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elezioni-amministrative

Letizia Moratti e Silvio Berlusconi - ANSA
Percentuali precise non le può dare perché, dice, “è troppo presto e non sappiamo nemmeno quanti e chi saranno i candidati definitivi”, ma su chi, a un mese dal voto di Milano, sia avanti nei sondaggi tra il sindaco Letizia Moratti e lo sfidante Giuliano Pisapia, Alessandra Ghisleri, titolare di Euromedia Research, sembra non avere dubbi “La signora Moratti è in netto vantaggio”. Continua

Il candidato del PdL a presidente della Provicnica di Milano Guido Podestà tra il parlamentare leghista Matteo Salvini e l'assessore regionale Davide Boni a Pontida

L’obbedienza assoluta e incondizionata al leader Umberto Bossi che non ha successori perché camperà cent’anni. Il presidente del Consiglio regionale della Lombardia, il leghista Davide Boni, spiega a Panorama.it perché un partito federale, che fino a qualche anno fa invocava la secessione, accetta alleanze decise a Roma per governare la Padania, ma poi si rifiuta di festeggiare i 150 anni dell’unità d’Italia.
Con il Pdl a Milano, Torino e Bologna come deciso a Roma, da soli nei comuni più piccoli come reclamato dalla vostra base. Continua

Il ministro degli Interni, Roberto Maroni, a Palazzo Madama
No all’election day e codazzo prevedibile di polemiche, con le opposizioni che accusano il governo di sprecare 300 milioni di euro per fare un favore a Silvio Berlusconi. Il primo turno delle elezioni amministrative (1310 comuni interessati, tra cui Milano, Napoli, Torino, Bologna, Trieste, Ravenna, Cagliari, Rimini, Salerno, Latina e Novara) si terrà con ogni probabilità domenica 15 e lunedì 16 maggio, mentre gli eventuali ballottaggi sono in programma per il 29 e il 30 dello stesso mese. Continua


Foto d'archivio di due donne filippine con il velo ad un seggio elettorale (ANSA/EPA/LAURENZ CASTILLO)
La notizia è di dieci giorni fa, ma è destinata a far discutere. Almeno fino alle elezioni amministrative previste a maggio 2011. Perché Abdel Hamid Shaari, presidente del centro islamico di viale Jenner a Milano, la sede di fronte alla quale fino a due anni fa centinaia di fedeli erano costretti a pregare lungo il marciapiede (con un certo disagio per i residenti), ha annunciato che alle comunali si presenterà una nuova lista civica di immigrati. Si chiamerà: Milano nuova. Continua

Di fronte ai portoni del Pd in via Sant’Andrea delle Fratte c’è una valigia. Dentro la valigia, una guerra di successione che non si annuncia affatto pacifica. Per il Pd, il problema infatti non è solo la corsa alla segreteria nazionale che si aprirà per il dopo-Franceschini. È innanzitutto l’esodo che porterà entro i prossimi dodici mesi moltissimi amminstratori locali a lasciare i loro presidi, roccaforti storiche o conquiste del recente passato, e a rintracciare candidati credibili e altrettanto radicati nel territorio.
Il nodo forse più spinoso è la Campania: da tempo, il ticket Antonio Bassolino - RosettaIervolino ha superato infatti il giro di boa del secondo mandato e si appresta ad arrivare, non proprio in buona salute politica, al capolinea. Prima dell’ultima fermata, specie per il presidente della Regione, potrebbe però esserci la possibilità di uno sbarco in Europa come candidato alle elezioni di giugno. Una soluzione che imporrebbe al politico campano una scelta, perchè la legge vigente non consente il cumulo dell due cariche.
Sempre a Sud, ma un po’ più a est, le cose non sono messe meglio: Nichi Vendola, governatore della Puglia dal 2005, davanti a sé ha ancora molti mesi per amministrare la sua regione prima che scada il suo primo mandato. Eppure, vista l’ardua soglia di sbarramento al 4%, la nuova alleanza di sinistra, l’Mps (Movimento per la sinistra), che tiene dentro socialisti, verdi, sinistra democratica e un pezzo fuoriuscito dal Pdci, potrebbe convincerlo ad una candidatura a Bruxelles, a cui non è da escludere che possa seguire la decisione di non voler guidare la coalizione alle prossime regionali.
Dopo la svolta territoriale voluta da Franceschini, in casa democratica si fa poi un gran parlare delle imminnenti candidature del governatore piemontese Mercedes Bresso, del sindaco di Torino Sergio Chiamparino e di Maria Rita Lorenzetti, che guida invece la regione Umbria.
Senza contare che alla prossima tornata, a Firenze, si rinnoveranno il consiglio provinciale e quello comunale, con un testa a testa, in quest’ultimo caso, tra Matteo Renzi e il sempre più probabile candidato del Pdl Giovanni Galli.
Piazze, queste, un tempo definite dai politologi e sondaggisti quasi tutte “sicure” e piuttosto blindate in direzione centrosinistra, ma che oggi, con un partito in forte crisi, vacillano al ritmo di sondaggi schiaccianti su cui Franceschini ha di recente ironizzato, tentando così di esorcizzare una paura interna innanzitutto al gruppo democratico. E proprio il segretario del Pd, comprendendo l’importanza della sfida, nei giorni successivi alla sua elezione, aveva già impresso una “svolta territoriale” alla segreteria del partito, inserendovi, tra gli altri, il presidente della regione Emilia-Romagna Vasco Errani, quello della provincia di Rieti, Fabio Melilli, oltre a diversi segretari di partito locali.
Inevitabile, dunque, che dall’ex loft chiedano alle prossime elezioni anche un impegno di bandiera per drenare qualche voto tra gli incerti e i potenziali astenuti. Ma non è così scontato che qualcuno di essi, vista l’aria che tira, se candidato ed eletto , possa alla fine ritornare ad occuparsi solo dell’amministrazione del proprio territorio.

“Siamo l’unico vero virus che attraversa la nostra Italietta scomparsa: forse perderemo oggi, ma le nostre idee sono quelle che vinceranno in futuro”. Firmato Beppe Grillo.
Tradotto: Grillo è sceso in campo.
Annunciato un anno fa, è arrivato il momento di “schierarsi” politicamente. Ma, attenzone, le sue Liste Civiche non dovranno essere considerate un partito e non vogliono organizzarsi come tale.
E comunque, il comico blogger non demorde. E a Firenze, dove si è tenuto il “Primo incontro nazionale delle liste civiche“, ha formalizzato la partecipazione del suo movimento alla prossima tornale elettorale.
Nel capoluogo toscano la sfida tra i favoriti sarà tutta nel duello, sempre più verosimile, tra Giovanni Galli e Matteo Renzi. Il movimento del comico avrà una lista e farà da terzo incomodo, con tanto di programma, annunciato ieri con la Carta di Firenze: ripubblicizzazione dell’acqua, impianti di depurazione obbligatori per ogni abitazione non collegabile a un impianto fognario, contributi/finanziamenti comunali per impianti di depurazione privati; espansione del verde urbano; concessioni di licenze edilizie solo per demolizioni e ricostruzioni di edifici civili o per cambi di destinazioni d’uso di aree industriali dismesse; piano di trasporti pubblici non inquinanti e rete di piste ciclabili cittadine; piano di mobilità per i disabili; connettività gratuita per i residenti nel Comune; creazione di punti pubblici di telelavoro; rifiuti zero; sviluppo delle fonti rinnovabili come il fotovoltaico e l’eolico con contributi/finanziamenti comunali; efficienza energetica; favorire le produzioni locali. “Dodici punti che sono l’esatto opposto di quello che sta facendo il governo; punti di buonsenso, e oggi si sa che il buonsenso è rivoluzionario” ha aggiunto il comico ligure.
La campagna antipartitica (”I partiti se ne sono andati, forse non ci sono mai stati, non si sa cosa siano, sono tutti finiti, i giornali chiudono, le televisioni chiudono, la pubblicità se ne va, l’automobile è morta, il digitale terrestre è nato mortooggi i partiti sono morti”) non si fermerà però nella città del Brunelleschi: le liste sono infatti attese in più di dieci comuni italiani, tra cui Firenze, Bologna, Roma, Pescara, Torino, Perugia, Bergamo, Forlì, Nettuno, Spoleto, Pozzuoli e Fiumicino.
Una sfida che pare ardua anche al suo stesso ideatore e che tuttavia non lo rende meno ottimista: “Basterà che uno di voi entri in comune, e questo giochino glielo stronchiamo sul nascere”. Resta da comprendere quanti elettori nelle domeniche di primavera decideranno di dare seguito al progetto dei grillini. È da quell’appuntamento che passeranno i progetti di un movimento che “non si sente affatto minoranza”. Anche perché, rincara la dose il genovese: “Abbiamo un esecutivo illegale, incostituzionale, Pd e Pdl sono morti, finiti” ha detto “e Napolitano, se facessimo satira al contrario, dovremmo dire che è sveglio”. Quindi, avanti grillini: “Forse perderemo oggi, ma le nostre idee vinceranno in futuro”.
Anzi stanno già vincendo, visto che - dice Grillo - gli intereventi a sostegno dell’economia Usa messi in atto da Barack Obama erano già stati previsti e proposti da lui…
E ora, spazio ai big. Dopo la bruciante sconfitta (8-0) alle amministrative, il Pd siciliano si lecca le ferite. Iniziando a pensare ai rimedi di quella che molti in casa democratica hanno già ribattezzato “giornata ground zero”.
In caduta libera è dato l’attuale coordinatore, Francantonio Genovese, che non è riuscito a evitare la vittoria del Pdl neppure a Messina, città che amministrava da diversi mesi. Restano all’angolo pure tutti i candidati di questa tornata, nessuno dei quali è riuscito a superare il 40% delle preferenze.
La partita che si gioca è ora quella tra ex ds e rutelliani, entrambi decisi a pescare la carta migliore per il coordinamento regionale del partito. In attesa dell’incontro della prossima settimana tra i vertici isolani del Pd, a sfidarsi, con ogni probabilità, saranno due cavalli di razza: l’ex segretario generale della Cisl Sergio D’Antoni e l’ex presidente della commisione antimafia Beppe Lumia.
Per il momento, nessuna conferma e nessuna smentita. Certo è che gli uomini della Margherita appaiono decisamente in vantaggio. Basta notare che degli otto consiglieri del Pd che sono riusciti a farsi eleggere nel palermitano, sette provengono dal partito di Rutelli.
Anche per questo, Lumia, che già in passato si era ritirato alla vigilia dell’elezione del coordinamento regionale, pure stavolta potrebbe rinunciare. Per evitare di innescare - complice anche il brutto momento del loft romano di Veltroni - una sanguinosa corsa all’ultimo voto che rischierebbe di essere letale.
K.O. al primo round, e senza possibilità di riprese al ballottaggio. In Sicilia, il centrodestra conquista tutte le otto province in cui si votava per il rinnovo delle amministrazioni. Avendo la meglio anche sulle ultime roccaforti del Pd, e cioè Enna, Caltanissetta e Siracusa. La prova della disfatta della sinistra? Tutta in queste percentuali. Alla Provincia di Palermo, arriva Giuseppe Avanti, candidato del centrodestra eletto con il 72,3%, lasciando le briciole a Giovanni Piro del centrosinistra. A Catania (fortino del Movimento per le autonomie di Raffaele Lombardo, neogovernatore siciliano) vince Giuseppe Castiglione con oltre il 77% delle preferenze. Il suo principale sfidante, Salvatore Leotta del centrosinistra (Pd, Idv, Pdci), si è fermato prima dei 95mila voti. A Messina, dove erano quattro gli sfidanti, la vittoria è andata a Giovanni Ricevuto (detto Nanni), sostenuto da tutte le sigle del centrodestra. Anche in questo caso una vittoria strabordante: 76%, contro il 21,49 di Paolo Siracusano del centrosinistra.
Anche gli elettori della Provincia di Caltanissetta hanno scelto di andare a destra. Mettendo sulla poltrona di presidente Giuseppe Federico del centrodestra (con il 63,5% del totale delle schede), lasciando al principale sfidante, Salvatore Messana, attuale sindaco di Caltanissetta, sostenuto da Pd e Idv, solo il 29,89%. Il centrosinistra, dopo dieci anni di potere, perde così il suo fortino. E non è il solo: è caduto anche quello di Enna, dove la provincia è stata guidata da uomini della sinistra negli ultimi quindici anni. Qui il centrodestra conquista la presidenza della Provincia con Giuseppe Monaco a cui è toccato il 53,87%. Ad Angelo Muratore. detto Nino e sostenuto da Pd, Italia dei valori e socialisti, è andato poco più del il 41%.
Ad Agrigento è Eugenio D’Orsi a conquistare la poltrona di presidente della Provincia con il 67,88% delle preferenze. Una debacle per i tre candidati della sinistra: Bruno Renato (Idv, Sinistra, Prc) ha ottenuto il 7,22%; Giuseppe Arnone dei Democratici per Agrigento l’8,31%. Mentre Vivacqua Giandomenico del Pd il 14,89. Corsa a due, invece, a Siracusa dove è uscito vincitore Nicola Bono, sostenuto da tutto il centrodestra (68,55%). Il candidato del centrosinistra, Giuseppe Zappulla, ha di poco superato il 31%. Infine a Trapani, dove gli sfidanti erano tre, la vittoria è andata a Girolamo Turano, uomo del centrodestra, eletto con più di 130mila voti pari al 65,79% delle preferenze espresse dai trapanasi alle urne. Il suo principale sfidante, Camillo Oddo, sostenuto dal centrosinistra, si è fermato al 30,78%.
Con queste elezioni l’Udc ex presidente della Regione Salvatore Cuffaro, che ha corso insieme al Pdl così come aveva fatto nelle regionali e in controtendenza con le scelte fatte a livello nazionale, si conferma come il secondo partito della Sicilia, conquistando con i suoi due uomini Avanti e Turano le due province rispettivamente di Palermo e Trapani.
Alle comunali non è andata meglio per il centrosinistra. Dopo essersi aggiudicato ieri i presidenti in tutte le 8 Province dove si è votato, il centrodestra alleato di Udc e Mpa conquista dunque al primo turno anche i sindaci nei tre capoluoghi chiamati alle urne. A Catania il senatore Raffaele Stancanelli (Pdl) è al 54,59% e distacca il deputato regionale del Pd Giovanni Burtone e Nello Musumeci candidato in una propria lista civica. A Messina torna sindaco Giuseppe Buzzanca che è al 51,37% mentre il segretario regionale e deputato del Pd, Francantonio Genovese, che aveva retto il Comune fino al commissariamento, si ferma al 38,4%. Infine a Siracusa, il centrodestra mantiene l’amministrazione eleggendo sindaco Roberto Visentin, attestato al 56,45% mentre il suo sfidante Roberto De Benedictis, deputato regionale Pd, è al 33,15%.
Per i democratici isolani quindi ci sono solo ferite brucianti che non ammettono repliche, e che nel frattempo hanno scatenato una vera e propria resa dei conti.
A essere chiaro e netto è proprio uno dei candidati, Franco Piro, che guidava i democratici alla riconquista della provincia del capoluogo isolano: è lui a parlare di “sconfitta netta”, è lui - a scrutini conclusi - a dire che “c’è un problema di direzione politica e di quadri dirigenti nel Pd, oltre che complessivamente nel centrosinistra. All’interno del Partito democratico in Sicilia va ricostruita l’iniziativa politica e non si può fare con gli stessi uomini e la stessa classe dirigente”. Detto in altri termini: a casa.
Una richiesta forte, che potrebbe aumentare di intensità se il coordinatore regionale Francantonio Genovese non dovesse spuntarla per la riconferma di Messina. Il vortice potrebbe così persino farsi più grande, rischiando di contribuire al periodo non proprio felicissimo di Veltroni e del loft romano del Pd.