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elettori

Ma quanto vale l’Udc? Sondaggisti al lavoro: ecco il peso di Casini

Una bandiera UDC | (Ansa)

Una bandiera UDC | (Ansa)

Rebus Udc: quanto conta Pier Ferdinando Casini? Umberto Bossi ha già detto la sua: “Casini è uno che fa molte chiacchiere, ma pochi numeri. Vedremo quanti voti piglia“. Gli analisti dei flussi elettorali sono già al lavoro per calcolarli. “Non è facile” avverte Luigi Crespi. Continua

Dibattito aperto nel Pdl: Fini c’è ma la destra dov’è?

Gianfranco Fini, 57 anni, presidente della Camera

Gianfranco Fini, 57 anni, presidente della Camera

Fini c’è. E questo è il dato. Il presidente della Camera s’è ormai ritagliato uno spazio inedito: culturalmente e politicamente lui è, infatti, il diretto concorrente di Silvio Berlusconi.
Perfino alla manifestazione romana dei “viola”, il raduno del No Berlusconi day (un caleidoscopio di sigle dall’Idv ai grillini, alla sinistra extraparlamentare, fino ai gruppettari), il più fortunato equivocabile slogan è stato “Per fortuna che Gianfranco c’è”. Continua

Primarie Pd: l’abc del voto (e il silenzio dei dirigenti)

Un manifesto del Partito Democratico

Un manifesto del Partito Democratico

Una volta erano le Botteghe Oscure: rigidi e fumosi rituali, dietro ai quali si avvolgevano macchinose procedure per nominare i direttivi del vecchio partito comunista. Oggi, invece, sono le Primarie. Continua

Primarie Pd: e se vince il partito della scheda bianca?

Un momento della convenzione nazionale del Partito Democratico

Un momento della convenzione nazionale del Partito Democratico

Una valanga di schede, ma bianche. Questo è il timore dei dirigenti del Pd riguardo alle primarie del prossimo 25 ottobre. Continua

Il referendum secondo Romano: “Un’istituzione malata, regole da cambiare”

Un elettore al voto

Referendum, la GALLERY: chi piange e chi esulta

I dati del Viminale non lasciano dubbi: si tratta di un minimo storico nell’affluenza a un referendum abrogativo in Italia. Nel 1974 l’87% degli aventi diritto votò sul divorzio. Adesso alle urne è andato solo un italiano su cinque. Il perché lo abbiamo chiesto all’ambasciatore Sergio Romano, storico ed editorialista di Panorama e del Corriere della Sera.

Visti i risultati, si può parlare di fine del referendum?
Sì, credo si possa dire che è un’istituzione malata. Le cause sono molte: se ne è fatto un uso troppo esteso in passato, i temi sono complicati e si fatica a capire quale sarà l’effetto del voto. Si tratta di una sorta di microchirurgia applicata alle leggi che sconcerta gli elettori che non si trovano davanti a una scelta ben definita. Finché si trattava di scegliere sul divorzio o sull’aborto era più semplice decidere e mobilitare. Poi ci sono delle cause che rientrano nella natura stessa del referendum abrogativo.

Il quorum, ad esempio. Perché non è più stato raggiunto dal 1995?
Il quorum al 50% è motivato da una considerazione dei costituenti: per abrogare una legge approvata dal Parlamento ci vuole una chiara manifestazione di volontà degli elettori. Però la Costituzione è del 1948 e si riferisce a un contesto in cui alle urne andava il 90% degli italiani, adesso la situazione è cambiata. C’è una crescita dell’area degli “agnostici” o semplicemente dei disinteressati che si avvicina ad altri paesi come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna.

Secondo lei è corretto fare campagna per l’astensione?
No, non è giusto: chi fa campagna per l’astensione somma il numero dei disinteressati a quello di chi riesce a convincere, con il deliberato scopo di fare fallire la consultazione.

Può essere una soluzione la proposta di abbassare il quorum e aumentare il numero di firme necessario?
Bisognerebbe abbassare il quorum perché aumenta l’area di chi non va a votare. Ma dall’altro lato è giusto aumentare il numero di firme da raccogliere perché la popolazione dell’Italia è aumentata dal 1948. Un’altra ipotesi è quella del referendum abrogativo il cui risultato è condizionato dal raggiungimento di una maggioranza ponderata di favorevoli, maggiore del 50%, ma senza un quorum di votanti.
L'ambasciatore Sergio Romano

Perché nel ‘93 si registrò ancora un’affluenza molto alta (il 77%) pur su temi abbastanza complicati e poi è andata calando in modo così netto?
Nel ‘93 così come nel ‘95 c’era ancora una forte partecipazione alla politica. Dalla seconda metà dei ‘90 è aumentato lo scetticismo, non escludo che tra le cause ci sia anche il bipolarismo, perché riduce le opzioni. Ma io non escludo che se si votasse domani su un tema molto sentito non tornerebbe ad avere successo. Certo, 15 anni di fila senza ottenere risultati sono un problema, rischiamo di giocarci uno strumento importante di democrazia diretta.

Tra le cause dello scetticismo c’è anche il fatto che in alcuni casi le indicazioni date dagli elettori sono state disattese…
Sì, ma questo è dovuto anche alla natura del referendum, che non può proporre una legge ma solo abrogarla. Spesso i quesiti sono scritti per passare il vaglio della Corte Costituzionale, che non approverebbe un referendum che bloccasse il funzionamento di un’istituzione. Per questo si agisce con una sorta di “microchirurgia”: ad esempio i quesiti del 1987 sul nucleare non erano così netti: non si chiedeva ai cittadini “volete abolire il nucleare?” Ma si agiva su delle disposizioni normative che facilitavano l’energia atomica. E se adesso, come accade, il governo vuole tornare al nucleare non ci si può opporre ricordando quel voto.

Nel caso di oggi del referendum sulla legge elettorale secondo lei cosa non ha funzionato?
La formulazione era poco chiara e non si poteva formulare un’alternativa al sistema attuale. C’era molta insoddisfazione per il “porcellum”, ma ad esempio molti lettori che scrivono alla mia rubrica sul “Corriere” erano interessati a reintrodurre le preferenze e una volta che hanno capito che non era questo lo scopo della consultazione hanno detto “non è ciò che mi interessa”.

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Veronica, breve ma incisiva: “Infangata la mia dignità. Ho sempre amato Silvio”

Veronica Lario

Poche righe, ci stanno tutte in una pagina. La prima, per la precisione, del Corriere della Sera. In alto, a destra: nella “spalla”, per dirla in gergo.
Poche righe, quelle di Veronica Lario, moglie del premier Silvio Berlusconi, in queste settimane al centro delle polemiche per il caso Noemi. Torna a parlare, la signora, del suo matrimonio, del rapporto con il Cavaliere e della sofferenza che ne è scaturita.

Lo fa inviando una brevissima dichiarazione al Corriere: “In queste settimane ho assistito in silenzio, senza reagire mediaticamente, al brutale infangamento della mia persona, della mia dignità e della mia storia coniugale”.
Poi in quella manciata di parole, incisive e graffianti, fatte pervenire al quotidiano di via Solferino, Veronica rivendica il proprio stare in disparte e il diritto alla verità: “Certo è” aggiunge “che la verità del rapporto tra me e mio marito non è neppure stata sfiorata, così come la ragione per cui ho dovuto ricorrere alla stampa per comunicare con lui”.
“Certo è” conclude la moglie del premier “che l’ho sempre amato e ho impostato la mia vita in funzione del mio matrimonio e della mia famiglia”.

Lario-Berlusconi, ex first coniugi. Divorzio, ma non dagli elettori

Berlusconi ospite a

“Il potere logora chi non ce l’ha”, motto del divo Giulio (Andreotti) che in tempi di soap politica si può declinare in un più pop “il divorzio logora chi non ce l’ha”. Silvio e Veronica è un format che replica altri programmi di crac familiare già andati in onda sugli schermi della politica. Sciolti i patti e rotti i piatti, pagati gli avvocati, dissolti i matrimoni e divisi i patrimoni, i leader continuano a fare politica meglio di prima e con più consenso di prima.
Silvio e Veronica sono la versione “reloaded” di altre saghe, crisi coniugali vicine e lontane. Pier Ferdinando e Roberta, Gianfranco e Daniela in Italia, Bill e Hillary in America, Nicolas e Cécilia in Francia, Gerhard e altre quattro frau impalmate e poi lasciate in Germania. Una lunga teoria di amori e dissapori, marce nuziali e cerimonie degli addii.
Se dunque Silvio Berlusconi e Veronica Lario rompono, se eruttano le divisioni, il pubblico è preparato, l’elettore vaccinato. Pier Ferdinando Casini è diventato presidente della Camera con un amore alle spalle sbocciato nel 1982 con Roberta Lubich, figlia del cardiologo Turno Lubich, ex moglie dell’industriale del caffè Francesco Segafredo. Un matrimonio in chiesa alle spalle e un altro in comune con Azzurra, figlia di Francesco Gaetano Caltagirone, tycoon dell’immobiliare e dell’editoria.
Le fortune politiche del leader dell’Udc, per saggezza italiana, non sono mai state una faccenda di cuore, la sua carriera è proseguita con due famiglie e quattro figli: Maria Carolina e Benedetta, Caterina e Francesco. Casini è un politico cattolico e un padre di famiglia liberal, i manifesti della sua campagna per le elezioni europee ne sono un esempio. Pier Ferdinando in compagnia dei figli nati dal suo matrimonio con Azzurra e uno slogan che riporta alla normalità della vita perfino le saette che s’incrociano in queste ore fra Arcore e Macherio: “Un divorziato cattolico”.
Passato e presente di Casini si fanno rivendicazione politica in quello slogan, ricordano che il divorzio è una dimensione a tratti ultra ma col tempo assolutamente terrena dell’esperienza di un uomo e una donna, è il gioco delle coppie che può durare per sempre o spezzarsi. Come Gianfranco Fini e Daniela Di Sotto, 25 anni insieme, icone della destra italiana, storia d’amore e politica: si conobbero nel 1971 in una sezione del Msi (”La prima cosa che mi ha colpito di lui è stato il lungo e brutto cappottone di pelle, e il suo strano modo di parlare. Lo chiamavano Tortellino, era appena arrivato da Bologna”) e sembravano inossidabili. Poi la loro traiettoria si è divisa e l’avvocato Giulia Bongiorno il 16 giugno 2007 comunicò che “percorsi di vita differenti hanno determinato un progressivo allontanamento che, se non ha minimamente intaccato i sentimenti di stima e affetto reciproci, rende tuttavia impossibile continuare il rapporto coniugale con la serenità e lo spirito di condivisione necessari”. Fine dell’unione a destra, comparsa sulla scena pochi mesi dopo di un’altra lei, Elisabetta Tulliani, un po’ showgirl, un po’ avvocato, bella donna.
Il 2 dicembre 2007 Fini diventa padre per la seconda volta, nasce Carolina e gli italiani scoprono che il leader di An “è un papà moderno” che aiuta la sua nuova compagna. I due vengono paparazzati e gossippati, Fini bellamente e giustamente se ne infischia, tira dritto, cambia pannolini di notte e fa il presidente della Camera dei deputati di giorno.
Sullo scranno più alto di Montecitorio la storia è un ciclo dell’eterno ritorno. Il presidente Iotti era agli occhi degli italiani di destra e di sinistra “la Nilde” e basta, non l’ex amante di Palmiro Togliatti. La chiesa del Pci non parlava mai di quella relazione (fu un colpo di fulmine in un ascensore di Montecitorio) chiusa a tripla mandata dal partito al sesto piano di Botteghe oscure: venne allo scoperto dopo l’attentato al Migliore, nel 1948, quando il leader era già sposato. Il servizio d’ordine del Pci fermò Iotti in ospedale, lei voleva stare vicino all’amato, un’umiliazione. Fu Luigi Longo a urlare: “Ma è la compagna di Togliatti!”.
Il destino si diverte, perché fu proprio Longo a lasciare, con un comunicato all’Unità, l’irascibilissima moglie Teresa Noce, la quale voleva addirittura discutere della loro separazione nella direzione del partito. Anni di realismo socialista applicato agli affari di cuore.
Anni invece esuberanti gli Ottanta. Gli italiani non giudicarono mai Bettino Craxi per le sue non poche sortite fra le lenzuola, semmai c’era chi si sintonizzava sul canale della tv privata Gbr per vedere chi fosse quella Anja Pieroni che per Bettino aveva rotto il fidanzamento con Roberto Gancia.
Le parabole dei leader politici, quelli di razza, “bucano” i nuvoloni creati dalle amanti improvvise e improvvisate. Il divorzio, la crisi matrimoniale li rendono più umani. Prendete Bill Clinton, un grande presidente degli Stati Uniti, un uomo tutto sax e non poco sex. Nello Studio Ovale passava per caso una di nome Monica Lewinsky, lasciò qualche traccia.
Una vecchia gloria del giornalismo americano, l’ex inviato di Newsweek Arnaud de Borchgrave, tempo fa raccontò a chi scrive: “Mai e poi mai avrei pensato di vedere dei colleghi andare a caccia di tracce di sperma sulla giacca del presidente degli Stati Uniti”. Bill superò la prova dei reporter americani in versione Csi e ci riuscì grazie anche alla tempra della moglie Hillary, sempre al suo fianco. Il resto è storia dei giorni nostri: Clinton è un’icona democratica per sempre e guadagna milioni di dollari facendo il conferenziere, la signora Rodham è segretario di Stato Usa. Scoppiano, ma di successo.
Direte che quelle sono americanate, eppur si muove qualcosa di simile nella politica europea. Gerhard Schröder ha continuato la sua carriera di sciupafemmine in quattro puntate (Eva, Anne, Hiltrud e ora Doris) e tra un matrimonio e un divorzio ha trovato il tempo di fare il cancelliere tedesco e il leader di partito guadagnandosi due nomignoli: “Audi Man” (quattro cerchi) e “Signore degli anelli”.
L’asse franco-tedesco si conferma anche nel settore tempestoso degli amori. Nicolas Sarkozy e Cécilia María Sara Isabel Ciganer-Albéniz Lei con un nome che è già un’ouverture, un matrimonio cancellato all’ultimo momento, un altro celebrato dal sindaco di Neuilly (tal Nicolas Sarkozy: a volte ritornano); lui il presidente incrocio della razionalità francese e dell’imprevedibilità ungherese già reduce da un divorzio… Come poteva finire? Scappatelle, fughe, riconciliazioni, libertinaggio e volantinaggio insieme in campagna elettorale, viaggio negli Stati Uniti e lei, altera e austera, che diserta il pranzo nella tenuta del presidente americano George W. Bush nel Maine. Patatrac. Il 18 ottobre 2007 si lasciano per sempre. Lei sposa a New York il businessman Richard Attias, lui va a una festa del pubblicitario Jacques Séguéla e trova amore e consolazione in Carla Bruni, oggi il tocco essenziale di glamour della diplomazia sarkoziana.
Robetta rispetto a quel “vorrei essere il tuo Tampax” rivolto da Carlo d’Inghilterra a Camilla Parker-Bowles quando il principe era ancora sposato con Diana Spencer. Cose regali.
Scorrono i titoli di coda, il Cav a Porta a porta ha fatto il record di ascolti, uno spettatore su tre incollato al video, nei sondaggi non si sposta un voto. Perché se il divorzio diventa un reality, se il sistema dei media si lecca i baffi, se il buco della serratura è la dimensione epica del dibattito, se il voyeurismo impera, lo spettatore fa zapping, sorride sornione come il Groucho Marx che diceva “il matrimonio è la causa principale del divorzio”, ma alla fine vota senza telecomando e ben lontano dal mediatico di dietro, davanti, sopra, sotto e sottosopra della politica.

Berlusconi il francese: “Divorzio fatto privato, gli italiani sono con me”

Silvio Berlusconi a France2

Che non temesse strascichi elettorali con i cattolici, causa annunciato divorzio con la signora Lario, lo aveva detto già martedì nel salotto di Bruno Vespa. Che dall’affaire Veronica possa derivarne un aumento di popolarità, il Cavaliere lo dice in un’intervista alla televisione francese France 2. La separazione? “L’ho gestita con una certa classe”. E per questo motivo “gli ultimi sondaggi, al contrario di quello che si può pensare, dicono che c’è stato un aumento di popolarità”.
Silvio Berlusconi si concede al tg serale della tv d’Oltralpe e si promuove per l’equilibrio mostrato dopo la tempestosa richiesta di divorzio da parte della moglie Veronica Lario. “Silvio Berlusconi s’explique”, si spiega, titola la tv francese nel servizio trasmesso, subito dopo quello dedicato al secondo compleanno di Nicolas Sarkozy all’Eliseo.
E se l’altro ieri, sulla poltroncina bianca del salotto di Bruno Vespa, il premier era apparso teso ed addolorato, mercoledì sera l’immagine che arriva dalla tv francese è quella di un uomo sollevato.
“L’ammirazione degli italiani è importante” dice il premier. “Tre italiani su quattro sono con me. Ed ho una popolarità del 75%. Non male…”.
Il premier, visto l’ampio spazio dedicato dai media stranieri alla fine del suo matrimonio, ribadisce la sua versione dei fatti: “Il divorzio è qualcosa di doloroso, sempre. E penso che dovrebbe essere un fatto privato, sul quale nessuno dovrebbe avere il diritto di intervenire”, recrimina. “Sempre la stampa e la tv sono contro chi è al potere” aggiunge. “E in Italia, contrariamente a quello che si pensa all’estero, lo sono il 90% della stampa e tutte le televisioni, comprese le mie. Tutti vogliono dimostrare di essere indipendenti. E tutti i giorni le tv, anche le mie, dicono qualcosa contro di me”.
Ma a confortare il Cavaliere restano i sondaggi, che dissipano il suo timore di pesanti ripercussioni politiche, dopo la dolorosa vicenda familiare. Anche l’Istituto Ipr Marketing - in un sondaggio commissionato da Repubblica.it all’indomani della puntata di Porta a Porta - registra che il premier è riuscito a “convincere” gli italiani. Un sostegno totale e convinto da parte degli elettori del Pdl (l’89%), robusto da parte degli italiani in genere (il 57%) e vicino alla maggioranza assoluta anche per i cattolici praticanti (il 49%). Al 53% degli italiani Berlusconi ha ispirato fiducia, al 51% è apparso sincero (percentuali che salgono all’88 ed all’86% tra i simpatizzanti del Pdl).
Interrogato sulla vicenda della ragazza di Casoria, Noemi (qui le IMMAGINI), Silvio Berlusconi, davanti alle telecamere di France 2, ha detto di averla vista “tre o quattro volte, sempre con i genitori”. “La ragazza” ha detto Berlusconi nell’intervista, parlando sempre in francese “non ha mai avuto modo di frequentarmi da solo. È venuta a trovarmi tre o quattro volte, mi dicono. Io veramente ne ricordo tre. È venuta sempre con sua madre o suo padre, che fa parte del mio partito”.
L’intervistatore ha poi chiesto al Cavaliere se si sia pentito di avere definito “abbronzato” il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. “Assolutamente no” è stata la risposta del presidente del Consiglio, “perchè era un complimento. Io vorrei essere abbronzato, avere il tempo di espormi al sole. Lui ha capito, assolutamente”.

Il VIDEO da Youtube dell’intervista di Berlusconi a France 2:

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa

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