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Election-day

Il governo ha deciso: no all’election day

Il ministro degli Interni, Roberto Maroni, a Palazzo Madama

Il ministro degli Interni, Roberto Maroni, a Palazzo Madama

No all’election day e codazzo prevedibile di  polemiche, con le opposizioni che accusano il governo di sprecare 300 milioni di euro per fare un favore a Silvio Berlusconi.  Il primo turno delle elezioni amministrative (1310 comuni interessati, tra cui Milano, Napoli, Torino, Bologna, Trieste, Ravenna, Cagliari, Rimini, Salerno, Latina e Novara) si terrà con ogni probabilità domenica 15 e lunedì 16 maggio, mentre gli eventuali ballottaggi sono in programma per il 29 e il 30 dello stesso mese. Continua

Marrazzo lascia: “Basta con la politica”. Nel Pd è toto-candidato

L'ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo

L’ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo

Alla fine Piero Marrazzo ha gettato la spugna. Il governatore ha deciso di accelerare la sua uscita dalla Regione Lazio. Troppo stress e troppe pressioni. “Basta, voglio chiudere, non avere più nessun contatto con la politica“, ha detto Marrazzo ai suoi collaboratori annunciando la repentina decisione di dimettersi. Continua

Referendum, guida al voto: quesiti, quorum, le ragioni del sì, del no e dell’astensione

Le urne per i referendum

Domenica e lunedì si vota (oltre per i ballottaggi per il sindaco e/o la provincia) per il referendum sul sistema elettorale per le politiche. Tre i quesiti sui quali i cittadini sono chiamati a rispondere con un sì o con un no e che sono abrogativi di alcune parti della legge.
Gli elettori (47,5 milioni a cui si aggiungono 3 milioni all’estero) possono scegliere anche per l’astensione visto che per il referendum abrogativo la Costituzione prevede la necessità che partecipi al voto il 50% più uno degli elettori. Se dovesse passare il sì, la legge sarà immediatamente applicabile.
Perché il referendum sia considerato valido, dovrà aver votato almeno il 50% più uno dei cittadini, cioé più di 25 milioni di italiani. In caso di vittoria del no o non raggiungimento del quorum lo stesso referendum non può essere ripresentato per 5 anni.

Oltre a una guida su quesiti, date e schieramenti dei partiti Panorama.it ha raccolto l’opinione del professor Mario Segni, del gruppo promotore del referendum che chiede di esprimersi con un sì per istituzionalizzare il sistema “maggioritario” e quelle di Roberto Cota, capogruppo della Lega Nord alla Camera, che invece invita gli italiani ad astenersi.

Qui: la guida sugli schieramenti in campo
Qui: l’intervista a Mario Segni
Qui: l’intervista a Roberto Cota

Referendum: sì, no, forse. Il quesito sui quesiti e le risposte del web

Un banco di raccolta firme per il referendum

La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale (qui l’abc dei quesiti referendari) che Bossi avversa da sempre, perché prefigura un bipartitismo spinto che emarginerebbe le formazioni più piccole - oltre alla Lega, l’Udc e l’Idv e la sinistra extraparlamentare (tutti contrari, infatti). Dopo una cena ad Arcore con Umberto Bossi, il presidente del Consiglio, in una nota di martedì 9 giugno afferma: “Non appare oggi più opportuno un sostegno diretto al referendum”.
Queste le parole del premier. Già, le parole.
Nessun ricatto della Lega
A chi dice, e crede (il comitato referendario e le opposizioni, Pd in primis), che il premier sia sottostato al ricatto leghista, che il leader del Pdl sia ostaggio di quello del Carroccio, che quello intercorso con il Carroccio (più vincente del Pdl alle elzioni dello scorso week end) sia un “do ut des” bello e buono (cioè, un baratto: Berlusconi si sfila dall’appoggiare la campagna del referendum del 21 giugno e in cambio Bossi garantisce il sostegno del proprio elettorato, fondamentale ai fini dell’esito finale, ai ballottaggi delle amministrative che si terranno in concomitanza con la consultazione popolare sul sistema di voto per le politiche), basti ricordare il percorso fin qui fatto dal Cavaliere sul tema.
Era il 29 aprile (qui il VIDEO di Sky Tg24), quando da Varsavia, a conclusione del vertice italo-polacco disse: “Dà il premio di maggioranza al partito più forte, qualcuno può immaginare che io voti no?”, al referendum. E poi aggiunse: “Va bene tutto, ma non si può pensare di essere masochisti”.
Concetto ribadito e ancor più chiarito il 3 giugno scorso, durante Porta a Porta: il referendum “va nella direzione e nell’interesse del Popolo della Libertà e se io dicessi non voto questo referendum gli elettori del Pdl potrebbero farmi un’azione di responsabilità, però non faremo campagna elettorale perché noi siamo contenti di governare con la Lega e abbiamo con la Lega un’alleanza di ferro”.
I mal di pancia di Fini
Non c’è nulla, da queste dichiarazioni, di dverso da quanto sostenuto martedì 9 dal premier. E però, la scelta tattica del premier ha provocato la reazione di Gianfranco Fini e dell’ala “finiana” del Pdl: “Io andrò a votare, lo farò convintamente e spero lo facciano anche gli italiani”, risponde ai cronisti alla Camera Fini, che è tra i promotori dei quesiti e voterà sì.
Nessun sostegno, nessun divieto
E allora ecco l’ultima parola di Berlusconi, costretto ancora una volta a intervenire e precisare: il no al sostegno diretto al referendum elettorale? “Ne rimango convinto, ma comunque voterò sì”: svela Berlusconi, in un colloquio con Il Giornale.
Insomma, nessun sostegno dal Pdl e nessuna indicazioni (leggi: non si farà campagna elettorale) ma nessun rifiuto al voto: “nessun divieto”, puntualizza il ministro della Difesa, Ignazio La Russa e uno dei tre coordinatori del Pdl: “Non capisco perché ci sia questa mania a vedere Fini alternativo al Pdl. Anch’io”, prosegue “a tutte le persone che me lo chiederanno dirò di andare a votare”. E poi: “Nel Pdl ci sono sempre state posizioni diverse, ad esempio, Cicchitto è sempre stato contrario. Parlando di An, i favorevoli al referendum sono il 90%”.

Eppure il dibattito, soprattutto in rete, è molto acceso. Nei temi e nei toni.

Un referendum che mette alla prova i nuovi equilibri nel PdL…

“Berlusconi ha dichiarato che “non sosterrà” il referendum sulla legge elettorale che si celebrerà il 21 giugno prossimo, in concomitanza con i ballottaggi delle Amministrative, inviso alla Lega. [...] La dichiarazione odierna è servita a sugellare l’accordo tra PdL e Lega in vista dei ballottaggi, ma chissà che le immediate reazioni di Fini e degli altri sostenitori della consultazione, unite all’alto numero di ballottaggi, non portino comunque al superamento del quorum, con conseguente scontata vittoria del “SI”. Sarebbe un colpaccio.”

Polìscor » Sembrava una carretta ma era un Carroccio

Una scelta controproducente per il PDL

Il sistema elettorale preferito dal Bossi allora anti-berlusconiano era il
modello tedesco. Proporzionale, sbarramento e mani libere. La stessa a cui il Bossi ora “berlusconiano” presto o tardi [...] intende ricondurre la politica italiana. [...] Di una cosa va dato atto al Senatur: è uno dei pochi che, nell’ultimo decennio, può dire di non avere cambiato idea sulla legge (e sui referendum) elettorali. Rimane da capire la ragione per cui un partito come il Pdl debba invece cambiarla, non a proprio vantaggio, ma contro i propri interessi.”

Libertiamo » Il Senatur sulla legge elettorale detta la linea dal 1999

Appoggiare il referendum aumenterebbe gli elettoria

“Non c’è stato un boom leghista. E provare a inseguire la Lega per recuperare quel 2% di voti che si presume si sia spostato dal Pdl alla Lega sarebbe a mio avviso un errore politico. [...] Occorre guardare ai 6 milioni di astenuti se si vuole recuperare il terreno perso, non ai 100mila elettori in più della Lega. E questo si può ottenere solo differenziandosi dal Carroccio, anziché inseguendolo. Differenziarsi significa innanzitutto dettare la linea politica e non essere
eterodiretti dal proprio partner minoritario di coalizione. [...] Significa soprattutto individuare un progetto politico nazionale (e non settentrionale) di ampio respiro che delinei una mission di lungo periodo per il paese, a cominciare dalle riforme istituzionali e dalle riforme strutturali (e non solo congiunturali) per reagire alla crisi economica.”

FareFuturo Webmagazine » La folle inutilità di inseguire la Lega

Ma forse anche gli italiani temono il bipolarismo…

“Pare che gli italiani, premiando Lega, IdV e UDC, abbiano fatto capire di volere un bipolarismo snello e semplificato che però non si tramuti almeno in tempi brevi in un bipartitismo secco. [...] L’UDC che resiste e bene, approfitta dello scetticismo non verso una
prospettiva bipartitica in sé, ma nei confronti di una contrapposizione urlata fra due partitoni contraddittori ed incapaci di modernizzare il Paese. Non è un caso che oggi Berlusconi abbia fatto un bel passo indietro circa il referendum promosso da Segni e Guzzetta.”

Conservatori-Liberali » Un campanellino d’allarme

Referendum, l’allarme del Comitato è sullo spoglio

Scrutinio per i ballottaggi del 10 e 11 giugno 2007

di Stefano Brusadelli

Il comitato referendario lancia l’allarme scrutatori. In base all’articolo 9 della stessa legge elettorale che in alcuni punti si intende abrogare (il cosiddetto Porcellum del 2005, qui la SCHEDA su come funziona), gli scrutatori non vengono più estratti a sorte fra gli iscritti a un albo, bensì designati da commissioni comunali composte dai rappresentanti dei partiti. La nuova procedura vale per tutti i tipi di consultazione, referendum compresi. “Si tratta” dice a Panorama il presidente del comitato promotore Giovanni Guzzetta “di una scelta assai grave. Oltre a nominare i parlamentari attraverso le liste bloccate, adesso i partiti si attribuiscono anche il potere di nominare coloro che debbono controllare la correttezza del voto. E se è un problema in linea generale, lo è tanto più per i referendum, visto che il comitato promotore non sarà rappresentato”.
Il timore di Guzzetta è quello di ritrovarsi una maggioranza di scrutatori espressione di partiti o aree di partito avversi al referendum, con il conseguente rischio di vedere annullate schede dubbie, o addirittura valide. “Nel Nord, per esempio” aggiunge Guzzetta “è facile immaginare che ci sarà un’alta percentuale di scrutatori leghisti, che non saranno certamente indifferenti”. Per questo i referendari si apprestano a lanciare una “campagna di attenzione” diretta al governo e ai presidenti di seggio.

LEGGI ANCHE: Quesiti, costi, favorevoli e contrari: l’abc del referendum elettorale - Elezioni: la dura vita dello scrutatore

Referendum, accordo tra maggioranza e opposizione: si vota il 21 giugno

refedata

L’intesa, alla fine, è arrivata. Maggioranza e opposizione hanno trovato l’accordo sulla data del referendum eletorale: si voterà il 21 giugno. Esattamente come aveva auspicato il presidente Berlusconi.
Per questo, si va verso un disegno di legge che permetta di spostare la data della consultazione oltre il limite di legge del 15 giugno. È quanto emerso dalla Conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama.
Il presidente dei Senatori del Pdl, Maurizio Gasparri al termine della Conferenza dei capigruppo dice che si è trovata un’intesa politica sostanziale con l’opposizione. “La decisone è che si vada” spiega “verso una legge di iniziativa parlamentare che possa spostare al 21 giugno la data di svolgimento dei referendum elettorali, che probabilmente partirà dalla Camera. Probabile anche che si proceda in via deliberante”.
Indicazione confermata anche dalla presidente dei Senatori del Pd Anna Finocchiaro, che però precisa: “la data del 21 giugno non ci soddisfa. Noi avevano chiesto l’accorpamento al 6 giugno, ma ormai è tardi essendo scaduto il termine per procedere in questo senso. Si va al 21 ma è bene che questa data resti certa”. Il Pd è comunque disponibile a “un esame rapido di un testo che si preannuncia di poche righe”. Confermata anche l’ipotesi “che si vada in deliberante”.

Netta, a tal proposito, la contrarietà dell’Italia dei valori. Il capogruppo Felice Belisario spiega che “l’Idv è contraria a qualsiasi spostamento della data del referendum”, così come “siamo contrari alla deliberante. Continueremo la nostra battaglia perché è pericoloso non far votare i cittadini quando lo stabilisce la legge”.
L’approvazione di un ddl per spostare il referendum, in modo che coincida con i ballottaggi per le amministrative, era stata sollecitata dallo stesso presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Nelle settimane scorse, l’opposizione aveva duramente attaccato la maggioranza, affermando che il mancato accorpamento del referendum (qui l’abc) alle elezioni europee ed amministrative del 6 giugno (un’ipotesi duramente osteggiata dalla Lega, che secondo Berlusconi era pronta a una “crisi di governo”) provocherà una perdita di 400 milioni di euro. Numeri smentiti dal premier Silvio Berlusconi che da L’Aquila ha parlato di “cifre assolutamente inferiori”.

Il VIDEO servizio:

LEGGI ANCHE: L’abc del referendum elettorale - Il promotore Guzzetta: “Il referendum divide innovatori e conservatori”

Referendum, Berlusconi e la Lega: “Bossi pronto a far saltare tutto”

Silvio Berlusconi a Cernobbio

L’election day? Ovvio che valga meno della durata del governo. Soprattutto in un momento difficile come questo, con la crisi economica da superare e l’emergenza Abruzzo da risolvere.
Così il premier Silvio Berlusconi risponde a chi critica l’azione del Pdl accusato di aver “ceduto” alla Lega contraria all’accorpamento tra elezioni europee e referendum. “Sul referendum arrivano polemiche fuori luogo, la Lega avrebbe fatto cadere il governo se fosse passato l’election day. Abbiamo scelto di non inseguire, quanto al referendum, una situazione per noi favorevole e molto positiva come il raggiungimento del sistema bipolare, facendo cadere il governo. Mi spiace che altri interpretino come una debolezza del premier e del Pdl aver ceduto ad una precisa richiesta di un partito della maggioranza che, ove non accolta, avrebbe fatto cadere il governo in un momento come questo, producendo una situazione irresponsabile”, risponde ai giornalisti il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, a margine dell’inaugurazione di una scuola a Poggio Picenze.
All’obiezione che l’election day insieme al referendum avrebbe fatto risparmiare risorse da destinare alla ricostruzione dell’Abruzzo, Berlusconi replica: “Ridurremo al minimo lo spreco, ma la cifra è lontanissima da quella circolata di 400 milioni” aggiunge Berlusconi che prosegue: “Cercheremo di ridurre al minimo gli sprechi andando al voto nel giorno dei ballottaggi per le amministrative. Bisognava scegliere tra una cosa e l’altra, tutto il resto sono polemiche che veramente non mi toccano, la decisione di votare il 21 giugno è stata presa”. In serata l’ufficio politico del Pdl decide di lasciare che siano il premier, i tre coordinatori del partito (Ignazio La Russa, Sandro Bondi, Denis Verdini) e il ministro per i rapporti con il Parlamento Elio Vito a consultare i gruppi dell’opposizione e del resto della maggioranza per valutare l’ipotesi di rinviare il referendum di un anno, oppure di tenere la consultazione il 21 giugno insieme con i ballottaggi.

Il premier parla anche della situazione internazionale e dell’emergenza terremoto: “La prima cosa che deve fare lo Stato in questi momenti è stare vicino ai cittadini che hanno bisogno e questo sarà il principale impegno per il governo insieme alla crisi economica”.
Quindi sostenere il referendum in questa fase contro la Lega, secondo il premier, “non ci sarebbe sembrato responsabile, mentre c’è una crisi economica generale e mondiale e mentre siamo responsabili del G8, del G14 e del G20, quindi mentre le aspettative delle politiche di tutto il mondo convergono sull’Italia e sul suo governo”.
Ma le polemiche sul mancato accorpamento tra referendum ed elezioni arrivano non solo dal presidente della Camera, ma anche dalla Confindustria. “Prima di parlare di un aumento delle tasse per aiutare le popolazioni colpite dal terremoto vorrei vedere uno sforzo vero per la riduzione della spesa pubblica improduttiva: non accettiamo che si decida di non accorpare la data delle elezioni e del referendum spendendo 400 milioni dei cittadini”. Così il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia.
Mentre per Piero Fassino, responsabile per la politica estera del Pd: “Berlusconi ha dichiarato apertamente” di essersi sottoposto a un ricatto: se non fosse stata abbandonata l’idea dell’election day la Lega sarebbe uscita dal governo. “Dunque ha ammesso di aver accettato il ricatto di una parte politica”, ha commentato Fassino. Per l’ex leader dei Ds - che a Bruxelles ha aperto i lavori del congresso dei giovani del Pse - il presidente del Consiglio “ha sacrificato l’interesse generale per una convenienza politica della maggioranza. Un fatto” ha concluso “preoccupante e sconcertante”.

Europee: sì all’election day e ai contributi per chi resta fuori

i protagonisti degli ultimi due anni

Dopo il sì all’innalzamento dell’asticella al 4% per le europee, ecco un alro ok da parte del Senato.
Che ha approvato il decreto che fissa l’election day per accorpare le prossime elezioni europee e amministrative in unica tornata, i prossimi 6 e 7 giugno. Pe rendere possibile l’accorpamento, si voterà il sabato pomeriggio del 6 e tutta la giornata di domenica 7 giugno. Il “sì” è stato ampiamente bipartisan, avendo votato a favore 252 senatori, nessun cotrario e due astenuti. Il provvedimento, che allinea le dimensioni dei simboli delle liste fra le due competizioni (3 centimetri) porta con sé anche un altro emendamento di un certo rilievo: su proposta dei senatori democratici Vincenzo Vita e Paolo Nerozzi, la soglia per ottenere i rimborsi elettorali è stata portata al 2 per cento, quindi anche i partiti che non raggiungeranno il quorum del 4% necessario per ottenere seggi nell’Europarlamento potranno comunque accedere ai fondi pubblici; su proposta del relatore Lucio Malan.Per il via libera definitivo, ora la norma passa al vaglio di Montecitorio.

Tradotto: con questa modifica, anche i partiti che non raggiungeranno il quorum del 4%, quella che serve ad avere un seggio (dei 72 messi a disposizione per l’Italia) nell’Europarlamento, potranno accedere comunque ai fondi pubblici. Un modo - adottato dai due partiti più grandi - per rispondere alle polemiche dei partitini (Verdi, Sd, Socialisti, Prc e La Destra) che accisavano Pdl e Pd, di voler letteralmente “uccidere la democrazia”, togliendo di mezzo le voci fuori dal loro coro. La legge numero 18 del 1979, sul sistema elettorale con il quale si voterà il 6-7 giugno, prevede che il riparto dei seggi avvenga con il metodo proporzionale in base alla cifra elettorale nazionale di ciascuna lista, su un collegio unico nazionale e con il principio dei quozienti interi e dei resti più elevati. Alzare la soglia di accesso di fatto “costringe” i “cespugli” a non correre da soli (pena l’esclusione dal Parlameto europeo) ma ad accordarsi tra loro unendo forze ed elettori. Un po’ come avviene per le elezioni politiche italiane: lo sbarramento, nell’ultima tornata, ha comportato l’esclusione di forze politiche come .
Non avere seggio significa poi non accedere ai contributi a titolo di rimborso elettorale, con la conseguenza di una drastica diminuzione delle entrate su cui gli stessi partiti basano la propria sopravvivenza, a tutto vantaggio delle forze politiche maggiori. Una batosta finanziaria, oltre che politica, insomma per gli attuali “extraparlamentari”. Che, almeno fino al 2010 potranno contare sui rimborsi per le politiche 2006; poi fino al 2012 arriveranno i rimborsi delle politiche 2008, ossigeno anche per chi, come la Sinistra arcobaleno (1,858 milioni) o i socialisti (498 mila euro), non ha avuto seggi ma ha superato l’1 per cento. L’incubo riguardava le europee 2009 però anche la soglia per i rimborsi è al 4.
Il 2012 sarebbe stato un incubo. E allora, in extremis, ecco l’emendamento democratico che tenta di riportare un minimo di equilibrio nella spartizione del gruzzolo dei rimborsi. Sempre che i partiti minori riescano a toccare il 2%…

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