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Scorre tranquilla la vita alla Certosa di Pontignano, il centro congressi dell’Università di Siena.
Il prossimo convegno è previsto tra qualche giorno, quando un gruppo di luminari discetterà di miologia, lo studio dei muscoli. Intanto i 41 dipendenti dell’ateneo in servizio nell’ex monastero ingannano il tempo come possono: dalla cucina si sente un continuo vocio, un signore con cappello da chef fissa lo schermo del computer, un giardiniere toglie qualche foglia secca da una giara di cotto. All’entrata, in un angolo del chiostro, una signora in ciabatte ammette: “Quando non ci sono convegni qui in effetti c’è pochino da fare”. E quand’è il prossimo? “Non mi ricordo, esattamente. Chieda in segreteria”.
A farla breve: l’Università di Siena, che ha il più mastodontico deficit mai accumulato da un ateneo italiano, paga 41 persone per ospitare alcuni conferenzieri qualche volta al mese. Ci sono sei portinai, altrettanti giardinieri, 11 camerieri, sette tra cuochi e lavapiatti. Sono tanti? No, sono un’enormità : il maggiore albergo della città ha cinque persone che servono ai tavoli, sei che lavorano in cucina, un centinaio di ospiti al giorno e i conti in attivo. E la Certosa?
Da banchetti, pernottamenti e congressi ricava circa 400 mila euro l’anno. Ma ne spende almeno il triplo solo per pagare gli stipendi. Fra uscite, disavanzi, mutui e sperperi a Siena si sono persi.
L’ammontare del rosso è ancora incerto, però gli ultimi calcoli parlano di quasi 250 milioni di euro: 98 vanno restituiti all’Inpdap, 20 all’Agenzia delle entrate, 90 alle banche, 40 non si sa bene a chi. Debiti accumulati in anni di gestione che definire poco oculata è eufemistico. Basta vedere Pontignano: sebbene il personale sia numeroso, nel 2005 veniva approvato un “protocollo per il trattamento accessorio” dei dipendenti. Visti i “rischi e disagi” cui potevano incorrere, erano stanziati 50 mila euro all’anno di incentivi da dividere tra i 41 eroici. Nello stesso accordo si parla di un “progetto triennale per l’incentivazione e il miglioramento dei servizi”. Una consulenza interna di 60 mila euro, grazie alla quale alcuni eletti hanno studiato la maniera più opportuna per evitare che i colleghi rigirino i pollici per giorni. A Siena sprechi ed elefantiasi hanno colpito ovunque. Il rettore, Silvano Focardi, ha ben otto segretarie personali. A confronto le tre su cui può contare il direttore amministrativo, Loriano Bigi, un laureato in filosofia teoretica a cui sono affidati i conti dell’ateneo, sembrano poca cosa. E i bibliotecari? Sono 135, sparsi nelle varie facoltà : se ne contano 24 a scienze politiche, 21 a lettere e filosofia e 20 a economia, solo per fare qualche esempio. Ed è prevista l’assunzione di altri 20 precari. Per non parlare della duplicazione di uffici simili. Per esempio quelli che si occupano di comunicazione: sette dipendenti all’online, quattro all’ufficio stampa, otto alle relazioni esterne, tutti con compiti che loro stessi faticano a distinguere. O quello per l’accoglienza dei disabili: serve a informare i portatori di handicap che ci sono dei volontari al loro servizio.
Attività nobile, ma che non rischia certo di usurare i cinque lavoratori preposti al compito. Conclusione: a Siena il numero degli amministrativi supera ormai quello dei professori, sono 1.350 contro i 1.060 docenti di ruolo. E continua ad aumentare: un bando appena pubblicato prevede la stabilizzazione di altri 40 precari. Questa situazione non ha impedito al precedente rettore, Piero Tosi, di assegnare una sfilza di consulenze interne, chiamate progetti. “Mansioni retribuite fino a 20 mila euro l’anno” dice Giovanni Grasso, professore di anatomia umana e curatore del Senso della misura, un sito che denuncia la malagestione della sua università . “Soldi elargiti per svolgere compiti banali, che rientrerebbero tra le normali attività . A maggior ragione in un ateneo in cui ci sono tanti uffici poco produttivi”. Tra il 2005 e il 2007 sono state assegnate 25 consulenze interne, di cui hanno beneficiato parecchi dipendenti. Scorrendo la lista se ne trovano di stravaganti: progetti per fare circolare meglio le informazioni, per la sicurezza nei cantieri archeologici, per coordinare i laboratori didattici di Follonica, per “armonizzare” i servizi bibliotecari. E mentre ci si scervellava a escogitare le soluzioni più efficaci, il deficit cresceva. “Qui lo sperpero è diventato filosofia” accusa Grasso, che già 2 anni fa scriveva sul suo blog della voragine contabile. “A Siena c’è stato un uso disinvolto delle istituzioni che ormai ci ha portato alla conclamata bancarotta.
E docenti, organi d’informazione e politica locale hanno sempre mostrato la più completa indifferenza. Intanto gli organici si sono gonfiati a dismisura e nessuno ha badato a spese”. Come per la nuova sede di scienze politiche e giurisprudenza. Una struttura imponente: arredi ricercati, legno a profusione, corridoi enormi e un bar grande come un campo da pallacanestro. All’ingresso del palazzone c’è una lapide in latino, di memoria papale, dedicata all’ex rettore: a “Petrus Tosi Saen univ. Rector”, capace di far edificare lo “splendidissimum ” nuovo edificio. Un gigantismo che stride ancora di più se rapportato al continuo calo degli studenti: negli ultimi 5 anni sono passati da 19.172 a 16.552. Periodo in cui però l’università non ha smesso di moltiplicare le sue sedi, aprendone tre: Follonica (22 mila abitanti), Colle Val d’Elsa (21 mila persone) e San Giovanni Valdarno (17 mila anime). Quanto si spende per i nuovi poli distaccati è un enigma impenetrabile. Gli unici dati riguardano la sede di Arezzo, la più vecchia e popolata. Costa 15 milioni di euro l’anno ma porta introiti modesti: 3,5 milioni arrivano dalle tasse studentesche e 800 mila euro da una società consortile di cui fa parte anche l’ateneo. La differenza è un passivo di 10,7 milioni. Che si fa allora, domandano i senesi, visto che buona parte dell’economia cittadina ruota attorno all’università ? Il rettore Focardi, appena rieletto capitano della contrada Chiocciola, assicura che si sta predisponendo un piano di rientro adeguato: “Abbiamo un patrimonio immobiliare che vale 1,5 miliardi di euro. Lo utilizzeremo per ridurre il debito”. Non è però ancora chiaro se i palazzi saranno venduti o dati in leasing. Ma anche se queste operazioni andassero a buon fine, resterebbe il problema della gestione ordinaria: le uscite superano sistematicamente le entrate. I consulenti sono ancora al lavoro per individuare soluzioni e stabilire l’esatto deficit.
Martedì 28 sera Angelo Dringoli, che a Siena insegna economia e gestione delle imprese, stufo di aspettare si è dimesso dal consiglio d’amministrazione. In una lettera al rettore scrive: “L’assenza di un bilancio consuntivo di competenza per i primi 10 mesi non permette una gestione corretta e consapevole, ed espone il cda al rischio di gravi errori e irregolarità gestionali. Fino a oggi nessun piano organico di interventi è stato presentato, nonostante le ripetute richieste”. I conti restano quindi un mistero. L’unica cosa certa è che da qualche parte bisognerà pure cominciare a sfoltire. E qui le voci si contano “ad abundantiam”.
A partire dagli affitti di alcuni immobili del centro. Per dirne una: l’università paga 176 mila euro l’anno per il primo piano di Palazzo Chigi Zondadari, un bell’edificio con vista su piazza del Campo, che permette a 50 invitati dell’ateneo di ammirare il Palio da favorevolissima posizione. Altri 30 mila euro costa l’appartamento in cui trova ospitalità un centro di studi antropologici. Solo 15 mila invece ne bastano per un alloggio in cui vive e prospera il centro culturale Siena-Toronto. Storia a parte è quella dei magazzini presi in affitto a Monteroni d’Arbia, a 17 chilometri da Siena. Nel 2004, in preda al consueto titanismo, l’università aveva deciso di aprire un locale all’interno del rettorato. Un baretto in cui si consumano in fretta panini e si scambiano gli appunti? L’idea era più
ambiziosa: un posto in cui le menti dell’ateneo si sarebbero ritrovate a sorseggiare bevande come da Starbucks, con musica e arredamento adatti. Anche il nome scelto sembrava adeguato: “Il caffè dell’artista”. Per un progetto del genere serviva spazio. E lo spazio fu fatto: un archivio venne trasferito da alcune stanze del rettorato ai magazzini di Monteroni, che andarono via all’amichevole prezzo di 35 mila euro. Ma Il caffè dell’artista finì nel dimenticatoio con la caduta di Tosi, sospeso a febbraio 2006 dopo un’ordinanza del gip di Siena, Francesco Bagnai, che gli contestava falso ideologico e abuso d’ufficio in un’inchiesta su presunti favoritismi.

Le stanze liberate durante il suo mandato ora sono vuote. E quell’archivio resta nella campagna senese: all’occorrenza, quando serve un faldone, bisogna mandare una macchina.
Le idee innovative del resto qui non sono mai mancate. Il modello è sempre stato quello dei campus americani. È nata perfino una linea di abbigliamento e oggettistica. Nel negozio al piano terra del rettorato si vendono magliette, zaini, agendine, cappelli alla pescatora, teiere e tazze per il latte.
Tutto abbellito dal centenario marchio dell’ateneo. Attività della quale non sono mai stati comunicati ricavi e perdite. Quanto costa invece avere la prima radio universitaria d’Italia si sa: tra il noleggio delle apparecchiature e quello delle frequenze, vengono sborsati 90 mila euro l’anno, ora scesi a 60 mila. Direte: è pur sempre uno strumento didattico, dispendioso ma valido. Non è proprio così: la radio non è usata nemmeno dagli allievi di giornalismo per fare pratica. Serve a metter musica e a dare informazioni agli studenti. Cose utili, magari, forse non a un ateneo in bancarotta. Siena però non si è fatta mai mancare niente. Nemmeno un’etichetta musicale, la Emu. Sul sito si legge: “Segue tutte le fasi della realizzazione discografica, dalle edizioni alla produzione del cd, fino alla messa in commercio”. Punta di diamante dell’Emu sono i Dedalo. Il loro primo singolo è uscito nel 2003. Si intitola Indefinibile: proprio come il buco dell’università che ha prodotto il brano.
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