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elezioni

Regionali: una sfida per donne. Da destra a sinistra, la riscossa delle veterane

Mercedes Bresso (Pd), 65 anni, governatore uscente e ricandidata in Piemonte

Mercedes Bresso (Pd), 65 anni, governatore uscente e ricandidata in Piemonte

Se ne sono accorti pure al Secolo d’Italia, storico organo di An, ma da alcuni mesi più “vicino” all’Unità che al Giornale di Vittorio Feltri. La notizia sarebbe, appunto, questa parafrasando l’editoriale del quotidiano che fu dell’Msi: la soluzione regionale, a destra come a sinistra, è donnaContinua

Amministrative 2010: il Pd riprova la scalata alla Sardegna (dalle province)

Targa della nuova sede del Pd a Roma (ansa)

Targa della nuova sede del Pd a Roma (ansa)

Il prossimo 28 e 29 marzo non si voterà solo per il rinnovo di tredici giunte regionali. La lotta tra centrodestra e centrosinistra, che nel locale è assai più complicata dall’accentuato trasformismo nelle alleanze e dal peso delle liste civiche, coinvolge anche 11 province e 1.026 comuni, tra cui 17 capoluoghi impegnati nelle elezioni amministrative. Continua

Brunetta ci prova: metà ministro e metà sindaco, in Laguna

Il ministro Renato Brunetta con il sindaco uscente di Venezia Massimo Cacciari

Il ministro Renato Brunetta con il sindaco uscente di Venezia Massimo Cacciari

Renato Brunetta torna in Laguna, da figlio di venditore di gondole a sindaco, da docente a Doge. Continua

Verso le regionali: Casini e la tentazione del centro di gravità permanente

Pier Ferdinando Casini, leader Udc

Pier Ferdinando Casini, leader Udc

“Cerco un centro di gravità permanente” cantava Franco Battiato. Una frase che può adattarsi alla politica nostrana in vista delle prossime importanti elezioni regionali. Quanto vale il “centro”? E da chi è rappresentato? Continua

Count down Pd: cercasi leader e linea politica. Disperatamente

Festa del Partito Democratico

L’agenda del Pd: un mese dalle primarie (25 ottobre), sedici giorni dall’assemblea nazionale (11 ottobre) che aprirà ufficialmente le procedure per la scelta del segretario. Ma se la situazione dei tre candidati - Pierluigi Bersani, Dario Franceschini, Ignazio Marino - appare sufficientemente chiara quanto a consensi e sondaggi, molto meno lo è per la futura linea politica. Continua

Prodi e il modello giapponese del Pd: per vincere serve mezzo secolo

Romano Prodi

Guarda la GALLERY: Chi sta con chi al congresso del Pd

Solo un po’ di pazienza. Quanta? Più o meno una cinquantina di anni. Tutti da passare all’opposizione.
Quindi, che sia Dario Franceschini o Pier Luigi Bersani o Ignazio Marino a vincere congresso, primarie e guidare il Pd, la strada ce l’hanno segnata: alla fine del percorso, di circa mezzo secolo, il Pd potrà finalmente governare. Una battuta? Macchè, anzi: è in’estrema sintesi di ciò che Romano Prodi ha detto ieri sera ai microfoni del Tg3. Argomento della conversazione, la storica vittoria dei democratici giapponesi guidati da Yukio Hatoyama (amico di vecchia data del professore bolognese), dopo 54 anni di governo, quasi ininterrotto, dei liberaldemocratici.

A dirla tutta, non è la prima volta che i Democratici si esaltano per un successo altrui, sperando che il “vento nuovo” porti in alto anche loro. Basti ricordare cosa successe con la vittoria di Obama in Usa. Ora, appunto tocca, alla prima volta del Pd nipponico. Che, ormai da due giorni, ha completamente assorbito le attenzioni del Pd italiano: “il successo dei Democratici in Giappone, dopo 54 anni di successi liberali, è un bel segnale, che indica che anche in Italia ci si deve preparare al cambio di maggioranza”, die convinto il segretario del Pd, Dario Franceschini, commentando l’esito del voto in Giappone da Piacenza. “Dopo l’India, dopo gli Usa, anche in Giappone vincono i progressisti, dopo che è scoppiata la crisi”. Non basta: “Anche l’Europa deve trovare un percorso di rinnovamento delle politiche. L’insegnamento che ci viene da quel che è successo in altri continenti è che la riscossa dei riformisti può avvenire solo a partire dai grandi temi economici e sociali, abbandonando conservatorismi e subalternità a ricette altrui”, pensa invece Pier Luigi Bersani.
Ma non basta: a rivendicare con orgoglio il modello italiano, ci pensa Europa, quotidiano democrats: “L’Italia, all’estero, è ancora il paese dell’Ulivo e delle primarie. In Germania si parla di ‘Olivenbaum’, dopo l’esito del voto di domenica in Turingia, in Sassonia e soprattutto nella Saar. In Giappone la vittoria del Partito democratico fa riemergere l’epoca di Romano Prodi, che è indicato come l’antesignano e il modello di Yukio Hatoyana. In Francia, l’università estiva dei socialisti è stata dominata dal dibattito ‘primarie sì-primarie no’, e più che a quelle americane si è fatto riferimento a quelle che incoronarono Prodi. Si direbbe che il centrosinistra italiano continua a fare scuola al di là dei nostri confini. Romano Prodi è interpellato come una sorta di guru che ha il know how per guarire una sinistra in crisi e senza prospettive”.

Già, Prodi. Lui, che in Italia è ormai fuori dai giochi (più interessato a fare il nonno e “l’inviato” Onu in Africa) commenta la vittoria a Tokyo, partendo da lontano, per andare ancora più lontano. Con i giapponesi, racconta al Tg3: “Abbiamo cominciato a lavorare assieme nel ‘96 quando vennero a ispirarsi a quello che chiamavano l’Ulivo italiano”. Il Professore rivela di aver parlato al telefono con il nuovo premier giapponese già domenica: “Gli ho fatto le congratulazioni, lui ha ricordato quando nel ‘98 dopo la caduta del mio governo ci siamo visti. Gli ho detto ‘guarda che non basta vincere le elezioni, bisogna avere un margine tale per durare l’intera legislatura‘. E lui il margine oggi ce l’ha”. Anche per questo Prodi non ha dubbi: il vero insegnamento, secondo l’ex premier, è che “un’opposizione si costruisce con molta pazienza. Hanno lavorato tantissimi anni…”.
E in effetti, prima di riuscire a vincere le elezioni, i democratici giapponesi guidati da Yukio Hatoyama, ci hanno messo “solo” mezzo secolo. Non male come prospettiva. Sempre che il Pd esista ancora.
Nel caso, fra cinquant’anni, quando la battaglia di opposizione sarà finita, qualcuno avvisi il buon vecchio Prodi, l’ultimo dei giapponesi: può essere che il Pd abbia ancora bisogno di lui…

Politica web 2.0. Un Fini aiuta il Pd, ma non è Gianfranco

Emanuele Fini

di Antonio Calitri

Il Partito democratico e il candidato segretario Pier Luigi Bersani ripongono le speranze di rilancio in Fini. Non nel presidente della Camera, più volte accusato dai suoi detrattori di costruire ponti con l’opposizione per garantirsi un futuro quirinalizio. Ma in Emanuele Fini, classe 1972, diventato il punto di riferimento per tutti i progetti più importanti del partito sul web. Scoperto da Massimo D’Alema, ha conquistato negli ultimi anni anche la fiducia di Walter Veltroni, Piero Fassino, Bersani e, in parte, Dario Franceschini.

Sempre a sinistra, la sua società lavora anche per Il Fatto di Antonio Padellaro e per Europa (oltre ad avere lanciato Il Riformista).Per non parlare delle televisioni, da Red Tv di cui è socio fondatore alla rete del Pd. Ultimo acquisto, Italia Futura, il sito del pensatoio che fa riferimento a Luca Cordero di Montezemolo e dal prossimo settembre entrerà nell’agone politico-culturale con importanti novità.
Fini non ama definirsi un guru informatico al pari di Gianroberto Casaleggio, il web partner di Beppe Grillo e di Antonio Di Pietro. Anzi, non crede neppure nell’esistenza di un partito o popolo del web. “Partiamo dall’ultima grande manifestazione del popolo dei blog che doveva tenersi a Roma lo scorso mese contro il governo. Non c’era sito che non ne parlasse o non aderisse. Poi a manifestare a Roma c’erano meno di 50 persone. E anche per quel che riguarda Grillo non mi sembra che, al di là dei messaggi indignati che raccoglie, abbia creato un partito. Anzi, il partito che si ispira a lui e che si è presentato qua e là alle ultime elezioni ha raccolto pochissimo”.

Se non crede di raccogliere voti sulla rete, perché allora quasi tutto il Pd si rivolge a lei? Come pensa di poterlo salvare? “Non credo che il Pd si debba rifondare secondo una visione web. Il Pd si salva con le sue idee. La rete e quello a cui lavoriamo noi servono per una comunicazione diversa da quella degli ultimi cinquant’anni.
Una comunicazione diretta dove non esiste più il muro fra il leader politico e l’ultimo dei suoi sostenitori o critici. Se il politico entra in questa dinamica, non si può più sottrarre ai suoi impegni. Se uno gli pone una domanda anche scomoda e non risponde, in rete resta il fatto che non ha risposto e questo gli nuoce. Mentre, se spiega, risponde, partecipa, potrà chiarire bene le sue idee e le sue posizioni. Con il web 2.0 al quale lavoriamo già da anni si ha la vera partecipazione della gente alla creazione di contenuti”.
Fini e il suo socio Stefano Peppucci si sono incontrati a scuola studiando informatica e hanno fondato la Dol nel 1989, nel classico sottoscala. La prima svolta e l’entrata nella comunicazione politica la ebbero nel 1996 preparando il sito per il Pds. Poi con D’Alema a Palazzo Chigi crearono il primo sito del governo italiano.

E da lì centinaia di siti di politici, movimenti, istituzioni, enti, non abbandonando mai il rapporto privilegiato con i Ds prima e con il Pd ora. Attraversando senza problemi le varie gestioni. Da otto anni questa factory che impegna 25 persone e fattura 1,4 milioni di euro (+20 per cento rispetto al 2007) occupa tre piani del Palazzo Borghese nel cuore di Roma.
Tra i loro clienti spiccano un centinaio di politici e gente non legata al Pd come il giornalista Marco Travaglio. Ognuno, però, spiega Fini, ha un approccio web diverso: “D’Alema è onesto, è interessato al nuovo ma non è uno smanettone e non lo lascia intendere. Fassino si è appassionato tantissimo e risponde direttamente a ogni domanda. Veltroni è davvero innamorato del nuovo e tante volte è stato lui a parlarci di nuovi fenomeni di rete. Franceschini si vede che appartiene a una generazione successiva e ha un approccio più naturale con la rete. Infine Bersani è un pragmatico del web“.

Iscritti, tessere e correnti: sorprese e misteri in casa Pd

Iscrizioni al Pd

Il congresso del Partito democratico non finisce di stupire.
Sembrava che la palma del (presunto) tesseramento gonfiato (almeno questo era il timore di Ignazio Marino, uno dei cinque runners in corsa per la poltrona di segretario) dovesse andare ai campani, invece, calcolando la percentuale degli iscritti rispetto ai voti andati al Pd alle elezioni del 2009, la Campania (dove il Pd ha preso il 19 per cento dei voti) è al terzo posto, con un rapporto di 12,3 tessere ogni 100 votanti.

Vince la Calabria, invece, dove sono state registrate 17 tessere ogni 100 elettori, mentre la rossa Emilia-Romagna arriva solo a 11 su 100. Più indietro ancora la Toscana, con un rapporto di 7 a 100. Seconda è la Basilicata, con una percentuale di 13,4 iscritti ogni 100 elettori. Proprio qui si sta verificando un caso unico.
Per l’area di Pier Luigi Bersani i candidati alla segreteria regionale sono due: Salvatore Adduce, ex parlamentare, e Roberto Speranza, dirigente locale ed ex presidente nazionale della Sinistra giovanile. Insomma, misteriosamente, ora si dividono pure le correnti.

MULTIMEDIA: Candidati, pedine e alleanze. Con chi stanno i big del Pd - LEGGI ANCHE: Finocchiaro & C: i non allineati del Pd in campo per salvare il partito (da se stesso)

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
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