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Luigi de Magistris (la d minuscola indica origini aristocratiche) è il politico del momento. Alle ultime elezioni europee, dove era candidato con l’Italia dei valori, ha conquistato 415.646 preferenze, 19 mila in più del leader del suo partito, Antonio Di Pietro. A Catanzaro, dove vive con la moglie e due figli maschi, ha preso più voti persino del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Ma chi è questo emergente della politica, che ha trasformato il suo lavoro di magistrato in una rampa di lancio? De Magistris, 42 anni con la faccia pulita, una dichiarazione dei redditi da 77 mila euro (la consorte, Maria Teresa, avvocato e direttrice d’asilo, ne denuncia 12 mila) e un bilocale di proprietà a pochi metri dal mare, è certamente un caso unico: poco stimato dai colleghi (ricambiati), è invece visto dai suoi elettori come l’antidoto alla casta. Ma come è stato possibile? Ecco la prima radiografia completa del fenomeno de Magistris. Per capire chi sia e dove voglia arrivare. (qui il suo curriculum dal sito dell’Idv, in .pdf e qui l’intervista sul canale Klauscondicio)
La famiglia e le origini
I de Magistris sono giudici da quattro generazioni. Ma Luigi, l’ultimo erede, della famiglia è stato il primo a essere trasferito per gli errori commessi nell’esercizio delle funzioni. Il bisnonno era magistrato del Regno già nel 1860, il nonno ha subito due attentati, il padre, Giuseppe, giudice d’appello affilato e taciturno, condannò a 9 anni l’ex ministro Francesco De Lorenzo e si occupò del processo Cirillo. Luigi assomiglia alla madre Marzia, donna dal carattere estroverso.
Residenti nell’elegante quartiere napoletano del Vomero, sono ricordati da tutti come una famiglia perbene. In via Mascagni 92 vivevano al terzo piano, al primo l’amico di famiglia, il noto ginecologo Gennaro Pietroluongo. Ancora oggi la signora Marzia è la sua segretaria, in una clinica privata del Vomero. Un rapporto che forse ha scatenato la passione del giovane de Magistris per le magagne della sanità.
Luigi Pisa, da quarant’anni edicolante della via, ricorda così il futuro pm: “Un ragazzino studioso. Scendeva poco in strada a giocare a pallone e già alle medie comprava Il Manifesto”. Il padre, invece, leggeva Il Mattino e La Repubblica.
Il figlio ha studiato al Pansini, liceo classico dell’intellighenzia progressista vomerese. Qui il giovane ha conosciuto la politica: le sue biografie narrano che partecipò diciassettenne ai funerali di Enrico Berlinguer. All’esame di maturità, il 12 luglio 1985, ha meritato 51/60. A 22 anni si è laureato in giurisprudenza con 110 e lode.
Il concorso
L’avvocato Pierpaolo Berardi, astigiano, classe 1964, da 15 anni sta battagliando per far annullare il concorso per entrare in magistratura svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”.
Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. Uno dei commissari, successivamente, ha raccontato su una rivista giuridica l’esame contestato, narrando alcuni episodi, fra cui quello di un professore di diritto che, avendo appreso prima dell’apertura delle buste della bocciatura della figlia, convocò il vicepresidente della commissione. Non basta. Scrive l’esaminatore: “Durante tutti i lavori di correzione, però, non ho mai avuto la semplice impressione che s’intendesse favorire un certo candidato dopo che i temi di questo erano stati riconosciuti”.
Dunque i lavori erano anonimi solo sulle buste. “Episodi come questi prevedono, per come riconosciuto dallo stesso Csm, l’annullamento delle prove in questione” conclude con Panorama Berardi. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, Luigi de Magistris.
Inchieste ed errori
Il sostituto procuratore de Magistris sbarca a Catanzaro nel 1996. La sua prima grande operazione arriva un anno dopo ed è la cosiddetta indagine Shock, sulla casa di cura Villa Nuccia, in cui finirono in manette 21 medici e paramedici, in seguito tutti assolti. Antonino Bonura, psichiatra e direttore sanitario della struttura, arrestato due volte da de Magistris, è stato risarcito dallo Stato con 50 mila euro. Oggi dice: “Dopo la prima di sette assoluzioni sono stato colpito da un infarto e oggi i miei figli non vogliono più mettere piede in Calabria e si sono trasferiti al Nord”. Bonura ricorda il primo interrogatorio in carcere con il magistrato: “Mi guardava dall’alto in basso con disprezzo, non dimenticherò mai quell’espressione”.
Ma il pm napoletano non ha messo sotto inchiesta solo la sanità privata. Negli anni ha indagato anche il presidente della regione Agazio Loiero (assolto l’anno scorso) e ha ottenuto il sequestro dell’ospedale Ciaccio Pugliese. Un mese dopo il tribunale del riesame dispose la revoca. De Magistris non fece ricorso contro la decisione.
Da pm non ha esitato a disporre migliaia di iscrizioni sul registro degli indagati, richieste di sequestri e di perquisizioni monstre (lo strumento più usato, svincolato dal controllo dei gip), anche se spesso dal contenuto vago. Lo scorso maggio il gup Camillo Falvo ha rispedito in procura l’ultimo avviso di chiusura indagini preparato da de Magistris prima di lasciare Catanzaro per “la genericità dei capi d’imputazione”, seppur descritti in ben 60 pagine.
Secondo i suoi detrattori, le inchieste sui colletti bianchi del sostituto procuratore sembrano votate più a rassicurare l’opinione pubblica che a ottenere rinvii a giudizio o condanne. Lui ribatte che bisognerebbe domandarsi perché ci siano tante assoluzioni quando si indaga sulla pubblica amministrazione. E annovera tra i suoi successi un fascicolo su un traffico di rifiuti tossici e quello su una presunta rete di spioni illegali. Ma nel palmarès resta poco altro.
Nel gennaio 2008 il Csm lo ha trasferito esecrando alcuni suoi provvedimenti “abnormi”, come diversi decreti di perquisizione o i fermi ordinati senza richiesta di convalida. Lo ha punito pure per non avere informato delle sue iniziative i diretti superiori. Di cui de Magistris, uomo dal carattere sospettoso, non si è mai fidato. Per esempio non anticipò al suo capo, il procuratore Mariano Lombardi, diverse iscrizioni sul registro degli indagati, da quella dell’allora premier Romano Prodi a quella del senatore Giancarlo Pittelli (nel suo caso il pm chiuse il registro in cassaforte).
Pittelli annuncia a Panorama una nuova puntata della saga di de Magistris: “Mi sono trovato inopinatamente sotto inchiesta con accuse gravissime. Ora aspetto la conclusione dell’attività d’indagine dopo di che racconterò io la sua vera storia”.
Why not e la svolta politica
Nel 2007 inizia il capitolo più noto della carriera di de Magistris. A marzo un’imprenditrice calabrese, Caterina Merante, dopo aver subito una perquisizione da parte dei carabinieri, decide di collaborare con la procura e redige un memoriale in cui rivela i meccanismi con cui un presunto comitato d’affari gestirebbe in modo illecito i finanziamenti dell’Unione Europea. Il pm quando legge quelle pagine diventa impaziente: per lui il comitato è senza dubbio una loggia massonica. Nel documento si parla di Prodi e della Repubblica di San Marino. De Magistris chiede di incontrare subito la donna in un luogo segreto. Ma la signora rifiuta le accelerazioni.
Solo alcuni giorni dopo, il 26 marzo, viene redatto un verbale con la testimonianza di Merante. Per de Magistris al vertice di questo giro di denari ci sarebbe una nuova P2. Decolla l’inchiesta Why not (qui tutti gli articoli che Panorama h dedicato alla vicenda e qui un blog sull’inchiesta), anche grazie alle prime perquisizioni: il capo di stato maggiore della Guardia di finanza Paolo Poletti riceve la visita degli investigatori nel giorno dell’insediamento del nuovo comandante generale. Ma il botto deve ancora arrivare,
Il 13 luglio de Magistris iscrive Prodi sul registro degli indagati. Palazzo Chigi fibrilla, ma lui vola a Eurodisney con la famiglia. I giornali si accorgono di questo sostituto procuratore e gli dedicano pagine e copertine. Lui organizza conferenze stampa volanti in spiagge e giardini con alcuni giornalisti (uno ha scritto un libro con lui, un altro si è candidato alle europee nella stessa lista). Risultato: finisce sotto inchiesta per le fughe di notizie. L’accusa non gli è nuova e si smarca in fretta.
Non riescono a fare altrettanto i suoi collaboratori, accusati in passato persino con lettere anonime. Negli anni un capitano e un maggiore dei carabinieri sono stati trasferiti, diversi militari si sono trovati indagati. De Magistris procede senza rallentamenti, sostenuto nelle indagini da Gioacchino Genchi, consulente esperto di tabulati telefonici e poliziotto in aspettativa (oggi indagato dalla procura di Roma per il suo database). Il pm gli concede persino di condurre parte degli interrogatori. “Sono stato sentito come persona informata sui fatti, ma sono uscito con la mente devastata” ricorda l’assessore all’Ambiente di Catanzaro Lorenzo Costa. “Le domande? Sì, le poneva anche Genchi”.
L’avvocato generale Dolcino Favi avoca a sé l’inchiesta di de Magistris e lui si rivolge alla procura di Salerno da dove fa la guerra al suo vecchio ufficio, sequestri compresi (come ha appena riconosciuto la Corte di cassazione). Nel gennaio 2008 il Csm lo trasferisce al tribunale di Napoli come giudice del riesame. Termina qui la storia del pm moralizzatore (”interpreta il ruolo in modo distorto, in un’ottica missionaria” gli è stato contestato in un procedimento disciplinare) e inizia la sua seconda carriera.
Il futuro del de Magistris politico
De Magistris, oratore militante e applaudito già ai tempi delle assemblee delle toghe napoletane, non è il candidato dell’Italia dei valori, ma quello di un potentissimo network (che ha uno spazio molto visibile sul suo sito internet), composto dal blog di Beppe Grillo e dalla trasmissione Annozero. Il giudice, il comico e Michele Santoro, un altro recordman delle preferenze europee nel 2004 (la cognata è il gip che ha archiviato le accuse contro il pm di aver favorito fughe di notizie), da tempo guidano una campagna contro la casta politica e il berlusconismo, in cui salvano il solo Antonio Di Pietro. In attesa di affrancarsi da lui.
A portare in dote ad Annozero de Magistris sono stati Marco Travaglio, più volte avvistato a Catanzaro, e Sandro Ruotolo, che con il magistrato ha preparato la discesa in campo televisiva all’hotel Benny. Alla squadra bisogna aggiungere la rivista Micromega e Il Quotidiano della Calabria, oltre al salotto tv della calabrese Antonella Grippo. All’inizio lo hanno applaudito (per poi scaricarlo) anche diverse associazioni antimafia come Ammazzateci tutti e l’Osservatorio Falcone e Borsellino, anche se l’unico che nella famiglia de Magistris che si occupa di criminalità organizzata è il cognato, Sandro Dolce.
Luigi nel 2004 ha provato a sfiorare l’argomento, con poca soddisfazione: il risultato anche in questo caso è stata l’assoluzione, arrivata proprio alla vigilia delle elezioni europee, di tutti gli imputati famosi del cosiddetto caso Reggio.
Nonostante tutto questo il pm non ha dovuto fare affiggere neppure un manifesto per ottenere un plebiscito nelle urne. La sua elezione ha stravolto la grammatica della campagna elettorale vecchio stile. Ma il parroco del Vomero, don Salvatore, ha detto a Panorama: “Qui non lo conosciamo”. Nella parrocchia nessuno dei fedeli lo ha votato. Solo il pasticciere Riccardo e la signora Antonella hanno scritto il suo nome “perché è un cliente e quel ragazzo lo stanno mettendo in croce”.
Ma questa è la politica che avanza, il passaparola avviene sulla rete. Su Facebook ci sono una novantina di gruppi che sostengono il giudice-politico con migliaia di iscritti. Solo 150 frequentatori del social network osano contestarlo (tra essi le “vittime di de Magistris”).
Insomma un successo annunciato. Resta da capire sino a quando il trio de Magistris-Grillo-Santoro avrà bisogno di Di Pietro.

“Pd? Zero Tituli”. Chissà se piacerà al Cavaliere la maglietta che sta facendo il giro della rete inventata da alcuni blogger sostenitori del centrodestra. Anche se celebra le sconfitte elettorali degli avversari politici, il copyright della frase è comunque di matrice nerazzurra e a Berlusconi ricorderà l’annata non esaltante del suo Milan.
La t-shirt è apparsa ieri alla conferenza stampa del Pdl ed è in vendita on-line. È un’idea nata su “Tocqueville“, un aggregatore di blog liberali e neo-con. Sotto il simbolo del partito di Franceschini accompagnato da un punto di domanda riporta l’ormai celebre “Zero tituli” di Josè Mourinho e poi le “date del tour” del crollo di consensi del partito di Veltroni prima e Franceschini poi: passato dal 33% di “Italia, 13-14 aprile 2008″ (elezioni politiche) al 26,1% di “Europa, 6-7 giugno 2008″ attraverso le débacle in Sicilia, Friuli, Roma, Abruzzo e Sardegna.
Sui blog filo-Pdl quindi si celebra il risultato delle europee e delle amministrative, ma più per il brutto risultato del Pd che per l’affermazione del partitone conservatore. Il 35% del Pdl ha lasciato alcuni con l’amaro in bocca per le attese e i sondaggi che davano il partito di Berlusconi oltre il 40%. E proprio on-line si sviluppa il dibattito interno, con il “web magazine” di Farefuturo, la fondazione culturale creata da Gianfranco Fini, che non rinuncia alle critiche sulla gestione della campagna elettorale e del governo. “Sarebbe un errore grave” scrive la redazione nel corsivo intitolato provocatoriamente “Quella trazione leghista che ha dimenticato il sud”, “se non si riflettesse seriamente e da subito su due fatti politici che sono strettamente collegati tra loro, anche se sin d’ora il triumvirato al vertice del Pdl non pare averlo colto: la forte affermazione leghista e l’astensionismo del centro sud. Umberto Bossi ha vinto perché ha dato la linea al governo”
Un’interpretazione che suscita la reazione del “PreDelLino“, giornale on-line filo-governativo, che commenta così nella sua rassegna stampa di ieri: “Avvoltoio? Certo che no! Il direttore di FareFuturo Alessandro Campi, molto stimato a destra e da Gianfranco Fini, spiega al Corriere della Sera che “Berlusconi non si tocca, certo. Però lavoriamo su un nuovo centro destra…”.
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Notte elettorale, notte di passione (politica). Almeno in rete, nonostante alla fine a vincere davvero in Europa sia stata l’astensione. Come accade quando le urne si chiudono alle 22, chi è interessato ai risultati e alla loro interpretazione si incolla al televisore, alla radio, o a internet. E in quest’ultimo caso, oltre ai dati, c’è la possibilità di leggere anche il commento e le analisi che ne danno, a volte in tempo reale, i blogger.
Per chi ha votato la blogosfera?
In Italia, considerando le (discusse) classifiche di blogbabel e blogitalia, i blog che si occupano di politica sono tra i più seguiti. Molti sono tenuti da giornalisti, da politici veri e propri e da sedicenti esperti. Che nel weekend elettorale non hanno mancato di far conoscere ai loro lettori le loro preferenze. Stando a quanto pubblicato, quello spazio un po’ autoreferenziale e informe che è la blogosfera tende nettamente a sinistra. Si tratta di una semplificazione, ma è realistica: almeno per quanto riguarda i blog più letti e linkati.
Ironia sul Pd
Le critiche e l’ironia sul Pd sono il pane quotidiano, ma al momento di andare alle urne non si resta a casa, come informa Ladri di marmellate: Wittgenstein, di Luca Sofri, sponsorizza l’ex candidato-sorpresa alle primarie del centrosinistra Ivan Scalfarotto, curatore di un altro diario on-line (solidarietà tra colleghi?), Beppe Grillo lancia le proprie liste (“lo sbarco nei comuni è un piccolo sbarco in Normandia”) e appoggia l’Italia dei Valori, Mantellini invece si espone per Debora Serracchiani del Pd (ma solo perché ci sono le preferenze, visto che la foto dei candidati capolista dei democratici è accompagnata dalla scritta “Scegliamo la carta argento”), il trio di Voglioscendere ( i giornalisti Gomez, Travaglio e Corrias) si divide tra Pd e Di Pietro, Zoro ovviamente opta per il Pd (dopo aver periodicamente demolito i dirigenti democratici per un anno a “Parla con me”), mentre Leonardo fa un appello contro l’astensione di sinistra a favore di Franeschini: “Inseguo lo spettro dell’onesto padre di famiglia che porta in missione la delegazione parrocchiale”.
Segretario del Pd protagonista anche di un divertente video che rimbalza sulla rete, in cui lo si vede in versione ologramma pronunciare il suo appello elettorale contro Darth Vader (su il grande cocomero).
Esultanza a destra
E i diari online che simpatizzano per il centrodestra? Ci sono, ovviamente, ma hanno meno seguito. Anche perché magari non si definiscono come “blog” e sono curati da più persone. Dai più schierati come “Il Predellino” (online con la presentazione di tutti i candidati del Pdl) o “Il Giulivo” ai più critici come “La pulce di Voltaire” che indica come valida alternativa al partito del premier il voto a Magdi Allam, dell’Udc.
Mentre “The Right nation” sfida la par condicio pubblicando i sondaggi fino a poche ore prima del voto sotto forma di corse “clandestine” di cavalli in cui Berlusconi è Varenne.
I commenti a caldo su chi ha vinto
Pochi i blogger che, anche a causa delle esperienze precedenti (soprattutto l’infinita nottata del 2006), si sono messi a commentare i dati degli “instant poll” domenica notte: tra gli altri Wittgenstein, che mette online le proiezioni ogni ora dalle 23 in poi e posta un estratto da un articolo del Times di Londra in cui si chiedono le dimissioni di Gordon Brown. L’ultimo aggiornamento è alle 2 e un quarto: “direi che il PD ha perso, ma l’ha sfangata, per come si è sparato nei ginocchi da solo in quest’anno (ha anche guadagnato 3 seggi dal 2004, grazie agli sbarramenti). Direi che il PdL è andato in modo deludente, e peggio che in quasi ogni occasione degli ultimi dieci anni: l’idea del partitone non ha portato a casa niente, anzi. La Lega ha abbastanza vinto, la mia pretesa era alta. L’IdV ha vinto come da previsioni. L’UdC ha vinto. Gli altri hanno perso, come da previsioni”.
Le parole dei politici
Chi invece si getta a capofitto nel gioco delle percentuali ondeggianti è la “troupe” di Notapolitica.it, che riporta live tutte le dichiarazioni da agenzia dei vari politici, le proiezioni che si susseguono e i commenti degli utenti: intorno all’1 di notte, quando i risultati cominciano a delinearsi c’è chi si stupisce (“ragazzi o sono grossolanamente sbagliate le proiezioni o erano grossolanamente sbagliati i sondaggi”), chi invita ad attendere ancora qualche ora e ovviamente non mancano gli sfottò da una parte e dall’altra, bersagli soprattutto Daniele Capezzone e Antonio Di Pietro, anche se il clima rimane rilassato e rispettoso nei toni. Su “Giornalettismo” è Alessandro D’Amato a curare l’aggiornamento “live” (“In diretta gioie e dolori dello spoglio delle schede”) con i suoi commenti all’evolversi della situazione. Significativo il titolo da lui scelto: “Ha vinto Noemi”.
Frenata Pdl?
Per Schegge di vetro le dichiarazioni di Berlusconi su un Pdl oltre quota 40 % si sono rivelate troppo ottimistiche e controproducenti ma il centrosinistra non può vantare vittoria: “Il Pd perde, ma tiene. Il fatto che Berlusconi non abbia sfondato rende la sconfitta del partito di Franceschini meno pesante. La sinistra così detta “estrema” si suicida (come si sapeva). In totale prende il 6,5% ma essendosi presentati divisi non ottengono neppure un seggio.

Ora l’avranno capita o hanno bisogno di altre trambate? La Lega al 10%. E’ la vera vincitrice, assieme a Di Pietro (8%) di queste elezioni. Da domani condizionerà ancora di più l’azione di governo”. Mentre per Guerre Civili il voto europeo dimostra che le sinistre in tutta Europa non riuscirannno mai a raggiungere la maggioranza alle prossime politiche, ma “Berlusconi ha salvato il Pd, con l’antiberlusconismo”.
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“Non escludo di candidarmi alla segreteria, molto dipende da quello che accade adesso”.In casa del Pd, i primi ormeggi sembrano ormai tirati. A dare la prima scossa, in un’intervista a Repubblica tv, ci ha pensato Anna Finocchiaro. In vista del congresso del Pd di ottobre, il capogruppo del partito a Palazzo Madama non ha affatto escluso una corsa in prima persona per l’assise d’inizio autunno.
E , dopo aver dichiarato di apprezzare “molto il modo in cui Franceschini sta reggendo il partito, un modo intelligente serio e rigoroso”, ha aggiunto che “è leggitimo che chiunque ritenga di potersi proporre come segretario si candidi a ottobre perchè ci sia una vera, vera competizione e un momento di dibattito su posizioni diverse, linee politiche, alleanze, quant’altro”.
Su quest’ultimo fronte, la Finocchiaro pare avere idee piuttosto chiare: premesso che le “alleanze si fanno tra quattro anni”, con l’Idv una convergenza sembrerebbe “naturale” “anche se bisogna verificare molte cose”.
E qui, quasi in sordina, arriva la prima stoccata per il partito di Di Pietro: “ci sono posizioni diverse tra noi e l’Idv, come quelle su testamento biologico e il caso Englaro, passarono da una posizione all’altra nel giro di due giorni. Anche sul referendum, Di Pietro lo appoggiò, ora accusa il Pd di essere alleato di Berlusconi. E’ un partito che agisce in modo piuttosto libero e flessibile, ma quando si fa un’alleanza con un grande partito come il Pd bisogna essere chiari, non dubito che un accordo si possa trovare ma si deve cercare”.
Come a dire: il Pd resta un partito a vocazione maggioritaria. Ergo, chi si vuole alleare si deve in qualchemodo adeguare. Parole come pietre, precedute dalle dichiarazioni del segretario Franceschini, che dopo mesi era tornato a parlare di “voto utile”, invitando a concentrare le preferenze sul Pd piuttosto che sulla formazione di Antonio Di Pietro.
Se non è un liberi tutti, poco ci manca. Tanto che la Finocchiaro non ha escluso neppure un’alleanza con l’Udc, partito che sfidò da avversario alle ultime elezioni siciliane (la coalizione capeggiata dal capogruppo Pd al Senato si fermò a poco più del 30%; quella di Raffaele Lombardo, appaoggiata anche dal partito di Salvatore Cuffaro, toccò quota 65%).
Resta da vedere cosa succederà alle elezioni europee ed amministrative di giugno. Da quell’esito, infatti, dipende molto del futuro dell’attuale classe dirigente democratica.

Dalla tv a uno scranno a Strasburgo? Da destra s’ode un secco alt.
Eccolo: “Il fenomeno del ‘velinismo’ in politica, ancorché circoscritto, non aiuta certo a modernizzare una cultura ancora in parte diffidente verso il ruolo delle donne in politica e a promuovere la pari dignità dei sessi in ogni ambito della vita pubblica, piuttosto rilancia uno stereotipo femminile mortificante, accuratamente coltivato dalla nostra televisione (che è, a questo proposito, un unicum nel contesto europeo-occidentale) e drammaticamente diseducativo per le nuove generazioni”.
Questa la reprimenda vergata da Sofia Ventura sul periodico on line della Fondazione Farefuturo presieduta da Gianfranco Fini. An sembra dunque non gradire l’ipotesi delle eurocandidate che provengono dal mondo dello spettacolo di cui si è parlato nei giorni scorsi nel Pdl. Poi la critica si dirige contro il rinnovamento chiesto in persona da Berlusconi: “Assistiamo” si legge nell’articolo di Farefuturo, “ad una dirigenza di partito che fa uso dei bei volti e dei bei corpi di persone che con la politica non hanno molto a che fare, allo scopo di proiettare una (falsa) immagine di freschezza e rinnovamento. Questo uso strumentale del corpo femminile, al quale naturalmente le protagoniste si prestano con estrema disinvoltura, denota uno scarso rispetto da un lato per quanti, uomini e donne, hanno conquistato uno spazio con le proprie capacità e il proprio lavoro, dall’altro per le istituzioni e per la sovranità popolare che le legittima”.
Dura anche la critica contro l’uso delle donne che per la fondazione di Fini “non sono gingilli da utilizzare come specchietti per le allodole, non sono nemmeno fragili esserini bisognosi di protezione e promozione da parte di generosi e paterni signori maschi; le donne sono, banalmente, persone. Vorremmo che chi ha importanti responsabilità politiche qualche volta lo ricordasse”.
Probabile che i media derubrichino questo editoriale come un nuovo caso degli scontri tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Che negli ultimi mesi si sono punzecchiati non poco. E forse, anche per questo motivo, il presidente della Camera è intervenuto con una sua dichiarazione in cui ha precisato: “Il Web Magazine della Fondazione FareFuturo non ha certo necessità di concordare con me ogni suo quotidiano intervento”.
Insomma una bacchettata, quella di Fini, che però nel concludere il suo comunicato non scomunica del tutto l’editoriale della sua fondazione parlando di “valutazioni comprensibili, ma eccessive”. “È una condizione di libertà e di fiducia che può però portare, come nel caso odierno sulle candidature femminili per le prossime elezioni Europee, a valutazioni comprensibili ma eccessive, e pertanto non totalmente condivisibili”.
E come non dimenticare, infine, che uno dei tre coordinatori Pdl, l’ex reggente di An, Ignazio La Russa, venerdì scorso, parlando delle liste per le europee che sono in dirittura d’arrivo, aveva detto: “Le nostre liste non saranno uno specchietto per le allodole. Non ci saranno calciatori e cantanti e neanche giornalisti televisivi, come invece avviene a sinistra”. Ma nella sua dichiarazione non una parola sui personaggi femminili provenienti dal mondo dello spettacolo, che ovviamente in lista ci saranno.

Nei palazzi romani fervono le riunioni e i partiti lavorano alle liste per le europee del 6 e 7 di giugno. Se da una parte il Pdl si è riunito con Silvio Berlusconi (“siamo qui per completare le liste – ha detto il premier ai giornalisti – ma è ancora tutto in preparazione”, nel campo opposto, il Pd ha riunito la direzione e ha dato il via libera alle teste di lista di cinque circoscrizioni elettorali: per il Nord-Ovest sarà Sergio Cofferati a guidare la lista, a seguire Patrizia Toia e Gianluca Susta. Primo in lista nel Nord-Est è Luigi Berlinguer, seguito dal segretario del Pd dell’Emilia Romagna, Salvatore Caronna, mentre al terzo posto c’è Debora Serracchiani, la giovane segretaria del Pd di Udine, protagonista della dura reprimenda contro i vertici democratici nel mese scorso, tanto che El Pais la incoronò l’Obama italiana. La lista del Centro è guidata dal giornalista del Tg1 David Sassoli, seguito dal sindaco uscente di Firenze, Leonardo Domenici, al terzo posto c’è Silvia Costa.
Capolista della circoscrizione Sud è l’ex ministro prodiano Paolo De Castro, seguito da Rosaria Capacchione, la cronista giudiziaria al quotidiano del Mattino minacciata dalla camorra, e al terzo posto figura l’europarlamentare uscente Gianni Pittella. Nella lista della circoscrizione Sud compaiono anche due assessori della giunta Bassolino, Montemarano e Cozzolino. Infine, la lista delle Isole è guidata dalla sorella del magistrato ucciso dalla mafia, Rita Borsellino. Segue la ex segretaria del Pd sardo, Francesca Barracciu e il sindaco di Gela, Rosario Crocetta, noto per le battaglie contro la mafia della Sicilia orientale. Per lui solo è valsa la deroga alla decisione di non candidare sindaci che devono concludere il mandato.
Ma sulle europee irrompe la questione giovani. Nel Pd è scoppiato infatti un caso: “Non votiamo queste liste”, ha esclamato ieri il segretario nazionale dei giovani Pd Fausto Raciti alla direzione del partito. Per Raciti il problema è che “abbiamo scoperto che nelle liste non figurava nessun candidato indicato dall’organizzazione giovanile”.
All’opposto, nel Pdl, il Cavaliere punta “senza se e senza ma” sui giovani. E sulle giovani. Angela Sozio (ex del Grande Fratello), la tronista Camilla Ferranti, Barbara Matera e Eleonora Gaggioli. Tutte con un passato nel mondo della televisione, della fiction o dello spettacolo. Sono queste alcune delle partecipanti al corso di formazione politica che si è svolto ieri nella sede Pdl di Roma. Fra le trenta partecipanti (la tre giorni di corso è riservata alle donne), alcune giovani deputate nazionali: Micaela Biancofiore, Gabriella Giammanco, Laura Ravetto, Annagrazia Calabria (che aveva presentato il congresso Pdl), Barbara Mannucci, Beatrice Lorenzin. Il premier ha infatti spiegato ai vertici del Pdl durante la riunione che “alcune di loro saranno candidate perché voglio volti giovani, facce nuove, per rinnovare l’immagine del Pdl e dell’Italia in Europa”.
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“Noi alleati con La Destra di Storace? Si parla di tutto e anche del contrario. Certo, noi un’alleanza la dobbiamo fare, perché, ahimè, da soli non arriviamo al 4%”.
Era il 14 marzo scorso. Così il governatore siciliano Raffaele Lombardo commentava la posssibilità di stringere un patto elettorale con il partito nato a destra del Pdl.
Sembrava una soluzione solo figurata, una di quelle che si formulano per fare tattica, magari in vista di un’intesa (auspicata) con un partito più grande, in questo caso il Pdl di Silvio Berlusconi. Epperò il recente congresso del Popolo della libertà (con tanto di dichiarazione esplicita del premier di puntare al 51%) ha impresso una evidente svolta bipartica al sistema, svolta che del resto era stata già sancita con l’accordo bipartisan (Pdl-Pd) che prevede lo sbarramento al 4% per le elezioni di Strasburgo.
Così, nelle ultime ore, la possibilità di un’allenza tra Movimento per l’Autonomia e Destra, più che una possibilità, è assurta a rango di decisione strategica. A sdoganare l’intesa, ci ha pensato poche ore fa Francesco Storace, che sul suo sito, senza troppi giri di parole ha battezzato il nuovo legame in vista di Strasburgo: “Alle europee” ha detto il leader della Destra “andremo con un’aggregazione ampia, in primis con l’Mpa di Raffaele Lombardo”.
Ma il piano storaciano non finisce qui. Ed infatti, “punteremo sin dalle prossime ore ad aggregare anche altri soggetti politici”. Nessuna prospettiva pessimista, dunque, anche perché “il consenso ricevuto lo scorso anno dai nostri movimenti può consentirci di superare l’ostacolo del 4 per cento, senza più il ricatto del voto utile e senza la tradizionale arma usata in quindici anni da Berlusconi: il presidente del Consiglio non ha più il nemico da battere, la sinistra, gli italiani potranno votare più liberamente. E gli italiani di destra potranno finalmente scegliere il movimento che non li ha traditi. Dalla prossima settimana” ha concluso “rinasce la speranza”.
Dal fronte dell’Mpa, nessuna dichiarazione, anche se nelle ore scorse, era stato lo stesso Lombardo ad accreditare sempre di più la pista Storace: “Dobbiamo ancora decidere” aveva detto il presidente della Regione Sicilia “ma dico con molta franchezza che siamo in fase avanzata per un’alleanza con La Destra e con altri movimenti che si uniscono per cercare di superare questo iniquo e assurdo sbarramento del 4 per cento”. Ma dalla direzione federale, riunita oggi a Roma alla presenza del segretario e del presidente nazionale del partito (Lombardo e Scotti), ecco uscire una nota che, sia pure indirettamente, spiega il perché della scelta: “L’iniquo e assurdo sbarramento del 4 per cento imposto anche alla competizione elettorale per il rinnovo della delegazione italiana al parlamento europeo rappresenta il sintomo di una involuzione del sistema politico italiano che, attraverso un bipartitismo forzato, estraneo alla cultura e alla tradizione del Paese, riduce gli spazi di rappresentanza democratica. Un elemento che contrasta in modo eclatante con l’auspicata riforma federalista che invece dovrebbe assicurare - nell’Europa delle Regioni - una rappresentanza autentica a quei partiti espressione forte del territorio”. Quindi, ecco perché il Movimento per le Autonomie, ha deciso di “offrirsi come ’strumento’ per l’incontro” delle “forze politiche, movimenti, associazioni radicate nel territorio” che “intendano mantenere la loro specificità culturale, valorizzino le autonomie a partire da quelle territoriali, rifiutando di omologarsi in indistinti aggregati dall’impossibile identificazione programmatica”.
In vero, la scelta di Lombardo pare nascere anche dal fatto che con l’altro alleato della maggioranza, la Lega Nord, le possibilità di una nuova unione, seppure finalizzata al traguardo europeo, diventava sempre più improbabile: “Non credo che la Lega oggi possa allearsi con nessuno, mentre il federalismo attende ancora l’ultimo passaggio al Senato” aveva precisato il governatore isolano. “In questo momento, una scelta del genere rischierebbe di nuocere alla causa del federalismo stesso. Al posto loro non mi alleerei con nessuno e per questo abbiamo deciso di non percorrere questa strada “.
Resta da capire quali saranno gli altri compagni di strada della “strana” coppia Lombardo - Storace. E se, con l’innesto di altri giocatori, la formazione per le europee riuscirà a portare a casa un risultato utile: qualche seggio a Strasburgo.

Chi va a Bruxelles, ci deve anche restare. Strada sbarrata, dunque, a sindaci, presidenti di provincia e governatori, quantomeno nelle liste delle prossime elezioni europee del Partito Democratico. A sancire la svolta è il documento approvato (qui il testo) dalla direzione del Pd che sembra suonare come un de profundis alle ambizioni degli amministratori locali di guidare come capolista le possime elezioni.
Una sterzata netta rispetto alle aspettative di molti, motivata dal fatto che “il Pd” si legge nel regolamento, “è impegnato a candidare in Europa donne e uomini che assumano su di sé la responsabilità di rappresentare gli elettori italiani per l’intero mandato”. Oltre a sancire “l’alternanza di genere” (uomo/donna) nelle liste, gli otto articoli del documento pongono così una pietra tombale sulle velleità di politica (inter)nazionale degli amministratori locali democratici. E ribadiscono, tra l’altro, che sarà la segreteria nazionale a decidere quali saranno i capilista e chi tra gli europarlamentari uscenti potrà tentare il bis a Bruxelles.
La svolta di un “partito radicato nel territorio”, che sembrava coincidere con l’elezione di Franceschini alla segreteria del Pd, sembra dunque subire una nettissima frenata, o quantomeno un consistente ridimensionamento, sebbene il regolamento sancisca la possibilità di “proposte del territorio” che dovranno “pervenire a Roma entro e non oltre il 7 aprile”. Due settimane dopo, spetterà comunque alla direzione nazionale del partito l’ultima parola. “Il Pd è impegnato, in occasione delle elezioni europee, a concorrere per raggiungere un ottimo risultato in termini di voti ottenuti e parlamentari eletti”, si legge nel documento, che però non individua una percentuale concreta per le prossime europee.
Dal canto suo, Silvio Berlusconi, nella riunione con i suoi paralemntari tenutasi la scorsa settimana a Palazzo Grazioli, avrebbe anticipato i risultati di un sondaggio di EuroMedia Reserch che accrediterebbe un vantaggio del Pdl sul Pd di circa venti punti (42,1% contro 22,5%). Il Cavaliere ci crede, considerando la forte concorrenza dell’Italia dei Valori ai Democratici e la dispersione del voto a sinistra con la nascita della formazione di Nichi Vendola e il richiamo della falce e del martello del duo Ferrero-Diliberto.
L’impegno in vista del prossimo appuntamento con le urne deve quindi essere totale. E infatti non si esclude una personale candidatura del premier come capolista alle prossima tornata elettorale. Il premier ha cioè intenzione di giocarsi fino in fondo la partita di inizio estate, mutuando il metodo che alle recenti Regionali in Sardegna ha avuto un notevole successo.
Senza dimenticare che la vittoria europea del Pdl servirebbe, anche, per frenare l’avanzata del Carroccio. Se ci fosse il paventato exploit del Carroccio a Strasburgo (più su del 10%) diventerebbe difficile per il Pdl tenere a bada gli affondi leghisti sulla sicurezza o sull’immigrazione e le spinte di Bossi per un dialogo con il Pd, a cominciare dal capitolo del federalismo.
Anche per questo, la scelta del premier di giocarsi l’Europa in prima persona viene bocciata, con un perentorio altolà, da Franceschini: Berlusconi tende a “imbrogliare gli elettori: si verrà infatti eletti in un posto dove non si metterà mai piede”. Il premier, secondo il leader democratico: “Ha in mente di stravincere le elezioni europee perché vuole utilizzare quella forza per fare cose che ho definito inimmaginabili, e sono stato generoso”. “Ma non vincerà” ha assicurato Franceschini “perché sulla sua strada troverà noi che lo fermeremo”. Come? Facile: con il regolamento anti-governatori e un “programma di qualità”. Che però, almeno fino a oggi, i sondaggi non sembrano premiare.