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Il contributo per la ricostruzione e la riparazione delle case demolite dal terremoto coprirà per intero le spese necessarie. E’ quanto stabilisce un emendamento del governo al decreto legge per l’Abruzzo. “Il contributo di cui alla presente lettera è determinato in ogni caso in modo tale” si legge nel testo “da coprire integralmente le spese occorrenti per la riparazione, la ricostruzione o l’acquisto di un alloggio equivalente”.
Il governo ha presentato, in commissione Ambiente al Senato, un pacchetto di emendamenti al decreto legge per l’emergenza del terremoto. Le proposte di modifica a firma dell’esecutivo dovrebbero essere nove. La concessione dei contributi, anche “con le modalità del credito d’imposta e di finanziamenti agevolati garantiti dallo Stato”, è prevista per “la ricostruzione o riparazione di immobili adibiti ad abitazione considerata principale” si legge nel testo dell’emendamento, che in questa parte ricalca la versione originale del decreto legge “distrutti, dichiarati inagibili o danneggiati ovvero per l’acquisto di nuove abitazioni sostitutive dell’abitazione principale distrutta”.
Sul fonte giudiziario, nel mirino della Procura della Repubblica dell’Aquila, che indaga sulle responsabilità dei crolli e delle morti per il terremoto, figurano circa 80 persone - tra costruttori, progettisti, esecutori dei lavori e pubblici funzionari - che hanno concesso le autorizzazioni a costruire. Si tratta di coloro che compaiono nelle storie dei circa 150 edifici crollati, in molti dei quali ci sono state vittime. Ma anche se - come ha sottolineato ancora una volta il procuratore della repubblica, Alfredo Rossini - le indagini vanno avanti molto speditamente, la chiusura delle indagini preliminari non ci sarà prima del prossimo settembre, a causa della sospensione delle attività che ci sarà per un mese e mezzo dal primo agosto prossimo, ma il procuratore non ha escluso che prima ci sarà qualche interrogatorio. Oggi non ci sono stati sopralluoghi né audizioni di testimoni, ma sono state esaminate le carte. In particolare, è stata approfondita la questione dell’ospedale San Salvatore, dove sono tornati magistrati e tecnici, al fine di dissequestrare altri pezzi e favorire interventi di messa a norma. Inoltre, gli uomini della polizia giudiziaria hanno sequestrato altre schede di palazzi pubblici e privati, ossia screening sulla storia, la stabilità e gli interventi da fare.

“Inammissibili per materia”: per questa ragione 256 degli oltre 400 emendamenti proposti dal governo perché venissero inseriti nel decreto salva-auto sono state bocciate. Tra i provvedimenti respinti, e che ora devono trovare collocazione adeguata in un altro testo di legge, l’intero “pacchetto precari” che l’esecutivo aveva esaminato all’ultimo Consiglio dei Ministri.
La possibile “bocciatura” non preclude comunque la possibilità che il pacchetto - se tutti i parlamentari delle due commissioni sono favorevoli - possa essere “ripescato” in deroga al regolamento della Camera.
Tra le modifiche avanzate del Governo che non hanno superato il vaglio di ammissibilità e che non riusciranno ad essere messe in votazione c’é anche l’intervento sul trattamento pensionistico per i lavoratori esposti all’amianto, lo stanziamento di risorse per la distruzione delle armi chimiche, la modifica alle norme relative al servizio di noleggio con conducente, che nel recente passato ha visto la categoria protestare in piazza a Roma.
Gli emendamenti del pacchetto precari, predisposti dal Governo e dichiarati inammissibili alla Camera, invece sono undici. Riguardano: un aumento dal 10 al 20% dell’ultimo reddito percepito per la determinazione dell’indennità di disoccupazione; le modifiche all’elenco delle prestazioni di lavoro occasione di tipo accessione per consentire a coloro che percepiscono prestazioni integrative del salario di “arrotondare” fino ad un limite di 3.000 euro; il pagamento diretto da parte dell’Inps del trattamento straordinario di integrazione salariale per accelerare le procedure; l’autorizzazione all’Inps, in via sperimentale, di anticipare i trattamenti di integrazione salariale sulla base della domanda corredata dagli accordi tra le parti sociali; norme sulla presentazione delle domande per la Cig in deroga; interventi sui requisiti per l’accesso alla Cig; la concessione da parte dell’Inps di incentivi in favore dei datori di lavoro che assumano volontariamente lavoratori che stanno percependo ammortizzatori sociali o che siano stati licenziati o sospesi; modifiche alle norme per i trattamenti di cassa integrazione di mobilità; il trasferimento al ministro del lavoro delle funzioni dell’Isfol per il supporto e l’assistenza tecnica alle amministrazioni pubbliche.
La scure dell’inammissibilità si è abbattuta su molti emendamenti della Lega, a partire dalla proposta di porre un tetto agli stipendi dei manager (di 350 mila euro) e dei soggetti aventi un rapporto con lo Stato (che non avrebbe potuto superare il trattamento corrisposto ai parlamentari). Un altro emendamento, considerato inammissibile, prevedeva che gli emolumenti corrisposti a qualunque soggetto avente rapporti di lavoro con le amministrazioni statali, o con le agenzie oppure con enti pubblici economici e d enti di ricerca, nonché con i magistrati, non potesse superare il limite del trattamento corrisposto ai membri del Parlamento.

Tema delicato, di coscienza, foriero di divisioni anche in senso trasversale. Continua infatti il braccio di ferro fra maggioranza e opposizione sul disegno di legge, mentre slittano a martedì le votazioni sugli emendamenti previste inizialmente per oggi
E ci si mette anche il ministro delle riforme e leader della Lega, Umberto Bossi, a chiedere che sul “testamento biologico” destra e sinistra trovino la necessaria sintesi per varare una legge che possa essere ampiamente condivisa, come da molti auspicato dopo il dramma del “caso Englaro”. Bossi fa sapere che l’accordo non solo è auspicabile ma “necessario”, cioè “bisogna assolutamente trovarlo”. Come? “Ragionando”, risponde il Senatùr ai giornalisti che nel Transatlantico del Senato lo interrogano sulle divisioni tra maggioranza e opposizione. Anche se il leader centrista Pier Ferdinando Casini sottolinea che il lavoro fatto da Calabrò (Pdl) in commissione va assecondato: “Il relatore Calabrò ha fatto un buon lavoro, che noi cerchiamo di assecondare in tempi brevissimi”. Dai microfoni di Radiotre Rai, il leader dell’Udc, spiega di appoggiare il testo messo a punto dal relatore sul testamento biologico e aggiunge: “Il diritto alla vita va difeso senza se e senza ma. È assolutamente sbagliato dire che ognuno è padrone della sua vita”.
Non sarà facile dare seguito all’auspicio del leader del Carroccio (che i leghisti vorrebbero anche mutuare per le altre riforme, quella federalista in primis), soprattutto dopo che proprio il relatore Raffaele Calabrò ha definito “inaccettabile” l’emendamento presentato dal Pd al ddl relativo al consenso informato del paziente: “Il consenso informato è normato molto bene nel disegno di legge”, afferma Calabrò. “Com’è attualmente l’emendamento del Pd non è accettabile, se si trovano soluzioni migliori saranno accettate”.
Il giudizio di Calabrò arriva nonostante le aperture del collega di partito Antonio Tomassini, presidente della Commissione Sanità del Senato, sul consenso informato, una delle “note dolenti” del Ddl secondo l’opposizione: “Ho raccomandato Governo e relatore” spiega Tomassini lasciando la seduta della Commissione dove sono stati illustrati i subemendamenti, ben 352, alle due proposte di modifica al testo illustrate ieri da Raffaele Calabrò “di dare la massima disponibilità per accogliere uno o due emendamenti che l’opposizione reputa molto importanti”. In particolare, “quello che ha come prima firmataria Anna Finocchiaro”.
Da parte loro, i Democratici annunciano un ostruzionismo il “più duro possibile” se nel ddl sul testamento biologico non verrà superato il nodo del consenso informato. Lo dice a chiare lettere il senatore Pd, Ignazio Marino, lasciando la Commissione Sanità di Palazzo Madama dove sono stati illustrati i subemendamenti presentati ieri al testo Calabrò. “Bisogna chiarire questo aspetto - spiega Marino -. Se la maggioranza vuole una legge che impedisca la possibilità di dire no a delle terapie, o di ritirare il proprio consenso, allora l’ostruzionismo da parte mia sarà più duro possibile, perchè si tratta di un punto che va contro la nostra Costituzione. Se la maggioranza - ribadisce - vuole una legge che regola il fine vita attraverso le dichiarazioni anticipate di trattamento, allora deve chiarire con fermezza questo punto, contenuto nell’articolo 1″. Critico, Marino, anche sull’emendamento Calabrò che fa confluire in un unico articolo i primi tre del testo originario. “Il nodo sul consenso informato resta comunque, benchè l’articolo in cui era originariamente contenuto sia stato cancellato”.
A rincarare la dose ci pensa Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato, ieri era intervenuta sul tema del testamento biologico: “Credo che l’apertura di cui parla il Pdl sul testamento biologico sia una finta. C’è infatti un’assoluta diversità di approccio alla questione”. “Le proposte del partito Democratico” spiega Anna Finocchiaro “pur nella diversità di articolazione, attengono tutte all’attuazione del secondo comma dell’articolo 32 della Costituzione, che stabilisce che nessuno può essere sottoposto a trattamenti sanitari contro la propria volontà, e puntano a far sì che il principio valga anche quando il paziente non è più in grado di manifestare la propria volontà. Il disegno di legge Calabrò nega questa possibilità, nega la possibilità di disporre con il testamento biologico in ordine al trattamento sanitario”.
Le operazioni di voto sugli emendamenti, inizialmente previste per oggi pomeriggio, sono slittate a martedì in Commissione Igiene e Sanità al Senato, secondo quanto deciso dall’ufficio di presidenza. Lo scopo è continuare a cercare una mediazione su alcuni punti critici del ddl, modificato 24 ore fa dalla maggioranza, in particolare su alimentazione e idratazione artificiale e, appunto, consenso informato. Tommasini ha annunciato la convocazione per martedì mattina dei capigruppo per un “confronto informale al fine di concordare possibili punti in comune tra il testo e gli emendamenti”. Il testo approderà in Aula il 18 marzo.

Il testamento biologico continua a suscitare polemiche trasversali. Le divisioni, già emerse sul caso drammatico di Eluana Englaro, tornano a spaccare maggioranza e opposizione. Non c’è identità di vedute né all’interno del Pdl né in seno al Pd. Del resto attorno a un tema così delicato che attiene la coscienza sarebbe difficile immaginare il contrario. Al Senato, dunque, si cerca di limare il testo del ddl, cercando al contempo di prendere tempo. L’obiettivo è quello di raffreddare gli animi prima che la spinosa questione arrivi al voto di Palazzo Madama. L’arrivo in aula è stato fissato al 19 marzo.
In realtà il Popolo della libertà ha riformulato il ddl, togliendo: il riferimento alla non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari, il riferimento all’accanimento terapeutico e l’obbligo di sottoscrivere il testamento biologico davanti ad un notaio.
Novità presentate mercoledì mattina dal relatore del ddl, Raffaele Calabrò, in commissione sanità del Senato. In pratica è stato emendato il testo sostituendo i primi tre articoli con un nuovo riferimento normativo, facendo sparire anche l’articolo 10, sostituito con un provvedimento che ne ribalta totalmente il contenuto. Una decisione che arriva dopo i malumori di alcuni parlamentari del centrodestra e dopo i rilievi della commissione Affari costituzionali.
Modifiche che l’opposizione sta valutando con attenzione e cautela. “Il relatore Calabrò ha dato un’apertura: vediamo se è sostanziale o soltanto formale. Noi di questo ne prendiamo atto” dice Dorina Bianchi, capogruppo Pd in commissione: “L’emendamento della maggioranza ci è stato appena consegnato. Naturalmente i tempi sono brevissimi: noi dobbiamo iniziare a votarlo domani mattina, quindi quella di oggi sarà una giornata intensa di esame dell’emendamento presentato dal relatore che annulla ben tre articoli e li riunisce in uno”.
Il testo iniziale stabiliva infatti che l’attività medica “non può in nessun caso essere orientata al prodursi o consentirsi della morte del paziente, attraverso la non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari e proporzionati alla salvaguardia della sua vita o della sua salute, da cui in scienza e coscienza si possa fondatamente attendere un beneficio per il paziente”.
La maggioranza introduce nel ddl anche la previsione delle cure palliative. Un secondo emendamento elimina il ricorso al notaio per la stesura delle Dichiarazioni anticipate di trattamento e, riscrivendo l’articolo dieci del testo originale, stabilisce che il paziente che lo desidera ricorra al solo medico di base. L’opposizione ha tempo fino a stasera alle 20 per presentare eventuali subemendamenti. Il Pd terrà una riunione nel pomeriggio.
Anche perché il problema per Franceschini è sempre il “solito”: trovare una mediazione, tentare una sintesi tra le varie anime del partito. E, dopo i battibecchi dei giorni scorsi, in una riunione convocata a Largo del Nazzareno ha invitato Ignazio Marino e Dorina Bianchi a evitare di fare uscite sui giornali per ribadire le loro posizioni divergenti. E, dato che il Senato si è concesso un po’ di tempo, li ha invitati a cercare una mediazione possibile che riavvicini le posizioni nel Pd.

“Non ci sto”. Il copyright non è suo. Ma ricorre a questo concetto Francesco Rutelli per rimandare al mittente (quasi tutti i giornali, soprattuto quelli di sinistra) la critica di chi lo dipinge come intenzionato a spaccare il Pd o sottomesso alle posizioni del Vaticano sul testamento biologico. È “intollerabile”, “inaccettabile” e “indecente”. Questi gli aggettivi usati da Rutelli nel corso di una conferenza stampa convocata a Palazzo San Macuto, a Roma, “presentare la mia posizione in modo distorto, strumentale e fazioso”.
L’ex leader della Margherita ha presentato ieri un emendamento al disegno di legge della maggioranza sul cosiddetto testamento biologico che si distingue da un altro emendamento del Pd e che, escludendo la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione nelle dichiarazioni anticipate di trattamento (i cosiddetti Dat), lascia “l’ultima parola” al medico.
“Scusate lo sfogo, ma sono incavolato, molto incavolato”. Rutelli ce l’ha in particolare con l’Unità e dice: “Io non sono eteroguidato da nessuno nè voglio creare una scissione nel Pd”. “Secondo me il Pd deve garantire che, se in temi così delicati come quelli della bioetica ci sono diversità di posizioni, queste si debbano potere esercitare. Non voglio passare per uno che strappa, rompe, divide e peggio persegue secondi fini e strategia politiche di scissione o che rispondano a poteri esterni alla politica come ad esempio il clero. Ogni posizione” chiede Rutelli “deve essere legittima”.
A dire il vero, la prima a smarcarsi dal documento unitario del Pd firmato dalla capogruppo Anna Finocchiaro è stata ieri Dorina Bianchi, che da poco ha ricevuto da Ignazio Marino il testimone della guida dei senatori democratici della commissione Sanità.
Poi è arrivata la “terza via” proposta da Francesco Rutelli, che pur non firmando l’emendamento del Pd, ha proposto una mediazione presentando a sua volta quattro emendamenti in cui si apre uno spiraglio alla valutazione del medico e della famiglia nei casi particolarmente gravi.
Una mossa interpretata da molti come un tentativo di smarcamento dell’ex vice premier dal Pd del neo eletto Dario Franceschini. Che dopo 48 ore di tregua si è così trovato di fronte alla prima grana e all’ennesima divisione interna.
Secondo l’ex leader diellino, l’ultima parola “se assistere una persona con nutrizione e idratazione artificiale o altri tipi di cure non può spettare né al giudice, né al sacerdote, né al parlamentare ma al medico, sentiti i familiari e il fiduciario”. “Quando si firmano le dichiarazioni anticipate di trattamento” ha spiegato Rutelli “colui che stabilisce se le condizioni mediche, scientifiche e tecnologiche presenti al momento possono alleviare le sofferenze e tenere in vita una persona o avviarla verso la morte, è solo il medico. A lui deve spettare l’ultima parola in virtù della sua autorità scientifica e morale”.
Rutelli ha voluto precisare che, contrariamente a quanto riportato da alcuni mezzi di informazione, non vuole “costringere nessuna persona morente ad avere sondini naso-gastrici, nè a torturali. Quello che ho scritto nell’emendamento” ha, quindi, concluso “l’ho elaborato dopo aver parlato con diversi medici e operatori del settore”.
Sui rapporti con Dario Franceschini e con il partito democratico chiarisce: “Franceschini ha detto che è fuori discussione la libertà di coscienza e io la sto esercitando. Ne abbiamo parlato per mesi e sono chiarissime le nostre posizioni. Ieri, facendo il mio dovere di parlamentare, ho presentato in commissione in Senato i miei emendamenti sulla Dat e, vi confesso, non mi aspettavo questo casino”. Bufera, scatenata, secondo il presidente del Copasir, soprattutto da l’Unità che, dice: “Dovrebbe essere il giornale del Pd e riconoscere pari dignità a tutte le posizioni non distorcendo in modo fazioso le mie”.
Stamani Franceschini ha incontrato nella sede del partito i capigruppo di Camera e Senato, Anna Finocchiaro e Antonello Soro. E nel pomeriggio parteciperà a Palazzo Madama alla riunione con i componenti del gruppo Pd in commissione Sanità. Al segretario spetterà il difficile compito di individuare una linea unitaria sul nodo dell’alimentazione e idratazione artificiale, contenuto in un emendamento non condiviso da alcuni senatori. Tra cui, appunto, Rutelli.

Lo hanno lasciato tranquillo per 48 ore: sabato è diventato il secondo segretario del Pd, domenica a Ferarra ha giurato sulla Costituzione e pranzato dalla mamma.
Lunedì sono cominciati i guai, per Dario Franceschini. I primi, anzi i soliti.
Il tema? Un classico per le “divisioni” democratiche: quello (bio)etico del testamento biologico. Mentre la commissione Sanità del Senato esamina il disegno di legge presentato da Raffaele Calabrò (Pdl), il partito del fu Veltroni si spacca, in cerca di una linea comune. E si apre già un orizzonte di accese polemiche. La linea ufficiale del gruppo sul ddl è quella espressa nell’emendamento a prima firma il capogruppo a Palazzo Madama Anna Finocchiaro (e sottoscritta dai vice Luigi Zanda e Nicola Latorre). Il testo prevede che “L’idratazione e la nutrizione, indicate nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono da considerarsi sostegno vitale e sono comunque e sempre assicurate al paziente in qualunque fase della vita. Nell’ambito del principio di autodeterminazione, nel rispetto dell’articolo 32, secondo comma, della Costituzione, è ammessa l’eccezionalità del caso in cui la sospensione di idratazione e nutrizione sia espressamente oggetto della dichiarazione anticipata di trattamento”.
Ma Dorina Bianchi, da poco nominata capogruppo del Pd in commissione, dopo il contestato avvicendamento con Ignazio Marino, non ha firmato l’emendamento del suo partito che stabilisce che idratazione e alimentazione artificiali siano oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento, prevedendone la sospensione in casi eccezionali, in linea con quanto previsto dalla mozione del Pd votata all’indomani della morte di Eluana Englaro. Una scelta, quella della Bianchi, che prospetta un fiume di polemiche: “In attesa di un confronto domani alle 11 e del prosieguo del lavoro della commissione” spiega la Bianchi “io non ho sottoscritto nessuno di questi emendamenti perché voglio restare neutra cercando, fin dove è possibile, di arrivare a un’ulteriore mediazione”.
Nemmeno Francesco Rutelli ci sta e fa sentire la sua voce. La alza ma non la posiziona, né di qua né di là. Come se fosse un senatore indipendente, fra le posizioni del governo e quella del suo partito. L’ex leader della Margherita ha presentato quattro emendamenti, di cui tre a sua firma e uno con Luigi Lusi, che segnano una “terza via” sul nodo dell’idratazione e nutrizione artificiale. Tra chi la ritiene obbligatoria e basta, e chi chiede possano essere rifiutate solo in modo esplicito, l’ex della Margherita affida la soluzione del problema al confronto tra medico curante e fiduciario. Per la precisione l’emendamento definisce che “Alimentazione e idratazione sono forme di sostegno vitale e sono fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono quindi essere oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento”. “Nelle fasi terminali della vita o qualora il soggetto sia minore o incapace di intendere e di volere, la loro modulazione e la via di somministrazione, da commisurarsi alle aspettative di sopravvivenza, alle condizioni del paziente e alla necessità di non dar corso ad accanimento terapeutico, debbono essere il frutto di una interazione e comune di valutazione tra il medico curante, cui spetta la decisione finale, l’eventuale fiduciario ed i familiari”. Rutelli fa sapere che sta lavorando “per cercare di avvicinare le posizioni tra le parti e favorire un accordo tra gli schieramenti”. Andrebbe in questo senso la sua firma agli emendamenti del Pd sulle “cure palliative” (prima firma quella di Ignazio Marino) e sulla rete per organizzarle.
Diversa invece posizione di Massimo D’Alema, che invece ricalca l’emendamento Finocchiaro: “L’idea che la legge obblighi il cittadino a subire determinati trattamenti, perché la nutrizione forzata attraverso sondini o tubi gastrici rappresentano un trattamento, o l’idea che una persona possa essere obbligata dalla legge a subire trattamenti che non desidera, è un’idea che non ha eguali in nessun Paese civile, e speriamo che possa essere evitata ai cittadini italiani”.
Nel Pd, insomma, l’accordo non c’è ancora. Chi vincerà? A Franceschini l’ardua sentenza. Il segretario, che ben sapeva di dover frenare fin da subito l’irruenza delle correnti del partito, avrebbe dovuto incontrare il gruppo dei suoi in Senato, martedì, per cercare una posizione unitaria. Ma una nota del Partito democratico smentisce: “Non è prevista nessuna assemblea dei senatori democratici”. Di fatto ci vorrebbe più di un incontro, per un partito che, mancando di un vertice stabile e a “tempo indeterminato”, è alla costante ricerca di un’anima.
La Romania non approva le misure del governo italiano sui metodi di identificazione, con impronte digitali, degli abitanti dei campi nomadi e il presidente Traian Basescu è venuto oggi a Roma a dirlo al premier Silvio Berlusconi che ha assicurato che non è una “misura costrittiva” ma un modo per garantire diritti.
Certo, Bucarest è pronta a collaborare con il governo italiano nel risolvere “il problema rom”, così come si fa tra paesi “amici”. Ma le distanze sulle misure contenute nel pacchetto sicurezza restano tutte. E il colloquio di oggi a Palazzo Chigi tra i due non è servito a placare le polemiche che si trascinano da mesi.
I toni sono lontani anni luce da quelli usati nel novembre scorso, quando nel bel mezzo di una crisi molto simile tra Bucarest e il governo italiano guidato allora da Romano Prodi, Basescu da Madrid esclamò “grazie a Dio la Spagna non è diventata come l’Italia”. Anzi, la conferenza stampa congiunta era partita in maniera molto ’soft’, con Berlusconi che sottolineava la “piena integrazione” della comunità romena in Italia e lo stesso Basescu che lanciava segnali di apertura, assicurando come fosse “lontano dal vero dire che in Italia ci sia stato un comportamento negativo nei confronti della comunità romena”.
Di più, aveva aggiunto il presidente romeno: “Noi non consideriamo reale la preoccupazione alimentata da alcuni ambienti sul fatto che in Italia ci siano cittadini romeni discriminati”. Insomma, aveva insistito, quelle varate da Roma sono “semplici misure di sicurezza per proteggere i suoi cittadini, non sono misure contro i cittadini romeni “.
A quel punto, era stato Berlusconi a cogliere la palla al balzo: nessuna discriminazione nei confronti dei romeni, raccolta delle impronte per identificare i rom e garantire loro “diritti”, a partire da quello dei minori di andare a scuola piuttosto che essere sfruttati da genitori che “li mandano a elemosinare”. E il voto di censura del Parlamento europeo?
“Intervento politico basato su disinformazione completa e su una irrealtà “, ha scandito il presidente del Consiglio, tanto più che la Commissione europea non ha fatto altrettanto e che la raccolta delle impronte digitali è già “pratica corrente” in molti paesi europei. E lo sarà anche per tutti i cittadini italiani, a partire dal primo gennaio 2010.
Ma proprio mentre sembrava filare tutto per il verso giusto, è stata una domanda di una cronista a ribaltare la situazione: visto che ora la Romania “condivide un pò di più ” le misure del governo italiano, Bucarest è pronta ad inviare più poliziotti in Italia per collaborare?. A quel punto Basescu si è irrigidito, forse capendo di aver lanciato un messaggio “sbagliato” all’opinione pubblica interna romena: “voglio chiarire che il governo romeno non approva, ripeto non approva, parte o gran parte delle misure del governo italiano. Se non avete capito questo - ha detto rivolto ai giornalisti - non avete capito di nulla di quello che ho detto”. Perchè i cittadini romeni, anche quelli di etnia rom, sono “cittadini a pieno titolo dell’Unione europea, e come tali vanno trattati”.
Le stesse parole, insomma, che aveva usato in mattinata visitando assieme al sindaco di Roma Gianni Alemanno il campo nomadi di via Candoni: “Capiamo anche parte delle misure prese dal governo italiano, ma non possiamo essere d’accordo su un trattamento che è al di là delle norme Ue”, aveva avvertito.
La freddezza insomma, malgrado le profferte di collaborazione, rimane. Toccherà anche al ministro dell’Interno Roberto Maroni - che la prossima settimana si recherà a Bucarest per incontrare il collega romeno - cercare di avvicinare le posizioni. Prima del vertice tra i due governi, previsto, almeno per il momento, per il prossimo 9 ottobre.
Il VIDEO servizio:
Sono state le assenze tra i banchi della maggioranza ad aver fatto andare sotto il governo su un emendamento del Pd al decreto decreto legge per il controllo della spesa pubblica, anche detto “milleproroghe”. Al momento della votazione, infatti, per il Pdl erano presenti circa due terzi dei deputati (il 75,37%) e molte assenze c’erano anche tra i banchi della Lega (che aveva in Aula il 71,67% dei deputati). Pd e Udc, invece, contavano, rispettivamente sull’85,32% e sull’88% dei presenti. Nella votazione, tre deputati della lega si sono astenuti, ma non sono risultati determinanti: lo scarto è stato di quattro voti, 250 favorevoli e 246 contrari. Un esponente del Pdl, l’azzurro Paolo Russo a votato a favore. Come hanno fatto cinque deputati su otto del gruppo del Movimento per le Autonomie.
Così l’Aula ha approvato un emendamento di Giuseppina Servodio (Pd) sull’uso delle biomasse con il parere contrario di relatore e governo. Ora il decreto legge, che era stato già approvato dal Senato, dove dovrà necessariamente tornare per essere convertito. Scade il prossimo 3 agosto.
Il colpo di scena è stato salutato da un fragoroso applauso, quello che solitamente segnala l’approvazione finale di un provvedimento o, come in questo caso, il “gol in trasferta” dell’opposizione.
La norma su cui è andato sotto il governo riguarda le quote annuali di biocarburanti e altri carburanti rinnovabili che devono essere messi in commercio nei prossimi anni rispetto alla benzina tradizionale e al gasolio. La norma del milleproroghe inseriva nell’elenco dei carburanti ammessi anche i combustibili sintetici.
Un emendamento tutt’altro che “di scarsa rilevanza”, sottolinea il gruppo del Pd della commissione Agricoltura di Montecitorio Nicodemo Oliverio: “Il comma 8-ter modifica le disposizioni in materia di quota minima di carburanti da fonti rinnovabili da immettere annualmente al consumo, aggiungendo alle tipologie di carburanti attualmente previste ‘i combustibili sintetici’. Si trattava di un cedimento nelle politiche ambientali che abbiamo voluto correggere, almeno adeguando il nostro Paese alle direttive europee che, pur menzionando fra i biocarburanti da trasporto anche i combustibili sintetici, ammettono tuttavia il solo prodotto derivato dall’utilizzo delle biomasse. “Il nostro emendamento” prosegue Oliverio ” non nasce da alcun atteggiamento pregiudiziale o di ostruzionismo, ma serve al conseguimento dell’obiettivo importantissimo di ridurre i gas a effetto serra nel territorio nazionale”.
Impronte digitali per tutti dal primo gennaio 2010. È quanto prevede un emendamento al decreto legge sulla manovra che ha ottenuto il sì bipartisan nelle commissioni Bilancio e Finanze della Camera. Si tratta di una modifica all’articolo che raddoppia la validità della carta d’identità. Primi firmatari: Marco Marisilio, Fabio Rampelli e Massimo Enrico Corsaro (Pdl). “La carta di identità ha durata dieci anni e deve essere munita della fotografia e delle impronte digitali” si legge “della persona a cui si riferisce”.
Plauso dei deputati del Pd che spiegano come questa modifica “disinnesca la questione Rom. Ora le impronte” dice Antonio Misiani “saranno prese a tutti”. Anche se in realtà, spiega Giulio Calvisi, esiste una direttiva comunitaria che porterà prima o poi tutti i Paesi Ue a introdurre questa novità. Si tratta soprattutto di “una vittoria simbolica significativa”, insistono i deputati del Pd. Lo spazio per le impronte è già previsto sulle attuali carte d’identità.
Quella delle impronte digitali è una delle novità introdotte al dl sulla manovra, che ha concluso il suo iter nelle commissioni di Montecitorio: le commissioni Bilancio e Senato della Camera sono riuscite a terminare l’esame del decreto legge che anticipa la finanziaria e ora il testo è pronto per approdare in Aula. Una maratona di dieci ore, tra pause e qualche battibecco fra maggioranza e opposizione, poi il rush finale in cinquanta minuti con votazioni a raffica e il via libera.
Dalla Robin tax allo stop ai ticket sulla diagnostica, sono davvero numerose le misure che hanno ottenuto l’ok; due misure restano però fuori: il nucleare e l’articolo che prevede la ‘riforma della finanziaria”. Uno stop, quest’ultimo, che potrebbe creare più di qualche grana perché nelle sue pieghe contiene la soluzione per il ‘buco’ da un miliardo che si è aperto nel decreto Ici all’esame in queste ore al Senato. Certo un rimedio in extremis potrebbe arrivare con la presentazione del maxiemendamento, e quindi con la richiesta di fiducia sul decreto manovra. Vero è che opposizione e maggioranza hanno chiesto a gran voce di rispettare il lavoro fatto in commissione ottenendo dal governo un impegno in questo senso. Ma inserire sotto il pressing della necessità una proposta già presentata, e discussa, in commissione potrebbe essere considerata una via d’uscita praticabile. Tornando alla “nottata” nelle commissioni Bilancio e Finanze della Camera, spicca una novità introdotta a sorpresa con il consenso bipartisan: dal 2010 sulla carta d’identità accanto alla foto ci dovrà essere anche l’impronta digitale. Impronte digitali per i cittadini italiani quindi, ma anche più rigore per i controlli sui “falsi esenti’” dalla spesa medica e via libera all’abolizione del ticket sulla diagnostica e a maggiori fondi sulla sicurezza. Coro di sì poi al “taglia-leggi”, vale a dire la misura che sfoltisce il nutrito pacchetto di leggi italiane. Dilazionati però i tempi: la novità dovrà entrare in vigore entro l’anno e non più per fine agosto. In arrivo poi 300milioni per la sicurezza, le novità per il Fas (85% alle regioni meridionali) e alla banca del Sud; sì anche alle novità sulle infrastrutture militari e infine via libera a un emendamento che punta sulla ricerca nucleare di quarta generazione.
Impronte digitali su tutte le carte d’identità a partire dal 2010. Siete d’accordo?
Le altre regioni potrebbero presto essere chiamate ad aiutare la Campania nell’emergenza rifiuti. Anche la Lega sembra ormai convinta della necessità di trasferire una quota di “monnezza” dalle strade di Napoli e Caserta a discariche sparse sul territorio nazionale, Nord compreso.
Nel Consiglio dei Ministri è stato infatti raggiunto un accordo tra i leader leghisti (sempre critici sulla possibilità di accogliere nelle regioni settentrionali i rifiuti campani) e Pdl. Ne hanno dato comunicazione gli stessi ministri per le Riforme e la Semplificazione Umberto Bossi e Roberto Calderoli. “Oggi, in Consiglio dei Ministri” riferisce una nota “si è raggiunto un accordo con il ministro Raffaele Fitto (ministro agli Affari regionali) in merito all’emergenza dei rifiuti di Napoli. Gli è stato dato mandato di convocare la conferenza Stato-regioni per verificare la disponibilità di tutte le regioni di farsi carico, per un brevissimo periodo, di una quota parte dei rifiuti campani”.
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