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elezioni-europee

L’exit strategy dei governatori Pd. Tutti i leader con la valigia

Dario Franceschini

Di fronte ai portoni del Pd in via Sant’Andrea delle Fratte c’è una valigia. Dentro la valigia, una guerra di successione che non si annuncia affatto pacifica. Per il Pd, il problema infatti non è solo la corsa alla segreteria nazionale che si aprirà per il dopo-Franceschini. È innanzitutto l’esodo che porterà entro i prossimi dodici mesi moltissimi amminstratori locali a lasciare i loro presidi, roccaforti storiche o conquiste del recente passato, e a rintracciare candidati credibili e altrettanto radicati nel territorio.

Il nodo forse più spinoso è la Campania: da tempo, il ticket Antonio Bassolino - RosettaIervolino ha superato infatti il giro di boa del secondo mandato e si appresta ad arrivare, non proprio in buona salute politica, al capolinea. Prima dell’ultima fermata, specie per il presidente della Regione, potrebbe però esserci la possibilità di uno sbarco in Europa come candidato alle elezioni di giugno. Una soluzione che imporrebbe al politico campano una scelta, perchè la legge vigente non consente il cumulo dell due cariche.

Sempre a Sud, ma un po’ più a est, le cose non sono messe meglio: Nichi Vendola, governatore della Puglia dal 2005, davanti a sé ha ancora molti mesi per amministrare la sua regione prima che scada il suo primo mandato. Eppure, vista l’ardua soglia di sbarramento al 4%, la nuova alleanza di sinistra, l’Mps (Movimento per la sinistra), che tiene dentro socialisti, verdi, sinistra democratica e un pezzo fuoriuscito dal Pdci, potrebbe convincerlo ad una candidatura a Bruxelles, a cui non è da escludere che possa seguire la decisione di non voler guidare la coalizione alle prossime regionali.

Dopo la svolta territoriale voluta da Franceschini, in casa democratica si fa poi un gran parlare delle imminnenti candidature del governatore piemontese Mercedes Bresso, del sindaco di Torino Sergio Chiamparino e di Maria Rita Lorenzetti, che guida invece la regione Umbria.
Senza contare che alla prossima tornata, a Firenze, si rinnoveranno il consiglio provinciale e quello comunale, con un testa a testa, in quest’ultimo caso, tra Matteo Renzi e il sempre più probabile candidato del Pdl Giovanni Galli.
Piazze, queste, un tempo definite dai politologi e sondaggisti quasi tutte “sicure” e piuttosto blindate in direzione centrosinistra, ma che oggi, con un partito in forte crisi, vacillano al ritmo di sondaggi schiaccianti su cui Franceschini ha di recente ironizzato, tentando così di esorcizzare una paura interna innanzitutto al gruppo democratico. E proprio il segretario del Pd, comprendendo l’importanza della sfida, nei giorni successivi alla sua elezione, aveva già impresso una “svolta territoriale” alla segreteria del partito, inserendovi, tra gli altri, il presidente della regione Emilia-Romagna Vasco Errani, quello della provincia di Rieti, Fabio Melilli, oltre a diversi segretari di partito locali.

Inevitabile, dunque, che dall’ex loft chiedano alle prossime elezioni anche un impegno di bandiera per drenare qualche voto tra gli incerti e i potenziali astenuti. Ma non è così scontato che qualcuno di essi, vista l’aria che tira, se candidato ed eletto , possa alla fine ritornare ad occuparsi solo dell’amministrazione del proprio territorio.

Europee, passa in Parlamento lo sbarramento al 4%

L'aula della Camera

Passa con voto bipartisan, alla Camera, la soglia del 4% per la legge elettorale europea. E il voto rompe uno schema di contrapposizione tra governo e opposizione che ha dominato dall’inizio della legislatura. In questo passaggio di forte valenza politica ci sono vincitori e perdenti: tra i primi c’è Walter Veltroni, e chi nel centrodestra ha insistito sul dialogo, come Gianni Letta; tra i secondi c’è Massimo D’Alema, che abbandona l’assemblea del gruppo del Pd prima del sì alla soglia dai lui criticata; e perdono anche i piccoli partiti della sinistra, chiamati ora a superare lo spirito della esasperata frammentazione.

Oggi tutti i piccoli partiti che verrebbero tagliati fuori dalla soglia del 4%, dalla Destra di Francesco Storace al Prc di Paolo Ferrero, hanno manifestato davanti al Quirinale, a Palazzo Chigi e a Montecitorio la loro rabbia contro “l’inciucio” tra Pd e Pdl. E dalla tribuna della Camera hanno lanciato nell’emiciclo volantini contro la “legge truffa” partorita dal “Veltrisconi”. Ma, come registrano i sondaggi, l’opinione pubblica non ha appoggiato questa battaglia come fece per la difesa delle preferenze. Anzi, sembra che i cittadini guardino con favore a una soglia che eviti il proliferare di sigle.

Intanto, alla Camera l’aula ha bruciato i tempi, licenziando il testo del relatore Peppino Calderisi, in una sola seduta. Nessun emendamento approvato, niente voto segreto (ma solo per il dietrofront di chi prima lo aveva richiesto) e, dunque, nessun brivido. L’unica riforma bipartisan dalla legge Tatarella per le regionali nel 1995. E liscia come l’olio è andata la riunione del gruppo del Pd, in mattinata, chiamato a pronunciarsi sull’accordo con il Pdl. Il vicesegretario Dario Franceschini ha spiegato che la legge mira a consolidare un bipolarismo in cui si contrappongono due grossi partiti, attorno a cui concorrono poche forze intermedie: è l’abbandono del modello Unione, con una concorrenza spietata tra piccole sigle sia a sinistra che al centro: “Non reggerebbe neanche il Pd a questo schema”, ha osservato Franceschini.

Nella riunione tutti i big hanno dato il loro assenso, da Piero Fassino a Rosy Bindi, da Pierluigi Bersani a Enrico Letta. Gli unici a dirsi contrari sono i quattro ulivisti di Arturo Parisi, e Walter Tocci. Non interviene invece D’Alema che va via prima che il gruppo voti: ai 5 “no” si sommano due sole astensioni dei dalemiani, Gianni Cuperlo e Barbara Pollastrini. In aula però tutti si attengono alle direttive del gruppo tranne Furio Colombo e i sei Radicali. Se il sì del gruppo del Pd e dell’Aula segna una vittoria del bipolarismo (non del bipartitismo) e quindi dello schema di Veltroni e di Berlusconi, marca uno stop ai profeti del modello tedesco: da D’Alema a Pier Ferdinando Casini, che subisce la legge con un “sì con riserva”.

La soglia del 4% farà piazza pulita a destra del Pdl e nei suoi dintorni (Mpa, Pensionati, Dca, eccetera), mentre a sinistra potrebbe non avvenire altrettanto, se i protagonisti saranno all’altezza della sfida. E cioè superare lo schema della concorrenza tra partiti che è stato seguito sin dal 1998, quando iniziò la gara tra Prc e Pdci, a cui si sono via via aggiunti i Verdi, poi Sinistra democratica e ora il Movimento di Nichi Vendola; uno schema che ha portato alla scissione di quest’ultimo mentre in Parlamento si trattava sulla soglia.

L’obiettivo del Pd, ha spiegato Veltroni, non è azzerare queste forze, ma “costringerle” ad aggregarsi in almeno un paio di forze intermedie. In grande imbarazzo sono invece i Socialisti di Riccardo Nencini e i Radicali, non assimilabili alle sigle della sinistra radicale. Insomma, come ha sottolineato il presidente Napolitano in una lettera di risposta alle sollecitazione dei piccoli partiti, se la legge elettorale deve evitare “una eccessiva compressione del pluralismo politico”, è pur vero che “una eccessiva frammentazione della rappresentanza politica può in linea generale costituire un disvalore”, tant’è che la soglia esiste in moltissimi Paesi europei. “La legge”, ha detto il coordinatore di Forza Italia Denis Verdini, “non è il funerale della democrazia, ma dei partiti dello ‘zero virgola’”.

Vendola e lo strappo annunciato: “Lascio Prc, casa snaturata”

Nichi Vendola

Sabato prossimo “chiuderemo una stagione politica e faremo i conti con la crisi travolgente della politica”. E ancora: “Rifondazione Comunista è una casa snaturata e per questo mi dedicherò a ricostruire una sinistra curiosa del mondo che cambia”. Parola del governatore pugliese Nichi Vendola, che poche ore fa ha annunciato di lasciare Rifondazione Comunista.
Lo strappo, di cui si parlava ormai da settimane, alla fine si è attuato. Per il momento, l’abbandono dal partito è individuale: “
Io parlo per me” ha detto Vendola, “non voglio una leva militare, non chiedo un reclutamento. Ognuno deve fare i conti con la propria coscienza”. Ma è impensabile che le dimissioni del presidente della regione pugliese non si trascinino dietro via almeno una parte della dirigenza del partito.

Teatro del nuovo psicodramma della sinistra radicale sarà l’assemblea di Rifondazione che si svolgerà a Chianciano durante il fine settimana. Una decisione, quella di Vendola, nata dalle recenti vicende congressuali del partito, svoltosi proprio a Chianciano nel luglio scorso, che aveva portato alla segreteria Paolo Ferrero.
L’ex ministro della Solidarietà Sociale dell’ultimo governo Prodi aveva sconfitto ai punti proprio Nichi Vendola, forte dell’appoggio dell’area bertinottiana. Il governatore pugliese si era presentato al congresso con una maggioranza relativa, ma non era bastato: tutto il resto del partito si era infatti coalizzato contro la sua elezione, appoggiando proprio la mozione di Ferrero e determinando un risultato (51% contro 49%) che non aveva affatto lasciato presagire armonia in casa comunista.

E proprio subito dopo l’elezione, erano sorti i primi dissidi: Ferrero aveva immediatamente lasciato intendere che il progetto della Sinistra Arcobaleno, che era costato ai rifondaroli l’esclusione dal parlamento, andava considerato morto e sepolto. Opinione opposta a quella dell’area vendoliana, che invece sperava ancora in una riunficazione della sinistra radicale e in un “dialogo costruttivo” con il Pd di Veltroni.
Una crisi, questa, proseguita con le vicende interne al quotidiano di riferimento, Liberazione. Dopo una lunghissimo braccio di ferro, il direttore del gironale Piero Sansonetti era stato sostituito dal sindacalista Dino Greco, per otto anni a capo della Camera del lavoro di Brescia.

La frattura non ha evidentemente aiutato la coesistenza delle due anime del partito. Ed infatti proprio ieri, Vendola, aggiungeva: “bisogna fare politica per passione e anche per divertimento. Vivere in un luogo come separati in casa, gli uni in contrasto con gli altri, mi pare un non senso. Quando quella non è più casa tua è importante prenderne atto e mettersi a cercare una casa nuova”.
Quasi certa, a questo punto, la costituzione di un nuovo partito che tenti una federazione con verdi, socialisti e sinistra democratica. Dopo la scissione di undici anni fa (che diede vita al Pdci di Armando Cossutta e Oliviero Diliberto), Rifondazione si trova di fronte a un nuovo bivio che potrebbe costarle caro. Anche perchè le elezioni europee sono ormai dietro l’angolo: a giugno si capirà quanto abbiano effettivamente pesato le ultime scelte dei dirigenti comunisti.

Il Pd crolla al 25%. Ma Veltroni è fiducioso: “Cresceremo, basta farci male da soli”

Walter Veltroni e Massimo D'Alema

Primo: abbandonare “l’istinto distruttivo, il volersi far male da soli”, quella “sindrome di Tafazzi” tipica della sinistra. Secondo: mettersi subito a “riflettere” sui numeri. Perché cifre così Walter Veltroni non li aveva mai visti (né li avrebbe mai voluti vedere). Le tabelle, relative ai primi dieci giorni di gennaio, presentate dalla Ipsos di Nando Pagnoncelli durante la puntata Ballarò sono impietose e allarmanti: il Pd si attesta solo al 25% dei consensi, rispetto al 33% delle elezioni: otto punti in otto mesi, una dieta impressionante.
“Due mesi fa” ha osservato Veltroni “dopo la manifestazione del 25 ottobre i sondaggi erano ben altri. Questa è materia su cui riflettere. La nostra gente non ama i litigi, le geremiadi interne”, cerca di giustificarsi il leader democratico.
Ma di fronte a (questi) numeri, non c’è giustificazione che tenga. Soprattuto se raffrontati con crescita di consenso degli avversari. Per quanto riguarda i partiti il Pdl sarebbe stabile al 37,5%; la Lega toccherebbe un picco storico con l’11%. Gli (ex) alleati dell’Italia dei valori avrebbero più che raddoppiato i consensi di aprile con il 10%; l’Udc salirebbe al 6,4% e la Sinistra (l’ex Arcobaleno, cioè tutti i partiti a sinistra del Pd) cumulerebbe il 5,7%. Brutte notizie dunque per l’opposizione che vede il principale partito in caduta libera, una sirena centrista che rischia di ipotecare lo stesso progetto Democratico attraendo gli ex margheriti e una Sinistra virtuale che deve dividere il suo 5,7% tra 5 o 6 partiti.
Come se non bastasse, il barometro settimanale dell’Ipsos sul gradimento dei leader politici continua ad essere guidato da Silvio Berlusconi (col 56,2%), ma Walter Veltroni (45,4%) cede il secondo posto a Pierferdinando Casini (46,7%), che dopo aver letteralmente sbattuto le porte al centrodestra, sta dimostrando una tenuta sulla quale nessuno era pronto a scommettere.
Alla domanda di Giovanni Floris quali errori ritiene di aver commesso, Veltroni ha replicato: “Anch’io ho fatto degli errori, ma non ritengo un errore la scelta di fondo. Pensare cioè che il Paese prima o poi abbia una maggioranza non contro Berlusconi ma una maggioranza riformista”. Benchè “tanti vorrebbero il fallimento del Pd” e che il progetto fallisse, Veltroni respinge questa idea: “È il più grande progetto messo in campo nella vita politica italiana, cioè un grande partito riformista”. Purché sia tale, “e non la trasformazione di uno dei partiti preesistenti, perché allora sarebbe inutile”. In ogni caso un ritorno indietro “è impensabile anche perché i due partiti da cui il Pd è nato si erano esauriti”.
Esauriti i partiti, non i leader. Se è vero che, stando a quanto riporta Repubblica, toccherà tra gli altri anche a Massimo D’Alema - che dichiarava di essere pronto a dare il proprio contributo (leggi: a mettersi in corsa per la direzione) - presiedere la conferenza programmatica dei democratici. L’incontro, inizialmente fissato a metà febbraio sull’arco di tre giorni, è stato spostato al 17-18 aprile, a ridosso delle elezioni: “Arriviamo fino alle europee il più uniti possibile”, ha infatti concluso Veltroni, invitando gli elettori “ad avere fiducia e credere in questa che è la più grande avventura politica che il centrosinistra possa avere. I leader politici durano 7-8 anni, con cadute e risalite. Noi abbiamo troppa fretta”.
Vero: la fretta di cambiare ce l’hanno molti altri colonnelli. E se Walter continua a chiedere loro di rinviare faide e discussioni a dopo le europee, ad aprile più che di un chiarimento ci sarà bisogno di un funerale.

Il Pd si spacca sul Pse. I Ds entrano, la Margherita protesta, Veltroni fa l’ospite

Piero Fassino e Walter Veltroni

Fassino dentro, Veltroni fuori. L’ultimo segretario dei Ds dice sì, il primo segretario del Pd, da ospite, dice no. E mentre a Madrid i democratici si dividono sull’adesione al manifesto del partito socialista europeo (qui il documento in .pdf), Francesco Rutelli, da Barcellona, dove è intervenuto alla presentazione del libro dell’ex sindaco Pasqual Maragall, (socialista ma critico con Zapatero), parla di un “partito democratico europeo”.
Va in onda in terra spagnola il dibattito interno al maggior partito della sinistra italiana. Il segretario partecipa all’assise del Partito socialista europeo “solo in qualità di ospite” e non sottoscrive il manifesto politico comune in vista delle prossime elezioni europee in quanto il Pd non aderisce. Firmano invece l’ex ministro Piero Fassino in qualità di rappresentante dei Ds e la governatrice del Piemonte Mercedes Bresso in qualità di presidente del comitato degli amministratori regionali socialisti in Europa. Massimo D’Alema rimane più defilato, ma la sua posizione la esprime chiaramente in televisione: “Penso che in Europa dobbiamo andare insieme ai socialisti, allo scopo di fare insieme ai socialisti un raggruppamento riformista al Parlamento europeo”.
La collocazione europea del Pd, insomma, rimane una questione irrisolta, frutto di malumori e tensioni che covano sotto traccia. E potrebbero esplodere quando e se si arrivasse a un vero congresso. I socialisti europei, dal canto loro, sono interessati a non perdere il “pacchetto” di parlamentari italiani in Europa. Nell’attuale parlamento europeo il Ppe da 288 deputati su 785, contro 213 al Pse. Gli eurosocialisti sono inoltre al potere in 8 paesi Ue su 27. Per questo a Madrid si lavora a una formula che possa mettere insieme tutti, nello spirito “ma anchista” del Veltroni versione Crozza. “Noi” si legge nel documento People First. Una nuova direzione per l’Europa discusso e votato oggi, “partiti socialisti, socialdemocratici e democratici progressisti condividiamo valori comuni e una comune visione e lavoreremo insieme per un’Europa piú giusta, piú sicura e piú verde e siamo insieme la forza per il cambiamento”.
Aperture che non sono bastate a Veltroni per firmare il documento: “Io sono il segretario” ha detto durante il suo intervento “di un partito che unisce piú culture e sono qui non solo perché la mia storia personale mi fa essere fratello di molti di voi ma perché questa famiglia politica é di grande importanza e ha dentro di se le idee di libertá, promozione sociale e lotta alle disuguaglianze”.
Al Pd (e al suo dibattito interno) apre il presidente del Pse Martin Schultz: “Veltroni è venuto qui per dare un segnale, per spiegare le caratteristiche del Pd e per dire che hanno bisogno di tempo. Noi abbiamo del tempo e siamo pronti a garantire che coloro che nel Pd non vengono dal socialismo tradizionale possono trovare un posto nel nostro gruppo”. Secondo Fassino, che invece ha firmato il documento in qualitá di leader dei Ds, la soluzione può essere quella di “creare un gruppo di socialisti e dei democratici per unire tutte le forze progressiste in Europa” e questa, precisa, “non è un’omologazione del Pd al Pse ma un lavorare insieme con chi in Europa sostiene posizioni riformiste”.
Cautele necessarie per rassicurare l’altra metà dell’anima Pd: gli ex della Margherita. Anche Francesco Rutelli ieri era in Spagna, però a Barcellona, dove è intervenuto alla presentazione del libro dell’amico ed ex sindaco della capitale catalana Pasqual Maragall, con il quale condivideva il progetto di un “partito democratico europeo”. Nello stesso atto pubblico, tra i messaggi d’affetto per il politico catalano ormai ritirato e malato di Alzheimer (ha intitolato la sua autobiografia Oda inacabada, Un’ode incompleta), è stato proiettato un video messaggio del “padre” del Pd, Romano Prodi.

Nuova legge elettorale in salita: la riforma torna in commissione

 Uno scrutatore al lavoro

Dopo la Lega, anche An. La linea della maggioranza è la stessa. L’accordo è totale. Se non c’è ampio consenso sulla legge di riforma per il sistema di voto per le prossime elezioni europee le norme possono restare quelle attuali”. Al termine di un incontro fra Silvio Berlusconi e il presidente della Camera Gianfranco Fini è emersa l’intesa sul fatto che il testo di riforma della legge elettorale europea presentata dalla maggioranza ritorni in Commissione. “Non c’è nessun ddl del governo” ha spiegato Berlusconi “è un’iniziativa parlamentare: se si trova un’intesa bene, altrimenti a noi va benissimo questa legge”. Il testo di riforma della legge elettorale torna in Commissione per verificare eventuali intese così come auspicato nei giorni scorsi dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano.
Le parole del premier, però, lasciano freddo il Pd. “Vediamo, ci vogliono fatti, non parole”, spiega il numero due del partito Dario Franceschini. Più articolato il commento di Marina Sereni, vice capogruppo Pd a Montecitorio: “Abbiamo presentato numerosi emendamenti ma non c’è stata alcuna possibilità di discutere nè sulla soglia di sbarramento nè sulle preferenze. Se ora ci sarà un cambio di rotta, lo potremo vedere solo in commissione”.
“Decisione saggia quella del ritorno in commissione. Si tratta di una vittoria del buon senso, promossa dal Presidente della Repubblica e accolta con sensibilità istituzionale da Fini. Non si può cambiare la regola del gioco a colpi di maggioranza”. Così Pino Pisicchio, Idv.
Soddisfatta invece An. L’esecutivo di Alleanza nazionale, riunito questo pomeriggio a Montecitorio, ha espresso “soddisfazione” per la decisione di eliminare dal calendario dell’aula della Camera la riforma della legge elettorale per le Europee e di riportare il dibattito in commissione Affari Costituzionali. Lo ha detto Ignazio La Russa, ministro della Difesa e reggente di An, al termine della riunione: “C’è una soddisfazione generale perché questa riforma rischiava di diventare il luogo dove si scaricavano tutte le tensioni. Non è necessario incattivirsi su una legge del genere”.

Verso le europee, l’appello di Napolitano: ampio consenso sulla legge

Giorgio Napolitano

Continua a battere sul dialogo, il presidente della Repubblica. Non si rassegna Napolitano a che tra i due poli non ci siano convergenze sulle riforme. Questa volta, al termine dell’incontro con i rappresentanti di varie forze politiche riunite nel “Comitato per la Democrazia” (costituitosi pochi giorni fa su iniziativa del Partito Socialista per dire ‘nò ad una riforma della legge elettorale per le Europee che non preveda il voto di preferenza e imponga una soglia di sbarramento), il Capo dello Stato ribadisce “La convinzione, già espressa in precedenti occasioni, che quando si tratti di modificare regole tra le più importanti della competizione democratica quali sono quelle dei sistemi elettorali sia da ricercarsi un ampio consenso in Parlamento”.
Il Capo dello Stato insiste poi sulla scelta diretta dei rappresentanti: “Modifiche in questo campo - prosegue Napolitano - sono state largamente riconosciute in questi anni come opportune e mature ed è stata riscontrata, nel recente passato, una preoccupazione condivisa circa l’esigenza di stabilire un più diretto legame tra gli eletti e i territori rappresentati, e di garantire un effettivo intervento dei cittadini-elettori nella scelta dei loro rappresentanti. C’è da augurarsi che tali esigenze formino oggetto di adeguata attenzione nel corso della discussione parlamentare sulle norme per l’elezione dei deputati italiani al parlamento europeo.
Quindi Napolitano si sofferma anche sulla necessità di abbassare lo sbarramento previsto al 5%: “E la massima attenzione dovrebbe essere egualmente prestata alla necessità, in particolare per la elezione del parlamento europeo, di non comprimere il pluralismo politico in quelle che sono sue significative espressioni, pur introducendosi disposizioni volte a evitare eccessi estremi di frammentazione nella rappresentanza dell’Italia all’assemblea di Strasburgo. Sono convinto che la discussione in parlamento possa essere aperta, senza rigidità, ad ogni proposta costruttiva”.

Ecco il testo di riforma della legge elettorale per le europee votato in commssione Affari costituzionali da Pdl e Lega e approdato all’esame della Camera. La legge che si vuole modificare risale al 24 gennaio 1979, ed era la più ”vecchia” tra le norme elettorali attualmente in vigore.
Via le preferenze, ci sono liste bloccate - La riforma cancella la possibilità per l’elettore di esprimere da 1 a 3 preferenze della legge attuale, prevedendo, invece, il meccanismo delle liste bloccate che, visto che le circoscrizioni sono 10 saranno in media di 7 candidati.
Sbarramento al 5% - Eleggono europarlamentari solo le liste che sul piano nazionale abbiano ottenuto almeno il 5% dei voti validi espressi. Nella legge attualmente in vigore non sono invece previste soglie.
Riparto seggi su cifra elettorale nazionale - Il riparto dei seggi avviene in base alla cifra elettorale nazionale di ciascuna lista secondo il metodo del quoziente intero.
Circoscrizioni salgono da 5 a 10 - Salgono a 10 le circoscrizioni elettorali e saranno: Nord-Ovest (composta dalle regioni Piemonte, Valle D’Aosta, Liguria); Lombardia; Nord-Est (Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia); Emilia Romagna-Marche; Toscana e Umbria; Centro (Lazio, Abruzzo, Molise); Campania; Sud (Puglia, Basilicata, Calabria); Sicilia e Sardegna.
Arrivano contrassegni “grandi” - Al posto dei contrassegni con le linee per l’indicazione della preferenza arrivano contrassegni “grandi” e ben visibili del diametro di tre centimetri con i simboli dei partiti.
Raccolta delle firme - Le liste dei candidati devono avere sottoscrizioni che vanno (a seconda del numero degli abitanti per circoscrizione) da 5 mila, per gli iscritti nei comuni compresi nelle circoscrizioni fino a 2 milioni di abitanti a 15 mila nelle liste dei comuni compresi nelle circoscrizioni con più di 6 milioni di abitanti. Sono esentati solo i gruppi che abbiano un gruppo parlamentare in questa legislatura a Camera e Senato, chi abbia eletto almeno 10 parlamentari e chi abbia almeno tre europarlamentari (nell’attuale legge ne basta uno). Fanno eccezione le minoranze linguistiche.
Parità di genere - Nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore alla metà delle candidature presenti nell’insieme delle liste circoscrizionali.
Tetto alle spese elettorali - La riforma prevede un tetto di spesa per candidati e partiti per la campagna elettorale (ad esempio un singolo candidato non può spendere più della somma tra 104mila euro e 0,02 euro per ogni cittadino residente nelle circoscrizioni elettorali nelle quali si presenta).

Verso le Europee con lo sbarramento al 5%. Barricate da sinistra

i protagonisti degli ultimi due anni

Liste bloccate, con parità di genere, sbarramento al 5% e dieci circoscrizioni.
Queste sono le caratteristiche del testo base di riforma della legge elettorale per le elezioni europee presentato in commissione Affari costituzionali dal relatore del provvedimento, l’azzurro Peppino Calderisi. Tradotto: alle elezioni europee della primavera del 2009, se Montecitorio approverà il testo, non otterranno seggi i partiti che non raggiungono il 5 per cento e non si potrà esprimere la preferenza. Il termine per gli emendamenti è fissato a martedì prossimo e il testo è calendarizzato per l’Aula di Montecitorio per il 27 ottobre, in tempo utile per approvare la riforma di legge entro le elezioni europee della prossima primavera.
“Lo sbarramento serve a evitare la frammentazione e dunque a favorire l’influenza degli italiani eletti nei gruppi europei e l’abolizione della preferenza ha come obiettivo quello di qualificare la classe dirigente italiana in Europa”, ha detto il vice presidente dei deputati del Pdl, Italo Bocchino.
Ora, l’obiettivo dell’opposizione, almeno nell’idea di Sesa Amici, capogruppo Pd agli Affari Costituzionali, è quello di riuscire a “presentare emendamenti comuni”. Anche l’Udc, per voce del segretario Pierferdinando Casini, annuncia una “battaglia per la libertà che faremo a 360 gradi per evitare di avere anche a Strasburgo un Parlamento di nominati anziché eletti”. L’Udc sarà davanti a Montecitorio il prossimo 17 ottobre e annuncia per novembre una manifestazione di piazza.
Per Paolo Ferrero, segretario del Prc, si tratta di “un autentico colpo di Stato”. “Con lo sbarramento al 5 per cento” spiega Ferrero “si mira a far fuori la sinistra dal Parlamento europeo e con l’abolizione delle preferenze si toglie dalle mani dei cittadini la possibilità di decidere e di dire la loro sui futuri eletti in modo illogico e anticostituzionale”.
Per il segretario del Pdci Oliviero Diliberto il testo base della riforma è “un abominio, uno scandalo europeo”. Lui, comunque, per ovviare allo sbarramento propone di presentarsi alle Europee in una lista unica con il Prc. Un’unità dei comunisti che potrebbe piacere al segretario Ferrero; ma Gennaro Migliore, esponente dei “vendoliani”, ha già escluso: “Qualsiasi possibilità di unità dei comunisti per le prossime elezioni europee” e chiede “formalmente alla segreteria di Rifondazione di escludere a sua volta chiaramente questa ipotesi”.

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