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editoria

Mondadori: chi va, chi resta e chi prende tempo


Giovani visitatori alla Fiera del libro di Torino (Ansa)

Giovani visitatori alla Fiera del libro di Torino (Ansa)

Lasciare una casa editrice non per mancanza di libertà, ma per protesta contro un provvedimento del governo. Sta accadendo in questi giorni, dopo la campagna de la Repubblica contro il decreto 40, che consente alle aziende editoriali di sanare contenziosi col fisco pagando il 5 per cento all’Agenzia delle Entrate, che si annuncia come il nuovo tormentone di fine estate. Niente di nuovo nel panorama culturale italiano, visto che periodicamente si discute degli autori di “sinistra” che pubblicano per le case editrici “berlusconiane”. Continua

È morto Giorgio Mondadori

È morto oggi in una casa di cura a Figline Valdarno l’editore Giorgio Mondadori, 91 anni: era uno dei figli di Arnoldo. A dare la notizia della scomparsa è stato un portavoce della casa editrice. I funerali si svolgeranno martedi prossimo alle 10.30 presso la cappella del Cimitero Monumentale di Milano.

Giorgio Mondadori era nato a Ostiglia, in provincia di Mantova, nel 1917: era stato presidente della Mondadori dal 1968 al 1976. Lascia la moglie Nara e i figli Claudia, Nicolò e Paolo. Airone, Bell’Italia, Bell’Europa, In Viaggio, Gardenia, Arte e Antiquariato sono alcune delle riviste da lui ultimamente editate.

Editoria, morto Carlo Caracciolo. Fondò “La Repubblica”

Carlo Caracciolo

L’editore Carlo Caracciolo, è morto all’età di 83 anni nella sua casa a Roma. Era nato a Firenze il 23 ottobre 1925. Appartenente alla nobile famiglia dei Principi di Castagneto e Duchi di Melito, Caracciolo è stato un editore italiano tra i più importanti. Presidente del Gruppo L’Espresso, con Eugenio Scalfari nel 1976 fondò il quotidiano La Repubblica. Figlio di Filippo Caracciolo e di Margaret Clarke, fratello maggiore di Marella, vedova di Gianni Agnelli, cominciò la sua imprenditoria editoriale nel 1951 fondando a Milano la Etas Kompass, dedita alla pubblicazione di riviste tecniche, di cui restò amministratore delegato fino al 1975. Nel 1976, da una joint venture tra Editoriale L’Espresso (di cui era diventato azionista di maggioranza) e Arnoldo Mondadori Editore, nacque la Società Editoriale La Repubblica, della quale Caracciolo è stato presidente e amministratore delegato: il 14 gennaio 1976 cominciano le pubblicazioni del quotidiano, diretto da Eugenio Scalfari.

Nel 1988 il pacchetto di maggioranza de L’Espresso e la sua quota di La Repubblica venne ceduta alla Mondadori, di cui Caracciolo venne nominato presidente (1989 - 1990). Quando Silvio Berlusconi assunse il controllo della Mondadori, ne scaturì un contenzioso giudiziario - la cosiddetta guerra di Segrate - che si concluse nel 1991 con la separazione fra il settore libri e periodici (al gruppo Fininvest) e quello di Repubblica ed Espresso, che andò a formare il Gruppo Editoriale L’Espresso con azionista di maggioranza la Cir di Carlo De Benedetti e di cui Carlo Caracciolo diventò presidente.

Caracciolo è stato presidente della Finegil Editoriale spa, la società che detiene gran parte delle partecipazioni del Gruppo nei quotidiani locali, della A. Manzoni & C. spa, la concessionaria di pubblicità del gruppo, e presidente del Consiglio di amministrazione dell’Internet company Kataweb spa. Il 26 aprile 2006 Caracciolo aveva abbandonato la guida effettiva delle sue società, passata a Carlo De Benedetti, mantenendo la presidenza onoraria del Gruppo Editoriale L’Espresso. Il 2 gennaio 2007 Caracciolo aveva acquistato il 30 per cento del quotidiano francese Libération.

Rivoluzione d’ottobre per Unità e Riformista

 Il nuovo direttore de l'Unità Concita De Gregorio
di Carlo Puca
Al Riformista due nuovi vicedirettori, Stefano Cappellini e Ubaldo Casotto, e nel domenicale curato da Guia Soncini lo storico “Bestiario” di Giampaolo Pansa. All’Unità, un solo vice entrante (Giovanni Maria Bellu) ma un secondo caporedattore centrale, Daniela Amenta.

Sono queste le principali novità nelle squadre di Antonio Polito e Concita De Gregorio, entrambi in procinto di sbarcare sul mercato con i loro quotidiani rivoluzionati. Lunedì 20 ottobre, da giornale di nicchia a otto pagine, Il Riformista si farà generalista, a 32 pagine. La linea editoriale di Polito è semplice: “Contro il gigantismo dei grandi giornali, in un mondo già saturo di notizie via tv e internet, il quotidiano deve informare di più e meglio”.

La settimana dopo toccherà all’Unità in formato tabloid, 64 pagine. Scommessa rischiosa: abdicando alla tradizione, De Gregorio ha intenzione di ridurre al minimo la politica per puntare “sul racconto del paese reale”. La sfida è aperta e non solo tra l’arancione del Riformista e il rosso dell’Unità. La partita è anzitutto contro il grigio della Repubblica, dove tutti e due i direttori hanno trascorso la loro meglio gioventù.

Editoria: più tagli per tutti, tranne che per D’Alema

Il ministro degli Esteri Massimo D'Alema

di Carlo Puca

Salvate il soldato D’Alema. E salvate pure la sua televisione, Nessuno tv. Come? Grazie a un cavillo del nuovo “Schema di regolamento” (la dicitura è in burocratese) “recante misure di semplificazione e riordino della disciplina di erogazione dei contributi all’editoria”. Per i non cultori della materia, il regolamento è l’ultimo passaggio, il più importante, per la nuova normativa sui finanziamenti pubblici ai giornali non profit e di partito, compreso il taglio di 193 milioni per il biennio 2009-2010 previsto dalla Legge finanziaria. Taglio contro il quale tuonano parecchie testate, da Liberazione al Manifesto, fino al Secolo d’Italia, e che fa tremare decine di giornalisti a rischio posto di lavoro.
Composta di 24 articoli, redatta dal dipartimento editoria di Palazzo Chigi, la bozza è semidefinitiva.
Miracolosamente, lo schema di regolamento, se approvato, recupererebbe ai fondi statali Nessuno tv, rete ufficiale del Movimento Ulisse, e Libera tv, organo del Movimento democrazia europea di Sergio D’Antoni. Insieme, nel 2006, i due canali satellitari sono costati alle casse dello Stato circa 6,6 milioni di euro in contributi pubblici. Ma per capire i termini del salvataggio dalemian-dantoniano il discorso deve farsi necessariamente tecnico.
Nel 2004 la legge Gasparri sul riordino del sistema radiotelevisivo stabilì, fra le pieghe del provvedimento, che anche le tv satellitari potessero usufruire dei fondi per l’editoria. Nessuno tv e Libera tv, più sveglie di altre, furono le uniche a cogliere l’occasione e a ottenere denari già nel 2005. Ma nel 2006 il governo Prodi, vicepremier D’Alema, si rese conto che la normativa rischiava di aprire un altro pozzo senza fondo: altri stavano per bussare alla porta di Palazzo Chigi. E così il 31 dicembre 2007 il decreto legge 248, poi convertito nella legge 31 del 28 febbraio 2008, di fatto stabilisce che i soldi pregressi le due tv possono tenerli. Ma che da allora in avanti dovranno fare da sé.
Il 14 aprile 2008 Silvio Berlusconi rivince le elezioni. Il ministro per l’Economia Giulio Tremonti presenta la Finanziaria in anticipo, compreso il taglio dei fondi all’editoria, con il decreto legge 112 del 25 giugno 2008. All’articolo 44 si stabilisce appunto il riordino dei contributi agli organi di informazione. Apriti cielo! La reazione più gentile degli interessati è l’accusa di attentato alla libertà di stampa, anche se i fondi per l’editoria sono costati allo Stato 1 miliardo in 7 anni. Soldi spesso concessi in maniera indiscriminata.
Proprio per questo il regolamento attuativo dell’articolo 44 risulta ancor più stupefacente. In tempo di austerity, nascosta nell’articolo 23, comma 2/b, è scritta una cosa incomprensibile per qualsiasi essere umano normale: è abrogato “il comma 2 dell’articolo 39 del decreto legge 31 dicembre 2007, n° 248, convertito, con modificazioni, con legge 28 febbraio 2008, n° 31″. Traduzione: è abrogata la decisione del governo Prodi, Nessuno tv e Libera tv tornano in pista.
Ora, facendo qualche domanda tra i corridoi di Palazzo Chigi, vengono fuori diverse visioni della vicenda. C’è chi dice che il rapporto tra D’Alema e Mauro Masi (suo capo di gabinetto nella scorsa legislatura) sia stato decisivo nella partita fra diplomazie opposte, ma sono anche note la severità e la linea di rigore con cui Masi ha affrontato la questione dei contributi all’editoria di partito. Per questo si è fatta maggioritaria un’altra interpretazione, squisitamente politica. Spiega che a Palazzo Chigi non si muove foglia senza il consenso di Berlusconi. Nessuno, dunque, prenderebbe mai una iniziativa personale, per di più di siffatta portata. È una tesi, questa, che spinge piuttosto il nuovo asse (se nuovo è) tra D’Alema e Berlusconi in chiave antiveltroniana, compresa l’ipotesi, avanzata dal primo, sull’approdo al Quirinale del secondo. Un inciucio editorial-istituzionale, insomma.
Le sorprese della bozza non finiscono qui. Con i parametri richiesti, parametri “retroattivi”, dei cinque quotidiani di partito veri, L’Unità, Il Secolo d’Italia, Liberazione, Europa, La Padania, soltanto il primo raggiungerebbe i criteri richiesti. Se ne sono accorti anche i maggiorenti di Alleanza nazionale, a partire da Enzo Raisi, l’uomo che ha risanato i conti del Secolo.
L’irritazione è tale che Gianfranco Fini, seppur coperto dall’abito istituzionale, è sceso in campo. E il sottosegretario all’Editoria, Paolo Bonaiuti, ha promesso un ampio dibattito parlamentare ed extraparlamentare, sebbene s’attesti sulla linea del rigore.
Avanzerebbe però un strano compromesso, altrimenti detto “accordone”, almeno stando alle chiacchiere di Palazzo (Chigi). Ovvero: quanto esce dalla porta, i soldi ai giornali, potrebbe rientrare dalla finestra delle fondazioni politiche. Tutti i leader e tutti i partiti ne hanno una di riferimento. Nel frattempo, Omero insegna, meglio essere Nessuno (tv) che il Ciclope.

Guarda il VIDEO commento di Maurizio Belpietro

Liberazione in sciopero contro i padroni di Rifondazione

Il sito di Liberazione

Oggi in edicola c’è un quotidiano comunista in meno. La redazione di Liberazione ha deciso di scioperare contro i padroni. Padroni, ma sempre comunisti, s’intende.

Visto che l’editore del giornale è il partito di Paolo Ferrero. “Una giornata di sciopero immediato” ha annunciato il comitato di redazione in una nota “per denunciare il comportamento antisindacale della società editrice Mrc Spa e la perdurata mancanza di chiarezza, da parte del partito editore Rifondazione Comunista, sul futuro del giornale e sulla sorte di chi ci lavora”.

Lui, il segretario del Prc che ha vinto il congresso contro Vendola,dopo aver attribuiti le colpe alla gestione precedente (quella di Giordano, bertinottiano come Vendola) oggi ha dettoal cdr che: “Il Prc, come proprietario unico di Liberazione, deve fare tutto il possibile per il rilancio del giornale. La strada non e’ portare i libri in tribunale”, aggungendo di aver chiesto all’amministratore delegato della società editrice ”di incontrare il comitato di redazione dei giornalisti e dei lavoratori” del giornale, perche’ ”il percorso di crisi va gestito in modo chiaro e trasparente”. Poi ha auspicato: ”Vorrei che questa vicenda fosse affrontata senza caricarla di elementi politici”.

Ma la crisi di Liberazione, oltre che di copie e di numeri (lettori in calo e conti in rosso), è anche politica. Sul giornale pesa l’esito delle elezioni che ha tagliato fuori dal Parlamento Prc e un congresso che ha spaccato in due il partito.

E comunque, “da mesi” spiega il cdr di Liberazione “la redazione attende di conoscere, come è suo preciso diritto contrattuale, la reale situazione finanziaria del giornale mentre impazzano le voci più disparate e mai smentite sul deficit di bilancio e incombe lo spettro ulteriore del taglio pesantissimo dei finanziamenti pubblici ai giornali di partito e cooperativi. Da mesi i lavoratori aspettano di conoscere le intenzioni dell’editore sul futuro dell’impresa, sulla difesa di una voce quotidiana della sinistra e sulla sorte di sessanta posti di lavoro e dei molti collaboratori esterni non più retribuiti da diverso tempo”. “Nulla di tutto questo”, continua il cdr, è invece successo. Anzi, sottolinea la redazione: “Ancora nelle ultime ore l’editore ha negato qualunque informazione”.

C’è anche un blog, di lotta e di protesta, gestito dai giornalisti del quotidiano del Prc per raccogliere “documenti e testimonianze sulla lotta aperta contro la Liquidazione Comunista”. E di testimonianze ne arrivano, chiare e precise. “Non ci posso credere che il compagno Ferrero voglia licenziare 100 persone. devo ammettere che non sono un lettore di Liberazione, nè un elettore di rifondazione. Epperò, tutta la mia solidarietà ai lavoratori”, scrive un commentatore anonimo in calce al comunicato del Cdr.

Ai giornali di partito contributi per un miliardo. In sette anni

Giornali in Parlamento

di Laura Maragnani e Mario Sechi

Roma, piazza Colonna, ore 9.00 del 12 agosto: l’edicola davanti a Palazzo Chigi sta preparando le mazzette dei giornali per gli uffici parlamentari. Domanda a bruciapelo: scusi, ha una copia della Discussione? L’edicolante si consulta con un suo collaboratore: “Mi sa che è in ferie…”. E una copia di Linea? “Vacanza”. E un paio di pagine del Campanile? “In questi giorni nun ce sta’”. Notizie dell’Opinione? “È a riposo. La Voce Repubblicana è missing, il Secolo d’Italia è ai bagni, il Denaro oggi non è arrivato, di Rinascita dottò ce n’hanno mannato ’na copia sola e me dispiace ma è prenotata. Capirà, ’sti giornali piccoli”.
Piccoli come foliazione (in genere non superano le quattro pagine) e con la redazione (quando c’è) ai minimi termini, ma con grande appetito e una capacità incredibile di battere cassa. Ne sa qualcosa la presidenza del Consiglio e assai meno il contribuente italiano.

Solo per il 2006 lo Stato ha stanziato186 milioni di euro di contributi diretti per l’editoria. Nel 2000 erano “soltanto” 106 milioni: una crescita di 80 milioni in sette anni, altro che tasso d’inflazione programmata. Incassare il contributo è facile: basta dichiarare la tiratura, presentare un bilancio e poi aspettare la liquidazione della fattura. E le vendite? Non sono indispensabili.
Almeno fino a oggi: in autunno il sistema subirà una rivoluzione. Al Dipartimento per l’Editoria il trio composto da Gianni Letta, Paolo Bonaiuti e Mauro Masi sta lavorando a uno schema di regolamento che sarà supervisionato dal ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli e sarà presentato nei primi giorni di settembre (qui la bozza in .pdf).
Due le parole d’ordine: snellire la procedura e cambiare i parametri per l’assegnazione della parte variabile del contributo pubblico. Non sarà più la tiratura ma la diffusione certificata (vendite e abbonamenti) a stabilire l’importo dell’assegno. Questa semplice regola darà un taglio alle vendite in blocco delle copie stampate (oggi praticate da tutti i gruppi editoriali) e ai non isolati casi di giornali che esistono solo sulla carta e non hanno mai visto un’edicola o un giornalista regolarmente retribuito. Il timore di molti editori non è dunque per i tagli dei fondi, ma per un futuro molto più severo in cui i giornali devono essere imprese vere e i pirati della carta dedicarsi a un altro mestiere.
Il conto complessivo dell’attuale sistema-groviera è da tachicardia. Secondo le elaborazioni di Panorama sui dati forniti dal Dipartimento per l’editoria, dal 2000 al 2006 lo Stato ha staccato assegni per oltre 1 miliardo di euro. Nei prossimi tre anni l’esborso previsto per le casse pubbliche è di oltre mezzo miliardo di euro. Dal 2010 invece potrebbe andare a regime la riforma complessiva del settore che stabilirà nuovi criteri per l’ammissione agli aiuti. E i beneficiati già tremano.
Chi sono? L’elenco è sterminato: giornali di partito, testate legate a movimenti politici, cooperative (vere e presunte) di giornalisti, quotidiani editi da società controllate da fondazioni o enti morali… Una giungla che anche il più sprovveduto esploratore capisce aver bisogno di una radicale sfoltita. Fuori il machete, allora. C’è chi si accontenta di 6.320 euro di contributo all’anno, come L’amore vince edito dalla Fondazione di Culto e Religione Piccolo Rifugio, e chi incassa 6,3 milioni di euro, come l’Avvenire, quotidiano della Cei. Ci sono Motocross (517 mila euro) e Sportsman-Cavalli & Corse (2,5 milioni), Chitarre (296 mila) e Ti saluto fratello (44.960 euro), Rassegna sindacale (517 mila euro), Civiltà cattolica (66.700 euro), L’aurora della Lomellina della diocesi di Vigevano (45.197 euro). Fin qui siamo al censimento dei cespugli. Vegetazione bassa. Poi arrivano querce e sequoie, i pesi massimi del contributo di Stato: gli organi di reali o immaginari partiti e movimenti politici.
La Discussione? Difficile da trovare in edicola, ma nei decreti di stanziamento è sempre presente: 15,148 milioni di euro in 7 anni. Merito di due europarlamentari Udc e dell’attivismo di un deputato Pdl, Giampiero Catone, che per qualche anno è riuscito a bissare il contributo facendo l’editore del Quotidiano sociale. Linea, un mistero editoriale da quasi 16 milioni di euro, si presenta come organo del Msi-Fiamma Tricolore ma perfino la paternità è duramente contestata. Il Campanile nuovo non fa din don ma bingo: nelle solide mani dei figli di Clemente Mastella, Pellegrino ed Elio, ha incassato già quasi 6 milioni di euro. L’Opinione delle Libertà, diretta da Arturo Diaconale, ha messo in cassaforte 13.542.856 euro.
E che dire della diaspora editoriale socialista? L’Avanti! ha macinato quasi 15 milioni di euro. L’Avanti! della domenica, ovviamente settimanale, dal 2000 al 2003 ha messo in banca 2.360.545 euro. Il Socialista Lab, quotidiano della cui esistenza in pochi si sono accorti, in tre anni di euro ne ha ottenuti 758 mila. La Gazzetta politica, settimanale, dal 2002 al 2005 ha superato 1,6 milioni di euro. Il garofano è appassito, ma il portafoglio è sempre verde.
E che dire degli alfieri del mercatismo? La Voce repubblicana, ectoplasma da edicola, tra aperture e chiusure ha presentato un conto da 2,263 milioni di euro. Liberal ha un’etichetta politica lontana dal Leviatano dello Stato, ma vicina alla cassa di Palazzo Chigi: dal 2003 al 2006 ha incassato oltre 3 milioni di euro.
Persino chi fa la faccia feroce contro la casta, come Tonino Di Pietro, non è sfuggito alla tentazione di passare all’incasso: al minicontributo per Orizzonti Nuovi, la fanzine del partito in stile anni Settanta, 62 mila euro nel solo 2005, l’anno dopo ha preferito i 2,036 milioni di euro per il quartino di Italia dei valori, in cui casualmente è stata assunta la figlia Anna come praticante.
Una foresta politicamente trasversale in cui spiccano un paio di giganti. Il quotidiano Libero si contende la palma d’oro con l’Unità. La testata fondata e diretta da Vittorio Feltri ha avuto accesso ai contributi grazie “al Movimento monarchico che ci aveva appoggiati in questa iniziativa” aveva spiegato lo stesso Feltri a Report nel 2006. Libero tuttora gode del finanziamento come organo di movimento politico e in sette anni ha incassato 39,247 milioni.
Grande la soddisfazione dell’editore di riferimento, la famiglia Angelucci, che raddoppia il piatto con l’assegno del Riformista, organo del movimento Ragioni per il socialismo (10 milioni a partire dal 2003). L’anticomunismo perde la partita all’incasso contro l’Unità, quotidiano fondato da Antonio Gramsci, organo dei Ds: 43 milioni di euro in 7 anni. Il nuovo editore, il presidente della Regione Sardegna e tycoon di Tiscali, Renato Soru, ha annunciato che rinuncerà ai contributi pubblici, per la gioia di Europa, quotidiano della Margherita (l’83 per cento delle quote è detenuto da Luigi Lusi, tesoriere del partito), che così sembra destinato a restare l’unico organo di stampa del Partito democratico. Europa è un foglio smilzo ma al totalizzatore segna 14 milioni di euro in 4 anni.
Smilzo non è mai stato l’Elefantino, alias Giuliano Ferrara, che con Il Foglio agganciato alla Convenzione per la giustizia ha finora incassato oltre 25 milioni di euro. Il direttore del Foglio è già in prima linea contro la riforma e il taglio dei contributi annunciati dal governo (vedi il botta e risposta con Maurizio Belpietro nelle Opinioni).

Al suo fianco, in questa saga bipartisan, s’è levato l’eterno grido di dolore del Manifesto che gode dei contributi (circa 30 milioni in sette anni) in quanto cooperativa di giornalisti. La galassia comunista annovera poi Liberazione (25,5 milioni), Rinascita (11 milioni) e La Rinascita della sinistra (6 milioni). Anche Notizie Verdi, ex Sole che ride (9 milioni) sta per transitare a sinistra con il passaggio di proprietà a Luca Bonaccorsi, editore di Left-Avvenimenti (mezzo milione l’anno).
Roma ladrona? Non quando si tratta di sbancare i contribuenti: il quotidiano leghista La Padania infatti si è assicurato 28 milioni in sette anni, circa 4 milioni ogni 12 mesi. E dal Nord al Mezzogiorno il refrain è sempre lo stesso. Il meridionalissimo Movimento Europa Mediterraneo porta a casa soldi per Il Denaro: quasi 14 milioni di euro. Quanto a Magna Grecia Sud Europa, che con la cooperativa Balena Bianca, made in Avellino, pubblica la rarissima Democrazia cristiana (un milione), non resta certo indietro rispetto ai duri e puri del profondo Nord. Le Peuple valdotain, settimanale di Aosta, in sei anni ha battuto cassa per un milione e mezzo; e il mensile Zukunft in Südtirol, edito dalla Svp, veleggia ormai oltre quota 5 milioni.

Fa tenerezza, allora, la Porziuncola di Assisi, mensile della Provincia Serafica di San Francesco dell’Ordine dei Frati Minori, che nel 2006 ha chiesto, e ottenuto, solo 8.995 euro. Una violetta all’ombra delle grandi sequoie, certo. Ma quante sono le diocesi italiane? Quante le case generalizie, le fondazioni, le pie società che editano, stampano, sopravvivono grazie ai contributi pubblici? Fuori dalla giungla comincia una sterminata prateria di carta.
E quelli che galoppano non sono todos caballeros.

LE CIFRE DEL FINANZIAMENTO
L’Avanti! (cooperativa giornalisti) 14.785.628
L’Avvenire (organo Cei; testata ammessa dal 2001) 37.184.896
Il Campanile nuovo 5.982.930
Il Denaro 13.732.251
Democrazia cristiana (2003-06) 997.757
La Discussione 15.148.169
Europa (dal 2003) 14.182.307
Il Foglio 25.262.522
Italia dei Valori (solo 2006) 2.036.107
Liberazione 25.409.676
Linea 15.954.509
Il Manifesto (cooperativa) 30.470.955
Nuovo Riformista (dal 2003) 10.199.005
L’opinione delle libertà 13.542.856
Libero (ex Opinioni Nuove) 39.247.110
La Padania 28.198.541
Il Popolo (2000-2002) 4.513.686
Rinascita (cooperativa) 11.254.824
Roma 18.736.909
Secolo d’Italia 21.691.187
Sole che ride (dal 2005 Notizie verdi) 9.045.304
L’Unità 43.023.213
La Voce repubblicana (non uscita nel 2002-3) 2.263.898

…CI SONO ANCHE I PERIODICI

Gazzetta politica (’02-05), settimanale, 1.610.178
L’Avanti! della domenica (2000-2003), settimanale, 2.360.545
Le Peuple Valdotain (fino al 2005), settimanale, 1.560.526
Liberal (dal 2003), bimestrale, 3.162.237
La Rinascita della sinistra, settimanale, 6.047.086
Zukunft in Südtirol, mensile, 5.117.223

L’Unità a Soru. Il controllo va a una fondazione

Renato Soru

Da tempo si rincorrevano le voci, ora è ufficiale: Renato Soru ha posto la sua firma all’accordo preliminare d’acquisto de l’Unità. Sarà una fondazione promossa dallo stesso governatore della Sardegna (e fondatore di Tiscali) a rilevare e gestire la testata. A sancire l’intesa è un comunicato che spiega come i soci di Ad, la società che controlla il quotidiano, rappresentati da Marialina Marcucci, abbiano concordato con Renato Soru “l’impegno preliminare a cedere il controllo della società Ad a una Fondazione in corso di costituzione che avrà la responsabilità della gestione editoriale dell’Unità”. L’accordo sarà esecutivo nella prima settimana di giugno e prevede “il rilancio della testata fondata da Antonio Gramsci”.
“L’operazione” si legge nella nota “costituisce la prosecuzione della tradizione del giornale quale quotidiano politico dei partiti che, nel tempo, si sono riconosciuti nei valori di solidarietà sociale e di impegno che ne hanno caratterizzato la sua storia e il suo presente”.
Dopo la firma del contratto, il Comitato di redazione dell’Unità ha espresso soddisfazione: “In tutti questi mesi” dice Ninni Andriolo del Crd “ci siamo battuti perché i nuovi assetti dell’Unità fossero coerenti con la sua storia e il suo radicamento e garantissero prospettive di sviluppo certo al giornale. La soluzione che si è determinata risponde a queste richieste e ci soddisfa appieno”. “Verificheremo in concreto” assicurano al Cdr “i piani e le intenzioni della proprietà a partire dal comitato dei garanti e dalla Carta dei valori che abbiamo chiesto in questi mesi”. La rappresentanza sindacale ricorda “l’impegno della redazione, un esempio di dignità professionale e di legame con la testata”. Infine il ringraziamento ai vertici del Partito democratico i quali “si sono impegnati a fondo per un rilancio concreto e serio per il giornale”. Un grazie sentito infine anche a “tutti coloro che ci hanno aiutato a superare una fase estremamente difficile, a partire dalla Federazione nazionale della stampa e dai sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil”.
Sull’accordo è intervenuto anche il leader del Pd, Walter Veltroni (che del giornale è stato anche direttore, dal ‘92 al ‘96): “Si chiude così una lunga fase di incertezza finanziaria per il giornale segnata anche da momenti difficili e segnali allarmanti, spesso sottolineati dalla redazione e dalle organizzazioni sindacali dei giornalisti. Ora la compagine societaria è più forte e potrà sostenere una fase di rilancio del quotidiano che, per la sua storia e per il suo presente, è tanta parte delle battaglie civili e sociali per cambiare il nostro Paese”.

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