomica che etnica. In Italia non ci sono i ghetti, intesi in senso tradizionale.
Stefano Boeri, architetto, urbanista e direttore della rivista Abitare
E via Anelli a Padova, con il suo muro?
Credo che neanche via Anelli possa essere definito un ghetto etnico. È una concentrazione di marginalità.
Sono città nelle città?
Non sempre. La grande crescita della comunità romena, che non ha i legami di quella cinese, essendo una società di individui, è l’esempio perfetto di una dispersione nella società.
Con il melting pot si costruisce in modo diverso?
Sì, dopo anni di abbandono dell’edilizia sociale oggi si sta ricominciando. Si costruisce prevedendo edifici più piccoli. Pensando a chi verrà a viverci, con spazi variabili per famiglie più numerose.

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Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
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