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Paragoni atomici: francesi miracolati dal nucleare

A Flamanville, cittadina nel nord della Francia, l’Edf con l'Enel sta costruendo un nuovo impianto nucleare

A Flamanville, cittadina nel nord della Francia, l’Edf con l’Enel sta costruendo un nuovo impianto nucleare

“Il fatto di avere un’attività industriale importante, e duratura, qui ha messo in moto molte altre iniziative”. Parola di Patrick Fauchon, 56 anni, da 26 sindaco del comune di Flamanville, cittadina della Bassa Normandia, nel nord della Francia: qui l’Edf, insieme all’italiana Enel, sta costruendo un nuovo impianto nucleare, il terzo nello stesso sito sul mare e il primo di terza generazione avanzata, la tecnologia Epr (European pressurized water reactor) che in futuro l’Enel vorrebbe utilizzare anche in Italia. Continua

Dopo papà la democrazia. Parla il figlio di Gheddafi

Saif Gheddafi, figlio del leader libico - PANORAMA

Saif Gheddafi, figlio del leader libico - PANORAMA

Mentre suo padre, sotto il sole cocente del pomeriggio, è impegnato con Silvio Berlusconi nella posa simbolica della prima pietra dell’autostrada che percorrerà la Libia dalla Tunisia all’Egitto, lui se ne sta al fresco nella casa di famiglia. Da qui, tunica bianca perfettamente stirata, infradito ai piedi, Patek Philippe al polso, Seif al-Islam Gheddafi, secondogenito del colonnello (da sempre considerato il delfino), non sembra curarsi più di tanto di quello che per tutti, da quelle parti, è l’evento del giorno. Continua

Torna il nucleare in Italia. Che smantella le vecchie centrali

Un impianto nucleare a Middletown, in Pennsylvania

Con 154 voti a favore, un solo contrario e un astenuto, il Senato ha dato il definitivo via libera al “Ddl Sviluppo”: l’Italia dopo 22 anni torna nel nucleare. Questa la novità più rilevante di una legge che ha impiegato quasi dieci mesi per completare il suo percorso, ha passato quattro “letture” parlamentari, ha attraversato 60 sedute in commissione e altrettante in aula tra Camera e Senato, ha affrontato l’esame di oltre 2.800 emendamenti.

Entro sei mesi sarà decisa la normativa per la localizzazione delle nuove centrali nucleari e per i sistemi di deposito e stoccaggio dei rifiuti radioattivi: a gestire il ritorno dell’atomo sarà l’Agenzia per la sicurezza nucleare (Asn). Solo allora si potrà cominciare a piazzare le bandierine dei possibili siti sulla carta geografica. Sarà una fase di intenso mercanteggiamento con le autorità e le comunità locali, ma i margini di manovra sono ristretti anche dalla particolare conformazione geologica e costiera italiana. Si può partire dalla mappa dei possibili siti che il Cnen (poi diventato Enea) disegnò negli anni ‘70. Anche se, annuncia il ministro dello Sviluppo Claudio Scajola: “Una commissione di dieci autorevoli esperti è al lavoro da dieci mesi e sta producendo buoni risultati. Ho ricevuto numerose richieste di amministrazioni locali che hanno dato disponibilità all’insediamento di centrali nucleari”.

Sui nomi vige il segreto assoluto. A parte le candidature abbozzate ma poi nei fatti ritirate, come quella del Governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo. Se ne può parlare, aveva poi precisato Lombardo, ma solo a determinate condizioni: solo se i siciliani saranno d’accordo, esprimendo la loro opinione “con un referendum”, se la costruzione “conviene dal punto di vista costi-benefici” e se si tratterà di “una centrale assolutamente sicura”.
Nel maggio scorso, si faceva anche riferimento alla Sardegna, dalle parti di S. Margherita di Pula a sud. Alla Puglia, sulla costa di Ostuni. Lungo il Po, dal vercellese fino al mantovano, dove già esistevano le centrali di Trino e di Caorso.

L’obiettivo del governo è di arrivare a coprire il 25 per cento del fabbisogno nazionale, allentando la fame di petrolio della penisola: l’Italia è il settimo importatore al mondo di petrolio (qui i dati in pdf).
Secondo il memorandum d’intesa tra Enel e la francese Edf, la prima centrale nucleare nazionale diventerà operativa per il 2030: è prevista, inoltre, la costruzione di altri tre impianti. Per quella data si stima che la spesa nel mondo per i reattori arriverà a mille miliardi di dollari: un affare d’oro, quello della corsa verso il nucleare civile.

Gli impianti italiani saranno sviluppati da una società d’oltralpe, Areva (controllata indirettamente dall’Eliseo al 90 per cento): saranno centrali Epr (European pressurized reactor) in grado di garantire 1600 Megawatt. Si tratta della terza generazione di impianti nucleari: rispetto alle precedenti, è differente il sistema di raffreddamento e garantisce standard di sicurezza più elevati. Areva costruirà undici dei 41 impianti in cantiere nell’Unione europea, dove il 27 per cento dell’energia arriva dall’atomo (qui i dati): il primo progetto di Epr in fase di realizzazione, l’impianto finlandese di Olkiluoto, sarà consegnato con un ritardo di tre anni e spese lievitate del 25 per cento.
Ma la corsa verso l’atomo è ripresa, soprattutto nei paesi in via di sviluppo: secondo la Wna, sono 180 i reattori che potrebbero essere conclusi nei prossimi otto anni (qui la mappa in pdf). E sono stati avanzati progetti per altri 282.

L’Italia, intanto, chiude il vecchio capitolo del nucleare. E inizia lo smantellamento delle quattro centrali chiuse dopo il referendum del 1987 (qui i dati). La prima sarà Trino, in provincia di Vercelli, dove sono stoccate 14 tonnellate di materiale radioattivo. Il via libero definitivo arriverà entro sei mesi e la procedura sarà conclusa nel 2013. Ma la comunità locale è attenta: di recente i volontari dell’associazione ambientalista Greenpeace hanno manifestato. E il presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso, ha dichiarato che non ospiterà nuovi impianti. Sono altri tre i reattori che attendono lo smantellamento, costruiti tra gli anni Sessanta e Settanta: Latina, Garigliano (Caserta) e Caorso (Piacenza).

Il dossier scorie radioattive, invece, è ancora aperto. Il generale Carlo Jean, in un’audizione del 2003 in Parlamento, aveva dichiarato che erano 58mila i metri cubi di sostanze radioattive presenti in Italia, custodite anche in impianti per il trattamento del combustibile e in centri per la ricerca scientifica (per esempio, Saluggia, Rotondella-Trisaia, Bosco Marengo, Roma-Casaccia: qui il report di Legambiente). E ogni anno se ne aggiungono 500 tonnellate provenienti dalle strutture sanitarie.

Negli ultimi anni parte del materiale ha preso la rotta dell’estero, affidato a società specializzate nel trattamento: la Energy Solutions, per esempio, ha richiesto una licenza per importare dall’Italia ventimila tonnellate di “materiale potenzialmente contaminato”.
Ma il governatore dello Utah (lo Stato che doverebbe ospitare le scorie trattate) si è opposto.
Negli allegati alla domanda presentata alle autorità federali, vengono indicati come luogo di provenienza otto siti italiani: Trino, Caorso, Garigliano, Latina, Saluggia, Bosco Marengo, Casaccia e Trisaia.


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Milano - Enna: l’Italia spaccata tra tasse e qualità della della vita

Piazza del Duomo a Milano
I milanesi sono quelli che pagano di più, nella classifica italiana delle tasse locali stilata dall’Ufficio studi della CGIA di Mestre (che calcola Ici, addizionale comunale Irpef e tariffa sui rifiuti per i comuni, imposta sulla Rc auto, addizionale sulla bolletta dell’Enel e imposta di trascrizione per le province e Irap, addizionale regionale sull’Irpef, compartecipazione dell’Iva e sulle accise della benzina per le regioni). Segue Venezia - che però conta tra le entrate del comune gli incassi del Casinò municipale, quindi in realtà è fuori classifica - e Aosta è la terza. L’ultimissima è Enna. E le differenze tra la cima e il fondo della classifica sono abissali: gli abitanti di Milano avrebbero versato 2.082 euro a testa nell’anno monitorato, il 2005, quelli di Enna 604.
Scollegata dal contesto la graduatoria non dice molto.
A cosa corrispondono queste cifre? Ricchezza, tenore di vita, soddisfazione personale, qualità dei servizi sono tutti valori che decrescono se scorriamo la classifica verso il basso? Andando a ripescare l’ultima classifica (qui in pdf) della qualità della vita che il Sole 24 Ore pubblica ogni anno emergono molte sorprese. Milano si conferma prima nel tenore di vita: per ricchezza prodotta e perché i depositi bancari dei suoi abitanti sono i più ingenti e le pensioni mensili più alte. Tenore di vita e qualità di vita non sono però sinonimi, e non è scontato il gradimento: per qualità della vita vince Siena, poi Trieste, Bolzano, Trento e Bologna. Milano è solo sesta. E se guardiamo alla soddisfazione dei suoi abitanti in quanto ai servizi e alla tutela ambientale, crolla al 67° posto. E si fa scavalcare da Sassari, Teramo e Brindisi che pure sono tra quelli che chiedono meno tasse.

La corrispondenza più scontata ed evidente tra la classifica delle tasse pagate agli enti locali e quella della qualità della vita è la demarcazione nettissima tra nord e sud (con il centro che guadagna la medaglia sull’uso del tempo libero, mentre Molise e Basilicata figurano come le più sicure). Quasi senza eccezioni il nord si accaparra la prima metà positiva e il sud resta schiacciato sul fondo. La Sicilia indossa senza dubbio la maglia nera: troviamo cinque delle sue province tra le ultime dieci per tenore di vita (Catania ultima al 103° posto, poi salendo Palermo, Siracusa, Trapani, Agrigento) e ben 8 città siciliane sono tra le dieci con le tasse più basse, amara consolazione per i siciliani di Enna, Agrigento, Caltanissetta, Messina, Palermo, Ragusa, Siracusa e Trapani.

Lago con bosco vendesi nel Vulture, prezzo stracciato. Contattare Enel

Rinaldi Andrea by Flickr
Fa caldo? Il sole picchia forte? Non state dietro ai troppi esperti di clima che ci terrorizzano con la famelica colonnina di mercurio? Allora è il momento di cercare un po’ di fresco. Ma non nella solita spiaggia, lasciate stare. Che ne dite di un posto in collina, con bosco intorno e lago a portata di mano? Ecco la proposta che fa per voi.

Con appena 371mila euro (base d’asta) vi portate a casa niente meno che il lago Grande di Monticchio, a Rionero in Vulture, 20 ettari di bosco e il terreno circostante per un totale di 60 ettari. Avete capito bene. Molto meno di un appartamento in centro a Milano o a Roma. La notizia ha fatto sobbalzare sulla poltrona il presidente della Provincia di Potenza, Sabino Altobello. L’inserzione della vendita, da parte dell’Enel, tramite la Dalmazia Srl, è apparsa sul Corriere della Sera del 19 luglio scorso, a pagina 31, quella dell’economia, casualmente. E da allora in Basilicata c’è stata una levata di scudi. Semplice intuire il motivo. Monticchio è una delle attrattive del Vulture, un posto turistico suggestivo e visitato, anche se, è giusto dirlo, anche poco valorizzato. Ora in Lucania è partita la mobilitazione. Dalla Provincia a tutti i comuni dell’area. Tutti vogliono scongiurare la vendita da parte dell’Enel ai privati che priverebbe la Basilicata di un angolo di verde così importante. A questo punto, diceva quel tale, la domanda nasce spontanea: cosa ha fatto l’Enel, sino a questo momento, di questo ben di dio? Proprio nulla.

Meglio andare per ordine. Negli anni ’60, quelli della nazionalizzazione, l’Enel aveva incamerato questi beni per poterne poi fare una centrale idroelettrica, in pratica un bene dello Stato che passava a un ente statale. Gli anni poi sono passati e della centrale manco l’ombra. Ora, però, l’Enel non è più pubblica, ma privata. Gestisce tutto come meglio crede. E così una parte di Monticchio potrebbe essere venduta, con tanti saluti a tutti.

Ma pare che le istituzioni locali siano pronte a mettere mano al portafogli per evitarlo. Lo ha promesso anche il sindaco di Melfi, Ernesto Navazio. Il presidente Altobello intanto ha chiesto non solo un colloquio a Prodi per risolvere in fretta la questione, ma ha anche incontrato i dirigenti del gruppo elettrico che si sarebbero impegnati a non vendere a privati. Sempre che le istituzioni pubbliche mettano insieme il gruzzolo necessario per vincere l’asta.

Civitavecchia al voto: il carbone, il porto e il fantasma dell’opera

Veduta aerea di Civitavecchia
Più di 50mila cittadini, 23 formazioni in lizza alle amministrative del 27 e 28 maggio, sei candidati sindaci. E almeno tre nodi su cui si sta giocando la campagna elettorale a Civitavecchia (Roma): la centrale Enel a carbone, l’ampliamento del porto e uno spettacolo fantasma col teatro gremito e il palco vuoto. Dedicato a Massimo D’Antona.
Qui si vota per tornare alla “normalità”: da quattro mesi a governare Palazzo del Pincio c’è infatti il Commissario Prefettizio Maria Giovanna Iurato, nominato a seguito delle dimissioni in massa di sedici consiglieri comunali. A Civitavecchia si litiga da ben più di un anno per il progetto bipartisan (voluto dall’allora ministro per l’Ambiente Altero Matteoli è sostenuto anche da Piero Fassino, da Romano Prodi e da Enrico Letta) di riconversione a carbone dell’impianto Enel di Torre Valdaliga nord, i cui vecchi impianti incombono sulla città. Proprio la battaglia coke-sì/coke-no (a cui proprio oggi, 2 maggio 2007, una sentenza della Corte Costituzionale dovrebbe aver messo fine, rendendo di fatto operativa la centrale) è stata al centro della scorsa campagna elettorale. Nel 2006 si andò al voto (anche allora era il 28 maggio) e la composizione delle liste e dei candidati sindaci fu un tripudio di “carbonari”. Il centrosinistra concorse diviso: alla fine vinse Gino Saladini (un medico legale voluto da Pietro Tidei, l’uomo forte e deputato Ds della zona), grazie all’apporto di Ds, Margherita, Sdi, Verdi e IdV, che riempì la sua coalizione di transfughi del centrodestra: tutti favorevoli alla riconversione. Dall’altra parte corse, invano, l’altra sinistra: Rifondazione comunista, alcuni rappresentanti della cosiddetta area Mussi (che a Civitavecchia esistevano già prima della spaccatura all’ultimo congresso ds di Firenze), i comunisti italiani e, ovviamente i no-coke. La giunta Saladini, nata debole e zoppa, durò solo sette mesi e crollò sotto il peso, appunto, di King Coke. Che, molto probabilmente, soprattutto dopo la sentenza della Consulta, sarà, insieme a quella dell’ampliamento del porto della cittadina, terreno di scontro anche per i sei candidati sindaci alle elezioni del 2007: Claudio Dell’Anno, favorevole alla centrale a carbone, per Progetto Impresa; Sandro De Paolis, già assessore margheritino, con Insieme per il Partito Democratico; il dott. Paolo Giardi per Civitavecchia c’è; Gabriele Pedrini per il Movimento sociale Fiamma Tricolore; Gianni Moscherini per il Patto per la Città e Nicola Porro per l’Unione. Stando ai sondaggi e al numero di parititi che li sostengono, sono questi ultimi due i candidati che si giocheranno la poltrona di sindaco, fra qualche settimana. A sostenere Moscherini, è un “listone” variegato e trasversale che dalla CdL (Forza Italia, An, Udc, Dc per le Autonomie) arriva a toccare anche partiti del centrosinistra, come l’Italia dei Valori, i Riformisti (cioè alcuni fuoriusciti dei Ds) e Udeur e coinvolge molti porfessionisti civitavecchiesi: dall’ex presidente delle camere penali Pietro Messina, al primario di cardiologia del locale ospedale Marco Di Gennaro, dal commercialista Luigi Castaldi all’avvocato Roberta Sacco. Le otto liste che sostengono invece il favorito Nicola Porro sono quelle “classiche” del centrosinistra: Rifondazione, Pdci, Ds, Sdi, Margherita, Verdi, più due composizioni civiche: Ambiente Lavoro e Lista Porro.
La centrale Enel di Civitavecchia
A movimentare il già surriscaldato ambiente, da due giorni è scoppiato il caso dello spettacolo fantasma. Una pièce teatrale dal titolo Ogni giorno, ogni momento, in ricordo del giuslavorista Massimo D’Antona (ucciso dalle Br il 20 maggio 1999), che avrebbe dovuto andare in scena lunedì 30 maggio, al teatro Traiano della cittadina laziale e che invece, nonostante le poltrone fossero quasi piene, all’ultimo è stato anullato. A mettere in piedi il monologo (già in scena al Teatro del Battito di Milano) sono l’attrice Giulia Bacchetta (nelle vesti della moglie del prof D’Antona, Olga, ora senatrice diessina e firmataria della mozione Mussi, a Firenze) e il regista Marco Filatori, su un testo tratto dal libro Così raro così perduto, scritto da Olga D’Antona con Sergio Zavoli. A portare lo spettacolo a Civitavecchia, è stato l’attore e regista Pino Quartullo (già direttore artistico del Traiano dal 2001 al 2005) che lo ha proposto al candidato sindaco Gianni Moscherini: un modo, dice Quartullo da Milano (dov’è impegnato al teatro Manzoni in Quella del piano di sopra, con la regia di Gigi Proietti) “per festeggiare il Primo Maggio in maniera utile ed intelligente: ricordare e tenere vivo un sogno per i lavoratori”. La stessa senatrice D’Antona, afferma Quartullo, “appena saputa la notizia, si è dimostrata felice dell’evento”.
Ma non è mancato il classico coupe de théatre: secondo l’attore alcuni notabili diessini “hanno cominciato a tempestare di telefonate la senatrice mussiana D’Antona per dirle che doveva dissociarsi dallo spettacolo, per motivi elettorali (anche perché non risulta che al teatro milanese lo spettacolo sia stato ritirato)”. La pressione sulla senatrice è stata tale che l’onorevole D’Antona ha infine rilasciato, proprio lunedì 30, giorno della prima al Traiano, questa dichiarazione: “Non intendo partecipare a nessun tipo di eventi che si prestino a sfruttare a fini elettorali la figura di mio marito. Tanto più quando queste iniziative sono funzionali a forze politiche avversarie dei Ds e del centro sinistra”. Messa così in mezzo, la compagnia teatrale ha ritenuto opportuno non andare in scena, senza peraltro avvisare gli organizzatori, ai quali, unitamente al pubblico, non è rimasto altro da fare che prendere atto della diserzione. Una scelta condivisa anche da Quartullo, perché, dice “è senza senso fare un omaggio a chi non lo gradisce”.
Ma la polemica politica, inevitabile, non è tardata ad esplodere: “È la solita sinistra” dice Gino Vinaccia, capolista Udc, “che ritiene che il 25 aprile non sia la festa di tutta la nazione così come il 1 maggio non sia la festa di tutti i lavoratori. Questa sinistra che predica la tolleranza ma che semina odio e contrapposizione non serve al Paese, ed io credo che la sinistra nostrana così gretta integralista e settaria non serva alla città”. Immediata, non si è fatta attendere la replica di Nicola Porro che ha denunciato come “l’uso elettorale del lavoro teatrale su D’Antona è stato talmente smaccato, impudente e strumentale che qualsiasi coscienza democratica avrebbe reagito come hanno reagito gli attori rifiutandosi di prestarsi ad un’operazione di pessimo gusto e politicamente scorretta”.
Una storia triste e, dice Quartullo: “Sia perché la coalizione di Gianni Moscherini contempla moltissimi elementi del centro sinistra, sia perché ritengo che la lotta al terrorismo e alle Brigate Rosse non appartenga in esclusiva a nessuna parte politica: non abbiamo dato una grande prova di democraticità”.

Non piove, governo improvvido

Il corso del fiume Po in secca
di Chicco Testa

La situazione è seria, ma non drammatica. Ce la faremo anche questa volta e non credo sia utile usare termini catastrofici, di cui in Italia abusiamo a ogni piè sospinto. Prendiamo invece sul serio questa emergenza e non dimentichiamocene in autunno. Sarà necessario qualche sacrificio, possibilmente condiviso; una buona capacità di programmazione e un po’ di fortuna.
L’acqua quest’anno, come già nel 2003, sarà scarsa. Non in tutta Italia. In Sicilia e Sardegna la disponibilità è quasi doppia rispetto alla norma. Più o meno come al solito nell’Italia peninsulare. Le sofferenze sono concentrate nella Pianura Padana, che è la zona più popolata d’Italia, quella dove sono concentrate le maggiori produzioni agricole, la generazione di energia elettrica, l’industria e non poche attività turistiche.
Ci sono, allora, due problemi. Il primo derivante dalla scarsità stessa. Il Po in secca, i laghi sotto i loro livelli storici, i bacini, dove l’acqua viene conservata, a corto. Questo significa minori risorse per tutti. Per gli agricoltori, per le centrali idroelettriche, che dipendono sia dagli invasi che dovrebbero riempirsi proprio in questo periodo, sia dal corso normale di fiumi e torrenti, per le centrali termiche, distribuite lungo l’asse del Po, per le industrie. Per i cittadini di quelle zone rivierasche del Po, la cui acqua potabile, debitamente trattata, proviene dal fiume. Il livello dei laghi, infine, rende difficili le attività turistiche, con le sponde spesso trasformate in spiagge fangose.
Il secondo problema, che chiama in causa la politica, nasce dai conflitti che si scatenano per l’uso della minore acqua disponibile. In particolare questo riguarda i bacini delle centrali idroelettriche, il cui rilascio per la produzione di energia elettrica dovrebbe seguire regole legate al fabbisogno energetico del Paese.
L’Enel e gli altri produttori idroelettrici conservano gelosamente un’acqua che per loro e per il Paese vale oro. Agricoltori, pescatori e i titolari di attività costiere chiedono invece che l’acqua sia rilasciata secondo il loro bisogno. Fra l’altro la produzione idroelettrica, la fonte rinnovabile più importante in Italia, segna quest’anno un record negativo. Un meno 20 per cento, che significa conseguente aumento della produzione termoelettrica, con un maggiore consumo di combustibili fossili e maggiori emissioni.
Cosa dobbiamo attenderci e cosa possiamo fare? Probabilmente sarà necessario programmare una riduzione dei consumi elettrici con conseguenti distacchi programmati, che non dovrebbero però riguardare i comuni cittadini. I quali dovrebbero invece imparare a risparmiare un po’ d’acqua evitando ogni spreco. L’alternativa, a cui occorre pensare, potrebbe essere un regime di prezzi variabili. Se la risorsa acqua (qui LA GALLERY) è scarsa essi dovrebbero inevitabilmente aumentare, riducendo la domanda, soprattutto sul lato dei consumi non essenziali. Che sono molti, visto che siamo quasi tutti abituati a trascurare la bolletta dell’acqua.
Poi ci sono le cose di più lungo periodo. Se la causa è da individuare in variazioni climatiche eccezionali, ormai tutti sanno che a questa situazione dovremo fare l’abitudine. La temperatura aumenta e le misure per metterla sotto controllo ci impegneranno per i prossimi decenni. Nel frattempo ci è stato molte volte promesso che si sarebbe messo mano a una rete di piccoli invasi per catturare e conservare più acqua, che si sarebbero ridotte le perdite delle reti idriche, che si sarebbero contenuti gli sprechi. Era necessario prima, lo è ancor più ora. Ma questo fa parte dell’essere seri. Cosa difficile almeno fino alla prossima “catastrofe”.

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La GALLERY: World water day 2007

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