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Riciclaggio: camorra, mafia e ‘ndrangheta vanno in vacanza


La camorra investe in vacanze. Da San Giovanni a Teduccio, popoloso quartiere della periferia sud di Napoli, a Montecatini Terme, tranquilla cittadina immersa nel verde della provincia di Pistoia.

Il clan camorristico dei Formicola attraverso prestanome, società e alberghi lussuosissimi, riciclava in Toscana il denaro sporco messo insieme in Campania. Alberghi come quello del Granduca Leopoldo, uno tra i più conosciuti ed importanti di Montecatini, sono finiti nelle mani dei boss. Ma dopo due anni di indagini, i finanzieri del Gico di Firenze hanno messo sotto sequestro l’hotel e le società Smarthotel srl, Medici srl e Granduca srl, bloccando beni per oltre 10 milioni di euro e recapitando 40 ordinanze di custodia cautelare eseguite tra il centro e il sud Italia.
Perché, che in Campania arrivi o meno l’Esercito come si dibatte in questi giorni, è certo che le mafie si colpiscono innanzitutto scoprendo e attaccando i loro patrimoni.

La Guardia di Finanza nei primi nove mesi di quest’anno ha già ottenuto la confisca di immobili per 247 milioni di euro e il sequestro di 72 aziende. I settori immobiliare, turistico e quello indirettamente collegato dell’edilizia, rimangono storicamente quelli più utilizzati dalle organizzazioni mafiose dove vengono occultati, reinvestiti e trasformati attraverso prestanome e società fasulle centinaia di milioni di euro. Società e imprese che inquinano il libero mercato e che sono fonte inesauribile di risorse finanziarie per le stesse organizzazioni. Il Servizio Centrale Investigazioni Criminalità Organizzata (Scico) della Guardia di Finanza è impegnato proprio nell’individuazione delle associazioni criminali che si “imprenditorializzano”o che utilizzano imprese già esistenti per riciclare denaro sporco, inquinando il tessuto economico legale. Già lo scorso anno, i militari delle Fiamme gialle avevano messo i sigilli a 86 aziende e confiscato centinaia di immobili e quote societarie per un valore di oltre 462 milioni di euro. Nel 2006 e nei primi sei mesi del 2007, le indagini si sono concentrate anche gli interessi economici di Cosa Nostra e hanno permesso di individuare gli investimenti condotti per conto di capimafia come Bernardo Provenzano, Salvatore Riina, Leoluca Bagarella, Salvatore Lo Piccolo e Benedetto Spera. La mafia aveva strutturato imprese per il riciclaggio di denaro sporco prevalentemente in sette regioni italiane: Lombardia, Piemonte, Sardegna, Lazio, Puglia, Calabria e ovviamente la Sicilia.

Ma il dato più allarmante è quello che riguarda la mafia e i finanziamenti pubblici investiti del settore alberghiero-turistico: “L’attacco che la criminalità ha portato al mercato economico ha chiaramente evidenziato la mira privilegiata di approvvigionarsi di capitali alla fonte dei finanziamenti pubblici” spiega il colonnello Ignazio Gibilaro, comandante dello Scico “con risultati che pare superfluo definire catastrofici nella misura in cui hanno stravolto l’efficienza e l’economicità della realizzazione delle opere pubbliche”.
Il colonnello Ignazio Gibilaro, comandante del Servizio Centrale Investigazioni Criminalità Organizzata (Scico) della Guardia di Finanza
Ignazio Gibilaro
Come nel caso dell’albergo sequestrato a Saline Joniche, nel comune di Montebello Jonico (Reggio Calabria). Le indagini, iniziate nel 2006 e concluse con 8 persone denunciate per truffa aggravata per aver usufruito di incentivi pubblici, hanno accertato che i lavori per la realizzazione dell’albergo iniziati nel 2001 e mai portati a termine, erano stati affidati a due imprese edili che sarebbero legate ad un noto capo cosca della ‘ndrangheta. La struttura ricettiva, cofinanziata dalla Regione Calabria e dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR), realizzata a pochi metri dal mare,sarebbe stata composta da 36 camere e suites, con piscina, ristorante e avrebbe accolto ogni anno più di 14 mila ospiti.
“L’esempio di Montebello Jonico dimostra come le organizzazioni malavitose non solo utilizzino il settore immobiliare e turistico-alberghiero per effettuare operazioni di ripulitura di denaro sporco” puntualizza il colonnello Gibilaro “ma riescano anche a ottenere fondi nazionali e comunitari erogati per lo sviluppo alle imprese”. Proprio il business fiorente in Calabria su cui sta facendo luce il sostituto procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris.

In Italia più della metà dei cantieri edili è fuori legge. E in 5 mila lavorano in nero

Ispezione dei carabinieri in un cantiere edile
Dodici mesi di ispezioni, trentamila cantieri passati al setaccio, cinquemila lavoratori irregolari scoperti. A un anno dall’applicazione del “pacchetto sicurezza” sul lavoro, lanciato alla fine dell’agosto scorso dal ministro Cesare Damiano, ecco il bilancio. Un bilancio che ha portato non solamente a scoprire numerose irregolarità nella gestione del personale e delle misure di sicurezza sui luoghi di lavoro, ma che ha anche fatto entrare nelle casse dello Stato circa cento milioni di euro: una parte sotto forma di sanzioni, un’altra di contributi previdenziali pagati a Inail e Inps e mai versati prima.
Dal 31 agosto 2006 a oggi, dunque, i cantieri edili ispezionati in tutta Italia, in cui lavoravano complessivamente 43.076 aziende e oltre centomila dipendenti, sono stati 27.571. Un numero enorme rispetto a quelli degli anni scorsi, come enorme è stato il numero delle irregolarità riscontrate: oltre il 57 per cento delle imprese (che tradotto in valori assoluti significa 24.517) che avevano avuto i lavori in appalto è risultato fuori dalla legge. Tanto che in 2.224 casi gli ispettori del ministero del Lavoro hanno anche provveduto a chiudere i cantieri, perché oltre il 20 per cento dei lavoratori impiegati è risultato essere senza un contratto. Irregolarità che hanno fatto scattare le sanzioni previste dalla legge. Così nei dodici mesi presi in esame, quelle amministrative sono state 37.006, per un importo complessivo che supera i quaranta milioni di euro, mentre quelle penali si sono fermate a quota 26.854 con ammende pari a poco più di sedici milioni di euro.
Ma non di sole ispezioni e sanzioni è stata fatta la campagna di sicurezza lanciata dal ministero: importanti risultati sono arrivati anche dal punto di vista dei livelli occupazionali e da quelli contributivi. Dall’agosto 2006 i nuovi assunti nel settore edile sono stati 71.822, che hanno portato anche a un incremento di 43 milioni di euro di contributi previdenziali riscossi. “È stato un anno di lavoro proficuo” ha detto il ministro Damiano “che ha permesso di dimostrare che è positivo investire nel settore della lotta al lavoro nero perché permette di recuperare risorse e aumentare la legalità e la trasparenza”.

Il VIDEO servizio:

Pensione cercasi: piloti, giornalisti, operai, prof. E tu quanto sei usurato?


Turni e stress: ecco le due parole che fanno la differenza. Da queste dipende infatti la lista, più o meno lunga, di chi fa un lavoro usurante; su quest’elenco il governo si gioca la partita della pensioni e del suo immediato futuro. Il Segretario Generale della Uil Luigi Angeletti ha dichiarato al Corriere che sono “milioni di lavoratori”, tra i quali baristi, portieri d’albergo, maestre d’asilo, infermieri, muratori, lavoratori dei call center, pompieri e giornalisti. Ma qualcuno resta comunque fuori. Ecco cosa ne pensano i diretti interessati. E voi?
“Eh no, caro Angeletti”, risponde Alfonso Piro, pilota Alitalia ed ex sindacalista: “Stavolta hai fatto una gaffe. Anche il nostro lavoro è su turnazione. Su base mensile, è richiesta la nostra presenza davanti alla cloche per diverse ore al giorno, per esempio dalle 07 alle 17, continuativamente. E poi: stare per 10 o 12 ore al giorno seduti in un ambiente ostile, come una cabina dell’aereo in continua vibrazione, con la massima concentrazione, sentendo su di sé la resonsabilità del carico e mangiando come e dove capita, logora eccome. Sarà un caso che il nostro lavoro, oltre che ben retribuito, è anche iper controllato? Dopo i 40 anni, la visita psicoattitudinale è ogni sei mesi; dopo i 60 anni i controlli sono 4 all’anno”

Neanche i professori universitari, stando all’elenco Angeletti, vivono in maniera particolarmente stressante il loro lavoro. Angeletti ha ragione “dice il professor Roberto Perotti, ordinario di Economia Politica all’Università Bocconi di Milano, già consulente della Banca Mondiale, della Banca Centrale Europea, e della Banca d’Italia. “Posto che nessuno abbia mai dato una definizione di lavoro usurante, posso con certezza affermare che le maestre dell’asilo di mio figlio si logorano di più rispetto a me. Nonostante io lavori anche 12 ore al giorno (con 4 ore di lezione frontale con gli studenti), credo che si debba ben distinguere tra fare il professore in Italia e farlo all’estero: in Usa, per esempio, dove sono stato. Ebbene, lì finché non dimostri di aver pubblicato un certo numero di ricerche (e di un certo spessore), mica te la danno la cattedra. E non la tieni a vita se durante gli anni non dimostri di continuare la ricerca. Da noi è diverso: una volta messo il piede in istituto, il professore può anche permettersi di non fare più nulla, tanto nessuno lo caccerà”.

Sempre lista Angeletti alla mano, non sarebbero “consumati dal lavoro” nemmeno magistrati, politici e sindacalisti: “Il mio collega ha detto bene” butta lì Battista Villa, segretario regionale Filca Cisl (per i lavoratori edili) della Lombardia. Lei non si sente usurato, quindi? “Come potrei definirmi tale, davanti ai lavoratori che rappresento: da me c’è gente che anche a 57 anni deve (e non può fare altrimenti) salire sulle impalcature, a rischio della vita. Io invece di fare il sindacalista l’ho scelto. Se mi sentissi logorato tornerei a fare l’operaio. Ma il dibattito sui lavori usuranti è falso. Dal mio punto di vista tutti gli operai sono usurati: per il lavoro che non li gratifica; per il rapporto ormai meccanico con le tecnologie; perché in azienda valgono meno dei macchinari: tanto è vero che quando un’azienda delocalizza, dismette le persone non le macchine. Questo è il vero dibattito da aprire a margine di quello sulle pensioni”.

Certo che rispetto all’operaio di una cava o di chi batte le strade per l’Anas, uno che batte i tasti della tastiera di un computer “un giornalista per intenderci, non può che ritenersi fortunato” dice Tiziana Ferrario, volto noto di mamma Rai, anchorwoman del TG1 e inviata in Medio Oriente. “E io mi sento così: lavoro per una grande azienda che mi offre molte possibilità e faccio il mestiere che ho sempre sognato…” Cioè, come dice un vecchio adagio: fare il giornalista è sempre meglio che lavorare? “No, la battuta anche se divertente, non è più valida. Oggi per farlo seriamente devi lavorare tanto e bene. E ti tocca anche soffrire, soprattutto all’inizio. Ecco, se l’elenco di Angeletti contenesse i tanti giovani giornalisti precari, allora sarei d’accordo…”

E tu quanto sei usurato? Dillo nel FORUM

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Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
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