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Bassanini: vado in Francia a fare la rivoluzione che Prodi non vuole

Franco Bassanini, milanese, 67 anni, ex ministro Ds della Funzione Pubblica nel primo governo dell'Ulivo. Esperto di amministrazione pubblica è stato chiamato da Nicolas Sarkozy per mettere a disposizione la sua esperienza nel rinnovamento della stato francese
In Francia lo conoscono e lo stimano, da tempo. Visto che dal 2001 al 2005 ha fatto parte del Consiglio d’amministrazione dell’Ecole Nationale d’Administration (E.N.A.). Nicolas Sarkozy, in particolare, lo tiene molto in considerazione: nel 2002, quando Sarko era ministro dell’Interno, lo ha chiamato per illustrare le sue riforme (datate 1997) ai prefetti francesi. E siccome Franco Bassanini, costituzionalista, ex ministro ds della Funzione pubblica nel primo governo di centrosinistra (’96-2001), fondatore di Astrid (Associazione per gli Studi e le ricerche sulla Riforma delle Istituzioni Democratiche) e, appunto, padre della prima corposa (anche se in gran parte “rimasta nei cassetti”) riforma della pubblica amministrazione, all’Uomo Forte francese è parecchio piaciuto, lo ha rivoluto nel 2004 come relatore alla conferenza programmatica dell’Ump, il partito di centrodestra al governo oggi in Francia.
“Ma quella volta Sarkozy volle sparigliare il campo e sorprendere i socialisti francesi, che lui reputa non proprio degli innovatori. E io stetti al gioco e andai a esporre i contenuti della mia riforma”.

Questa volta invece, professor Bassanini, l’incarico è istituzionale…
Sì. Il 30 agosto si insedia la Commissione per la liberazione della crescita francese, voluta dal governo di François Fillon, su mandato del presidente Nicolas Sarkozy. Ma la commissione, presieduta da un socialista del calibro di Jacques Attali (biografo e consulente di Mitterand, ndr), sarà del tutto indipendente e libera.
Al presidente francese piacciono i socialisti come lei, Lang, Attali. Ma nessuno grida all’inciucio
Da noi le divisioni politiche sono talmente forti e personalizzate che appena destra e sinistra si mettono a collaborare c’è chi pensa subito a qualcosa di losco. Ma le grandi riforme sono bipartisan. Germania e Francia insegnano.
Già, com’è che l’efficiente stato francese ha bisogno di essere riformato?
In Francia sono convinti che la nostra riforma sia buona e dunque sono molto interessati. La loro pubblica amministrazione funziona, ma per alcuni aspetti sono molto indietro. Per esempio, a parità di popolazione, la Francia conta due milioni in più di dipendenti pubblici rispetto ai 3,6 milioni dipendenti italiani. Da noi sono meno, ma non sono nelle condizioni di dare il meglio. Quelli francesi sono tanti, preparati, ma anche costosi: il loro stipendio incide per il 3,5% sul Pil nazionale. Anche di questo dovrà occuparsi la commissione, il cui mandato scade a dicembre. E dovremo anche indicare soluzioni per rilanciare la competitività e la crescita. Il livello della disoccupazione d’Oltralpe è per esempio superiore a quello italiano.
Che ruolo avrà?
Mi occuperò di ridefinire e semplificare il rapporto tra lo Stato e le piccole medie imprese.
Ovvero quello che in Italia non le è riuscito quand’era ministro della Funzione Pubblica…
Più o meno. In effetti la riforma del ‘97 (impropriamente detta Bassanini, visto che con me lavoravano fior di esperti) è in parte rimasta inattuata.
E del governo Prodi
Già. A essere sincero, il precedente governo Berlusconi l’ha rispettata all’80%. Questo esecutivo invece è andato nella direzione opposta. Spacchettando per esempio vari ministeri ha voluto dare un messaggio chiaro: la Bassanini non è più priorità. Ma è un altro l’aspetto che non mi convince.
Dica
Se Prodi avesse incaricato McKinsey o l’ingegner Ermolli di svolgere una ricerca seria e questo studio avesse dimostrato che l’Italia ha bisogno di 30 ministeri, a differenza della Francia, della Spagna e della Germania che non ne hanno più di 15, io avrei preso atto che la riforma Bassanini era sbagliata. Invece non bastavano le poltrone…
E l’hanno tagliata fuori.
Però con Astrid, e a titolo gratuito, continuo a collaborare con il ministero dell’Interno (Giuliano Amato del resto è tra i fondatori di Astrid); col ministero dei Rapporti con il parlamento di Vannino Chiti; con Paolo Gentiloni, ministro per le Telecomunicazioni.
Di tutto di più, insomma.
Non ho avuto incarichi dall’attuale ministero della Funzione Pubblica di Nicolais, se non quello, a titolo personale e gratuito, di presiedere una commissione di studio per la formazione dei dirigenti pubblici, sul modello dell’ENA francese.
E com’è andata?
Abbiamo consegnato i nostri lavori entro la data stabilita (il 31 marzo scorso) dal mandato parlamentare. Ma anche questi studi sono rimasti nei cassetti.
Proprio come è successo nel ‘97. Tutti contenti in teoria, poi all’atto pratico le sue proposte restano lettera morta. Si rimprovera qualcosa in proposito?
Le riforme che ho scritto in quegli anni (assieme a personaggi del calibro di Massimo D’Antona) sono state attuate solo in parte. È mancato un lavoro di manutenzione straordinaria.
Cioè?
Nel ‘97 l’Italia aveva bisogno di uno scossone, di uno choc. Le mie cinque leggi, scritte anche grazie agli apporti del forzista Franco Frattini, che poi mi è succeduto al ministero, e votate con spirito assolutamente bipartisan, abbisognavano, come tutte le riforme, di correzioni e messa a punto in fase di attuazione.
E così si sono bloccate
Le hanno bloccate.
Chi?
Un’ampia parte del ceto politico: interessato a mantenere lo status quo e a sistemare sulle poltrone pubbliche persone di fiducia o elettoralmente vicine. E un’ampia parte della burocrazia stessa, che non ama farsi mettere sotto esame ma preferisce andare avanti per scatti d’anzianità e automatismi interni. E anche un’ampia parte del sindacato, impaurito dall’impopolarità che avrebbe comportato seguire le mie norme.
Quale in particolare?
Quella che prevedeva premi ai dirigenti più efficienti e l’allontanamento dei fannulloni. La tesi del Professor Ichino, che ha scatenato polemiche nei mesi scorsi, io l’ho scritta dieci anni fa. Avevo previsto che ogni ufficio pubblico avesse degli obiettivi da raggiungere, una strategia per farlo e dei settori dove applicarsi. A chi fosse riuscito a ottenere buoni risultati avremmo dato un premio. Invece i sindacati preferiscono distribuire gli incentivi a pioggia…
E così lei è rimasto nell’immaginario degli italiani come il ministro dell’autocertificazione.
Sì, ma anche quella è una rivoluzione. Non dover più presentare carte e documenti per l’iscrizione dei propri figli all’anno scolastico successivo, come succedeva prima del ‘97, credo sia una buona semplificazione, no?
Ma molti la criticano per aver dato ufficialità allo spoyl sistem?
Il sistema è sempre esistito. E funziona anche in altre democrazie che noi italiani citiamo a modello. Deve essere limitato agli uffici di staff. Ed è deleterio quando nasconda interessi elettorali. Non c’è niente di male se il capo di gabinetto di un ministero è un uomo di fiducia del ministro. Purché quello sia stato scelto perché è il migliore sulla piazza e non perché appartiene alla famiglia politica del ministro.
A proposito di famiglia, nel governo non c’è più lei, ma sua moglie Linda Lanzillotta, agli Affari regionali. Una ricompensa per non averla fatta eleggere al Senato alle ultime elezioni?
No, che c’entra! Anche perché il ministro Lanzillotta non è dei Ds, ma della Margherita. A me è successo di essere troppo in basso nelle liste, nonostante il mio partito avesse promesso agli ex ministri un ruolo di primo piano.
Tornerà a far politica attiva nel Partito democratico?
Vedremo. Intanto io tifo Veltroni. Soprattutto dopo l’ampio e articolato discorso al Lingotto di Torino. E poi ha una certa somiglianza con Sarkozy.
Ah sì?
Certo: è un abile comunicatore (al pari del francese e di Silvio Berlusconi); è un riformista e gli piace innovare. E poi non è vero, come dice De Gregori, che vuol piacere a tutti. Ma l’avete letto bene il suo programma?

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