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La domanda, più reale che proibita, l’aveva posta il direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, aprendo tra gli elettori di sinistra un vero e appassionato dibattito: “Perché restiamo in questo governo?”. E, a parte quella del padre di Prc, Fausto Bertinotti, che da presidente della Camera ha letteralmente decretato, dalle colonne di Repubblica, il fallimento del governo, la risposta vera toccherà al popolo rifondarolo.
Interpellato, secondo l’ultima moda “dal basso”, tramite referendum. Insomma, la ferita aperta nel partito dal voto di fiducia sul welfare sanguina ancora e il segretario Franco Giordano, per mitigarla, chiama a raccolta la base: saranno i militanti a diventare parte attiva nella verifica con il governo, chiesta per gennaio. Tradotto, significa che il partito elaborerà una sorta di primarie di punti programmatici su cui si esprimeranno gli elettori.
E guai a scherzare: il “voto” vale doppio. Prima “un mandato vincolante” spiega Giordano “su cui organizzeremo il tavolo con Prodi”. E poi lo stesso esito del confronto con Palazzo Chigi sarà sottoposto ad un referendum tra gli iscritti che decideranno se il partito possa o meno continuare a fare parte della maggioranza.
Ma la partita non si chiuderà a gennaio. E a giocarla non sarà solo Rifondazione. Anzi l’iniziativa, almeno nelle intenzioni, potrebbe riguardare il popolo dell’intera sinistra. Giordano ne parlerà sabato e domenica alle altre forze (Pdci, Verdi ed Sd), agli Stati Generali della sinistra da cui potrebbe nascere la Cosa Rossa, anche se Rifondazione giura di poter andare avanti da sola.
I tre punti programmatici indicati da Giordano sono: la necessità di autonomia del governo, che invece, secondo Giordano, “è condizionato da Confindustria sui temi del lavoro”; secondo: la ridefinizione del programma con cui l’Unione “eravamo andati alle elezioni e di cui adesso non c’è più traccia”. Terzo, l’urgenza di “ricostruire un collante nella maggioranza a partire dalla lotta alla precarietà”. Parte fondamentale del giudizio del Prc su governo e maggioranza sarà infine l’esito della partita sulla riforma elettorale.
E qui è chiaro che l’obiettivo dei riforndaroli è Walter Veltroni e il suo “inciucio” con Berlusconi su un sistema elettorale che minaccia di cancellare le sigle minori. Anche perché nell’immediato futuro di Rifondazione c’è l’impegno per la riuscita degli stati generali della sinistra. “L’assemblea” dice Giordano “è il frutto della nostra determinazione. La nascita del nuovo soggetto politico deve essere un’alternativa al Pd e al populismo di Berlusconi”.
Nelle intenzioni del Prc, il battesimo della sinistra unita dovrà infatti avvenire già nel voto amministrativo del 2008, quando Rifondazione, Pdci, Verdi e Sd dovrebbero presentarsi agli elettori con un distintivo comune. E una domanda sulla testa: “Essere o meno alleati del Pd, stare o meno dentro questo governo”?.
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Finora (ore 16.00): 54,85% a 45,15%. Cioè stanno vincendo gli elettori di Forza Italia (e non solo) che, come nome del nuovo partito lanciato da Berlusconi vorrebbero Il Popolo delle libertà. Plausibile il risultato, in linea con il discorso anti-parrucconi fatto dal Cav durante il discorso programmatico di fronte alle colonne del tempio di Adriano a Roma.
Insomma, ancora inebriati dai sette milioni e passa di firme raccolte nel week end, gli organizzatori dei gazebo azzurri hanno dato immediata “attuazione alle indicazioni del presidente Berlusconi”, come ha spiegato Antonio Palmieri, responsabile del sito, offrendo la possibilità alla gente (al popolo, appunto, e partendo dal basso) di scegliere on line come dovrà chiamarsi il nuovo soggetto politico, annunciato nella domenica milanese in piazza San Babila. Ieri il Cavaliere lo aveva detto: “Saranno i cittadini a decidere”. Detto, fatto: chiunque può andare sul sito di Forza Italia e con un semplice clic (sono più di 4,5 mila, per ora) dare la propria preferenza.
Stavolta, però, per prevenire le critiche sull’assenza dei controlli - che avevano messo qualche dubbio sull’autenticità delle firme di rivotiamo.it - le opzioni sono solo due e si può votare una sola volta: se si prova a farlo due volte dallo stesso computer, infatti, appare un messaggio: “Hai già votato, il tuo voto non verrà preso in considerazione”.
Una piccola nota in fondo alla videata spiega infine che “i risultati riflettono le opinioni di coloro che hanno scelto di partecipare; pertanto non possono essere assunti come rappresentativi delle opinioni di tutti i naviganti né dell’insieme degli iscritti o dei simpatizzanti di Forza Italia”.
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Il prossimo presidente degli Stati Uniti, nel 2008, potrebbe essere una presidentessa. Sempre che Hillary Clinton batta Rudy Giuliani, il suo più probabile avversario repubblicano. Da due anni Angela Merkel guida la Germania, ed un anno fa Ségolène Royal si era candidata, con qualche chance di successo, alle presidenziali francesi. Margaret Thatcher ha governato l’Inghilterra addirittura vent’anni fa, dando il proprio nome, thatcherismo, non solo ad un paese ma ad un’era politico-sociale.
Gli inglesi non sono nuovi alle donne di ferro: chi in questi giorni ha visto al cinema Elizabeth con Cate Blanchett nei panni della regina che sconfisse l’Invencible Armada spagnola, se ne può fare un’idea. Che cosa hanno in comune queste storie? Che mai si è dibattuto se fosse opportuno affidare il bastone del comando a una donna in quanto tale. Si parla di meriti o demeriti, non del fatto che indossi la gonna (magari un tailleur pantalone nel caso di Hillary).
La questione femminile divide molto anche l’Italia. Anche quando le donne avanzano nelle poltrone di potere. Daniela Santanchè, Anna Finocchiaro, Rosi Mauro, Alessandra Mussolini, Giulia Bongiorno, e via ancora con le Bonino, le Prestigiacomo e le Melandri: ben che vada vengono etichettate come “pasionarie”. Mai sentito che si parli di un ministro “pasionario”? Se Emma Marcegaglia si candida alla guida di Confindustria, si nota che è tempo di una “presidenza in rosa”: quelle precedenti sono state in azzurro?
La realtà è che le donne guadagnano sì posizioni, ma non come accade nei paesi con cui ci misuriamo, e soprattutto non come dovrebbero. Non esiste ancora in Italia l’ipotesi di una donna alla guida del governo, di un grande quotidiano, di una grande industria. Silvio Berlusconi, al quale le donne certamente piacciono, e forse proprio per questo, a proposito della Finocchiaro ha detto: “È una donna, ma è brava”. Maschilismo di destra? Mica tanto: può testimoniarlo chi ha seguito le battute a sinistra durante la campagna di Rosy Bindi contro Walter Veltroni, battute (la più benevola, appunto, “pasionaria”) tutte mascherate dal politically correct.
Le donne sono notoriamente maggioranza nella società ma non nei luoghi di lavoro. Soprattutto, non nei luoghi che contano: dunque alla quantità (ammettiamo che sia un fatto fisiologico legato alle incombenze familiari) non si sopperisce con la qualità. Insomma, siamo molto indietro. Le quote rosa, dicono tutti, non costituiscono una soluzione, perché sono offensive. Giusto. Ma allora la soluzione qual è?
Vedrete che alle prossime elezioni, o al prossimo rimpasto di governo, si parlerà di nuovo, e molto, del problema donne. Gestito però dagli uomini.
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Chi è e che cosa pensa il popolo del Pd, e in particolare quello di Veltroni? La questione, finora, è stata esaminata dall’alto: Panorama.it ha documentato i rapporti aggiornati di forze tra veltroniani e prodiani, margheritini e diessini, per aree geografiche. Ma sotto gli eletti ci sono elettori. A sondare il loro umore ha provato per primo il Master di comunicazione e consulenza politica dell’università romana Lumsa assieme all’associazione Modem (si occupa di ricerche politiche). Hanno condotto un indagine a campione tra quanti sono andati ai seggi per le primarie il 14 ottobre e hanno raccolto 1.612 risposte in tutta Italia. Come spiega Pino Nazio, coordinatore della ricerca e docente al Master, “gli elettori hanno risposto senza remore, mentre un po’ di fiscalismo c’è stato da parte dei presidenti di seggio”. Una volta stratificato il campione in base alla popolazione italiana, ne escono alcune sorprese e qualche illustre conferma.
Per esempio: “E soddisfatto del governo Prodi?” Il 49,5 per cento poco o per niente, il 46,4 abbastanza o molto. Se occorreva una conferma dalla base dei reciproci malumori Veltroni-Prodi, eccola servita. Incrociamo questo dato con la domanda “Per chi ha votate alle ultime elezioni”: il 52,2 ha votato Ds, il 13,4 Margherita, seguono Rifondazione, Pdci, Verdi, e anche - con percentuali minime, Forza Italia e Udc. C’è la conferma che l’insoddisfazione verso Prodi è radicata soprattutto tra i Ds, ma anche che le stesse primarie, e l’elezione di Veltroni, sono state sostanzialmente dominate dai diessini. Ciò di cui si lamentano i centristi della Margherita, e che sta diventando un caso politico nazionale. Il popolo delle primarie boccia però le polemiche tra Ds e Margherita precedenti le elezioni (55,6%), e anche il meccanismo delle liste bloccate. (24,3%).
Alla domanda “Con quale leader dell’Unione non andrebbe mai a cena” stravince Clemente Mastella (24,4%), seguito da Francesco Rutelli (7,6) e Romano Prodi (6,5). Per trovare un esponente della sinistra massimalista, Oliviero Diliberto, bisogna scendere al quarto posto (5,2%). Un segnale, nel suo piccolo, che se Veltroni predica la “vocazione maggioritaria” del Pd e fa balenare alleanze future verso il centro più che con l’estrema sinistra, gli elettori la pensano in modo diametralmente opposto. La conferma viene dalla domanda “Chi vorrebbe al suo fianco tra i leader dell’Unione che non hanno aderito al Pd?”: vince Fabio Mussi, seguito da Antonio Di Pietro e Fausto Bertinotti.

Tuttavia Pier Ferdinando Casini risulta il più gradito tra gli esponenti del centrodestra, mentre “sui grandi temi” il Pd dovrebbe aprire un dialogo con il centrodestra (58,7%). Ma il 44,3 del campione pensa che l’Unione sia l’unica alleanza possibile per il Pd, mentre solo il 28,7 afferma che si possono cercare alleanze diverse. Infine Beppe Grillo: il 60 per cento non condivide le sue iniziative.
Conclusione: secondo questa ricerca, alle urne sono andati molti elettori di sinistra, più che di centrosinistra, in gran maggioranza diessini e affezionati ai partiti più che alla piazza, virtuale o reale. La fascia di età più rappresentata è quella tra i 50 e 60 anni, seguita dai quarantenni. L’istruzione appare elevata (lauree e diplomi). Un identikit molto tradizionalista per un partito che vorrebbe guardare al futuro.
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Com’è il detto? Se Maometto non va alla montagna…
Parafrasando: se il Partito Democratico non va nel Pse, il Partito socialista europeo si allarga per contenere il Pd.
La collocazione europea del Pd era uno dei nodi da sciogliere, ancor prima che il 14 ottobre il popolo delle primarie scegliesse Walter Veltroni come leader: a quale stella guarderà in Europa, una volta formato, il neonato partito del centrosinistra? Si iscriverà al Partito socialista europeo (non intaccando l’anima diessina ma creando una crisi d’identità a quella diellina) o si posizionerà nell’Alde (ribaltando le gioie e i dolori) ?
In realtà, il nodo c’è ancora. Anche se, dopo essere stato stato uno dei motivi che hanno spinto Mussi, Angius e compagni ad abbandonare i Ds (nell’ultimo congresso della Quercia), il tema è come scomparso dall’agenda del nuovo partito. Non ne hanno parlato i candidati alle primarie; l’ultima volta che ne ha fatto cenno Veltroni, a inizio settembre, si pronunciò con un salomonico e onirico giudizio: “Sogno un nuovo grande partito europeo che sia la casa di tutti i socialisti e riformisti”. Come dire, se noi non sappiamo dove andare in Europa, sia l’Europa ad adattarsi a noi.
Un mese dopo, è ciò che è successo. Seppur nato da poche ore, il Pd ha già aperto un canale “forte” di comunicazione con i socialisti: è il premier Romano Prodi, che del Pd è il presidente, ad ammettere che durante il vertice del partito socialista europeo a Lisbona, si è avviato un “lavoro in comune” che, se “non prelude” ad uno sbocco unitario, può certamente prefigurarlo.
In ogni caso, ha continuato Prodi, la novità italiana rappresenta un apripista importante per tutte le forze riformiste europee che, senza perdere la matrice socialista, intendono allargare il loro orizzonte. E per favorire questo processo, nella riunione di Lisbona si è parlato, neanche troppo velatamente, della possibilità di un cambiamento di nome del Partito europeo. L’ipotesi allo studio sarebbe infatti quella di aggiungere la parola democratico fra socialista ed europeo. Se questo basti a rendere digeribile l’approdo socialista ai margheritini, si vedrà. Intanto, si parte con l’avvio di un “rapporto forte e sistematico” tra Pd e Pse, ha spiegato il Prof. Che lascia comunque al neo segretario il compito di portare avanti l’operazione. Sempre che, nel frattempo, i socialisti europei non decidano di intervenire, sollevando Veltroni dal prendere una decisione che tanto indolore non dovrebbe essere.
E se invece la questione resterà ancora sul tavolo? Nessun dramma: con le primarie il Pd è nato, con le primarie potrebbe scegliere simbolo e inno, con le primarie opterà su quale strada europea percorrere.
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Ora che i dati del Pd (compresi quelli relativi alle assemblee regionali) sono stati raccolti, trasmessi e messi in fila uno dopo l’altro, è il momento dei calcoli, sui rapporti di forza interni al nuovo partito. E, benché il segretario Veltroni abbia ottenuto un risultato plebiscitario, sono comunque molte le sorprese che saltano all’occhio, analizzando i dati. Per esempio che il nuovo leader dovrà vedersela con quello “vecchio”: il peso di Massimo D’Alema nell’assemblea costituente è infatti consistente e al sindaco di Roma sarà difficile formare e dirigere gli organismi del partito senza tener conto dei nomi legati al ministro degli Esteri.
A oggi, esistono soltanto tre organi del Pd: il presidente (Romano Prodi), il segretario (Walter Veltroni) e appunto l’assemblea. Che dovrà redigere il manifesto delle idee, decidere il tesseramento, la data del congresso (primavera o autunno 2008) e il simbolo, ed eleggere i quadri dirigenti. Ed è su questi che si può tentare di comprendere gli equlibri (il termine “corrente” è stato bandito dal vocabolario democratico) che già stanno segnando il destino del partito, ancora in stato embrionale.
I numeri - Per discontinuità con gli apparati romanocentrici e per segnare con evidenza la vocazione del nuovo partito a riallacciare i rapporti con il Nord. Per questo, l’assemblea costituente del Pd si riunirà sabato 27 ottobre nei padiglioni della Fiera di Milano. Ma anche perché non sono stati individuati ambienti tanto grandi per contenere l’esercito di 2.800 delegati. Questo, decina più decina meno, è infatti il numero dei partecipanti, eletti domenica 14 ottobre. Sarà un’assemblea anzianotta, con prevalenza di professionisti della politica (nonostante le promesse di rinnovamento e di immissione di personalità lontane dal Palazzo), con pochi stranieri ma la metà esatta delle, come imponeva la “speciale” legge elettorale delle primarie.
I risultati - Dal punto di vista dei numeri ottenuti dai singoli candidati, nessuna variazione evidente: Veltroni conquista oltre 2 milioni e 600 preferenze e arriva al 75,81% (cioè 2.315 seggi nell’assemblea). Per Enrico Letta, un incremento dello 0,3%: dal 10,8% delle proiezioni all’11,07% della realtà (pari a 217 seggi). Scende un po’ Rosy Bindi cui le proiezioni davano un 13,3% e che si deve accontentare del 12,8% pur arrivando a quasi mezzo milione di voti (309 seggi). La lista “Generazione U” di Mario Adinolfi ha totalizzato lo 0,17% raggiungendo quota 5 mila 906 voti, mentre Piergiorgio Gawronski con la lista “Gawronski, il coraggio di cambiare” ha raccolto 2 mila 376 voti e dunque lo 0,07%.
Entrando un po’ di più nel dettaglio, la lista del sindaco di Roma, “Democratici con Veltroni”, è stata la più votata e ha totalizzato 1 milione 541 mila 330 voti (1.485 seggi). Le altre due liste che appoggiavano il segretario: “Con Veltroni ambiente, innovazione lavoro” (guidata dal ministro Giovanna Melandri, con Giuliano Amato) e a “Sinistra per Veltroni” (promotori il duo Massimo Brutti e Vincenzo Vita), hanno raccolto rispettivamente 278 mila 960 voti (pari a 171 seggi) e 269 mila 133 voti (225 seggi).
Il peso dei partiti - Hai voglia allora a dire, come ha fatto il neo segretario: “Faremo scelte eterodosse”, tra le quali quella di non ragionare con la mentalità vecchia dei partiti e delle correnti. Invece è un fatto che “il vecchio” entra nel “nuovo” e che i due ex partiti, con le rispettive anime, entrano pesantemente nella costituente. Con queste quote: i Ds ne sono i principali azionisti con circa il 50 per cento. Alla Margherita andrebbe il 35 per cento dei posti (da dividersi tra i seggi dei rutelliani, dei popolari, dei lettiani e dei bindiani). La società civile si è ritagliata un buon 20 per cento.
Veltroni e D’Alema - Delle 13 regioni appannaggio della Quercia, sono “veltroniane” la Toscana (Andrea Manciulli, il nuovo segretario del Pd, era il segretario regionale dei ds), la Lombardia (Maurizo Martina, il 29enne vincitore, è molto stimato dal sindaco di Roma), l’Emilia Romagna (ha vinto l’annunciato candidato veltroniano Salvatore Caronna, ex segretario della federazione diessina di Bologna), la Sardegna (dove ha vinto il senatore diessino Antonello Cabras contro il governatore Renato Soru, che correva per Letta) il Friuli Venezia Giulia dove si è imposto il segretario regionale della Quercia Bruno Zvech ribaltando le previsioni del Cencelli che aveva assegnato la regione alla Margherita. Sulle altre risulta, e neanche tanto a sorpresa, la vittoria di Massimo D’Alema, che controllerà una buona fetta dei delegati dell’assemblea costituente. Il trionfo dei candidati del ministro degli Esteri riguarda, ovviamente, la “sua” Puglia (dove ha stravinto Michele Emiliano, l’ex magistrato e sindaco). Stessa musica in Liguria dove ha vinto il segretario regionale della Quercia Mario Tullo, nel Lazio dove c’è stata la vittoria a mani basse di Nicola Zingaretti, già segretario Ds regionale, nella Marche (Sara Giannini, ex segretaria regionale Ds, strappa l’83% dei consensi), in Calabria dove si è imposto il dalemiano e diessino puro Marco Minniti, in Basilicata dove ha vinto con l’82% dei voti Piero Lacorazza, giovane economista, internauta e segretario dei Ds. Non avvistati i fassiniani (l’ultimo segretario dei Ds non sfonda nemmeno nel suo Piemonte), quella di “Baffino” sarà l’ombra che Walter Veltroni e Dario Franceschini non potranno ignorare. Tanto che già si parla di un’alleanza tra i tre in grado di assicurare il controllo della maggioranza assoluta dei delegati.

Gli sconfitti - A subire un vero e proprio ridimensionamento è stato Francesco Rutelli, che raccoglie meno del 10% di delegati all’assemblea, contro il 15 per cento d Ma a perdere è stato anche Piero Fassino, anche lui sotto il 10%. La sconfitta più dolorosa per l’ultimo segretario dei Democratici di Sinistra è stata nella sua terra natale, in Piemonte.
Ridotta al lumicino la presenza dei prodiani diellini, fermi al 5% circa. La conferma dalle esclusioni illustri, come quella del fratello del Prof: Vittorio Prodi, europaramentare della Margherita, candidato nella sua Emilia (mentre Maria Prodi, sorella del prmier, in lista con Rosy Bindi, passa in Umbria); quella di Giuliano Amato, ministro degli Interni, che era messo al terzo posto come candidato di testimonianza nella lista guidata da Giovanna Melandri; quella di Mario Barbi, uno dei traghettatori verso il Pd e persino il ministro per l’attuazione del Programma Giuliano Santagata, prodiano doc, che a quanto pare, anche se manca ancora una conferma ufficiale, non è passato. In Campania vengono dati per bocciati anche la moglie di Antonio Bassolino, Annamaria Carloni candidata nella lista di Rosy Bindi e Umberto Ranieri, in quella di Letta.
Donne - È l’elemento più certo perché stabilito dal regolamento: metà dei delegati della Costituente sono donne. Ma il colore rosa si issa solo su tre bandiere del Pd regionale: in Umbria, nelle Marche e in Molise: due margherite e una diessina. Tre donne su diciannove posti da segretario regionale: c’è qualcosa che non torna visto che una delle regole base del partito democratico è proprio quella dell’alternanza tra i generi, tra uomini e donne, nelle liste e tra i capilista. Simbolo di questa rivoluzione mancata è la non elezione della senatrice teodem Paola Binetti, nemica assoluta di ogni tentativo di riforma laica, dal testamento biologico ai Dico. La Binetti potrebbe è stata ripescata col sistema dei seggi-premio. Ma è significativo che il popolo delle primarie del Pd non l’abbia votata domenica non riconoscendola, quindi, come una propria rappresentante. Non che dall’altro lato della barricata, sul fronte laico, sia andata meglio: i candidati gay erano 31, ma solo 5 sono riusciti nell’impresa di partecipare all’assemblea nazionale.
Ma ad agitare i sonni tra la comunità lgbt è lo scambio di accuse tra Giuliano Federico di gay tv e Alessio De Giorgi, direttore di gay.it. Nulla di nuovo sotto il sole, perché il duello è esemplificativo dei quotidiani litigi tra le varie anime del Pd, che nei prossimi mesi si succederanno. In nome dell’unità del Partito Democratico.
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Discontinuità e innovazione ha promesso Walter Veltroni. Che cosa significa è presto detto: innanzitutto la conquista del Nord Italia con tanti saluti alla sua Roma e a Romano.
La decisione di tenere l’assemblea costituente del Partito Democratico a Milano, il prossimo 27 ottobre (quando verranno proclamati i risultati delle primarie, si insedierà il segretario e si avvieranno i lavori per la stesura del ‘manifesto delle idee’ e dello Statuto del nuovo partito), significa in primo luogo questo.
E, del resto, il segretario del Pd non fa che proseguire lungo una linea ben riconoscibile già nella scelta di tenere i discorsi d’esordio e di chiusura, come candidato favorito alla guida del nuovo partito, al Lingotto di Torino: il primo lo scorso 27 giugno (in una piccola sala che faticava a contenere il pubblico), il secondo il 12 ottobre nell’auditorium Gianni Agnelli, (che presentava invece ampie zone vuote).
Da un punto di vista strategico, il piano del tuttora sindaco di Roma è chiaro: da leader indiscusso del nascente Pd, ha intenzione di riconquistare il Nord, ossia quella parte d’Italia a cui in questi anni la sinistra, riformista e radicale, non ha saputo parlare con efficacia, abdicando il suo ruolo di referente per lasciare campo libero alla Cdl, più abile a dialogare con i ceti produttivi settentrionali e capace di usare al momento giusto il tema della protesta fiscale contro il Palazzo, per tradizione, romanocentrico e accentratore.
Scegliendo Milano come teatro della “prima” del Pd, Super Walter è anche andato contro il parere del premier Romano Prodi (c’è chi dice che sarà questo il refrain futuro tra i due), che avrebbe preferito Roma, così come altri personaggi di spicco dell’Unione. Ma l’innovazione di Veltroni passa anche da qui: lealtà e sostegno al premier non significano esserne succubi. Anzi, forte del 75 e più per cento di voti, va da sé che Veltroni pungoli il governo a spingere su determinati percorsi. Il principale appunto, passa dal Nord e dalla “questione settentrionale”. Un nodo che la recente politica dell’Unione (e dei suoi uomini più importanti) non si è mai mostrata capace di sciogliere. Per motivi i più vari: incapacità di intercettare le richieste dei ceti produttivi; di proporre loro risposte forti e concrete; mancanza di uomini adeguati (la scelta dei candidati sindaci di Milano, negli ultimi anni la dice lunga: non uno veniva dagli apparati dei partiti del centrosinistra); consapevolezza di aver sempre partita persa, in quelle regioni, con il centrodestra in generale e con l’asse Berlusconi-Bossi in particolare.
La “discontinuità” di cui ha parlato Veltroni sta soprattutto qui, più ancora che nelle dichiarazioni rese dal sindaco di Roma nei giorni scorsi, come ad esempio la proposta, condivisibile, di ridurre drasticamente il numero dei ministri. E anche il recente intervento a favore del ruolo di Malpensa come importante scalo internazionale segna un punto in questa direzione. Veltroni, spinto, anche se indirettamente, dalla buona affermazione lombarda dei suoi due concorrenti (Rosy Bindi ha sfiorato il 20 per cento ed Enrico Letta, candidato un po’ più “nordico” e “imprenditoriale” di lui, ha superato il 13%) vuole tornare a parlare a una regione da cui si origina circa il 50% del Pil del Paese e dove le Pmi hanno in molti casi mal compreso i richiami al rigore fiscale del ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa e del viceministro Vincenzo Visco.
Infine Veltroni sa bene che a Milano e dintorni si trovano quasi tutte le grandi banche e la parte più importante del potere mediatico italiano: sarebbe un errore grossolano deluderli (soprattutto perché Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, e il numero uno di Unciredit Capitalia, Alessandro Profumo, al progetto Pd hanno dato il loro voto e il Corsera di Paolo Mieli non gli ha mai negato l’appoggio).
Questo il VIDEO della conferenza stampa di Veltroni sul canale YouTube di RaiNews 24:
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Gonfiati, come dice FI, o meno, i numeri delle primarie sono davvero imponenti: che siano 2,5 milioni o più di tre milioni i cittadini che sono andati a scegliere il segretario di un nuovo partito, da un certo punto di vista, cambia poco: la soglia limite sotto la quale si sarebbe parlato di flop (1 milione) è stata passata con slancio e in grande abbondanza. Tanto che, se si considera che furono 4 milioni e trecentomila a scegliere Romano Prodi nel 2005 quale candidato dell’Ulivo per Palazzo Chigi (ma allora la coalizione includeva anche l’ala radicale), quelli di domenica 14 ottobre sono numeri da trionfo per il centrosinistra.
Dati che insieme a quelli (5 milioni) di chi è andato alle urne nei luoghi di lavoro per il referendum sul Welfare e al mezzo milione sceso in piazza sabato dietro le insegne di Alleanza nazionale, contribuiscono a depotenziare il cosiddetto fenomeno dell’antipolitica. Un segnale importante in controtendenza, visto che linguaggi e metodi da antipolitica (per non dir di peggio) stavano cominciando a contagiare il Palazzo, con una schiera di deputati pronti a cavalcare la protesta del V-Day.
Sono cifre importanti, quasi imbarazzanti, per Walter Veltroni, primo e nuovo segretario del neonato Partito Democratico: la sua è più di una vittoria, è un plebiscito bulgaro (intorno al 75,5 per cento), che lo issa, senza se e senza ma, sullo scranno del leader e ridimensiona (quasi azzera) le altre figure che con lui (o contro di lui) concorrevano alla guida del nuovo partito del centrosinistra.
Esce, da questa domenica di “festa della democrazia”, con le ossa rotte la pasionaria Rosy Bindi: era data intorno al 20 per cento: si è fermata a poco più del 14. Segno che la sua campagna elettorale, la “più a sinistra” e la meno tenera nei confronti del leader designato, non è stata accolta e condivisa. Anche lei lo ammette, visto che, definendo il 14 ottobre “una giornata fondamentale nella storia di questo Paese”, depone l’ascia di guerra e sorrid a chi le chiede se farà il secondo di Veltroni: “Uno che correva per fare il primo poi non fa il secondo”. Per poi aggiungere: “Se non fossi stata candidata, avrei senz’altro votato per Walter che, sono sicura, utilizzerà al meglio le enormi energie che abbiamo messo in moto. Comunque, il vero lavoro comincia ora: fatto il leader, dobbiamo scrivere il nostro progetto e formare il partito, che dovrà sostenere il governo Prodi, per poi costruire un forte radicamento nel paese

Buono, invece il 10,8 di Enrico Letta (”un grande risultato, sono molto soddisfatto”, dice lui). Le previsioni lo davano intorno all’8 per cento. E facendo una corsa tutta basata sui contenuti, con candidati giovani (ha chiamato la sua lista quella “dei bamboccioni“, tanto per tramutare in oro lo scivolone dell’amico ministro Tps), il giovane Enrico è piaciuto. Riflessivo, troppo serio per trascinare le masse, più un professore da cooptare in politica che un arruffapopolo fai-da-te, Letta ha raccontato la “sofferta” decisione di scendere in campo come una “rottura degli schemi” e addirittura uno “scandalo”. “Adesso non è il tuo turno, è quello di Veltroni”, gli dicevano. L’ha raccontato lui stesso, ed è probabile che sia vero: Letta junior è il perdente che ha già in tasca il biglietto fortunato della lotteria e davanti un futuro da leader designato, da post-Veltroni pronto per l’uso. Insomma, il sottosegretario paga proprio questo: l’essere (almeno secondo i canoni della politica italiana) considerato non ancora maturo per la guida del più grande partito del centrosinsitra. E ha pagato anche, da questo punto di vista, il rifiuto (forzato) di una “chioccia” politica come Pier Luigi Bersani: il ticket dei due avrebbe sicuramente messo un po’ in crisi quello di Veltroni-Franceschini, quanto meno tra i settori più liberali dell’elettorato dell’Ulivo.
Magrissime le percentuali dei due outsider Mario Adinolfi e Piergiorgio Gawronski (entrambi allo 0,1%): sconosciuti ai più e troppo fuori il circuito mediatico, non hanno “bucato”. Il primo ha scommesso tutto sulla comunità dei blogger e ha perso: la rete, a quanto pare, oggi è terreno di conquista del popolo dei grillini. Il secondo, il candidati anti apparato, ha scoperto quanto dura sia muoversi in politica senza l’appoggio degli apparati stessi.
Ma la vera vittoria del neonato Pd è aver portato ai gazebo, nelle palestre, nelle librerie, nelle associazioni culturali che hanno ospitato i seggi, un numero alto di elettori: “Una partecipazione straordinaria che esprime una grande domanda di cambiamento”, commenta a urne ancora aperte Dario Franceschini, assediato dai giornalisti al quartier generale dell’Ulivo, a Piazza Santi Apolstoli. Altro che antipolitica. Quella del 14 ottobre è la risposta degli italiani di centrosinistra ai rabbiosi sentimenti anti-Casta montante. Spetterà a Super Walter non deludere l’entusiasmo e la passione che hanno animato la giornata di ieri. Nei commenti raccolti tra i cittadini in fila per votare, è questo il dato che emergeva con maggior nettezza: il sindaco di Roma ora cambi il modo di fare politica, la riavvicini alla gente, lasci perdere i giochi di palazzo e ascolti le richieste che salgono dai cittadini. Malgrado tutto, malgrado gli scandali e le spese folli, i governi pletorici e i voli di Stato, in Italia la politica non è ancora un apparato da buttare e ci sono elettori che ancora non si rassegnano a consegnarsi a Beppe Grillo. È questa Italia, nel campo del centrosinistra, che ieri ha scelto Walter Veltroni, credendolo il più adatto all’impresa. Tradire questo mandato sarebbe l’ultimo errore di una classe politica che ieri ha messo sul tavolo i suoi ultimi spiccioli di credibilità.
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